Bossi-Fini,
una battaglia che non può essere persa

Dalla manifestazione del 19 gennaio a Roma a oggi, molte energie sono state profuse per cercare di arginare l'avanzata della legge Bossi-Fini. La sua approvazione, ormai scontata, impone all'intero "movimento dei movimenti", e non solo al Tavolo migranti, una riflessione aperta e franca, perché essa non era uno dei tanti terreni di battaglia politica, ma una priorità che però ha sempre stentato a diventare tale.

La richiesta di un coinvolgimento complessivo del movimento, senza deleghe, non ha trovato riscontro, nonostante si siano dati momenti significativi di lotta: dalle molte manifestazioni locali, alle proteste contro i Centri di permanenza temporanea, fino agli scioperi di Vicenza e Reggio Emilia. Se il "lavoro migrante" ha un carattere paradigmatico, anche la legge che vuole imbrigliarlo nelle maglie giuridiche dello sfruttamento legalizzato ne ha altrettanto: la sua importanza strategica per il riassetto del mondo del lavoro e per la cultura politica dell'Italia è testimoniata dall'arroganza e dalla determinazione con le quali il governo l'ha voluta.

Alcuni di noi lo avevano scritto: parlare di lavoro migrante significa porre l'accento sulle dinamiche di ristrutturazione del mondo del lavoro nel suo complesso in Italia e in Europa; significa affermare che la presenza di lavoro subordinato, sia esso formalizzato in rapporti di lavoro dipendente o nascosto nel lavoro nero e precario è, oggi, tutt'altro che residuale; significa leggerne la collocazione dentro la forma odierna della classe senza pretendere di affermarne la valenza di nuovo soggetto politico universale; significa coglierne l'impatto dirompente e nient'affatto ricompositivo nei confronti del modo tradizionale con il quale la classe operaia si è immaginata e costruita fino a oggi.

La legge Bossi-Fini colpisce in modo preciso questo segmento del lavoro sociale, non solo perché è il più debole, ma anche perché, così facendo, disarticola il terreno principale di possibile resistenza e opposizione verso le politiche padronali improntate al liberismo di Reagan e Thatcher. La connessione evidente con le proposte del Libro bianco di Maroni, ma anche con gli accordi di Schengen e con le ipotesi sulla "fortezza Europa" ne è la prova inconfutabile.

Già la legge Turco-Napolitano aveva fatto proprio l'impianto repressivo delle politiche europee, accentuando l'approccio sicuritario a conferma che la costruzione della società del controllo e le tentazioni populiste riguardano anche le sinistre europee. La Bossi-Fini inoltre è una legge razzista e xenofoba ed è un arretramento culturale perfino rispetto ai proclami liberali di cui la Casa delle libertà si riempie solo la bocca.

La mancanza di reazione democratica è un ulteriore segnale di pericolo per la vita di questo paese, la cui deriva verso destra prosegue imperterrita anche per "merito" dell'Ulivo. La "cultura" che si va affermando è quella dell'intolleranza, del trattamento disuguale degli esseri umani e dello sfruttamento senza limiti in nome del profitto: un arretramento che ci riporta dentro scenari in cui la schiavitù, l'apartheid e l'organizzazione gerarchica della società sono accettati come naturali.

Dentro questa globalizzazione, la guerra è una componente essenziale che produce,, attraverso la ridislocazione delle frontiere (interne ed esterne), forza lavoro a basso costo, sfruttabile perché ricattabile. Una guerra assai vicina, perché non è solo fuori dall'Europa, ma anche al suo interno. Il movimento ha faticato ad accorgersi di tutto questo.

Provocatoriamente, ma anche con piena assunzione di responsabilità, riteniamo che sulle future iniziative contro la Bossi-Fini il movimento o rinasce politicamente, andando oltre le difficoltà organizzative in cui oggi si dibatte, oppure muore. A meno che non pensi di poter mascherare l'incapacità di elaborare proposte alternative e di promuovere campagne di massa di lungo periodo con le chiamate in piazza, sull'onda di un'emotività che sta svanendo. L'assemblea del Tavolo migranti del 30 giugno a Roma è un appuntamento decisivo per tutto il movimento, perché l'opposizione sociale contro questa legge inaccettabile non deve finire, ma deve trasformarsi, individuando una serie ampia di iniziative concrete, coordinate, non improvvisate e non simboliche che siano in grado di opporsi alla sua applicazione.


Giovanni Amedura,
Giovanna Cavallo,
Sandro Mezzadra,
Grazia Naletto,
Fabio Raimondi,
Riccardo Torregiani,
Manlio Vicini
(referenti del tavolo migranti nazionale)