1.
Tra il 19 luglio e il 19 gennaio uno straordinario fatto nuovo si
è prodotto in Italia, carico di valenze politiche che vanno
ben oltre la realtà del nostro paese. La prima delle giornate
genovesi di iniziativa contro il vertice dei G-8 batteva in breccia
ogni tentativo di circoscrivere la portata del movimento nato a Seattle
a una mera critica "reattiva" della globalizzazione. L'irruzione
nelle strade di Genova della soggettività e della condizione
dei migranti poneva al centro dell'attenzione di tutti il fatto che
la globalizzazione c'è già stata e che con essa, con
i corpi che vi vengono mobilitati e messi in attività, occorre
fare i conti. E squadernava soprattutto la complessità e il
carattere contraddittorio degli stessi processi di globalizzazione:
lungi dal poter essere ridotti alle politiche "neo-liberiste",
che ne hanno disegnato il profilo capitalistico, questi ultimi hanno
infatti una genealogia assai più ricca, di cui fanno parte
a pieno titolo, ad esempio, l'internazionalismo comunista e le lotte
anticoloniali del XX secolo; e i movimenti migratori degli ultimi
anni, una volta che se comprendano gli elementi soggettivi, sono stati
indubbiamente tra gli elementi che hanno sospinto innanzi la globalizzazione,
rappresentando anzi un formidabile laboratorio di quella "globalizzazione
dal basso" a cui molti, sulle due rive dell'Atlantico, riconducono
l'azione del movimento nato a Seattle. L'istanza di libertà
che vive al cuore delle migrazioni contemporanee (in una battuta:
la rivendicazione pratica del diritto di fuga da condizioni di deprivazione
materiale e simbolica, da tirannidi sociali e politiche, dall'incubo
della guerra e della fame) si è trovata di fronte a una tendenza
costitutiva della globalizzazione capitalistica: a quella tendenza
cioè ad accompagnare al travolgimento di ogni barriera alla
libera circolazione delle merci e dei capitali la proliferazione di
nuovi confini, e il riarmo di vecchi confini, che si oppongono alla
libera circolazione del lavoro, delle donne e degli uomini che ne
sono portatori.
Di questa tensione potentissima e drammatica, che ha prodotto e produce
ogni giorno la morte di migliaia di migranti nel tentativo di aggirare
quei confini, ha parlato al movimento globale la manifestazione genovese
del 19 luglio. Sei mesi dopo, a Roma, un gigantesco corteo di cittadini
italiani e migranti poneva di nuovo al centro della scena politica
quella stessa tensione, cominciando a sgranarla e ad articolarla in
una serie di rivendicazioni, che trovavano la propria sintesi nell'opposizione
al disegno di legge sull'immigrazione presentato da Bossi e da Fini.
Ma non meno significativo è quello che è successo tra
le due grandi manifestazioni di luglio e di gennaio: in tutta Italia,
da Brescia a Caserta, dal nord-est a Bologna, da Roma alla Sicilia,
la mobilitazione dei migranti contro il DDL Bossi - Fini è
stata costante, ha incalzato lo stesso movimento dei forum sociali
vincendone timidezze e imbarazzi e costringendolo a fare delle rivendicazioni
dei migranti uno degli assi fondamentali della propria iniziativa
politica.
2.
Si può dunque osare parlare di un vero e proprio ciclo di
mobilitazione dei migranti, che si è sovrapposto a un più
generale processo di crescita e di consolidamento del movimento
italiano. All'interno di questo ciclo di lotte si è prima
di tutto espresso l'embrione di un protagonismo politico del lavoro
migrante, che ne ha dettato tempi e ritmi di svolgimento, cominciando
ad approssimare l'articolazione di un programma. E' prima di tutto
l'espressione di questa soggettività politica del lavoro
migrante l'elemento che pone le lotte di questi mesi oggettivamente,
e del tutto positivamente, oltre la caratterizzazione difensiva,
doverosamente antirazzista, delle iniziative che sul terreno delle
migrazioni si erano prodotte lungo tutto l'arco dello scorso decennio.
Ma più in generale, all'interno dello stesso movimento dei
social forum, si è ormai consolidato su questo terreno un
ambito di discussione e di organizzazione del tutto consapevole
dell'impossibilità di ridurre le migrazioni a un settore
di intervento tra gli altri che si propongono al movimento. Si tratta
di una consapevolezza che è ben lungi dall'essere generalizzata
all'interno del movimento stesso, e la battaglia politica si presenta
al riguardo ancora lunga e complessa. Ma la condizione dei migranti
è ormai sempre più lucidamente considerata nelle valenze
paradigmatiche che essa assume rispetto ai terreni fondamentali
su cui l'iniziativa del "movimento dei movimenti" si colloca.
Si va affermando in altri termini, almeno tra coloro che lavorano
quotidianamente con i migranti, la consapevolezza del fatto che
la loro condizione ci parla di trasformazioni radicali, che hanno
investito in primo luogo la cittadinanza e il lavoro e la cui portata
è ben lungi dal riguardare i soli migranti.
Questo non significa, evidentemente, perdere di vista la specificità
della condizione dei migranti. Ma significa ragionare e intervenire
su questa stessa specificità in una prospettiva del tutto
diversa da quella meramente solidaristica, per non dire "assistenziale",
che ha contraddistinto negli anni scorsi molte esperienze e pratiche
sociali, pur spesso generosissime e di fondamentale importanza pratica.
Consideriamo alcune delle valenze della condizione dei migranti
che si sono definite paradigmatiche. Rispetto alla cittadinanza,
i migranti ci parlano certamente, in prima battuta, di una rottura
dell'universalismo e di una crisi del modello inclusivo e integrativo
di cittadinanza sociale che si era affermato in Occidente nel dopoguerra,
nel contesto della costruzione del Welfare State. Questo modello
di cittadinanza sociale non era un eden, tanto è vero che
è stato smontato e criticato, assai prima che dalle politiche
neo-liberiste, dalle lotte operaie e dai movimenti degli anni '60
e '70, che ne hanno posto in luce sotto una molteplicità
di punti di vista il portato di dominazione e di disciplinamento
sociale. Ma indubbiamente esso incorporava un'ipoteca materiale,
realmente democratica, sullo sviluppo politico e sociale, che si
era tradotta in specifiche conquiste e aveva trovato la propria
sanzione nel riconoscimento di una serie di diritti. Quell'ipoteca
è stata altrettanto materialmente aggredita dall'offensiva
capitalistica negli scorsi due decenni, e il riemergere della problematica
dell'esclusione, non limitata ai migranti, è un sintomo di
quanto in profondità essa abbia inciso nel ridisegnare il
profilo contemporaneo della cittadinanza. Lo spettro della "clandestinità",
la radicale negazione dello stesso "diritto ad avere diritti",
è certo esemplificato in modo drammatico dalla condizione
dei migranti, ma tende a insinuarsi all'interno dello stesso spazio
della cittadinanza, frantumato dalle politiche che hanno "agito"
la crisi dello Stato sociale.
Sotto questo profilo, le valenze "paradigmatiche" della
condizione dei migranti appaiono in prima battuta riferirsi a processi
"negativi" di destrutturazione della cittadinanza e di
stigmatizzazione. Ma questo non esaurisce il quadro: i migranti
ci parlano anche, ad esempio, di un atteggiamento di "sospensione
identitaria" e di un rapporto problematico con l'appartenenza
comunque definita che, opportunamente indagato, si pone in risonanza
con una serie di movimenti e di processi sociali che hanno il segno
"positivo" dell'ambivalenza. Si consideri ad esempio la
diffidenza con cui molti migranti, pur estremamente determinati
nel rivendicare specifici diritti di cittadinanza, guardano alla
prospettiva dell'"integrazione". Se è certo vero
che questa diffidenza si traduce spesso, nelle condizioni di dura
esclusione politica e sociale in cui i migranti sono condannati
a vivere nella "società di accoglienza", in un
ripiegamento "comunitario" che occorre contrastare politicamente,
è anche vero che essa ripropone intera la positiva problematicità
del rapporto tra dimensione individuale e dimensione collettiva
dell'esperienza che all'interno del "movimento dei movimenti"
si è espressa tra l'altro nella fortuna che ha conosciuto
il concetto di moltitudine. E si pone ad esempio, sia pure su un
piano molto astratto, in una linea di continuità con il rifiuto
di un modello specifico di "integrazione", quello della
famiglia patriarcale, che il movimento femminista ha indicato e
criticato come uno dei presupposti non esplicitati delle stesse
politiche sociali di welfare.
Analogo discorso è possibile fare a proposito del lavoro.
Da una parte il lavoro migrante viene caricandosi di valenze "paradigmatiche"
nella misura in cui espone in piena luce quella condizione di radicale
spoliazione di diritti che tende a coinvolgere, sia pure con una
progressione a geometria variabile, il lavoro sociale nel suo complesso.
Dall'altra parte, tuttavia, proprio la mobilità delle donne
e degli uomini migranti è espressione di una serie di movimenti
soggettivi di fuga dalle rigidità della divisione internazionale
del lavoro che costituisce il motore rimosso e negato delle trasformazioni
radicali che hanno investito il modo di produzione capitalistico
negli ultimi due decenni. E si pone anche in questo caso in una
linea di continuità con quel rifiuto operaio e proletario
dell'"ergastolo di fabbrica" che all'interno degli stessi
paesi "occidentali" ha posto materialmente in crisi il
regime di accumulazione che si usa definire fordista.
3.
Una lettura politica, all'interno di questo contesto, del disegno
di legge Bossi - Fini deve da una parte sottolinearne, anche in
considerazione delle timide aperture verso il movimento di una parte
della sinistra istituzionale, gli elementi di continuità
con la legge voluta dal governo di centro-sinistra (la cosiddetta
legge Turco - Napolitano), e più in generale con un modello
di governo dei flussi migratori definito a livello di Unione europea
nel quadro dell'accordo di Schengen. E' a quel modello e a quella
legge che risale lo scandalo dei campi di detenzione, su cui si
diffonde efficacemente in questo numero della rivista Simone Ragazzoni.
Al tempo stesso, tuttavia, occorre sottolineare gli elementi di
novità che contraddistinguono la filosofia d'insieme da cui
il disegno di legge Bossi - Fini trae ispirazione. La figura del
"contratto di soggiorno" in particolare, il legame strettissimo
prefigurato tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno, mostra
come l'iniziativa del governo di destra si rivolga contro i migranti
in generale, rinunciando tendenzialmente a distinguere tra "regolari"
e "clandestini". Ci spieghiamo: vincolato al potere di
disposizione personale dell'imprenditore privato con cui sigla il
contratto di lavoro, lo stesso migrante "regolare" viene
posto quotidianamente, ed esplicitamente, di fronte all'instabilità
della sua condizione, alla minaccia di ricadere nella clandestinità
e di essere quindi in ogni momento "espellibile". Si apre
qui, ponendo un problema di registrazione analitica e di impostazione
della battaglia politica, lo spazio di un'oggettiva convergenza
fra la condizione dei migranti delineata dal disegno di legge Bossi
- Fini e la complessiva ridefinizione dei rapporti di lavoro auspicata
dal Libro bianco di Maroni. Contemporaneamente, l'uso estensivo
che viene prefigurato nel disegno di legge dei centri di detenzione
(non solo per i migranti in attesa di espulsione ma anche per i
profughi in attesa dell'esame della domanda di asilo) e la previsione
dell'uso della marina militare contro i migranti accentuano gli
elementi di coazione e la tendenza alla penetrazione di strumenti
"eccezionali" nel "normale" governo dei flussi
migratori. Negli ultimi mesi, del resto, molte questure italiane
hanno anticipato, utilizzando e forzando gli strumenti giuridici
già predisposti dalla legge Turco - Napolitano, l'applicazione
della nuova legge: i rastrellamenti quotidiani, la raffica di espulsioni
e i rimpatri collettivi, proibiti dalla Convenzione di Ginevra e
tuttavia quotidianamente praticati, fanno capire chiaramente quali
siano le intenzioni del governo.
Occorre poi ricordare che il ciclo di lotte e di mobilitazione di
cui stiamo parlando si è dispiegato, a partire dall'11 settembre,
all'interno di una congiuntura bellica. Ferruccio Gambino ha ricordato
in molte occasioni come le migrazioni e la destabilizzazione di
intere popolazioni siano state una delle principali poste in gioco
nella "guerra permanente" inaugurata nel '90-'91 nel Golfo
persico. L'operazione enduring freedom, tuttavia, segnala un salto
di qualità, soprattutto sotto il profilo delle ricadute della
congiuntura bellica all'interno dei paesi occidentali. Anna Maria
Rivera ha parlato a questo proposito del nesso tra guerra ed "eterofobia",
che, muovendo dall'esigenza di affermare un'identità "occidentale"
rigorosamente bianca e pura, alimenta un modello segregazionista
di controllo, nella prospettiva di una "bonifica del paesaggio
sociale dalle scorie umane che lo contaminano". I migranti,
evidentemente, sono le vittime designate di questo modello di controllo
(come mostra in questo numero della rivista Alessandro De Giorgi
a prosito della Gran Bretagna), che ancora una volta, tuttavia,
non riguarda soltanto loro. Ma essi sono anche gli interlocutori
naturali di un movimento realmente efficace contro questa congiuntura
bellica, che sia capace di far valere la forza della propria diserzione
anche e soprattutto contro ogni lettura dell'"Occidente"
che ne obliteri i tratti ibridi e conflittuali, che espunga dalla
sua complessa costituzione materiale tutti gli aspetti eccedenti
rispetto alle logiche del dominio e del capitale.
4.
Del modello segregazionista di controllo a cui si è fatto
riferimento i centri di detenzione amministrativi per migranti in
attesa di espulsione (quelli che la legge Turco - Napolitano definisce
pudicamente Centri di permanenza temporanea) sono un'esemplificazione
tanto efficace quanto terribile. Il movimento deve essere in grado
di farsi carico di una battaglia contro la loro stessa esistenza,
nel più generale quadro, qualora non si riuscisse a bloccare
l'approvazione parlamentare del disegno di legge Bossi - Fini, dell'organizzazione
quotidiana della disobbedienza sociale alla legge. Trova qui le
ragioni della propria importanza l'azione del 25 gennaio a Bologna,
con cui è stato smontato il centro di detenzione di Via Mattei,
procrastinandone quantomeno l'apertura. Questa azione ha a nostro
giudizio carattere esemplare, non nel senso che si presti a essere
ripetuta in modo meccanico in altre situazioni, ma perché
indica la praticabilità e la necessità di concrete
iniziative di contrasto della proliferazione di questi luoghi di
segregazione.
Ma unitamente a un insieme di vertenze e di campagne sui terreni
della salute, dell'istruzione, della casa, occorre approfondire
l'analisi e i percorsi politico-organizzativi che siano in grado
di dare espressione a quella che può essere oggi definita,
sulla traccia delle considerazioni fatte in precedenza, la centralità
politica del lavoro migrante. La parola d'ordine di uno sciopero
del lavoro migrante, che punti ovviamente a coinvolgere settori
degli stessi lavoratori italiani, circola ormai da tempo in particolare
laddove più consistente è l'inserimento dei migranti
all'interno dell'industria. Non si tratta di una parola d'ordine
velleitaria, ma dell'indicazione di un terreno di sperimentazione
politica, dove l'istanza generale deve essere dialettizzata alla
costruzione di esperienze determinate e localizzate, capaci di promuovere
tra tessuto produttivo e riproduzione sociale momenti aggregativi
ed espansivi. Se nel nord est è possibile portare alcuni
temi "sociali", come ad esempio quello della casa, all'interno
del dibattito di fabbrica, come rivendicazione di parte operaia
sul costo sociale del lavoro, altrove può essere l'esportazione
della forma sciopero ad aree del non salario a definire le modalità
dell'aggregazione. Dall'esposizione dei teli senza merci dei piccoli
ambulanti alle manifestazioni comuni di chi fornisce e di chi si
avvale del lavoro di cura, c'è tutto un terreno di pratiche,
che, ripercorrendo le modalità della sussistenza e dei lavori,
possono essere materialmente inscritte sotto un segno operaio unificante,
determinando la possibilità e garantendo il retroterra di
una convergenza su una scadenza unitaria. In questo senso il tema
dello sciopero dei migranti presenta caratteristiche strutturalmente
diverse da quelle di altre esperienze e offre uno scenario di costruzione
dove l'idea dello sciopero deve correre su gambe più veloci
e più ampie di quelle dei processi organizzativi che il movimento
è in grado di organizzare in prima persona, contaminando
situazioni diverse, certo entrando con forza anche nelle dinamiche
del sindacato. Ma resta affare diverso dalla proclamazione di uno
sciopero "di base" o dall'imposizione dal basso di uno
sciopero confederale. Proprio perciò la sua collocazione
nell'agenda politica del movimento assume una rilevanza non eludibile.
Sandro Mezzadra - Mario Piccinini
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