A cura di Gianmarco Manfrida e Maurizio Viaro
Precisamente 40 anni fa, nel 1956, la Rivista Behavioral Science pubblicava un lavoro di Bateson, Jackson, Haley e Weakland dal titolo "Verso una teoria della schizofrenia", in cui veniva esposta la teoria del doppio legame, che considera la schizofrenia come un disturbo acquisito. Nel 1960, in Minimal requirements for a Theory of Schizophrenia Bateson discuteva i rapporti tra una teoria di questo tipo, la genetica e la teoria dell'apprendimento. In Double bind, 1969, egli rivisitava le proprie concezioni precedenti, in modo in parte autocritico: implicitamente, Bateson ammetteva che la teoria non era suscettibile di verifica empirica, come aveva creduto inizialmente.
Oramai da diversi anni, la teoria del doppio legame viene considerata di interesse storico, non più attuale. Tuttavia, gran parte del contenuto degli scritti di Bateson del '60 e '69, non è specifico per la teoria del doppio legame, ma si adatta a qualunque teoria che consideri la schizofrenia come una distorsione dello sviluppo. Per questi aspetti, l'oblio è ingiustificato.
Poiché la lettura completa delle opere di Bateson non è più patrimonio comune dei terapeuti familiari, si è pensato di ricordare qui i termini essenziali delle sue argomentazioni.
(1.a) Una teoria della schizofrenia come distorsione dello sviluppo (cioè come carattere acquisito) non è compatibile con una relazione 1:1 tra genotipo (gene portatore del carattere, con bassa penetranza) e fenotipo comportamentale (sintomi schizofrenici); non è compatibile cioè con l'ipotesi di una catena di passaggi causa-effetto, definiti in termini biologici, capace di spiegare l'alterazione (verosimilmente biochimica) all'origine dei sintomi. In altri termini, se venisse dimostrata l'esistenza di un simile catena di rapporti, qualunque teoria sulla schizofrenia come disturbo di sviluppo verrebbe a cadere.
(1.b) Una teoria di questo tipo é invece compatibile con l'ipotesi di una predisposizione ad apprendere certi tipi di comportamento, in risposta a determinati stress ambientali, predisposizione verosimilmente controllata da una costellazione di più geni. Non deve sorprendere l'imbattersi qui in una formulazione chiara del concetto vulnerabilità-stress, oggi dominante in psichiatria: in Bateson, questo è solo un punto da cui partire per precisare il tipo di interazione ipotizzato tra fattori genetici e ambientali.
(2) Il passaggio dal genotipo al fenotipo comportamentale schizofrenico richiede la mediazione di un certo contesto di sviluppo, in un rapporto di tipo circolare, nel senso che (a) il futuro paziente condivide il proprio patrimonio genetico con altri membri della sua famiglia - e dunque si sviluppa in un ambiente dove anche altri tendono presentare modi di reazione simili (schizofrenia latente); (b) il fatto che un membro manifesti comportamenti di tipo schizofrenico (non ancora sintomi conclamati) modifica il contesto, e le modificazioni da essi indotte li rinforzano retroattivamente: è spesso evidente che alcuni comportamenti dei pazienti schizofrenici inducono nei familiari una reazione che li amplifica; (c) il fatto che un membro manifesti comportamenti di questo tipo modifica il contesto familiare anche nel senso di rendere meno probabile che altri membri si comportino allo stesso modo - occupino cioè contemporaneamente a lui la posizione di paziente.
Bateson paragona tale processo a quello che conduce allo sviluppo della creatività e dell'umorismo. In una famiglia, il membro che presenta particolari attitudini all'umorismo tenderà a "prendere il centro della scena", sospingendo facilmente gli altri nelle posizioni di "spalla del comico", "pubblico" o a sviluppare, per contrasto, insofferenza per l'umorismo stesso. Se queste posizioni vengono occupate stabilmente, ciascuno, pur sulla base di una predisposizione genetica in parte comune, svilupperà prevalentemente le abilità relative alla propria posizione, posizione che non condivide con gli altri: di spettatore divertito, clown, spalla, o austero censore. Anche il legame tra opposti viene ricondotto ad una dimensione relazionale all'interno di un gruppo.
Il nesso tra creatività, umorismo e schizofrenia non è per Bateson un semplice paragone o una metafora: egli ipotizza una predisposizione genetica comune per tutte queste manifestazioni, che chiama "sindromi transcontestuali". Ciò che accomunerebbe creatività, umorismo e schizofrenia sarebbe la tendenza a trasferire elementi, comportamenti o significati al di fuori del contesto originario. La metafora, operazione che ha stretti legami con la creatività, opera precisamente in questo modo. I sintomi schizofrenici andrebbero visti come frutto d'incapacità a leggere i contesti (i segnali di contesto) e sarebbero quindi una sorta di comportamento improprio rispetto al tipo di situazione sociale in corso. In quegli stessi anni Erving Goffman, in Sintomi di malattie mentali e ordine pubblico (1964), sosteneva posizioni analoghe, da una prospettiva strettamente sociologica: non conosco - diceva - alcun sintomo psicotico che non possa essere visto come una improprietà situazionale.
Questa romantica concezione dei legami tra schizofrenia e creatività ha sempre indotto Bateson a negare che il concetto di malattia sia un concetto appropriato e utile per parlare della schizofrenia: se la creatività distingue l'uomo, la follia è ineliminabile dalla condizione umana.
Le idee (e forse gli errori) di Bateson costituiscono una delle radici del pensiero sistemico e dell'identità stessa della terapia familiare ed hanno esercitato una notevole influenza non solo in psicoterapia, ma anche in psichiatria. E' legittimo chiedersi quali tracce ne siano presenti oggi, sia nel pensiero psichiatrico, che in terapia familiare.
Bateson, G., Jackson, D. D., Haley, J., Weakland, J., H.: Toward a Theory of Schizophrenia. Behavioral Science, vol. 1, No. 4, 1956.
Bateson, G.: Double Bind, 1969. Lettura al Symposium on the Double Bind, Agosto 1969. Pubblicata in Steps to an Ecology of Mind, Chandler Publishing Company, 1972. Tr. It.: Verso un'ecologia della mente. Milano Adelphi, 1979.
Bateson, G.: Minimal requirements
for a Theory of Schizophrenia. Archives of General Psychiatry, vol 2, pp. 477-91,
1960.