LEGAL FORUM
Intervento dell'avvocato Passeggi
Alla data del 31 Agosto 2001 ci sono stati 253 arresti, 93 dei quali
riferiti all'episodio della notte tra il 21 e il 22 luglio, quindi
all'assalto alle scuole Diaz e Pertini.
Questo dato numerico si riferisce alle persone tratte in arresto nei
giorni 20 - 22 luglio. Nei giorni successivi sono stati operati altri
49 arresti (anche qui occorrerebbe disaggregare il dato tra arresti,
fermi di polizia, ecc.) di persone asseritamene ritenute far parte
del cosiddetto blocco nero, che si stavano allontanando, nei giorni
successivi al G8, dalla città di Genova.
Ciò porta ad un dato complessivo di 302 provvedimenti limitativi
della libertà personale.
Dei 253 arrestati nei giorni 20 - 22 luglio, 28 sono stati liberati
ancora prima della richiesta di convalida dell'arresto dalla Procura
della Repubblica, che ha peraltro poi richiesto successivamente la
convalida. Nell'immediato sono state richieste 225 convalide.
Non sono stati convalidati 76 arresti, ai quali si sono aggiunti successivamente
quelli dei 15 italiani che erano stati arrestati all'interno della
scuola, per i quali la convalida è avvenuta a piede libero
nei mesi successivi. Sono invece state operate 149 convalide di arresto;
100 persone sono state scarcerate all'esito dell'udienza di convalida,
non ritenendosi sussistere, da parte del Gip, esigenze cautelari giustificanti
l'adozione di provvedimenti limitativi della libertà personale
degli arrestati.
Sono state applicate 29 misure cautelari non custodiali, non detentive,
perciò di minore entità: obbligo di firma, obbligo di
non accedere al territorio del Comune e/o della Provincia di Genova
e similia.
Sono state invece applicate 20 ordinanze di custodia cautelare in
carcere.
Capitolo a parte è invece quello relativo ai provvedimenti
che sono stati adottati successivamente ai giorni 20,21,22 luglio.
Su questi il dato va disaggregato ulteriormente e soprattutto è
un dato ancora in movimento, visto che risulta ancora pendente la
vicenda relativa al Caravan, che si è dipanata attraverso un'ordinanza
del Tribunale del Riesame impugnata dalla Procura della Repubblica
presso il Tribunale di Genova, impugnazione accolta dalla Corte di
Cassazione, nuovo riesame e mi risulta ancora pendente il ricorso
contro la nuova ordinanza.
La reazione giudiziaria nei confronti della perquisizione operata
all'interno delle scuole Diaz - Pascoli è un episodio assolutamente
unico nella storia giudiziaria italiana. Qui il dato numerico ritengo
parli da sé: 93 arrestati, 81 arresti non convalidati; aggiungo
che i 12 arresti che sono stati convalidati provengono da un unico
giudice, che ha ritenuto di avere un atteggiamento in ordine al globale
degli arresti differente rispetto al resto dell'ufficio, e su 93 persone
arrestate, soltanto una misura cautelare applicata.
Credo si tratti di un caso più unico che raro nella storia
giudiziaria italiana, che dà conto di come la magistratura
giudicante, e segnatamente l'ufficio Gip presso il tribunale di Genova,
abbia avuto immediatamente la nozione e la proporzione di quello che
era successo quella notte alla Diaz e di come ci fosse qualcosa che
già a prima vista non andava. Venendo poi al dato concreto
attuale rispetto a questi arrestati, diciamo che quasi tutti i procedimenti
sono ancora nella fase delle indagini preliminari (e di quello che
sta succedendo rispetto agli arrestati della Diaz vi ha dato conto
l'avvocato Tartarini).
Per quello che riguarda i fatti di strada c'è un numero indefinito
di procedimenti pendenti e ce n'è anche qualcuno che è
già stato avviato a giudizio: si tratta di una decina di fatti
marginali verificatisi nel corso della giornata del venerdì
20 luglio 2001 in contesti assolutamente estranei a via Tolemaide,
piazza Alimonia, ecc. , per i quali vi è ancora un'indagine
in corso, che mi risulta ancora nei confronti di ignoti.
Le imputazioni nei confronti di soggetti indagati per i fatti sia
del venerdì che del sabato (gli arresti fatti in strada) sono
imputazioni di resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, lesioni
e il divieto di circolare travisati. Dicevo di una decina di procedimenti
che sono stati mandati a giudizio: di questi procedimenti ce n'è
uno solo in fase di celebrazione, gli altri sono stati tutti differiti
per vizi procedurali.
Alla data di oggi, 20 luglio 2002, nessun procedimento è pervenuto
a sentenza, neanche di primo grado.
segue breve riflessione sulle strategie di difesa, contro il maxi-processo
ma a favore della contestualizzazione delle imputazioni nel clima
dei fatti, anche attraverso istanze di riunione
Intervento dell'avvocato Marco Vano
Immediatamente dopo che i manifestanti arrestati venivano messi
in libertà, venivano nuovamente prelevati dalle forze di
polizia e riportati nelle questure di appartenenza e trattenuti
talvolta anche per una giornata intera, nuovamente in stato di detenzione
malgrado i giudici si fossero espressi in senso contrario. In questo
modo non si aveva la possibilità di interloquire con il proprio
legale, non si poteva parlare con dei medici, con dei giornalisti,
non si poteva talvolta parlare con le autorità diplomatiche
che magari erano intervenute sul posto e addirittura con i parenti
che erano arrivati per riportare a casa i propri figli.
Questo, tra l'altro, ha reso complicato stilare delle denunce, acquisire
prove testimoniali ecc.
E possiamo anche immaginare queste persone, che hanno vissuto l'udienza
di convalida come una sorta di ripristino della legalità,
ma soprattutto della logica, vedersi di nuovo portare nelle guardine
e lì stare senza spiegazioni per diverso tempo per poi essere
accompagnate coattivamente alla frontiera.
Le motivazioni alla base di questi provvedimenti erano tutte uguali:
"In quanto manifestante è stato sottoposto a fermo di
indiziato di delitto perché ritenuto facente parte di consistenti
gruppi di manifestanti che durante il vertice G8 si abbandonavano
ad atti di devastazione e saccheggio nel centro abitato generando
con il loro comportamento una grave minaccia all'ordine e alla sicurezza
pubblica".
La contraddittorietà rispetto alla pronuncia del giudice
che ha deciso per la non convalida, o comunque per la remissione
in libertà, è evidente, così come sono evidenti
le contraddizioni tra le normative poste alla base, soprattutto
per quanto riguarda i cittadini comunitari. E' abbastanza evidente
che un provvedimento di questo genere, con il trattato di Maastricht
e il trattato di Shengen in vigore è un po' difficile da
sostenere. E' evidente invece che queste persone sono state probabilmente
allontanate perché troppo spesso testimoni scomodi. Troppo
spesso sono apparsi come vittime di violenze piuttosto che pericolosi
delinquenti.
I numeri, per quel che riguarda le decisioni che sono già
intervenute, sono questi: i decreti di espulsione sono stati 160
(o 162); a noi sono pervenute circa 95 richieste di difesa, di cui
12 di cittadini non comunitari. Sono stati accolti tutti i nostri
ricorsi tranne 2, mentre dodici di questi, essendo stati presentati
in ritardo, non sono stati nemmeno discussi (dichiarati inammissibili).
Assemblea plenaria
Intervento del rappresentante di Un
ponte per
Siamo di fronte ad un problema di lunga durata: riprendere quel
cammino che porta a trasformare la guerra in un tabù, e io
credo che questo cammino debba procedere con le gambe dell'opposizione
alle cose concrete che oggi si manifestano, e le cose concrete sono
oggi la preparazione della terza guerra del Golfo. Una preparazione
che è cominciata ormai da tempo e che prosegue sul piano
diplomatico, con il boicottaggio delle trattative tra Iraq e ONU;
sul piano militare, ad esempio con la ristrutturazione della base
in Qatar; soprattutto sul piano mediatico, con la costruzione del
contesto giustificativo dell'attacco.
Ci lavorano già da 7 - 8 mesi. Noi non lavoriamo già
da 7 - 8 mesi in maniera sistematica a costruire l'opposizione alla
guerra. L'abbiamo detto, è sempre stato un intento, ma credo
che prevalga in noi un approccio che ci porta ad attendere la caduta
delle bombe per scendere in piazza.
Credo che si tratti quindi di individuare un percorso concreto e
obiettivi realistici da porsi nel corso dei prossimi mesi, quelli
che ci separano dall'attacco, previsto tra gennaio e la primavera
dell'anno prossimo.
Non dico qui quali sono le conseguenze per le popolazioni, per
il diritto internazionale, per la ridislocazione dei poteri a livello
mondiale, per il medioriente nel suo complesso, dell'ipotesi della
terza guerra del Golfo.
Non siamo impotenti di fronte alla guerra se ci poniamo degli obiettivi
concreti. Credo che l'obiettivo sia conquistare la grande maggioranza
della popolazione italiana con l'opposizione attiva nei confronti
della partecipazione italiana e della guerra.
Se questo è l'obiettivo - ed è un obiettivo realistico
- che ci poniamo per i prossimi mesi, saranno rilevanti i metodi,
le forme, il linguaggio che scegliamo. Noi non dobbiamo parlare
a chi è già contro la guerra. Noi dobbiamo portare
ad opporsi concretamente alla guerra, e nello specifico alla partecipazione
italiana, che non è ancora esclusa (l'Italia è l'unico
paese europeo che non ha preso una posizione formale nei confronti
della guerra del Golfo), la società civile e l'opinione pubblica;
portarla ad esprimersi attraverso gli enti locali, attraverso le
organizzazioni sindacali, attraverso le associazioni, nelle piazze.
Nell'assemblea del tavolo contro la guerra si dovrà discutere
nel dettaglio che cosa ognuno e tutti faremo contro in questa direzione.
Credo anche che saranno necessarie iniziative simboliche, emblematiche,
che coagulino però un percorso e un'iniziativa quotidiana
concreti e capillari.
Noi ne proponiamo due:
- una è la proposta che il 21 dicembre di quest'anno sia
la terza giornata nazionale di disobbedienza civile nei confronti
dell'embargo all'Iraq, attraverso la nostra presenza capillare in
tutte le piazze, di controinformazione contro la guerra e distribuzione
di beni illegalmente importati in Italia in violazione delle sanzioni
economiche, anche per avere un risultato concreto per la ristrutturazione
di scuole e centri di salute con il ricavo di questa iniziativa
- della seconda vi dico solo il titolo: a capodanno a Baghdad; a
Baghdad con la gente, con le donne e i bambini dell'Iraq, alla vigilia
dell'attacco per mostrare al mondo che non è astratta la
guerra, e credo che anche noi non dobbiamo considerarla astratta.
La guerra non è solo ciò che noi descriviamo nelle
nostre analisi. Dobbiamo, quando facciamo questa azione, pensare
e vedere la guerra come la concretezza della caduta delle bombe
sulle teste, sui corpi di uomini, donne, bambini, i cui visi dobbiamo
avere davanti.
Intervento di Anubi
(Disobbedienti)
siamo stati nei forum (tavoli tematici) di due giorni fa,
perché vedete, noi non ci siamo solamente quando parliamo
da questo palco e non ci siamo solamente come rappresentazione verticale.
C'è una diffusione della nostra presenza in questo movimento:
dentro le reti sociali, dentro quelle che vorremmo innervassero
davvero la possibilità che ha il Forum Sociale Europeo di
essere un nuovo spazio pubblico, una dimensione europea del conflitto,
offerta a tutte le articolazioni del conflitto sociale che in Europa
comincia ad emergere, perché non c'è solamente la
piazza italiana e non solo in Italia si sciopera e grazie a dio
noi ci dovremo confrontare, in ottobre, con un'iniziativa obbligata
della Confederazione Europea dei Sindacati, con tutte le contraddizioni
che a detto Piero Bernocchi prima.
Questo ci porterà al tema che compete a questo movimento
da diversi mesi e rispetto a cui questo movimento, nelle sue forme
dissimili, non si è ancora portato sul terreno adeguato,
che è quello della generalizzazione, che è la sola
dimensione rispetto a quel comparto del conflitto sociale in cui
il movimento può giocare veramente un ruolo che non sia predicatorio,
che non sia marginale, che non sia propagandistico, ma che rappresenti
effettivamente qualcosa; che non vada a contrattare o non vada a
rifiutarsi di contrattare sempre misurandosi in subalternità
col tavolo dell'audience di un nuovo tipo di mobilitazione sindacale,
ma con la consapevolezza di essere stati noi, nel corso di questi
anni, non solo in Italia ma in tutto il mondo, un fattore di ridislocazione
del conflitto sociale, di ridislocazione del senso del conflitto
sociale, se no siamo schizofrenici, se no mettiamo accanto in parallelo
elementi che invece stanno insieme e che offrono risposte semplici
ai nostri problemi. Quando si parla della guerra, non si parla di
un elemento separato, di un altro tavolo di discussione rispetto
a quello della mobilitazione sociale. Noi siamo stati in tanti il
10 novembre e a quel 10 novembre è riuscita a seguire la
manifestazione dei migranti del 19 gennaio, nel clima di guerra
di civiltà che era stato instaurato in questo paese, perché
abbiamo individuato il nodo centrale dell'innovazione di questa
guerra, dell'innovazione di ciò che è seguito all'11
settembre e che era già stato evocato nelle piazze e nelle
strade di Genova, in quella dimensione della repressione che abbiamo
subito, e cioè la guerra ordinatrice, con articolazioni militari
ma anche economiche e sociali, rispetto al cui codice il conflitto
sociale non può rendersi marginale, pena rendersi endemico,
pena diventare la rivolta di Los Angeles. Questa è anche
la risposta - più che la risposta l'invito - che a nostra
volta vorremmo rivolgere ad Alex Zanotelli. Non è vero che
la questione della violenza è una questione che non sta all'ordine
del giorno, la questione della violenza è una questione che
ci sta intorno, la questione della violenza è la questione
della guerra, che non è una guerra-unità, è
un processo che noi viviamo ormai da anni ed è la guerra
economica e sociale che attraversa le nostre metropoli; e se noi
non fossimo stati quel corpo di proposta radicale ma innovativa
che siamo stati il 20 luglio a Genova, noi avremmo avuto lo specchio
ripetuto della rivolta di Los Angeles come sola risposta al bisogno
di radicalità, come sola risposta al bisogno di secessione
da questo modello sociale e dal modello del dominio, tra le giovani
generazioni e non solo, nel nostro tessuto metropolitano. E questo
è un problema attuale, che non può essere risolto
con uno schieramento ideologico. Questo vorremmo dire ad Alex Zanotelli.
Noi siamo rispettosi verso Zanotelli e verso i lillipuziani, perché
secondo noi rappresentano un lavoro estremamente radicale sui contenuti
dell'opposizione a questo modello di globalizzazione. Questo ci
interessa perché questo è il senso profondo di questo
movimento. Vorremmo confrontarci seriamente su cosa significa portare
un processo di movimento in avanti, alla consapevolezza di un secondo
giro di lotte globali dentro la dimensione complessiva, globale
di guerra, globale non solo in senso geografico. Che cosa significa
in termini di recupero della radicalità, di dislocazione
dei nuovi linguaggi, di esercizio di bisogni attraverso pratiche
e attraverso la convergenza su obiettivi materiali. Questa secondo
noi è anche la risposta a questa discussione un po' balenga
sulla rappresentanza che c'è qua dentro, in cui di volta
in volta si scopre che c'è un portavoce e dobbiamo sentirci
richiamare giustamente da Haidi Giuliani a uscire dalla contraddizione
edipica, perché il problema non è, come dice Piero
(Bernocchi, Cobas), che nessuno ha chiesto il portavoce, il problema
è perché noi abbiamo questa reazione e se per caso
non c'è un meccanismo che non riguarda i singoli ma che riguarda
gli apparati, gli apparati linguistici, nostri, di noi tutti, dentro
la nostra reazione in questo movimento; se non c'è qualche
distanza tra le discussioni di quindici persone che prevedevano
che Genova sarebbe stato il rischio di un funerale, o rispetto a
questo portavano la propria esigenza soggettiva, ma nessuno prevedendo
che ci sarebbe stata l'espressione moltitudinaria che abbiamo visto
ieri; se non c'è una contraddizione tra questi codici e i
codici con cui vive il movimento quella moltitudine, che evidentemente
ieri non sfilava perché mobilitata, ma perché si attiva
e perché deve trovare nuove direzioni di relazione che non
siano schiacciate dentro questa contraddizione, e dentro questa
dicotomia del livello di rappresentanza. Noi non ci stiamo più;
voglio dire una cosa , ma a tutti, e so che su questo Piero converrà:
noi non abbiamo semplicemente il problema di sentire qualche volta
o ogni volta le dichiarazioni di qualcuno che parla a nome di tutti.
Noi non vogliamo vedere più quelle quindici persone chiuse
in una stanza senza la capacità di porsi in sintonia con
quella moltitudine. Questa è l'autoreferenzialità
che non abbiamo più intenzione di accettare, e pensiamo che
il Forum Europeo debba nascere su questa base conflittuale dentro
il movimento, in cui si possa praticare l'allargamento di rete nel
senso stretto del termine, allargamento di rete e non acquisizione
di adesioni; apertura di fatti divisi però politicamente,
dentro la dimensione dinamica del conflitto che coglie alcuni assi
su cui ricostruiamo le convergenze, senza più simulazioni
di patti di lavoro, senza più questa dis-? che ci porta a
scannarci peggio di prima in giornate come queste per poi entusiasmarci
e ognuno alzare la bandiera dei centocinquantamila, che non sono
noi.
Intervento del rappresentante della Fiom
Per me questi tre giorni che sono stata a Genova sono stati un'esperienza
molto importante che mi ha dato la possibilità, come a tutti
noi, forse, di fare alcune riflessioni: ne ho tre, brevi.
Prima cosa: io considero un grande risultato la manifestazione di
ieri, però considero un grandissimo risultato (a cui io non
credevo) l'essere riusciti a tenere in piedi discussioni, confronto,
piazze tematiche, e la partecipazione a una bellissima assemblea
del Legal Forum, ieri mattina. Ecco, credo che questo risultato
sia stato una cosa molto importante, e dimostra il fatto che, proprio
perché noi abbiamo un movimento molto composito, con molte
differenze, che si sviluppa sul livello globale, che si sviluppa
sul livello nazionale, questa iniziativa, per come l'ho vissuta,
per come l'ho capita, è stata fondamentalmente organizzata
dai vari gruppi e associazioni di Genova. Questo dimostra che è
possibile avere questa interazione e avere anche una volta un nodo
della rete che è in grado di organizzare una cosa che ci
ha coinvolto tutti. Questo io lo dico positivamente, perché
noi andiamo ancora avanti con questa contraddizione delle reti nazionali
e dei pezzi locali. Io credo che quando c'è un patto scritto
o non scritto tra contraenti che vogliono con forza, perché
sono convinti, organizzare qualcosa, mettere in campo il movimento
e non solo se stessi, questo riesce.
A questo si lega anche il fatto -rispetto alla manifestazione di
ieri, che penso che per tutti sia stata una cosa inaspettata (sono
d'accordo con Anubi, il movimento è qualcosa che va oltre,
e meno male che va oltre noi) - che noi riusciamo a mettere in campo
qualcosa, a essere insieme, quando all'origine c'è un fatto,
come c'era stato l'anno scorso per il movimento contro il G8, come
c'è stato in questa occasione. E questo serve anche per dire
a quelli soprattutto che sono ossessionati dalle cose che dice la
stampa - che sembra che noi esistiamo a seconda che la stampa dica
che esistiamo o non esistiamo, che siamo o non siamo in crisi -
credo che questo sia un problema molto spesso falso ed esagerato,
tanto è vero che oggi, chi ha letto un po' di stampa di varie
posizioni ha trovato che la stampa parla molto bene di quello che
è stato fatto e di quello che è avvenuto perché
siamo stati capaci tutti quanti di lavorare bene insieme e di fare
delle cose giuste e fatte bene. Naturalmente in una situazione molto
diversa da quella dello scorso anno.
Seconda questione, e mi aggancio alle cose che diceva Marco Vezzari,
su cui sono per molte cose d'accordo: questione autoreferenzialità.
Ma qui, per non spiacere a nessuno voglio parlare di qualche cosa
che riguarda anche me, vale a dire che riguarda l'area sindacale.
Ho partecipato al Forum sul Lavoro, Precarietà ecc. E voglio
dire questo - che non se ne abbiano a male gli altri compagni perché
lo dico a cominciare da me - io vorrei non più andare a dei
forum sul lavoro, sulla precarietà, per le lotte sociali,
in cui mi devo sentire una sfilza di rappresentanti di tutte le
sigle sindacali.
Cominciamo a fare dei forum in cui facciamo parlare anche, ma gli
diamo un peso un po' più forte, questi ragazzi e ragazze
che la precarietà la vivono, che hanno qualcosa da dirci,
che partecipano a questo movimento. Questo ci fa crescere, questo
ci fa crescere, e credo che se noi facciamo questo, e se in questo
modo realizziamo anche le vocazioni che avremo di fronte per far
crescere il Forum Sociale Europeo, noi saremo in grado di fare una
cosa grossa, quantitativamente e qualitativamente. Penso che noi
potremo, con questo Forum Sociale Europeo, affrontare la questione
della partecipazione dei sindacati, della confederazione europea.
Noi non dobbiamo avere delle paure ad ampliare; noi non dobbiamo
avere nessuna preoccupazione che questo movimento sia capace, per
le sue idee, per la sua forza, per la sua mobilitazione, di spostare
in avanti anche organizzazioni che certamente oggi non sono a questo
livello di analisi critica.
Questo movimento, io credo, è stato in grado di spostare
anche la GCIL, l'abbiamo visto. Per cui non stiamoci, in modo molto
autoreferenziale, a litigare ogni volta su chi ha cominciato prima:
se è stata la Fiom, se sono stati i Cobas, se è stato
il 23 di marzo, se è stato il 15 febbraio ecc.
Io credo che la data discriminante della nuova fase del conflitto
sociale, ivi compreso il cambiamento della CGIL (che poi viene dal
cambiamento della società e non viene solo dalla testa di
qualcuno) è stata Genova dell'anno scorso. Questa è
la data discriminante di questa fase di cambiamento, e come noi
abbiamo fatto questo, io credo che noi, come Forum Europeo dobbiamo
essere in grado di spostare anche, ed è più difficile,
il sindacato a livello europeo. Ed è più difficile,
ma non per le cose che diceva ?.
Io lo conosco come tutti quelli che frequentano un po' la ? a livello
europeo: siamo molto distanti, siamo molto distanti dai pur criticati
livelli che abbiamo in Italia. Allora io credo che se il Forum Sociale
Europeo sarà in grado di fare questo, con delle giornate
che parleranno contro il liberismo, contro la guerra, contro il
razzismo per costruire delle alternative e delle proposte su questo
terreno, analizzando criticamente, protestando e mobilitandoci,
io credo che noi saremo questa forza in grado di spostare anche
?. Non so se riusciremo a risolvere tanti problemi o a raggiungere
tanti risultati, ma credo che già questo, il protagonismo
del movimento dei movimenti, che sia capace di spostare organizzazioni
cristallizzate in molti casi, ingessate, burocratiche e ovviamente
anche subalterne vuoi alle istituzioni europee vuoi ad altre istituzioni
Qui in Italia si è rotto questo percorso sindacale, si è
rotto: c'è chi ha firmato il patto per l'Italia e chi non
l'ha firmato e sciopera. Credo che questa sia una forma, una luce
di buon tempo che non ci risolve i problemi, perché ne avremo,
come molti hanno già detto, in ottobre moltissimi, ma con
questa fiducia (io penso che possiamo averla), e cioè che
il Forum sia una grande cosa e per questo dobbiamo organizzarlo,
non d'accordo con chi dice che è stato fatto a tavolino e
nel chiuso, perché abbiamo fatto decine di assemblee e di
riunioni, e abbiamo visto crescere anche il movimento europeo perché
anche per il movimento europeo Genova dell'anno scorso è
stata una discriminante. Quindi io credo che se noi lavoriamo bene,
saremo in grado di fare del Forum Europeo un grande successo ma
soprattutto di far sì che quello sia di nuovo un motore di
cambiamento.
Intervento di Pietro (Rete no-global)
Il tema che noi oggi dovremo affrontare, visto che è un'assemblea
che non è stata convocata con un ordine del giorno preciso,
è che il vero punto che ci siamo trovati a trattare in queste
settimane era la crisi del movimento; crisi del movimento che non
era soltanto l'operazione un po' accusatoria da parte del centrosinistra,
ma che era sentita in qualche modo dallo stesso movimento, da parti
importanti del movimento, da componenti significative, che incidono
nella struttura della proposizione con cui questo movimento è
capace di imporsi all'attenzione generale.
E a proposito di questo una riflessione collettiva dovremo pure
provare a svilupparla.
Andando un po' così, per esempio, alla manifestazione della
FAO qualcuno aveva previsto mezzo milione di persone: poca roba,
invece. Qui a Genova si era detto: se siamo in ventimila è
un risultato eccezionale; siamo centomila e più. C'è
un problema di qualcuno, autoproclamatosi genitore del movimento,
di non essere capace né di interpretare né di intercettare
le movenze di questo movimento.
Questo è il punto cruciale che dobbiamo affrontare quando
decidiamo di noi stessi e del movimento:
del perché non ne azzecchiamo più; del perché
organizziamo la FAO pensando che deve essere l'invasione di Roma,
e non accade; del perché organizziamo Genova con poche cose,
e poi ci traviamo autostrade e treni invasi da persone che, nonostante
noi sono venuti a invadere questa città.
E' arrivato
il movimento ha vissuto
una fase galattica; c'è stato l'11 settembre; chi immaginava
che poteva andare per un anno come il 10 novembre o come il 20 e
21 luglio dell'anno scorso qui a Genova era pazzo perché
. mezzo milione di persone una volta a settimana
nelle strade, ma che forse la crisi reale di questo movimento è
di quelle grandi soggettività (organizzazioni) che non sono
state più capaci di intercettare i pensieri, le idee, le
aspirazioni, i sogni, i bisogni e tutto il resto di quello che esprime
nei fatti. E detto questo, è naturale, ci sono molti altri
discorsi che sono stati fatti: lo scegliersi un segretario a vita,
in qualche modo secondo il modello bolscevico di qualche anno fa;
un soggetto da impallinare alla prima occasione
Dovremmo sviluppare un ragionamento su noi stessi, ma in modo da
essere fuori da noi stessi, andare oltre noi stessi. E detto questo,
c'è tutta la questione di come affrontiamo il vero nodo del
conflitto del prossimo anno, che non può essere evidentemente
vissuto nell'imbarazzo che crea l'ombra di Cofferati, né
però semplicemente evocando tutto questo (il conflitto),
annunciandolo a più riprese ma senza provare a mettere in
campo gli elementi ideali anche di battaglia politica che possono
permettere di fare un salto di qualità collettivo.
Noi abbiamo in queste settimane provato a parlare, invocare, a predicare
(prefigurare?) lo scenario di un sciopero generalizzato; abbiamo
evidentemente una grossa occasione a novembre con il Forum Europeo
per mettere in qualche modo le cose in atto. Stranamente nell'ultima
grande assemblea di movimento che ci separa
non se n'è
parlato. Cioè qui non si parla del più grande appuntamento
generale che il movimento sta andando a costruire da qualche mese
a livello europeo e parliamo invece di tanti altri argomenti. Ripeto,
il nostro problema è che non siamo in grado di cogliere prima,
all'ordine del giorno, qualcosa di specifico ma ci troviamo così
ad arrovellarci intorno a discussioni che però
io chiedo
a tutti, ma qualcuno di voi prevede come si esce da questa assemblea?
con quali decisioni? con quali indicazioni generali? Sia che siano
social forum, che siano reti territoriali, che siano altra cose,
qualcuno di voi torna a casa con un'indicazione collettiva o con
un valore da provare a mettere a regime dalle nostre parti? Ognuno
tornerà a casa esattamente come è venuto trovandosi
a continuare le idee forti, ma deboli, per produrre sedimentazione,
lavoro, nuova iniziativa politica.
Dobbiamo provare a ragionare su come possiamo noi, dal nostro punto
di vista, costruire le tappe dello sciopero generale e generalizzato
(cambio
nastro)
la velleità di mettere in discussione
noi stessi, per provare a porre questi elementi, per avere un ordine
del giorno, quando ci vediamo, per capire intorno a quali temi andiamo
a discutere, e per mettere a punto queste palle a rete che forse
sono esse il vero elemento di crisi di questo movimento e di morte
di questo movimento.
Intervento di Alfio Nicotra (Rifondazione
Comunista)
Io credo che da queste straordinarie tre giornate dobbiamo imparare
alcune cose; che (queste giornate) parlino a noi di alcune cose
molto importanti: intanto, per la prima volta - non era successo
a Genova lo scorso anno, non era successo per il 10 novembre, non
era successo per la manifestazione dei migranti, per il 23 marzo
- le reti nazionali non hanno messo una lira per organizzare alcunché:
né un treno, né un pullman, ma c'è stato un
movimento sotterraneo, molto schierato, radicato sul territorio,
che ha imposto anche alle reti nazionali questa mobilitazione. Vorrei
dire che con ieri il movimento si è guadagnato il passaporto
ad esistere anche senza gruppo dirigente. Questo è un fatto
di autonomia straordinario, perché se andiamo a pensare alle
perplessità, alle resistenze, alle sottovalutazioni che tutti
noi abbiamo avuto nel preparare le giornate di Genova, noi vediamo
che evidentemente vi è un non-sintonia con ciò che
nel paese questo movimento ha radicato. Ed è giusto questo
sparare sul quartier generale, sacrosanto, fondamentale; abbiamo
bisogno di scrollarci di dosso queste incrostazioni, questo essere
prigionieri di scadenze e di vestiti mediatici ed è straordinario
quello che è avvenuto ieri: un popolo coloratissimo, tanti
e tante; è una risposta straordinaria. Questo movimento non
lo uccidiamo neanche noi, neanche se facciamo tanti danni in questa
assemblea - che in verità non stiamo facendo - per cui possiamo
a questo punto mettere il passaporto di esistenza in cassaforte,
possiamo anche lavorare più tranquillamente.
E' sempre importante sparare sul quartier generale, purché
i colpi non partano dalle stesse finestre del quartier generale,
e padre Zanotelli, che è una persona che ammiro tantissimo,
e per noi è un punto di riferimento non solo per la rete
Lilliput ma per il movimento nel suo insieme, credo che sbagli quando
su Nigrizia del prossimo mese, in risposta a una lettera di un carabiniere,
dice che la stragrande maggioranza del Genoa Social Forum ha avuto
l'anno scorso atteggiamenti pacifici, quasi a presumere il fatto
- forse l'hanno informato male, ci sono dei pessimi consiglieri
- che una parte del GSF ha agito in modo da violare quel patto di
non recare danno a cose e persone. Io credo che sia un errore questo;
in particolare mi sembra di ravvisare che non è stato compreso
da questa parte, e invece è fondamentale, il fatto che la
disobbedienza civile e sociale è la figlia più nobile
della non-violenza. Non capire questo significa non capire che la
non-violenza non è negazione del conflitto ma è gestione
altra e più alta del conflitto, è un modo di agire
rivoluzionario, per questo credo che sia sacrosanto non soltanto
il dialogo tra rete Lilliput e disobbedienti, ma con l'insieme del
movimento. Ieri c'erano tantissimi lillipuziani, con le loro magliette,
perché gli ordini di scuderia non funzionano per nessuno.
Per nessuno. Questo è un movimento che travolge gli ordini
di scuderia, e questo è un dato estremamente positivo.
Voglio però spezzare una lancia anche per i tanti e le tante
che in questi mesi si sono esposti, perché la nostra vita
è cambiata da Genova, specialmente per alcuni di noi, per
alcuni in particolare. E' cambiata perché alcuni hanno perso
il posto di lavoro per essersi esposti nel movimento.
Altri hanno continuato a lavorare facendo un lavoro estremamente
burocratico, sì, perché questo è il termine:
la preparazione del Forum Sociale Europeo fino ad oggi è
stato un lavoro burocratico noiosissimo; ma se qualcuno non lo faceva,
noi non avremmo messo in moto questa macchina. Adesso si tratta,
per noi tutti, di appropriarci di questa possibilità, farlo
diventare non un appuntamento di seminari e convegni ma un grande
appuntamento di lotta. A Firenze andiamo per un grande appuntamento
di lotta, dove il conflitto è al centro e dove mettiamo in
rete i movimenti che resistono al neoliberismo e che propongono
alternative; un'alternativa d'Europa.
Questo è l'elemento fondamentale, ma voglio dire che è
capitato anche di andare a un ristorante in un ghetto, in una città
come Roma ed essere aggrediti (evidentemente si riferisce ad alcune
figure di spicco del movimento). Ho sentito questa cosa del parricidio
(anche qui si riferisce ai portavoce del movimento e alla volontà
di scrollarsi di dosso le paternità non volute); è
giusto capire e segnalare i limiti di tutti, ma non possiamo non
dare un abbraccio e un appoggio e una solidarietà totale
a chi si è esposto e ha subito quel tipo di violenza e quel
tipo di considerazione, perché altrimenti (e non parliamo
di cos'è sbatterci, andando in su e in giù per l'Italia
cercando di dare voce e di relazionarsi con gli altri) significa
non capire che c'è anche quest'altro lavoro che magari spesso
non è evidente ma è fondamentale.
Dico una cosa sui democratici di sinistra: l'autocritica di Violante,
il portare i fiori, il chinarsi là dove è stato ucciso
Carlo
c'è qualcosa che non mi convince. Non perché
non voglia allargare il movimento, tutt'altro. Io sono il primo
ad essere felice e contento se tutta la sinistra si schiera dalla
parte del movimento. Ma c'è una cosa che dev'essere fatta
subito, da parte dei compagni e delle compage che vogliono relazionarsi
col movimento: dire da subito che per la prossima guerra, quella
che Bush sta preparando, non ci saranno se o ma; non ci saranno
guerre umanitarie; dire che con l'Afghanistan hanno sbagliato, che
quella guerra sta portando il Pakistan e l'India sull'orlo del baratro
nucleare, perché è il disordine globale che la guerra
vuol dire per permettere di mantenere lo status quo
(applausi)
E le grandi questioni del lavoro che sono state evocate in maniera
giusta e corretta.
Il lavoro è attaccato su tre fronti: sulla questione dei
diritti, per renderci per sempre precari, da qui all'eternità;
sulla questione della razza e dell'etnia, per cui vi sono nuovi
lavoratori schiavi, attraverso la legge Bossi-Fini che è
una legge sul lavoro; sulla questione della militarizzazione del
lavoro. Di questo abbiamo discusso poco, ma c'è un infame
accordo della Confindustria con il Ministero della Difesa che prevede
che i nuovi assunti debbano essere i militari a lunga ferma, i professionisti
della guerra che si congedano senza demerito. Vogliono ridurre anche
il posto di lavoro ad una caserma. Questa cosa non l'abbiamo ancora
gridata. Stiamo passando dalla coscrizione obbligatoria alla coscrizione
indotta: per andare a lavorare in fabbrica occorrerà aver
fatto il mercenario. Noi dobbiamo dire no e aprire una campagna
anche su questo, perché la guerra economica, sociale all'umanità
oggi ha bisogno di tutti noi.
Intervento di Vittorio Agnoletto
Oggi parlerò di noi, perché credo che sia giusto parlare
di noi, che vuol dire poi anche parlare dell'esterno, di come ci
muoviamo.
La prima questione è che dobbiamo ringraziare moltissimo
il Genoa Social Forum per il lavoro che ha fatto, per la caparbietà,
e per come ha costruito tre giorni, non solo per come ha costruito
la manifestazione di ieri. E devo dire che siamo tutti quanti stati
capaci di fare un'operazione difficilissima, sfuggendo alle trappole
che ci erano state poste, e cioè di fare memoria in senso
alto, che vuol dire essere in grado di costruire storia, cosa difficile
oggi, quando abbiamo il presidente della RAI che dice che la storia
la scrive lui attraverso i meccanismi mediatici, ma abbiamo avuto
anche la capacità di riproporre la centralità dei
nostri contenuti. Non era semplice qualcosa che rischiava di vederci
richiusi su noi stessi relativamente a una ricorrenza. Non abbiamo
fatto una ricorrenza; abbiamo fatto tre giornate di lotta e di elaborazione.
Seconda questione. In questa elaborazione, dal mio punto di vista,
ci sta anche dentro ciò che il movimento in questi mesi,
in questo anno, ha svolto sul tema della violenza e della non-violenza.
Io credo che sia chiaro a tutti che il Genoa Social Forum di un
anno fa non ha praticato nessun tipo di violenza e l'ha solo subita
in tutte le sue diverse parti. Voglio dire poi che io, quando parlo
di non-violenza e parlo di pacifismo parlo di conflitto, di conflitto
sociale, nella consapevolezza che l'obbedienza da anni non è
più una virtù, e questo è importante. Guai
confondere una pratica non-violenta - sto parlando del mondo occidentale
- con l'accettazione della situazione attuale, col chinare la testa.
Sono due cose completamente diverse.
Io credo, tornando a noi, che la gran massa della gente che c'era
ieri erano persone che non aderiscono alle singole organizzazioni
e che, come qualcuno ha già detto, sono venute anche e nonostante
il dissenso dei dirigenti della loro organizzazione. E non è
la prima volta che capita. Quando in occasione della Perugina-Assisi
qualcuno volle produrre un'iniziativa separata, si contarono sulle
dita di una mano, perché comunque la gente venne all'iniziativa
d'insieme. Intendo dire - posso sbagliare - che nel movimento mi
pare che ci sia una forte spinta comunque a stare insieme pur sapendo
che ci sono anche enormi diversità, perché c'è
tanta gente, che non è più o meno brava di altri che
hanno tessere in tasca, che ha come appartenenza il movimento in
toto, e non questa o quella parte, e noi questo dobbiamo capirlo.
E allora io voglio mettere insieme le piazze (tematiche?) delle
discussioni che stiamo facendo, e io dico che stiamo pagando enormemente
l'assenza di un livello minimo, leggerissimo, ma necessario di organizzazione.
La situazione così non è più reggibile; non
è più reggibile perché altrimenti quando si
devono prendere delle decisioni nazionali, di orientamento, è
evidente che chi pesa sono solo le reti nazionali, salvo piccole
eccezioni, perché hanno i soldi, perché hanno le risorse,
perché hanno i funzionari. Le reti nazionali sono patrimonio
e risorsa di questo movimento, ma allora il problema è: quale
ruolo ai social forum locali? Quale ruolo ai singoli? Questa è
una contraddizione che io credo debba interessare anche le reti
nazionali, perché è interesse loro che tutti partecipino
alla costruzione di un percorso democratico. E allora non ci vogliono
le stanze dei quindici che si riuniscono, sicuramente non ci vuole
uno che parli per tutti, ma ci vuole un ambito dove una rappresentanza
della complessità del movimento in qualche modo discute.
Altrimenti si critica, si critica e poi dopo rimangono le cariche,
però non c'è altra possibilità, che sono risorse
importanti perché questo movimento, a differenza degli anni
'70 non ha distrutto le organizzazioni che l'hanno prodotto, e va
bene, perché sono competenze, ma non facciamo finta di non
sapere che c'è anche questo problema.
E ancora, i giornali quando parlano possono interessarci o meno,
però li dobbiamo leggere per capire le operazioni politiche
che fanno. Quando oggi dicono di questo movimento che non ha leadership,
non ha vita collettiva, ma cosa credete, che lo stiano dicendo così,
perché non sanno cosa scrivere? Stanno facendo un'operazione
politica. Leggete l'editoriale del Secolo XIX di oggi o l'articolo
di Curzio Maltese su Repubblica: sono bravi ragazzi con grandi entusiasmi;
manca una direzione, un indirizzo; la direzione gliela diamo noi.
E allora c'è chi ci propone Fassino, chi ci propone Cofferati,
ecc.
Non sono la stessa cosa? Abbiamo opinioni che si possono discutere?
Allora andiamo alla presentazione dei movimenti insieme, è
importante.
E voglio dire brevemente anche qualcosa che riguarda me: perché
non è un caso che nella presentazione sono stato l'unico
che è stato presentato senza una sigla. E' stato deciso un
anno fa che allora facevo il portavoce; credo che in questo c'entrasse
anche l'attività particolare: non rappresento una grossa
organizzazione, mi occupo di Aids, molti di voi sono venuti in contatto
(con me) su questo argomento di formazione, ecc. Quando poi è
stato cancellato il consiglio del Genoa Social Forum, e forse non
si poteva fare altro, è rimasto il vuoto. Ed è rimasto
il vuoto anche in questioni stupide, banali, ma concrete come gli
incarichi funzionali. Perché gli avvocati quando discutono
e hanno il problema della strategia e chiedono un riferimento politico,
a chi telefonano? Con chi fanno un incontro? Perché quando
le direzioni dei giornali con cui esce la cassetta chiedono un riferimento
per discutere le cose concrete: dove si apre un conto, come si fa
un CD; o quando si prepara un CD come quello che abbiamo lanciato
ieri, musicale, chi lo segue?
- E' una roba tecnica. - Non è una roba così semplice
e tecnica perché gli interlocutori ti chiedono delle garanzie.
Non economiche, politiche, di rappresentare tutto l'insieme.
Se non c'è un minimo di livello (organizzativo) quando altre
realtà esterne al movimento chiedono l'intervento, succede
che non chiedono a questo perché rappresenta una sigla, non
chiedono all'altro perché ne rappresenta un'altra, e allora
diventa un imbuto. E chi fa da imbuto può sbagliare, e può
sbagliare anche più di una volta. E allora evitiamo di fare
l'imbuto e assumiamoci collettivamente questa responsabilità,
perché si può criticare il problema del rapporto con
i media, però l'altro giorno ho ricevuto dieci telefonate
perché dopo aver fatto un dibattito a Pisa corressi a Roma
perché c'era la presentazione del film di Attac ed era necessario
esserci perché era una questione di immagine, e poi subito
dopo tornare con sei ore di treno a Genova (Pisa - Genova invece
distano due ore). Non importa, questa è scelta mia di vita.
Ma il problema ce l'ho con la mia associazione, che non ci sono
mai, e questi sono ancora cavoli miei, ma c'è un problema
di rappresentanza complessiva del movimento. Perché se no
non si capisce perché io ho fatto incazzare molti di voi
dicendo che non posso venire a fare i dibattiti perché ho
tutte le sere piene. Allora vediamo di capire come riusciamo a costruire
un percorso.
E ancora, io non ho nessun dubbio che questo movimento è
plurale; a qualche amico che continua a criticare dicendo che voglio
un esercito rispondo che ho scritto decine e decine di articoli
dicendo che è un movimento plurale e che le differenze sono
la nostra risorsa. Però, vi chiedo, è vero o non è
vero che siamo forti anche se, senza cancellare le differenze, troviamo
un modo di agire insieme? E' vero che siamo forti perché
ieri abbiamo prodotto quello che abbiamo prodotto e non dieci piccoli
cortei, ognuno per conto proprio, o quattromila dibattiti separati?
Vogliamo trovare un modo di valorizzare questa unità? Non
è semplice. Io non farò più la colla fra diverse
parti. Abbiamo passato anche momenti drammatici, perché prima
del 23 marzo, quando è uscita una lettera da Roma - non discuto
sulla legittimità di una cosa o dell'altra - con la Fiom
siamo stati in crisi pesante per una lettera che criticava la Cgil;
la Fiom, parte integrante del movimento. Allora riunioni e discussioni
per tenere insieme. Perché ogni volta che c'è un'iniziativa
nazionale collocata in una città c'è un problema di
pressione tra reti nazionali, forum locali, e non abbiamo delle
regole codificate; e qualcuno deve andare a fare il bonzo o il pompiere.
Non lo faccio più. E allora però discutiamo come approfondiamo
questa cosa. Perché se quando si dicono due parole di conclusione
ai giornali su come è andata ieri qualcuno si alza e dice
"a differenza del 23, dove noi non c'eravamo" mi tocca
intervenire e dire "un momento giornalisti, sta parlando per
la sua organizzazione. L'insieme del movimento nell'assemblea del
2 marzo ha deciso di esserci il 23". Qualcuno deve farlo questo
ruolo, questo intervento. Questa è politica, è capacità
di organizzazione. E credo che su questa cosa, facendoci anche magari
un po' meno male, dobbiamo discutere. Freghiamocene pure di quello
che scrivono su di noi, però discutiamo.
E chiudo con due passaggi velocissimi sull'esterno. La mia convinzione
è, sull'autunno, che noi dobbiamo incrociare il percorso
verso il Forum Sociale Europeo che dia insieme contenuti ed azione;
che resti un momento alto di elaborazione ma che non può
far sì che stiamo chiusi per due mesi a discutere del Forum
Sociale Europeo. E allora abbiamo delle campagne ma dobbiamo imparare
a organizzarle come campagne, dividendoci in gruppi di responsabilità
collettivi: chi segue quello dei migranti, chi segue l'organizzazione
complessiva della campagna contro la guerra. Se no poi abbiamo tre
o quattro appuntamenti che si sovrappongono. E' successo anche questo
nel movimento. Quindi la capacità di fare campagne. La Tobin
tax l'abbiamo archiviata o comincia la battaglia per chiedere che
il parlamento di questo discuta?
Un'ultima battuta relativamente alla questione degli interlocutori
politici. Fassino ci dice, rispondendo al movimento che gli aveva
chiesto di fare autocritica rispetto all'anno scorso: "Nessuno
ha il diritto di recriminare e di discutere il passato". No,
un momento; noi abbiamo il diritto di chiedervi di fare autocritica
non soltanto sul fatto che l'anno scorso non c'eravate, ma sul fatto
simbolico, fortissimo e concreto, che avete deciso di non esserci
dopo la morte di Carlo
.(applausi che coprono qualche parola)
è una vergogna
E finisco con una battuta che è stata nel cassetto finora,
e mi preoccupa, mi preoccupa. E allora io propongo a tutti, perché
ho appena detto che dobbiamo costruire qualcosa che leghi le diverse
presenze territoriali del nostro movimento
(periodo sospeso)
ma
sapete che solo mercoledì - ho contato gli annunci - c'erano
almeno 58 presentazioni di libri diretti ai militanti del movimento?
Benissimo, allora io dico: c'è un'altra campagna da fare;
guardate, facciamola prima che ci cada in testa e andiamo a porla
al sistema politico. Io chiedo che ci sia una grossa campagna contro
il presidenzialismo che va a finire con Berlusconi presidente della
Repubblica
(applausi che coprono qualche parola).
Intervento di Luca Casarini
Vorrei tentare di dare un piccolo contributo a una discussione
molto grande che credo sia il segno che qui abbiamo tutti un scopo
che è quello di capire cosa sta succedendo e come proseguire.
Dopo una manifestazione come quella di ieri credo che sia assolutamente
ovvio, almeno per me lo è e credo per tutti quelli che sono
intervenuti, che dobbiamo ragionare con elementi nuovi in mano.
Sono elementi non necessariamente tutti positivi e progressivi.
E' una felicità riuscire a chiudere, almeno per un po', questi
due anni straordinari e tragici allo stesso tempo dopo una cosa
come quella di ieri; è straordinario vedere che in realtà,
quando parli di moltitudine, la moltitudine esiste e non è
solo un esercizio teorico di qualche intellettuale contro qualche
altro intellettuale che parla di masse. La moltitudine ieri l'abbiamo
vista tutti, è una cosa diversa, è una cosa che non
si può organizzare o dirigere, è una cosa che c'è,
in cui si può stare dentro, con cui si può costruire
certamente uno spazio pubblico che riesca ad attrarre l'interesse
di questa moltitudine, ma non si può - credo che questo almeno
a me sia rimasto dopo la manifestazione di ieri e l'ho sentito con
linguaggi diversi in tantissimi interventi - non si può pensare
che questo sia solo un passaggio legato alle emozioni di Genova.
Certo, le emozioni sono per questo movimento dei movimenti, secondo
me, molto ma molto più importanti delle mozioni, e questo
l'abbiamo visto tutti ieri ed è una felicità scoprirlo
perché credo che ci porti tutti verso una maniera più
civile di intendere quello che facciamo.
C'è però un altro problema; io credo che non possiamo
ridurci all'autoesaltazione collettiva riproponendo esattamente
tutto ciò che facevamo prima, cioè quando va bene
va tutto bene, quando va male allora tutti ci autoflagelliamo. O
ci facciamo attraversare da questi fatti nuovi e cerchiamo di interpretarli,
naturalmente con molti limiti perché nessuno ha la verità
in tasca su come si fa, oppure lasciamo perdere. Per esempio c'è
un punto che mi interessa riportare all'attenzione: ci sono moltitudini
in cammino dentro il pianeta, e ci sono anche qui; la crisi non
è del movimento o delle organizzazioni o del modo di concepire
lo spazio pubblico, che questo certamente è un problema,
ma c'è anche un'altra crisi, molto più grande: come
facciamo a sostenere lo scontro con il potere, di cui tutti parliamo
in termini omogenei sul fatto che è finita l'epoca delle
mediazioni? Non è roba da niente. Credo che il problema se
lo stiano ponendo in Colombia, in Argentina, in Europa, in Palestina.
Credo che se lo stiano ponendo tutti questo problema. Questa è
la grande crisi, e credo che sia una crisi non congiunturale, perché
se parliamo di guerra totale permanente, di fine delle migrazioni
- noi l'abbiamo visto a Genova l'inizio di questo tipo di processo,
l'abbiamo vissuto a Genova - non possiamo pensare che tutto si risolva
sul numero, o sulla felicità e la condivisione, l'unanimità
dei processi di decisione. C'è anche un problema oggettivo;
come ci scontriamo con questo? Perché ci sarà il problema
dello scontro. Se pensiamo che a Seattle sia stato un incidente
il fatto che è partito un ciclo di movimento - il primo ciclo
di lotte globali con un meccanismo che è stato un meccanismo
costituente dal basso, che è stato un meccanismo di conflitto,
conflitto e consenso, cioè si andava a bloccare un G8, non
si faceva più il controvertice e basta - quello che ha innescato
questo processo è la natazione (?), che continua. Siamo andati
in crisi anche l'11 di settembre, come a Genova; perché?
Perché questo tipo di livello di scontro io credo che sia
un livello a cui nessuno di noi è preparato, nessuno di noi
sa come affrontarlo, e soprattutto nessuno di noi sa bene dove va
a finire. E questa è una cosa che bisogna tenere aperta nella
discussione politica e culturale nostra, perché è
una grande risorsa poter discutere di questo; cioè quando
diciamo: dobbiamo battere il liberismo, dobbiamo anche cercare di
capire che non è uno slogan che lo batterà, e non
è nemmeno l'insieme di tutte le nostre pratiche, che compongono
la nostra unità. Su questo c'è un problema: Vittorio
prima è intervenuto giustamente sulla questione violenza
- nonviolenza; io ritengo che su questo dibattito siamo più
avanti delle lettere di Zanotelli; non voglio far polemica, ma mi
sembra pazzesco da un lato dire che c'è una dimensione che
costringe alla morte milioni di persone tutti gli anni e che siamo
di fronte a dei criminali e a degli assassini e poi aspettarsi che
invece tutto il mondo sia pacifico e che loro ti facciano fare un
altro mondo possibile, costruendolo così. Insomma, non riusciamo
ad intervenire nella realtà. Ma dico, ma anche su questa
questione io credo che dobbiamo reintrodurre la discussione tra
di noi, non tanto o semplicemente sulla questione culturale e politica
delle definizioni ma per esempio, noi, di fronte alle iniziative
fatte in Australia per la liberazione dei migranti che sono dentro
i centri di detenzione permanente, che significano costruire un
meccanismo di condivisione su una pratica di azione diretta, noi,
come ci poniamo? Io ritengo che sia una pratica altamente civile,
perché va a liberare dei corpi e delle anime, delle persone
che sono messe dentro delle gabbie in un meccanismo che noi definiamo
"lager". Per esempio noi dovremmo cercare, insieme, con
le nostre differenze, di capire come valutare anche questi livelli
(di azione ). Non possiamo pensare che questi livelli siano solo
degli incidenti che derivano dalla violenza dell'altro. La violenza
dell'altro c'è già; la Bossi-Fini è passata
e quando si parla di disobbedienza alla Bossi-Fini io credo che
uno sforzo dovremmo farlo tutti nell'articolare delle proposte su
come disobbedire alla Bossi-Fini. Dentro a questo c'è sicuramente
l'aspetto culturale, l'aspetto della dinamica reticolare di costruzione
di comunità etiche differenti, tutto quello che vogliamo,
ma io credo molto semplicemente - e porto questo come contributo
- anche il fatto che in questo paese riprenda una pratica di conflitto
che sia poco controllabile dal potere e che sia efficace: che i
centri di detenzione permanente facciano fatica a costruirli, per
esempio.
Abbiamo scoperto, tanto per intervenire sul dibattito con i DS,
abbiamo scoperto che questi signori, per esempio nell'Emilia e Romagna,
non solo approvano la legge sui centri di detenzione permanente,
no, li costruiscono pure, perché li costruisce la Lega delle
Cooperative
(alcune parole coperte dagli applausi)
vediamo
di non essere ipocriti anche tra di noi, nel senso che mi fa piacere
che Violante debba ammettere che ha sbagliato, dopo di che mi viene
un brivido lungo la schiena perché se Violante dice questo:
- uno, la situazione dentro le caserme italiane, della polizia,
dei carabinieri, degli apparati è veramente preoccupante,
è veramente preoccupante se lo dice lui perché certamente
è un esperto di apparati, è un esperto di trame, è
un esperto di come si fa a mandare in galera le persone
(alcune
parole coperte dagli applausi)
- due, benissimo l'autocritica, ma adesso andiamo a vedere le carte,
andiamo a vedere che cosa fate sulla guerra. E' poco importante
quello che dite su di noi, voi che state lì, voi che avete
scritto quella relazione sulla commissione d'indagine, che è
una relazione infame su quello che è successo a Genova, come
dire "ragazzi, facciamo tutti un grande girotondo, però
una parte la mettiamo in galera". Ecco, questa logica qui noi
la dobbiamo battere, ma proprio col sorriso sulle labbra, perché
è la logica dei morti, è la logica delle mummie. Questi
l'hanno già fatto questo scherzetto, in questo paese, e (questa
logica) dappertutto dobbiamo batterla semplicemente, con molta franchezza,
senza imbrogliare nessuno; siamo fatti così, diciamo le cose
come stanno.
A proposito del forum sociale europeo, dei disobbedienti, non disobbedienti,
eccetera, io credo che il forum sociale europeo va costruito insieme,
su questo non c'è dubbio, e per costruirlo ci vuole il manifesto,
delle "dinamiche di critica", con tutto il rispetto per
quei compagni e quelle compagne che si stanno facendo un culo così
nelle riunioni burocratiche, eccetera. Una cosa io credo che sia
importante per metterci d'accordo: se pensiamo di andare a Firenze
per fare grandi convegni con Martini, che è il presidente
della regione, che ci mette i miliardi, sul fatto che c'è
il glocale, che c'è il meccanismo del municipalismo e del
bilancio partecipativo e che quindi siamo tutti insieme contro il
neoliberismo e non pensiamo per esempio di occuparci del problema
delle case, del problema del reddito sociale
occuparcene
vuol dire che finché siamo a Firenze dobbiamo produrre azioni
di conflitto lì, che mettano in contraddizione, che aprano
la questione. Penso che su questo siamo tutti d'accordo, penso che
siamo tutti d'accordo per cui presumo che attraverseremo il forum
sociale utilizzando le risorse umane che si avranno lì e
utilizzando noi stessi in maniera anche differente per i modi di
fare politica che abbiamo.
Un'ultima cosa sullo sciopero generalizzato; prima qualcuno ha detto
"cosa vuol dire sciopero generalizzato?" Io ho una proposta,
però va assunta: in Spagna ha voluto dire indire uno sciopero
sociale di 24 ore, quando c'era lo sciopero generale, ma vuol dire
bloccare le strade tutti insieme, vuol dire occupare le case, quel
giorno, per chi non ce l'ha, vuol dire fare delle azioni contro
le banche della guerra, vuol dire organizzare - coinvolgendo tutti,
anche chi non fa quella pratica condivide chi la fa, e chi non fa
l'altra pratica, ad esempio non condivide la preghiera, condivide
il senso della questione - vuol dire organizzare reti di sovversione
sociale in questo paese per un mondo più giusto. Non so come
si fa, però proviamoci.
Intervento di Norma Bertulacelli,
Genova
Io vi chiedo scusa subito per non aver rinunciato all'intervento
ma mi sembra giusto dopo aver ascoltato tanti interventi importanti,
interessanti, di grosse organizzazioni, fare un intervento a titolo
personale.
Innanzitutto con grande dispiacere ho sentito stamattina dire che
il discorso sulla non-violenza ormai è stato archiviato.
Perché penso che dietro questo discorso, dietro questo grosso
equivoco, ci sia qualcuno che è arrivato con la convinzione
che non-violenza voglia dire stare buoni, che i non-violenti sono
quelli che dicono: va sempre bene tutto,
(alcune parole coperte
dagli applausi)
non è così. Non violenza è
conflitto. Non violenza è rifiuto delle ingiustizie di sempre.
Non violenza è antagonismo ed è lotta.
Allora, tanto per sgombrare il campo da tutto, credo che nessuno
sia ancora qua a discutere se i compagni che hanno smontato il centro
di detenzione o i compagni che hanno fatto interposizione in Palestina
o i compagni che hanno occupato la Diaz hanno fatto una cosa violenta
o non violenta, o un po' più violenta o un po' meno: hanno
fatto delle azioni dirette non violente alle quali i non violenti
che si mettono l'etichettina come un po' a volte faccio io, fanno
tanto di cappello. Sono azioni giuste, corrette, che non colpiscono,
che non fanno male, che non danneggiano nessuno, che non danneggiano
nessuna persona, ed è esattamente la stessa cosa che abbiamo
detto l'anno scorso quando abbiamo detto questa volta la non violenza
è una missione. Tanti scelgono di fare azioni non violente
perché sono convinti che siccome davanti abbiamo il massimo
di violenza, parlo del G8 e delle multinazionali, che si possa mettere
in campo una risposta a quello che possiamo avere di fronte non
ha senso, è ridicolo combattere con le loro stesse armi;
bisogna inventare, o riscoprire, o ristudiare per chi non le conosce
- quelle forme di lotta che anche nella lotta prefigurino quel mondo
diverso che vogliamo costruire. E io credo che quando Zanotelli
si richiama alla non violenza si richiami a questo, si richiami
a metodi di lotta che non colpiscono l'avversario fisicamente, non
lo distruggono fisicamente, ma ribadiscono che sui diritti non si
tratta, sui diritti delle persone non si tratta. E allora se qualcuno
pensa ancora che i non violenti siano quelli che si credono tanto
legalizzati e partono con il dire "noi siamo non violenti,
quegli altri un po' meno, state attenti; questi sono nostri fratelli,
quelli son cugini e quelli sono cuginastri", e non hanno proprio
capito niente, e se sbandierano il loro essere non violenti raccontano
delle storie.
Un'ultima cosa, però. Le forme nuove di stare insieme che
vogliamo costruire, partono da ora, partono da adesso. Allora, amichevolmente,
fraternamente, vogliamo darci delle strutture, nel prossimo movimento,
come giustamente diceva Agnoletto, con il quale mi ritrovo in sintonia.
Dobbiamo darci delle strutture che prefigurino quel modo diverso
che andiamo a costruire, dove non violenza è anche costruzione
del protagonismo delle persone.
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