Migranti

Dal supplemento a DeriveApprodi primavera 2002
Centralità politica del lavoro migrante: globalizzazione dal basso, diserzione, sciopero!
il ciclo di lotte
 
1. Tra il 19 luglio e il 19 gennaio uno straordinario fatto nuovo si è prodotto in Italia, carico di valenze politiche che vanno ben oltre la realtà del nostro paese. La prima delle giornate genovesi di iniziativa contro il vertice dei G-8 batteva in breccia ogni tentativo di circoscrivere la portata del movimento nato a Seattle a una mera critica "reattiva" della globalizzazione. L'irruzione nelle strade di Genova della soggettività e della condizione dei migranti poneva al centro dell'attenzione di tutti il fatto che la globalizzazione c'è già stata e che con essa, con i corpi che vi vengono mobilitati e messi in attività, occorre fare i conti. E squadernava soprattutto la complessità e il carattere contraddittorio degli stessi processi di globalizzazione: lungi dal poter essere ridotti alle politiche "neo-liberiste", che ne hanno disegnato il profilo capitalistico, questi ultimi hanno infatti una genealogia assai più ricca, di cui fanno parte a pieno titolo, ad esempio, l'internazionalismo comunista e le lotte anticoloniali del XX secolo; e i movimenti migratori degli ultimi anni, una volta che se comprendano gli elementi soggettivi, sono stati indubbiamente tra gli elementi che hanno sospinto innanzi la globalizzazione, rappresentando anzi un formidabile laboratorio di quella "globalizzazione dal basso" a cui molti, sulle due rive dell'Atlantico, riconducono l'azione del movimento nato a Seattle. L'istanza di libertà che vive al cuore delle migrazioni contemporanee (in una battuta: la rivendicazione pratica del diritto di fuga da condizioni di deprivazione materiale e simbolica, da tirannidi sociali e politiche, dall'incubo della guerra e della fame) si è trovata di fronte a una tendenza costitutiva della globalizzazione capitalistica: a quella tendenza cioè ad accompagnare al travolgimento di ogni barriera alla libera circolazione delle merci e dei capitali la proliferazione di nuovi confini, e il riarmo di vecchi confini, che si oppongono alla libera circolazione del lavoro, delle donne e degli uomini che ne sono portatori.
Di questa tensione potentissima e drammatica, che ha prodotto e produce ogni giorno la morte di migliaia di migranti nel tentativo di aggirare quei confini, ha parlato al movimento globale la manifestazione genovese del 19 luglio. Sei mesi dopo, a Roma, un gigantesco corteo di cittadini italiani e migranti poneva di nuovo al centro della scena politica quella stessa tensione, cominciando a sgranarla e ad articolarla in una serie di rivendicazioni, che trovavano la propria sintesi nell'opposizione al disegno di legge sull'immigrazione presentato da Bossi e da Fini. Ma non meno significativo è quello che è successo tra le due grandi manifestazioni di luglio e di gennaio: in tutta Italia, da Brescia a Caserta, dal nord-est a Bologna, da Roma alla Sicilia, la mobilitazione dei migranti contro il DDL Bossi - Fini è stata costante, ha incalzato lo stesso movimento dei forum sociali vincendone timidezze e imbarazzi e costringendolo a fare delle rivendicazioni dei migranti uno degli assi fondamentali della propria iniziativa politica.

2. Si può dunque osare parlare di un vero e proprio ciclo di mobilitazione dei migranti, che si è sovrapposto a un più generale processo di crescita e di consolidamento del movimento italiano. All'interno di questo ciclo di lotte si è prima di tutto espresso l'embrione di un protagonismo politico del lavoro migrante, che ne ha dettato tempi e ritmi di svolgimento, cominciando ad approssimare l'articolazione di un programma. E' prima di tutto l'espressione di questa soggettività politica del lavoro migrante l'elemento che pone le lotte di questi mesi oggettivamente, e del tutto positivamente, oltre la caratterizzazione difensiva, doverosamente antirazzista, delle iniziative che sul terreno delle migrazioni si erano prodotte lungo tutto l'arco dello scorso decennio. Ma più in generale, all'interno dello stesso movimento dei social forum, si è ormai consolidato su questo terreno un ambito di discussione e di organizzazione del tutto consapevole dell'impossibilità di ridurre le migrazioni a un settore di intervento tra gli altri che si propongono al movimento. Si tratta di una consapevolezza che è ben lungi dall'essere generalizzata all'interno del movimento stesso, e la battaglia politica si presenta al riguardo ancora lunga e complessa. Ma la condizione dei migranti è ormai sempre più lucidamente considerata nelle valenze paradigmatiche che essa assume rispetto ai terreni fondamentali su cui l'iniziativa del "movimento dei movimenti" si colloca. Si va affermando in altri termini, almeno tra coloro che lavorano quotidianamente con i migranti, la consapevolezza del fatto che la loro condizione ci parla di trasformazioni radicali, che hanno investito in primo luogo la cittadinanza e il lavoro e la cui portata è ben lungi dal riguardare i soli migranti.
Questo non significa, evidentemente, perdere di vista la specificità della condizione dei migranti. Ma significa ragionare e intervenire su questa stessa specificità in una prospettiva del tutto diversa da quella meramente solidaristica, per non dire "assistenziale", che ha contraddistinto negli anni scorsi molte esperienze e pratiche sociali, pur spesso generosissime e di fondamentale importanza pratica. Consideriamo alcune delle valenze della condizione dei migranti che si sono definite paradigmatiche. Rispetto alla cittadinanza, i migranti ci parlano certamente, in prima battuta, di una rottura dell'universalismo e di una crisi del modello inclusivo e integrativo di cittadinanza sociale che si era affermato in Occidente nel dopoguerra, nel contesto della costruzione del Welfare State. Questo modello di cittadinanza sociale non era un eden, tanto è vero che è stato smontato e criticato, assai prima che dalle politiche neo-liberiste, dalle lotte operaie e dai movimenti degli anni '60 e '70, che ne hanno posto in luce sotto una molteplicità di punti di vista il portato di dominazione e di disciplinamento sociale. Ma indubbiamente esso incorporava un'ipoteca materiale, realmente democratica, sullo sviluppo politico e sociale, che si era tradotta in specifiche conquiste e aveva trovato la propria sanzione nel riconoscimento di una serie di diritti. Quell'ipoteca è stata altrettanto materialmente aggredita dall'offensiva capitalistica negli scorsi due decenni, e il riemergere della problematica dell'esclusione, non limitata ai migranti, è un sintomo di quanto in profondità essa abbia inciso nel ridisegnare il profilo contemporaneo della cittadinanza. Lo spettro della "clandestinità", la radicale negazione dello stesso "diritto ad avere diritti", è certo esemplificato in modo drammatico dalla condizione dei migranti, ma tende a insinuarsi all'interno dello stesso spazio della cittadinanza, frantumato dalle politiche che hanno "agito" la crisi dello Stato sociale.
Sotto questo profilo, le valenze "paradigmatiche" della condizione dei migranti appaiono in prima battuta riferirsi a processi "negativi" di destrutturazione della cittadinanza e di stigmatizzazione. Ma questo non esaurisce il quadro: i migranti ci parlano anche, ad esempio, di un atteggiamento di "sospensione identitaria" e di un rapporto problematico con l'appartenenza comunque definita che, opportunamente indagato, si pone in risonanza con una serie di movimenti e di processi sociali che hanno il segno "positivo" dell'ambivalenza. Si consideri ad esempio la diffidenza con cui molti migranti, pur estremamente determinati nel rivendicare specifici diritti di cittadinanza, guardano alla prospettiva dell'"integrazione". Se è certo vero che questa diffidenza si traduce spesso, nelle condizioni di dura esclusione politica e sociale in cui i migranti sono condannati a vivere nella "società di accoglienza", in un ripiegamento "comunitario" che occorre contrastare politicamente, è anche vero che essa ripropone intera la positiva problematicità del rapporto tra dimensione individuale e dimensione collettiva dell'esperienza che all'interno del "movimento dei movimenti" si è espressa tra l'altro nella fortuna che ha conosciuto il concetto di moltitudine. E si pone ad esempio, sia pure su un piano molto astratto, in una linea di continuità con il rifiuto di un modello specifico di "integrazione", quello della famiglia patriarcale, che il movimento femminista ha indicato e criticato come uno dei presupposti non esplicitati delle stesse politiche sociali di welfare.
Analogo discorso è possibile fare a proposito del lavoro. Da una parte il lavoro migrante viene caricandosi di valenze "paradigmatiche" nella misura in cui espone in piena luce quella condizione di radicale spoliazione di diritti che tende a coinvolgere, sia pure con una progressione a geometria variabile, il lavoro sociale nel suo complesso. Dall'altra parte, tuttavia, proprio la mobilità delle donne e degli uomini migranti è espressione di una serie di movimenti soggettivi di fuga dalle rigidità della divisione internazionale del lavoro che costituisce il motore rimosso e negato delle trasformazioni radicali che hanno investito il modo di produzione capitalistico negli ultimi due decenni. E si pone anche in questo caso in una linea di continuità con quel rifiuto operaio e proletario dell'"ergastolo di fabbrica" che all'interno degli stessi paesi "occidentali" ha posto materialmente in crisi il regime di accumulazione che si usa definire fordista.

3. Una lettura politica, all'interno di questo contesto, del disegno di legge Bossi - Fini deve da una parte sottolinearne, anche in considerazione delle timide aperture verso il movimento di una parte della sinistra istituzionale, gli elementi di continuità con la legge voluta dal governo di centro-sinistra (la cosiddetta legge Turco - Napolitano), e più in generale con un modello di governo dei flussi migratori definito a livello di Unione europea nel quadro dell'accordo di Schengen. E' a quel modello e a quella legge che risale lo scandalo dei campi di detenzione, su cui si diffonde efficacemente in questo numero della rivista Simone Ragazzoni. Al tempo stesso, tuttavia, occorre sottolineare gli elementi di novità che contraddistinguono la filosofia d'insieme da cui il disegno di legge Bossi - Fini trae ispirazione. La figura del "contratto di soggiorno" in particolare, il legame strettissimo prefigurato tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno, mostra come l'iniziativa del governo di destra si rivolga contro i migranti in generale, rinunciando tendenzialmente a distinguere tra "regolari" e "clandestini". Ci spieghiamo: vincolato al potere di disposizione personale dell'imprenditore privato con cui sigla il contratto di lavoro, lo stesso migrante "regolare" viene posto quotidianamente, ed esplicitamente, di fronte all'instabilità della sua condizione, alla minaccia di ricadere nella clandestinità e di essere quindi in ogni momento "espellibile". Si apre qui, ponendo un problema di registrazione analitica e di impostazione della battaglia politica, lo spazio di un'oggettiva convergenza fra la condizione dei migranti delineata dal disegno di legge Bossi - Fini e la complessiva ridefinizione dei rapporti di lavoro auspicata dal Libro bianco di Maroni. Contemporaneamente, l'uso estensivo che viene prefigurato nel disegno di legge dei centri di detenzione (non solo per i migranti in attesa di espulsione ma anche per i profughi in attesa dell'esame della domanda di asilo) e la previsione dell'uso della marina militare contro i migranti accentuano gli elementi di coazione e la tendenza alla penetrazione di strumenti "eccezionali" nel "normale" governo dei flussi migratori. Negli ultimi mesi, del resto, molte questure italiane hanno anticipato, utilizzando e forzando gli strumenti giuridici già predisposti dalla legge Turco - Napolitano, l'applicazione della nuova legge: i rastrellamenti quotidiani, la raffica di espulsioni e i rimpatri collettivi, proibiti dalla Convenzione di Ginevra e tuttavia quotidianamente praticati, fanno capire chiaramente quali siano le intenzioni del governo.
Occorre poi ricordare che il ciclo di lotte e di mobilitazione di cui stiamo parlando si è dispiegato, a partire dall'11 settembre, all'interno di una congiuntura bellica. Ferruccio Gambino ha ricordato in molte occasioni come le migrazioni e la destabilizzazione di intere popolazioni siano state una delle principali poste in gioco nella "guerra permanente" inaugurata nel '90-'91 nel Golfo persico. L'operazione enduring freedom, tuttavia, segnala un salto di qualità, soprattutto sotto il profilo delle ricadute della congiuntura bellica all'interno dei paesi occidentali. Anna Maria Rivera ha parlato a questo proposito del nesso tra guerra ed "eterofobia", che, muovendo dall'esigenza di affermare un'identità "occidentale" rigorosamente bianca e pura, alimenta un modello segregazionista di controllo, nella prospettiva di una "bonifica del paesaggio sociale dalle scorie umane che lo contaminano". I migranti, evidentemente, sono le vittime designate di questo modello di controllo (come mostra in questo numero della rivista Alessandro De Giorgi a prosito della Gran Bretagna), che ancora una volta, tuttavia, non riguarda soltanto loro. Ma essi sono anche gli interlocutori naturali di un movimento realmente efficace contro questa congiuntura bellica, che sia capace di far valere la forza della propria diserzione anche e soprattutto contro ogni lettura dell'"Occidente" che ne obliteri i tratti ibridi e conflittuali, che espunga dalla sua complessa costituzione materiale tutti gli aspetti eccedenti rispetto alle logiche del dominio e del capitale.

4. Del modello segregazionista di controllo a cui si è fatto riferimento i centri di detenzione amministrativi per migranti in attesa di espulsione (quelli che la legge Turco - Napolitano definisce pudicamente Centri di permanenza temporanea) sono un'esemplificazione tanto efficace quanto terribile. Il movimento deve essere in grado di farsi carico di una battaglia contro la loro stessa esistenza, nel più generale quadro, qualora non si riuscisse a bloccare l'approvazione parlamentare del disegno di legge Bossi - Fini, dell'organizzazione quotidiana della disobbedienza sociale alla legge. Trova qui le ragioni della propria importanza l'azione del 25 gennaio a Bologna, con cui è stato smontato il centro di detenzione di Via Mattei, procrastinandone quantomeno l'apertura. Questa azione ha a nostro giudizio carattere esemplare, non nel senso che si presti a essere ripetuta in modo meccanico in altre situazioni, ma perché indica la praticabilità e la necessità di concrete iniziative di contrasto della proliferazione di questi luoghi di segregazione.
Ma unitamente a un insieme di vertenze e di campagne sui terreni della salute, dell'istruzione, della casa, occorre approfondire l'analisi e i percorsi politico-organizzativi che siano in grado di dare espressione a quella che può essere oggi definita, sulla traccia delle considerazioni fatte in precedenza, la centralità politica del lavoro migrante. La parola d'ordine di uno sciopero del lavoro migrante, che punti ovviamente a coinvolgere settori degli stessi lavoratori italiani, circola ormai da tempo in particolare laddove più consistente è l'inserimento dei migranti all'interno dell'industria. Non si tratta di una parola d'ordine velleitaria, ma dell'indicazione di un terreno di sperimentazione politica, dove l'istanza generale deve essere dialettizzata alla costruzione di esperienze determinate e localizzate, capaci di promuovere tra tessuto produttivo e riproduzione sociale momenti aggregativi ed espansivi. Se nel nord est è possibile portare alcuni temi "sociali", come ad esempio quello della casa, all'interno del dibattito di fabbrica, come rivendicazione di parte operaia sul costo sociale del lavoro, altrove può essere l'esportazione della forma sciopero ad aree del non salario a definire le modalità dell'aggregazione. Dall'esposizione dei teli senza merci dei piccoli ambulanti alle manifestazioni comuni di chi fornisce e di chi si avvale del lavoro di cura, c'è tutto un terreno di pratiche, che, ripercorrendo le modalità della sussistenza e dei lavori, possono essere materialmente inscritte sotto un segno operaio unificante, determinando la possibilità e garantendo il retroterra di una convergenza su una scadenza unitaria. In questo senso il tema dello sciopero dei migranti presenta caratteristiche strutturalmente diverse da quelle di altre esperienze e offre uno scenario di costruzione dove l'idea dello sciopero deve correre su gambe più veloci e più ampie di quelle dei processi organizzativi che il movimento è in grado di organizzare in prima persona, contaminando situazioni diverse, certo entrando con forza anche nelle dinamiche del sindacato. Ma resta affare diverso dalla proclamazione di uno sciopero "di base" o dall'imposizione dal basso di uno sciopero confederale. Proprio perciò la sua collocazione nell'agenda politica del movimento assume una rilevanza non eludibile.

Sandro Mezzadra - Mario Piccinini