Genova, un anno dopo 20 luglio 2002

- gli interventi -
LEGAL FORUM
Intervento dell'avvocato Passeggi


Alla data del 31 Agosto 2001 ci sono stati 253 arresti, 93 dei quali riferiti all'episodio della notte tra il 21 e il 22 luglio, quindi all'assalto alle scuole Diaz e Pertini.
Questo dato numerico si riferisce alle persone tratte in arresto nei giorni 20 - 22 luglio. Nei giorni successivi sono stati operati altri 49 arresti (anche qui occorrerebbe disaggregare il dato tra arresti, fermi di polizia, ecc.) di persone asseritamene ritenute far parte del cosiddetto blocco nero, che si stavano allontanando, nei giorni successivi al G8, dalla città di Genova.
Ciò porta ad un dato complessivo di 302 provvedimenti limitativi della libertà personale.
Dei 253 arrestati nei giorni 20 - 22 luglio, 28 sono stati liberati ancora prima della richiesta di convalida dell'arresto dalla Procura della Repubblica, che ha peraltro poi richiesto successivamente la convalida. Nell'immediato sono state richieste 225 convalide.
Non sono stati convalidati 76 arresti, ai quali si sono aggiunti successivamente quelli dei 15 italiani che erano stati arrestati all'interno della scuola, per i quali la convalida è avvenuta a piede libero nei mesi successivi. Sono invece state operate 149 convalide di arresto; 100 persone sono state scarcerate all'esito dell'udienza di convalida, non ritenendosi sussistere, da parte del Gip, esigenze cautelari giustificanti l'adozione di provvedimenti limitativi della libertà personale degli arrestati.
Sono state applicate 29 misure cautelari non custodiali, non detentive, perciò di minore entità: obbligo di firma, obbligo di non accedere al territorio del Comune e/o della Provincia di Genova e similia.
Sono state invece applicate 20 ordinanze di custodia cautelare in carcere.
Capitolo a parte è invece quello relativo ai provvedimenti che sono stati adottati successivamente ai giorni 20,21,22 luglio. Su questi il dato va disaggregato ulteriormente e soprattutto è un dato ancora in movimento, visto che risulta ancora pendente la vicenda relativa al Caravan, che si è dipanata attraverso un'ordinanza del Tribunale del Riesame impugnata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Genova, impugnazione accolta dalla Corte di Cassazione, nuovo riesame e mi risulta ancora pendente il ricorso contro la nuova ordinanza.
La reazione giudiziaria nei confronti della perquisizione operata all'interno delle scuole Diaz - Pascoli è un episodio assolutamente unico nella storia giudiziaria italiana. Qui il dato numerico ritengo parli da sé: 93 arrestati, 81 arresti non convalidati; aggiungo che i 12 arresti che sono stati convalidati provengono da un unico giudice, che ha ritenuto di avere un atteggiamento in ordine al globale degli arresti differente rispetto al resto dell'ufficio, e su 93 persone arrestate, soltanto una misura cautelare applicata.
Credo si tratti di un caso più unico che raro nella storia giudiziaria italiana, che dà conto di come la magistratura giudicante, e segnatamente l'ufficio Gip presso il tribunale di Genova, abbia avuto immediatamente la nozione e la proporzione di quello che era successo quella notte alla Diaz e di come ci fosse qualcosa che già a prima vista non andava. Venendo poi al dato concreto attuale rispetto a questi arrestati, diciamo che quasi tutti i procedimenti sono ancora nella fase delle indagini preliminari (e di quello che sta succedendo rispetto agli arrestati della Diaz vi ha dato conto l'avvocato Tartarini).
Per quello che riguarda i fatti di strada c'è un numero indefinito di procedimenti pendenti e ce n'è anche qualcuno che è già stato avviato a giudizio: si tratta di una decina di fatti marginali verificatisi nel corso della giornata del venerdì 20 luglio 2001 in contesti assolutamente estranei a via Tolemaide, piazza Alimonia, ecc. , per i quali vi è ancora un'indagine in corso, che mi risulta ancora nei confronti di ignoti.
Le imputazioni nei confronti di soggetti indagati per i fatti sia del venerdì che del sabato (gli arresti fatti in strada) sono imputazioni di resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, lesioni e il divieto di circolare travisati. Dicevo di una decina di procedimenti che sono stati mandati a giudizio: di questi procedimenti ce n'è uno solo in fase di celebrazione, gli altri sono stati tutti differiti per vizi procedurali.
Alla data di oggi, 20 luglio 2002, nessun procedimento è pervenuto a sentenza, neanche di primo grado.

segue breve riflessione sulle strategie di difesa, contro il maxi-processo ma a favore della contestualizzazione delle imputazioni nel clima dei fatti, anche attraverso istanze di riunione


Intervento dell'avvocato Marco Vano


Immediatamente dopo che i manifestanti arrestati venivano messi in libertà, venivano nuovamente prelevati dalle forze di polizia e riportati nelle questure di appartenenza e trattenuti talvolta anche per una giornata intera, nuovamente in stato di detenzione malgrado i giudici si fossero espressi in senso contrario. In questo modo non si aveva la possibilità di interloquire con il proprio legale, non si poteva parlare con dei medici, con dei giornalisti, non si poteva talvolta parlare con le autorità diplomatiche che magari erano intervenute sul posto e addirittura con i parenti che erano arrivati per riportare a casa i propri figli.
Questo, tra l'altro, ha reso complicato stilare delle denunce, acquisire prove testimoniali ecc.
E possiamo anche immaginare queste persone, che hanno vissuto l'udienza di convalida come una sorta di ripristino della legalità, ma soprattutto della logica, vedersi di nuovo portare nelle guardine e lì stare senza spiegazioni per diverso tempo per poi essere accompagnate coattivamente alla frontiera.
Le motivazioni alla base di questi provvedimenti erano tutte uguali: "In quanto manifestante è stato sottoposto a fermo di indiziato di delitto perché ritenuto facente parte di consistenti gruppi di manifestanti che durante il vertice G8 si abbandonavano ad atti di devastazione e saccheggio nel centro abitato generando con il loro comportamento una grave minaccia all'ordine e alla sicurezza pubblica".
La contraddittorietà rispetto alla pronuncia del giudice che ha deciso per la non convalida, o comunque per la remissione in libertà, è evidente, così come sono evidenti le contraddizioni tra le normative poste alla base, soprattutto per quanto riguarda i cittadini comunitari. E' abbastanza evidente che un provvedimento di questo genere, con il trattato di Maastricht e il trattato di Shengen in vigore è un po' difficile da sostenere. E' evidente invece che queste persone sono state probabilmente allontanate perché troppo spesso testimoni scomodi. Troppo spesso sono apparsi come vittime di violenze piuttosto che pericolosi delinquenti.
I numeri, per quel che riguarda le decisioni che sono già intervenute, sono questi: i decreti di espulsione sono stati 160 (o 162); a noi sono pervenute circa 95 richieste di difesa, di cui 12 di cittadini non comunitari. Sono stati accolti tutti i nostri ricorsi tranne 2, mentre dodici di questi, essendo stati presentati in ritardo, non sono stati nemmeno discussi (dichiarati inammissibili).
Assemblea plenaria

Intervento del rappresentante di Un ponte per…

Siamo di fronte ad un problema di lunga durata: riprendere quel cammino che porta a trasformare la guerra in un tabù, e io credo che questo cammino debba procedere con le gambe dell'opposizione alle cose concrete che oggi si manifestano, e le cose concrete sono oggi la preparazione della terza guerra del Golfo. Una preparazione che è cominciata ormai da tempo e che prosegue sul piano diplomatico, con il boicottaggio delle trattative tra Iraq e ONU; sul piano militare, ad esempio con la ristrutturazione della base in Qatar; soprattutto sul piano mediatico, con la costruzione del contesto giustificativo dell'attacco.
Ci lavorano già da 7 - 8 mesi. Noi non lavoriamo già da 7 - 8 mesi in maniera sistematica a costruire l'opposizione alla guerra. L'abbiamo detto, è sempre stato un intento, ma credo che prevalga in noi un approccio che ci porta ad attendere la caduta delle bombe per scendere in piazza.
Credo che si tratti quindi di individuare un percorso concreto e obiettivi realistici da porsi nel corso dei prossimi mesi, quelli che ci separano dall'attacco, previsto tra gennaio e la primavera dell'anno prossimo.

Non dico qui quali sono le conseguenze per le popolazioni, per il diritto internazionale, per la ridislocazione dei poteri a livello mondiale, per il medioriente nel suo complesso, dell'ipotesi della terza guerra del Golfo.
Non siamo impotenti di fronte alla guerra se ci poniamo degli obiettivi concreti. Credo che l'obiettivo sia conquistare la grande maggioranza della popolazione italiana con l'opposizione attiva nei confronti della partecipazione italiana e della guerra.
Se questo è l'obiettivo - ed è un obiettivo realistico - che ci poniamo per i prossimi mesi, saranno rilevanti i metodi, le forme, il linguaggio che scegliamo. Noi non dobbiamo parlare a chi è già contro la guerra. Noi dobbiamo portare ad opporsi concretamente alla guerra, e nello specifico alla partecipazione italiana, che non è ancora esclusa (l'Italia è l'unico paese europeo che non ha preso una posizione formale nei confronti della guerra del Golfo), la società civile e l'opinione pubblica; portarla ad esprimersi attraverso gli enti locali, attraverso le organizzazioni sindacali, attraverso le associazioni, nelle piazze.
Nell'assemblea del tavolo contro la guerra si dovrà discutere nel dettaglio che cosa ognuno e tutti faremo contro in questa direzione.
Credo anche che saranno necessarie iniziative simboliche, emblematiche, che coagulino però un percorso e un'iniziativa quotidiana concreti e capillari.
Noi ne proponiamo due:
- una è la proposta che il 21 dicembre di quest'anno sia la terza giornata nazionale di disobbedienza civile nei confronti dell'embargo all'Iraq, attraverso la nostra presenza capillare in tutte le piazze, di controinformazione contro la guerra e distribuzione di beni illegalmente importati in Italia in violazione delle sanzioni economiche, anche per avere un risultato concreto per la ristrutturazione di scuole e centri di salute con il ricavo di questa iniziativa
- della seconda vi dico solo il titolo: a capodanno a Baghdad; a Baghdad con la gente, con le donne e i bambini dell'Iraq, alla vigilia dell'attacco per mostrare al mondo che non è astratta la guerra, e credo che anche noi non dobbiamo considerarla astratta. La guerra non è solo ciò che noi descriviamo nelle nostre analisi. Dobbiamo, quando facciamo questa azione, pensare e vedere la guerra come la concretezza della caduta delle bombe sulle teste, sui corpi di uomini, donne, bambini, i cui visi dobbiamo avere davanti.


Intervento di Anubi … (Disobbedienti)

…siamo stati nei forum (tavoli tematici) di due giorni fa, perché vedete, noi non ci siamo solamente quando parliamo da questo palco e non ci siamo solamente come rappresentazione verticale. C'è una diffusione della nostra presenza in questo movimento: dentro le reti sociali, dentro quelle che vorremmo innervassero davvero la possibilità che ha il Forum Sociale Europeo di essere un nuovo spazio pubblico, una dimensione europea del conflitto, offerta a tutte le articolazioni del conflitto sociale che in Europa comincia ad emergere, perché non c'è solamente la piazza italiana e non solo in Italia si sciopera e grazie a dio noi ci dovremo confrontare, in ottobre, con un'iniziativa obbligata della Confederazione Europea dei Sindacati, con tutte le contraddizioni che a detto Piero Bernocchi prima.
Questo ci porterà al tema che compete a questo movimento da diversi mesi e rispetto a cui questo movimento, nelle sue forme dissimili, non si è ancora portato sul terreno adeguato, che è quello della generalizzazione, che è la sola dimensione rispetto a quel comparto del conflitto sociale in cui il movimento può giocare veramente un ruolo che non sia predicatorio, che non sia marginale, che non sia propagandistico, ma che rappresenti effettivamente qualcosa; che non vada a contrattare o non vada a rifiutarsi di contrattare sempre misurandosi in subalternità col tavolo dell'audience di un nuovo tipo di mobilitazione sindacale, ma con la consapevolezza di essere stati noi, nel corso di questi anni, non solo in Italia ma in tutto il mondo, un fattore di ridislocazione del conflitto sociale, di ridislocazione del senso del conflitto sociale, se no siamo schizofrenici, se no mettiamo accanto in parallelo elementi che invece stanno insieme e che offrono risposte semplici ai nostri problemi. Quando si parla della guerra, non si parla di un elemento separato, di un altro tavolo di discussione rispetto a quello della mobilitazione sociale. Noi siamo stati in tanti il 10 novembre e a quel 10 novembre è riuscita a seguire la manifestazione dei migranti del 19 gennaio, nel clima di guerra di civiltà che era stato instaurato in questo paese, perché abbiamo individuato il nodo centrale dell'innovazione di questa guerra, dell'innovazione di ciò che è seguito all'11 settembre e che era già stato evocato nelle piazze e nelle strade di Genova, in quella dimensione della repressione che abbiamo subito, e cioè la guerra ordinatrice, con articolazioni militari ma anche economiche e sociali, rispetto al cui codice il conflitto sociale non può rendersi marginale, pena rendersi endemico, pena diventare la rivolta di Los Angeles. Questa è anche la risposta - più che la risposta l'invito - che a nostra volta vorremmo rivolgere ad Alex Zanotelli. Non è vero che la questione della violenza è una questione che non sta all'ordine del giorno, la questione della violenza è una questione che ci sta intorno, la questione della violenza è la questione della guerra, che non è una guerra-unità, è un processo che noi viviamo ormai da anni ed è la guerra economica e sociale che attraversa le nostre metropoli; e se noi non fossimo stati quel corpo di proposta radicale ma innovativa che siamo stati il 20 luglio a Genova, noi avremmo avuto lo specchio ripetuto della rivolta di Los Angeles come sola risposta al bisogno di radicalità, come sola risposta al bisogno di secessione da questo modello sociale e dal modello del dominio, tra le giovani generazioni e non solo, nel nostro tessuto metropolitano. E questo è un problema attuale, che non può essere risolto con uno schieramento ideologico. Questo vorremmo dire ad Alex Zanotelli. Noi siamo rispettosi verso Zanotelli e verso i lillipuziani, perché secondo noi rappresentano un lavoro estremamente radicale sui contenuti dell'opposizione a questo modello di globalizzazione. Questo ci interessa perché questo è il senso profondo di questo movimento. Vorremmo confrontarci seriamente su cosa significa portare un processo di movimento in avanti, alla consapevolezza di un secondo giro di lotte globali dentro la dimensione complessiva, globale di guerra, globale non solo in senso geografico. Che cosa significa in termini di recupero della radicalità, di dislocazione dei nuovi linguaggi, di esercizio di bisogni attraverso pratiche e attraverso la convergenza su obiettivi materiali. Questa secondo noi è anche la risposta a questa discussione un po' balenga sulla rappresentanza che c'è qua dentro, in cui di volta in volta si scopre che c'è un portavoce e dobbiamo sentirci richiamare giustamente da Haidi Giuliani a uscire dalla contraddizione edipica, perché il problema non è, come dice Piero (Bernocchi, Cobas), che nessuno ha chiesto il portavoce, il problema è perché noi abbiamo questa reazione e se per caso non c'è un meccanismo che non riguarda i singoli ma che riguarda gli apparati, gli apparati linguistici, nostri, di noi tutti, dentro la nostra reazione in questo movimento; se non c'è qualche distanza tra le discussioni di quindici persone che prevedevano che Genova sarebbe stato il rischio di un funerale, o rispetto a questo portavano la propria esigenza soggettiva, ma nessuno prevedendo che ci sarebbe stata l'espressione moltitudinaria che abbiamo visto ieri; se non c'è una contraddizione tra questi codici e i codici con cui vive il movimento quella moltitudine, che evidentemente ieri non sfilava perché mobilitata, ma perché si attiva e perché deve trovare nuove direzioni di relazione che non siano schiacciate dentro questa contraddizione, e dentro questa dicotomia del livello di rappresentanza. Noi non ci stiamo più; voglio dire una cosa , ma a tutti, e so che su questo Piero converrà: noi non abbiamo semplicemente il problema di sentire qualche volta o ogni volta le dichiarazioni di qualcuno che parla a nome di tutti. Noi non vogliamo vedere più quelle quindici persone chiuse in una stanza senza la capacità di porsi in sintonia con quella moltitudine. Questa è l'autoreferenzialità che non abbiamo più intenzione di accettare, e pensiamo che il Forum Europeo debba nascere su questa base conflittuale dentro il movimento, in cui si possa praticare l'allargamento di rete nel senso stretto del termine, allargamento di rete e non acquisizione di adesioni; apertura di fatti divisi però politicamente, dentro la dimensione dinamica del conflitto che coglie alcuni assi su cui ricostruiamo le convergenze, senza più simulazioni di patti di lavoro, senza più questa dis-? che ci porta a scannarci peggio di prima in giornate come queste per poi entusiasmarci e ognuno alzare la bandiera dei centocinquantamila, che non sono noi.

Intervento del rappresentante della Fiom

Per me questi tre giorni che sono stata a Genova sono stati un'esperienza molto importante che mi ha dato la possibilità, come a tutti noi, forse, di fare alcune riflessioni: ne ho tre, brevi.
Prima cosa: io considero un grande risultato la manifestazione di ieri, però considero un grandissimo risultato (a cui io non credevo) l'essere riusciti a tenere in piedi discussioni, confronto, piazze tematiche, e la partecipazione a una bellissima assemblea del Legal Forum, ieri mattina. Ecco, credo che questo risultato sia stato una cosa molto importante, e dimostra il fatto che, proprio perché noi abbiamo un movimento molto composito, con molte differenze, che si sviluppa sul livello globale, che si sviluppa sul livello nazionale, questa iniziativa, per come l'ho vissuta, per come l'ho capita, è stata fondamentalmente organizzata dai vari gruppi e associazioni di Genova. Questo dimostra che è possibile avere questa interazione e avere anche una volta un nodo della rete che è in grado di organizzare una cosa che ci ha coinvolto tutti. Questo io lo dico positivamente, perché noi andiamo ancora avanti con questa contraddizione delle reti nazionali e dei pezzi locali. Io credo che quando c'è un patto scritto o non scritto tra contraenti che vogliono con forza, perché sono convinti, organizzare qualcosa, mettere in campo il movimento e non solo se stessi, questo riesce.
A questo si lega anche il fatto -rispetto alla manifestazione di ieri, che penso che per tutti sia stata una cosa inaspettata (sono d'accordo con Anubi, il movimento è qualcosa che va oltre, e meno male che va oltre noi) - che noi riusciamo a mettere in campo qualcosa, a essere insieme, quando all'origine c'è un fatto, come c'era stato l'anno scorso per il movimento contro il G8, come c'è stato in questa occasione. E questo serve anche per dire a quelli soprattutto che sono ossessionati dalle cose che dice la stampa - che sembra che noi esistiamo a seconda che la stampa dica che esistiamo o non esistiamo, che siamo o non siamo in crisi - credo che questo sia un problema molto spesso falso ed esagerato, tanto è vero che oggi, chi ha letto un po' di stampa di varie posizioni ha trovato che la stampa parla molto bene di quello che è stato fatto e di quello che è avvenuto perché siamo stati capaci tutti quanti di lavorare bene insieme e di fare delle cose giuste e fatte bene. Naturalmente in una situazione molto diversa da quella dello scorso anno.
Seconda questione, e mi aggancio alle cose che diceva Marco Vezzari, su cui sono per molte cose d'accordo: questione autoreferenzialità. Ma qui, per non spiacere a nessuno voglio parlare di qualche cosa che riguarda anche me, vale a dire che riguarda l'area sindacale. Ho partecipato al Forum sul Lavoro, Precarietà ecc. E voglio dire questo - che non se ne abbiano a male gli altri compagni perché lo dico a cominciare da me - io vorrei non più andare a dei forum sul lavoro, sulla precarietà, per le lotte sociali, in cui mi devo sentire una sfilza di rappresentanti di tutte le sigle sindacali.
Cominciamo a fare dei forum in cui facciamo parlare anche, ma gli diamo un peso un po' più forte, questi ragazzi e ragazze che la precarietà la vivono, che hanno qualcosa da dirci, che partecipano a questo movimento. Questo ci fa crescere, questo ci fa crescere, e credo che se noi facciamo questo, e se in questo modo realizziamo anche le vocazioni che avremo di fronte per far crescere il Forum Sociale Europeo, noi saremo in grado di fare una cosa grossa, quantitativamente e qualitativamente. Penso che noi potremo, con questo Forum Sociale Europeo, affrontare la questione della partecipazione dei sindacati, della confederazione europea. Noi non dobbiamo avere delle paure ad ampliare; noi non dobbiamo avere nessuna preoccupazione che questo movimento sia capace, per le sue idee, per la sua forza, per la sua mobilitazione, di spostare in avanti anche organizzazioni che certamente oggi non sono a questo livello di analisi critica.
Questo movimento, io credo, è stato in grado di spostare anche la GCIL, l'abbiamo visto. Per cui non stiamoci, in modo molto autoreferenziale, a litigare ogni volta su chi ha cominciato prima: se è stata la Fiom, se sono stati i Cobas, se è stato il 23 di marzo, se è stato il 15 febbraio ecc.
Io credo che la data discriminante della nuova fase del conflitto sociale, ivi compreso il cambiamento della CGIL (che poi viene dal cambiamento della società e non viene solo dalla testa di qualcuno) è stata Genova dell'anno scorso. Questa è la data discriminante di questa fase di cambiamento, e come noi abbiamo fatto questo, io credo che noi, come Forum Europeo dobbiamo essere in grado di spostare anche, ed è più difficile, il sindacato a livello europeo. Ed è più difficile, ma non per le cose che diceva ?.
Io lo conosco come tutti quelli che frequentano un po' la ? a livello europeo: siamo molto distanti, siamo molto distanti dai pur criticati livelli che abbiamo in Italia. Allora io credo che se il Forum Sociale Europeo sarà in grado di fare questo, con delle giornate che parleranno contro il liberismo, contro la guerra, contro il razzismo per costruire delle alternative e delle proposte su questo terreno, analizzando criticamente, protestando e mobilitandoci, io credo che noi saremo questa forza in grado di spostare anche ?. Non so se riusciremo a risolvere tanti problemi o a raggiungere tanti risultati, ma credo che già questo, il protagonismo del movimento dei movimenti, che sia capace di spostare organizzazioni cristallizzate in molti casi, ingessate, burocratiche e ovviamente anche subalterne vuoi alle istituzioni europee vuoi ad altre istituzioni… Qui in Italia si è rotto questo percorso sindacale, si è rotto: c'è chi ha firmato il patto per l'Italia e chi non l'ha firmato e sciopera. Credo che questa sia una forma, una luce di buon tempo che non ci risolve i problemi, perché ne avremo, come molti hanno già detto, in ottobre moltissimi, ma con questa fiducia (io penso che possiamo averla), e cioè che il Forum sia una grande cosa e per questo dobbiamo organizzarlo, non d'accordo con chi dice che è stato fatto a tavolino e nel chiuso, perché abbiamo fatto decine di assemblee e di riunioni, e abbiamo visto crescere anche il movimento europeo perché anche per il movimento europeo Genova dell'anno scorso è stata una discriminante. Quindi io credo che se noi lavoriamo bene, saremo in grado di fare del Forum Europeo un grande successo ma soprattutto di far sì che quello sia di nuovo un motore di cambiamento.


Intervento di Pietro (Rete no-global)


Il tema che noi oggi dovremo affrontare, visto che è un'assemblea che non è stata convocata con un ordine del giorno preciso, è che il vero punto che ci siamo trovati a trattare in queste settimane era la crisi del movimento; crisi del movimento che non era soltanto l'operazione un po' accusatoria da parte del centrosinistra, ma che era sentita in qualche modo dallo stesso movimento, da parti importanti del movimento, da componenti significative, che incidono nella struttura della proposizione con cui questo movimento è capace di imporsi all'attenzione generale.
E a proposito di questo una riflessione collettiva dovremo pure provare a svilupparla.
Andando un po' così, per esempio, alla manifestazione della FAO qualcuno aveva previsto mezzo milione di persone: poca roba, invece. Qui a Genova si era detto: se siamo in ventimila è un risultato eccezionale; siamo centomila e più. C'è un problema di qualcuno, autoproclamatosi genitore del movimento, di non essere capace né di interpretare né di intercettare le movenze di questo movimento.
Questo è il punto cruciale che dobbiamo affrontare quando decidiamo di noi stessi e del movimento:
del perché non ne azzecchiamo più; del perché organizziamo la FAO pensando che deve essere l'invasione di Roma, e non accade; del perché organizziamo Genova con poche cose, e poi ci traviamo autostrade e treni invasi da persone che, nonostante noi sono venuti a invadere questa città.
E' arrivato …………… il movimento ha vissuto una fase galattica; c'è stato l'11 settembre; chi immaginava che poteva andare per un anno come il 10 novembre o come il 20 e 21 luglio dell'anno scorso qui a Genova era pazzo perché ………. mezzo milione di persone una volta a settimana nelle strade, ma che forse la crisi reale di questo movimento è di quelle grandi soggettività (organizzazioni) che non sono state più capaci di intercettare i pensieri, le idee, le aspirazioni, i sogni, i bisogni e tutto il resto di quello che esprime nei fatti. E detto questo, è naturale, ci sono molti altri discorsi che sono stati fatti: lo scegliersi un segretario a vita, in qualche modo secondo il modello bolscevico di qualche anno fa; un soggetto da impallinare alla prima occasione
Dovremmo sviluppare un ragionamento su noi stessi, ma in modo da essere fuori da noi stessi, andare oltre noi stessi. E detto questo, c'è tutta la questione di come affrontiamo il vero nodo del conflitto del prossimo anno, che non può essere evidentemente vissuto nell'imbarazzo che crea l'ombra di Cofferati, né però semplicemente evocando tutto questo (il conflitto), annunciandolo a più riprese ma senza provare a mettere in campo gli elementi ideali anche di battaglia politica che possono permettere di fare un salto di qualità collettivo.
Noi abbiamo in queste settimane provato a parlare, invocare, a predicare (prefigurare?) lo scenario di un sciopero generalizzato; abbiamo evidentemente una grossa occasione a novembre con il Forum Europeo per mettere in qualche modo le cose in atto. Stranamente nell'ultima grande assemblea di movimento che ci separa … non se n'è parlato. Cioè qui non si parla del più grande appuntamento generale che il movimento sta andando a costruire da qualche mese a livello europeo e parliamo invece di tanti altri argomenti. Ripeto, il nostro problema è che non siamo in grado di cogliere prima, all'ordine del giorno, qualcosa di specifico ma ci troviamo così ad arrovellarci intorno a discussioni che però… io chiedo a tutti, ma qualcuno di voi prevede come si esce da questa assemblea? con quali decisioni? con quali indicazioni generali? Sia che siano social forum, che siano reti territoriali, che siano altra cose, qualcuno di voi torna a casa con un'indicazione collettiva o con un valore da provare a mettere a regime dalle nostre parti? Ognuno tornerà a casa esattamente come è venuto trovandosi a continuare le idee forti, ma deboli, per produrre sedimentazione, lavoro, nuova iniziativa politica.
Dobbiamo provare a ragionare su come possiamo noi, dal nostro punto di vista, costruire le tappe dello sciopero generale e generalizzato………(cambio nastro)………la velleità di mettere in discussione noi stessi, per provare a porre questi elementi, per avere un ordine del giorno, quando ci vediamo, per capire intorno a quali temi andiamo a discutere, e per mettere a punto queste palle a rete che forse sono esse il vero elemento di crisi di questo movimento e di morte di questo movimento.


Intervento di Alfio Nicotra (Rifondazione Comunista)

Io credo che da queste straordinarie tre giornate dobbiamo imparare alcune cose; che (queste giornate) parlino a noi di alcune cose molto importanti: intanto, per la prima volta - non era successo a Genova lo scorso anno, non era successo per il 10 novembre, non era successo per la manifestazione dei migranti, per il 23 marzo - le reti nazionali non hanno messo una lira per organizzare alcunché: né un treno, né un pullman, ma c'è stato un movimento sotterraneo, molto schierato, radicato sul territorio, che ha imposto anche alle reti nazionali questa mobilitazione. Vorrei dire che con ieri il movimento si è guadagnato il passaporto ad esistere anche senza gruppo dirigente. Questo è un fatto di autonomia straordinario, perché se andiamo a pensare alle perplessità, alle resistenze, alle sottovalutazioni che tutti noi abbiamo avuto nel preparare le giornate di Genova, noi vediamo che evidentemente vi è un non-sintonia con ciò che nel paese questo movimento ha radicato. Ed è giusto questo sparare sul quartier generale, sacrosanto, fondamentale; abbiamo bisogno di scrollarci di dosso queste incrostazioni, questo essere prigionieri di scadenze e di vestiti mediatici ed è straordinario quello che è avvenuto ieri: un popolo coloratissimo, tanti e tante; è una risposta straordinaria. Questo movimento non lo uccidiamo neanche noi, neanche se facciamo tanti danni in questa assemblea - che in verità non stiamo facendo - per cui possiamo a questo punto mettere il passaporto di esistenza in cassaforte, possiamo anche lavorare più tranquillamente.
E' sempre importante sparare sul quartier generale, purché i colpi non partano dalle stesse finestre del quartier generale, e padre Zanotelli, che è una persona che ammiro tantissimo, e per noi è un punto di riferimento non solo per la rete Lilliput ma per il movimento nel suo insieme, credo che sbagli quando su Nigrizia del prossimo mese, in risposta a una lettera di un carabiniere, dice che la stragrande maggioranza del Genoa Social Forum ha avuto l'anno scorso atteggiamenti pacifici, quasi a presumere il fatto - forse l'hanno informato male, ci sono dei pessimi consiglieri - che una parte del GSF ha agito in modo da violare quel patto di non recare danno a cose e persone. Io credo che sia un errore questo; in particolare mi sembra di ravvisare che non è stato compreso da questa parte, e invece è fondamentale, il fatto che la disobbedienza civile e sociale è la figlia più nobile della non-violenza. Non capire questo significa non capire che la non-violenza non è negazione del conflitto ma è gestione altra e più alta del conflitto, è un modo di agire rivoluzionario, per questo credo che sia sacrosanto non soltanto il dialogo tra rete Lilliput e disobbedienti, ma con l'insieme del movimento. Ieri c'erano tantissimi lillipuziani, con le loro magliette, perché gli ordini di scuderia non funzionano per nessuno. Per nessuno. Questo è un movimento che travolge gli ordini di scuderia, e questo è un dato estremamente positivo.
Voglio però spezzare una lancia anche per i tanti e le tante che in questi mesi si sono esposti, perché la nostra vita è cambiata da Genova, specialmente per alcuni di noi, per alcuni in particolare. E' cambiata perché alcuni hanno perso il posto di lavoro per essersi esposti nel movimento.
Altri hanno continuato a lavorare facendo un lavoro estremamente burocratico, sì, perché questo è il termine: la preparazione del Forum Sociale Europeo fino ad oggi è stato un lavoro burocratico noiosissimo; ma se qualcuno non lo faceva, noi non avremmo messo in moto questa macchina. Adesso si tratta, per noi tutti, di appropriarci di questa possibilità, farlo diventare non un appuntamento di seminari e convegni ma un grande appuntamento di lotta. A Firenze andiamo per un grande appuntamento di lotta, dove il conflitto è al centro e dove mettiamo in rete i movimenti che resistono al neoliberismo e che propongono alternative; un'alternativa d'Europa.
Questo è l'elemento fondamentale, ma voglio dire che è capitato anche di andare a un ristorante in un ghetto, in una città come Roma ed essere aggrediti (evidentemente si riferisce ad alcune figure di spicco del movimento). Ho sentito questa cosa del parricidio (anche qui si riferisce ai portavoce del movimento e alla volontà di scrollarsi di dosso le paternità non volute); è giusto capire e segnalare i limiti di tutti, ma non possiamo non dare un abbraccio e un appoggio e una solidarietà totale a chi si è esposto e ha subito quel tipo di violenza e quel tipo di considerazione, perché altrimenti (e non parliamo di cos'è sbatterci, andando in su e in giù per l'Italia cercando di dare voce e di relazionarsi con gli altri) significa non capire che c'è anche quest'altro lavoro che magari spesso non è evidente ma è fondamentale.
Dico una cosa sui democratici di sinistra: l'autocritica di Violante, il portare i fiori, il chinarsi là dove è stato ucciso Carlo…c'è qualcosa che non mi convince. Non perché non voglia allargare il movimento, tutt'altro. Io sono il primo ad essere felice e contento se tutta la sinistra si schiera dalla parte del movimento. Ma c'è una cosa che dev'essere fatta subito, da parte dei compagni e delle compage che vogliono relazionarsi col movimento: dire da subito che per la prossima guerra, quella che Bush sta preparando, non ci saranno se o ma; non ci saranno guerre umanitarie; dire che con l'Afghanistan hanno sbagliato, che quella guerra sta portando il Pakistan e l'India sull'orlo del baratro nucleare, perché è il disordine globale che la guerra vuol dire per permettere di mantenere lo status quo…(applausi)…
E le grandi questioni del lavoro che sono state evocate in maniera giusta e corretta.
Il lavoro è attaccato su tre fronti: sulla questione dei diritti, per renderci per sempre precari, da qui all'eternità; sulla questione della razza e dell'etnia, per cui vi sono nuovi lavoratori schiavi, attraverso la legge Bossi-Fini che è una legge sul lavoro; sulla questione della militarizzazione del lavoro. Di questo abbiamo discusso poco, ma c'è un infame accordo della Confindustria con il Ministero della Difesa che prevede che i nuovi assunti debbano essere i militari a lunga ferma, i professionisti della guerra che si congedano senza demerito. Vogliono ridurre anche il posto di lavoro ad una caserma. Questa cosa non l'abbiamo ancora gridata. Stiamo passando dalla coscrizione obbligatoria alla coscrizione indotta: per andare a lavorare in fabbrica occorrerà aver fatto il mercenario. Noi dobbiamo dire no e aprire una campagna anche su questo, perché la guerra economica, sociale all'umanità oggi ha bisogno di tutti noi.


Intervento di Vittorio Agnoletto

Oggi parlerò di noi, perché credo che sia giusto parlare di noi, che vuol dire poi anche parlare dell'esterno, di come ci muoviamo.
La prima questione è che dobbiamo ringraziare moltissimo il Genoa Social Forum per il lavoro che ha fatto, per la caparbietà, e per come ha costruito tre giorni, non solo per come ha costruito la manifestazione di ieri. E devo dire che siamo tutti quanti stati capaci di fare un'operazione difficilissima, sfuggendo alle trappole che ci erano state poste, e cioè di fare memoria in senso alto, che vuol dire essere in grado di costruire storia, cosa difficile oggi, quando abbiamo il presidente della RAI che dice che la storia la scrive lui attraverso i meccanismi mediatici, ma abbiamo avuto anche la capacità di riproporre la centralità dei nostri contenuti. Non era semplice qualcosa che rischiava di vederci richiusi su noi stessi relativamente a una ricorrenza. Non abbiamo fatto una ricorrenza; abbiamo fatto tre giornate di lotta e di elaborazione.
Seconda questione. In questa elaborazione, dal mio punto di vista, ci sta anche dentro ciò che il movimento in questi mesi, in questo anno, ha svolto sul tema della violenza e della non-violenza.
Io credo che sia chiaro a tutti che il Genoa Social Forum di un anno fa non ha praticato nessun tipo di violenza e l'ha solo subita in tutte le sue diverse parti. Voglio dire poi che io, quando parlo di non-violenza e parlo di pacifismo parlo di conflitto, di conflitto sociale, nella consapevolezza che l'obbedienza da anni non è più una virtù, e questo è importante. Guai confondere una pratica non-violenta - sto parlando del mondo occidentale - con l'accettazione della situazione attuale, col chinare la testa. Sono due cose completamente diverse.
Io credo, tornando a noi, che la gran massa della gente che c'era ieri erano persone che non aderiscono alle singole organizzazioni e che, come qualcuno ha già detto, sono venute anche e nonostante il dissenso dei dirigenti della loro organizzazione. E non è la prima volta che capita. Quando in occasione della Perugina-Assisi qualcuno volle produrre un'iniziativa separata, si contarono sulle dita di una mano, perché comunque la gente venne all'iniziativa d'insieme. Intendo dire - posso sbagliare - che nel movimento mi pare che ci sia una forte spinta comunque a stare insieme pur sapendo che ci sono anche enormi diversità, perché c'è tanta gente, che non è più o meno brava di altri che hanno tessere in tasca, che ha come appartenenza il movimento in toto, e non questa o quella parte, e noi questo dobbiamo capirlo. E allora io voglio mettere insieme le piazze (tematiche?) delle discussioni che stiamo facendo, e io dico che stiamo pagando enormemente l'assenza di un livello minimo, leggerissimo, ma necessario di organizzazione. La situazione così non è più reggibile; non è più reggibile perché altrimenti quando si devono prendere delle decisioni nazionali, di orientamento, è evidente che chi pesa sono solo le reti nazionali, salvo piccole eccezioni, perché hanno i soldi, perché hanno le risorse, perché hanno i funzionari. Le reti nazionali sono patrimonio e risorsa di questo movimento, ma allora il problema è: quale ruolo ai social forum locali? Quale ruolo ai singoli? Questa è una contraddizione che io credo debba interessare anche le reti nazionali, perché è interesse loro che tutti partecipino alla costruzione di un percorso democratico. E allora non ci vogliono le stanze dei quindici che si riuniscono, sicuramente non ci vuole uno che parli per tutti, ma ci vuole un ambito dove una rappresentanza della complessità del movimento in qualche modo discute. Altrimenti si critica, si critica e poi dopo rimangono le cariche, però non c'è altra possibilità, che sono risorse importanti perché questo movimento, a differenza degli anni '70 non ha distrutto le organizzazioni che l'hanno prodotto, e va bene, perché sono competenze, ma non facciamo finta di non sapere che c'è anche questo problema.
E ancora, i giornali quando parlano possono interessarci o meno, però li dobbiamo leggere per capire le operazioni politiche che fanno. Quando oggi dicono di questo movimento che non ha leadership, non ha vita collettiva, ma cosa credete, che lo stiano dicendo così, perché non sanno cosa scrivere? Stanno facendo un'operazione politica. Leggete l'editoriale del Secolo XIX di oggi o l'articolo di Curzio Maltese su Repubblica: sono bravi ragazzi con grandi entusiasmi; manca una direzione, un indirizzo; la direzione gliela diamo noi. E allora c'è chi ci propone Fassino, chi ci propone Cofferati, ecc.
Non sono la stessa cosa? Abbiamo opinioni che si possono discutere? Allora andiamo alla presentazione dei movimenti insieme, è importante.
E voglio dire brevemente anche qualcosa che riguarda me: perché non è un caso che nella presentazione sono stato l'unico che è stato presentato senza una sigla. E' stato deciso un anno fa che allora facevo il portavoce; credo che in questo c'entrasse anche l'attività particolare: non rappresento una grossa organizzazione, mi occupo di Aids, molti di voi sono venuti in contatto (con me) su questo argomento di formazione, ecc. Quando poi è stato cancellato il consiglio del Genoa Social Forum, e forse non si poteva fare altro, è rimasto il vuoto. Ed è rimasto il vuoto anche in questioni stupide, banali, ma concrete come gli incarichi funzionali. Perché gli avvocati quando discutono e hanno il problema della strategia e chiedono un riferimento politico, a chi telefonano? Con chi fanno un incontro? Perché quando le direzioni dei giornali con cui esce la cassetta chiedono un riferimento per discutere le cose concrete: dove si apre un conto, come si fa un CD; o quando si prepara un CD come quello che abbiamo lanciato ieri, musicale, chi lo segue?
- E' una roba tecnica. - Non è una roba così semplice e tecnica perché gli interlocutori ti chiedono delle garanzie. Non economiche, politiche, di rappresentare tutto l'insieme.
Se non c'è un minimo di livello (organizzativo) quando altre realtà esterne al movimento chiedono l'intervento, succede che non chiedono a questo perché rappresenta una sigla, non chiedono all'altro perché ne rappresenta un'altra, e allora diventa un imbuto. E chi fa da imbuto può sbagliare, e può sbagliare anche più di una volta. E allora evitiamo di fare l'imbuto e assumiamoci collettivamente questa responsabilità, perché si può criticare il problema del rapporto con i media, però l'altro giorno ho ricevuto dieci telefonate perché dopo aver fatto un dibattito a Pisa corressi a Roma perché c'era la presentazione del film di Attac ed era necessario esserci perché era una questione di immagine, e poi subito dopo tornare con sei ore di treno a Genova (Pisa - Genova invece distano due ore). Non importa, questa è scelta mia di vita. Ma il problema ce l'ho con la mia associazione, che non ci sono mai, e questi sono ancora cavoli miei, ma c'è un problema di rappresentanza complessiva del movimento. Perché se no non si capisce perché io ho fatto incazzare molti di voi dicendo che non posso venire a fare i dibattiti perché ho tutte le sere piene. Allora vediamo di capire come riusciamo a costruire un percorso.
E ancora, io non ho nessun dubbio che questo movimento è plurale; a qualche amico che continua a criticare dicendo che voglio un esercito rispondo che ho scritto decine e decine di articoli dicendo che è un movimento plurale e che le differenze sono la nostra risorsa. Però, vi chiedo, è vero o non è vero che siamo forti anche se, senza cancellare le differenze, troviamo un modo di agire insieme? E' vero che siamo forti perché ieri abbiamo prodotto quello che abbiamo prodotto e non dieci piccoli cortei, ognuno per conto proprio, o quattromila dibattiti separati?
Vogliamo trovare un modo di valorizzare questa unità? Non è semplice. Io non farò più la colla fra diverse parti. Abbiamo passato anche momenti drammatici, perché prima del 23 marzo, quando è uscita una lettera da Roma - non discuto sulla legittimità di una cosa o dell'altra - con la Fiom siamo stati in crisi pesante per una lettera che criticava la Cgil; la Fiom, parte integrante del movimento. Allora riunioni e discussioni per tenere insieme. Perché ogni volta che c'è un'iniziativa nazionale collocata in una città c'è un problema di pressione tra reti nazionali, forum locali, e non abbiamo delle regole codificate; e qualcuno deve andare a fare il bonzo o il pompiere. Non lo faccio più. E allora però discutiamo come approfondiamo questa cosa. Perché se quando si dicono due parole di conclusione ai giornali su come è andata ieri qualcuno si alza e dice "a differenza del 23, dove noi non c'eravamo" mi tocca intervenire e dire "un momento giornalisti, sta parlando per la sua organizzazione. L'insieme del movimento nell'assemblea del 2 marzo ha deciso di esserci il 23". Qualcuno deve farlo questo ruolo, questo intervento. Questa è politica, è capacità di organizzazione. E credo che su questa cosa, facendoci anche magari un po' meno male, dobbiamo discutere. Freghiamocene pure di quello che scrivono su di noi, però discutiamo.
E chiudo con due passaggi velocissimi sull'esterno. La mia convinzione è, sull'autunno, che noi dobbiamo incrociare il percorso verso il Forum Sociale Europeo che dia insieme contenuti ed azione; che resti un momento alto di elaborazione ma che non può far sì che stiamo chiusi per due mesi a discutere del Forum Sociale Europeo. E allora abbiamo delle campagne ma dobbiamo imparare a organizzarle come campagne, dividendoci in gruppi di responsabilità collettivi: chi segue quello dei migranti, chi segue l'organizzazione complessiva della campagna contro la guerra. Se no poi abbiamo tre o quattro appuntamenti che si sovrappongono. E' successo anche questo nel movimento. Quindi la capacità di fare campagne. La Tobin tax l'abbiamo archiviata o comincia la battaglia per chiedere che il parlamento di questo discuta?
Un'ultima battuta relativamente alla questione degli interlocutori politici. Fassino ci dice, rispondendo al movimento che gli aveva chiesto di fare autocritica rispetto all'anno scorso: "Nessuno ha il diritto di recriminare e di discutere il passato". No, un momento; noi abbiamo il diritto di chiedervi di fare autocritica non soltanto sul fatto che l'anno scorso non c'eravate, ma sul fatto simbolico, fortissimo e concreto, che avete deciso di non esserci dopo la morte di Carlo….(applausi che coprono qualche parola) …è una vergogna…
E finisco con una battuta che è stata nel cassetto finora, e mi preoccupa, mi preoccupa. E allora io propongo a tutti, perché ho appena detto che dobbiamo costruire qualcosa che leghi le diverse presenze territoriali del nostro movimento…(periodo sospeso)…ma sapete che solo mercoledì - ho contato gli annunci - c'erano almeno 58 presentazioni di libri diretti ai militanti del movimento?
Benissimo, allora io dico: c'è un'altra campagna da fare; guardate, facciamola prima che ci cada in testa e andiamo a porla al sistema politico. Io chiedo che ci sia una grossa campagna contro il presidenzialismo che va a finire con Berlusconi presidente della Repubblica …(applausi che coprono qualche parola).

Intervento di Luca Casarini

Vorrei tentare di dare un piccolo contributo a una discussione molto grande che credo sia il segno che qui abbiamo tutti un scopo che è quello di capire cosa sta succedendo e come proseguire. Dopo una manifestazione come quella di ieri credo che sia assolutamente ovvio, almeno per me lo è e credo per tutti quelli che sono intervenuti, che dobbiamo ragionare con elementi nuovi in mano. Sono elementi non necessariamente tutti positivi e progressivi.
E' una felicità riuscire a chiudere, almeno per un po', questi due anni straordinari e tragici allo stesso tempo dopo una cosa come quella di ieri; è straordinario vedere che in realtà, quando parli di moltitudine, la moltitudine esiste e non è solo un esercizio teorico di qualche intellettuale contro qualche altro intellettuale che parla di masse. La moltitudine ieri l'abbiamo vista tutti, è una cosa diversa, è una cosa che non si può organizzare o dirigere, è una cosa che c'è, in cui si può stare dentro, con cui si può costruire certamente uno spazio pubblico che riesca ad attrarre l'interesse di questa moltitudine, ma non si può - credo che questo almeno a me sia rimasto dopo la manifestazione di ieri e l'ho sentito con linguaggi diversi in tantissimi interventi - non si può pensare che questo sia solo un passaggio legato alle emozioni di Genova. Certo, le emozioni sono per questo movimento dei movimenti, secondo me, molto ma molto più importanti delle mozioni, e questo l'abbiamo visto tutti ieri ed è una felicità scoprirlo perché credo che ci porti tutti verso una maniera più civile di intendere quello che facciamo.
C'è però un altro problema; io credo che non possiamo ridurci all'autoesaltazione collettiva riproponendo esattamente tutto ciò che facevamo prima, cioè quando va bene va tutto bene, quando va male allora tutti ci autoflagelliamo. O ci facciamo attraversare da questi fatti nuovi e cerchiamo di interpretarli, naturalmente con molti limiti perché nessuno ha la verità in tasca su come si fa, oppure lasciamo perdere. Per esempio c'è un punto che mi interessa riportare all'attenzione: ci sono moltitudini in cammino dentro il pianeta, e ci sono anche qui; la crisi non è del movimento o delle organizzazioni o del modo di concepire lo spazio pubblico, che questo certamente è un problema, ma c'è anche un'altra crisi, molto più grande: come facciamo a sostenere lo scontro con il potere, di cui tutti parliamo in termini omogenei sul fatto che è finita l'epoca delle mediazioni? Non è roba da niente. Credo che il problema se lo stiano ponendo in Colombia, in Argentina, in Europa, in Palestina. Credo che se lo stiano ponendo tutti questo problema. Questa è la grande crisi, e credo che sia una crisi non congiunturale, perché se parliamo di guerra totale permanente, di fine delle migrazioni - noi l'abbiamo visto a Genova l'inizio di questo tipo di processo, l'abbiamo vissuto a Genova - non possiamo pensare che tutto si risolva sul numero, o sulla felicità e la condivisione, l'unanimità dei processi di decisione. C'è anche un problema oggettivo; come ci scontriamo con questo? Perché ci sarà il problema dello scontro. Se pensiamo che a Seattle sia stato un incidente il fatto che è partito un ciclo di movimento - il primo ciclo di lotte globali con un meccanismo che è stato un meccanismo costituente dal basso, che è stato un meccanismo di conflitto, conflitto e consenso, cioè si andava a bloccare un G8, non si faceva più il controvertice e basta - quello che ha innescato questo processo è la natazione (?), che continua. Siamo andati in crisi anche l'11 di settembre, come a Genova; perché? Perché questo tipo di livello di scontro io credo che sia un livello a cui nessuno di noi è preparato, nessuno di noi sa come affrontarlo, e soprattutto nessuno di noi sa bene dove va a finire. E questa è una cosa che bisogna tenere aperta nella discussione politica e culturale nostra, perché è una grande risorsa poter discutere di questo; cioè quando diciamo: dobbiamo battere il liberismo, dobbiamo anche cercare di capire che non è uno slogan che lo batterà, e non è nemmeno l'insieme di tutte le nostre pratiche, che compongono la nostra unità. Su questo c'è un problema: Vittorio prima è intervenuto giustamente sulla questione violenza - nonviolenza; io ritengo che su questo dibattito siamo più avanti delle lettere di Zanotelli; non voglio far polemica, ma mi sembra pazzesco da un lato dire che c'è una dimensione che costringe alla morte milioni di persone tutti gli anni e che siamo di fronte a dei criminali e a degli assassini e poi aspettarsi che invece tutto il mondo sia pacifico e che loro ti facciano fare un altro mondo possibile, costruendolo così. Insomma, non riusciamo ad intervenire nella realtà. Ma dico, ma anche su questa questione io credo che dobbiamo reintrodurre la discussione tra di noi, non tanto o semplicemente sulla questione culturale e politica delle definizioni ma per esempio, noi, di fronte alle iniziative fatte in Australia per la liberazione dei migranti che sono dentro i centri di detenzione permanente, che significano costruire un meccanismo di condivisione su una pratica di azione diretta, noi, come ci poniamo? Io ritengo che sia una pratica altamente civile, perché va a liberare dei corpi e delle anime, delle persone che sono messe dentro delle gabbie in un meccanismo che noi definiamo "lager". Per esempio noi dovremmo cercare, insieme, con le nostre differenze, di capire come valutare anche questi livelli (di azione ). Non possiamo pensare che questi livelli siano solo degli incidenti che derivano dalla violenza dell'altro. La violenza dell'altro c'è già; la Bossi-Fini è passata e quando si parla di disobbedienza alla Bossi-Fini io credo che uno sforzo dovremmo farlo tutti nell'articolare delle proposte su come disobbedire alla Bossi-Fini. Dentro a questo c'è sicuramente l'aspetto culturale, l'aspetto della dinamica reticolare di costruzione di comunità etiche differenti, tutto quello che vogliamo, ma io credo molto semplicemente - e porto questo come contributo - anche il fatto che in questo paese riprenda una pratica di conflitto che sia poco controllabile dal potere e che sia efficace: che i centri di detenzione permanente facciano fatica a costruirli, per esempio.
Abbiamo scoperto, tanto per intervenire sul dibattito con i DS, abbiamo scoperto che questi signori, per esempio nell'Emilia e Romagna, non solo approvano la legge sui centri di detenzione permanente, no, li costruiscono pure, perché li costruisce la Lega delle Cooperative …(alcune parole coperte dagli applausi) …vediamo di non essere ipocriti anche tra di noi, nel senso che mi fa piacere che Violante debba ammettere che ha sbagliato, dopo di che mi viene un brivido lungo la schiena perché se Violante dice questo:
- uno, la situazione dentro le caserme italiane, della polizia, dei carabinieri, degli apparati è veramente preoccupante, è veramente preoccupante se lo dice lui perché certamente è un esperto di apparati, è un esperto di trame, è un esperto di come si fa a mandare in galera le persone …(alcune parole coperte dagli applausi)
- due, benissimo l'autocritica, ma adesso andiamo a vedere le carte, andiamo a vedere che cosa fate sulla guerra. E' poco importante quello che dite su di noi, voi che state lì, voi che avete scritto quella relazione sulla commissione d'indagine, che è una relazione infame su quello che è successo a Genova, come dire "ragazzi, facciamo tutti un grande girotondo, però una parte la mettiamo in galera". Ecco, questa logica qui noi la dobbiamo battere, ma proprio col sorriso sulle labbra, perché è la logica dei morti, è la logica delle mummie. Questi l'hanno già fatto questo scherzetto, in questo paese, e (questa logica) dappertutto dobbiamo batterla semplicemente, con molta franchezza, senza imbrogliare nessuno; siamo fatti così, diciamo le cose come stanno.
A proposito del forum sociale europeo, dei disobbedienti, non disobbedienti, eccetera, io credo che il forum sociale europeo va costruito insieme, su questo non c'è dubbio, e per costruirlo ci vuole il manifesto, delle "dinamiche di critica", con tutto il rispetto per quei compagni e quelle compagne che si stanno facendo un culo così nelle riunioni burocratiche, eccetera. Una cosa io credo che sia importante per metterci d'accordo: se pensiamo di andare a Firenze per fare grandi convegni con Martini, che è il presidente della regione, che ci mette i miliardi, sul fatto che c'è il glocale, che c'è il meccanismo del municipalismo e del bilancio partecipativo e che quindi siamo tutti insieme contro il neoliberismo e non pensiamo per esempio di occuparci del problema delle case, del problema del reddito sociale … occuparcene vuol dire che finché siamo a Firenze dobbiamo produrre azioni di conflitto lì, che mettano in contraddizione, che aprano la questione. Penso che su questo siamo tutti d'accordo, penso che siamo tutti d'accordo per cui presumo che attraverseremo il forum sociale utilizzando le risorse umane che si avranno lì e utilizzando noi stessi in maniera anche differente per i modi di fare politica che abbiamo.
Un'ultima cosa sullo sciopero generalizzato; prima qualcuno ha detto "cosa vuol dire sciopero generalizzato?" Io ho una proposta, però va assunta: in Spagna ha voluto dire indire uno sciopero sociale di 24 ore, quando c'era lo sciopero generale, ma vuol dire bloccare le strade tutti insieme, vuol dire occupare le case, quel giorno, per chi non ce l'ha, vuol dire fare delle azioni contro le banche della guerra, vuol dire organizzare - coinvolgendo tutti, anche chi non fa quella pratica condivide chi la fa, e chi non fa l'altra pratica, ad esempio non condivide la preghiera, condivide il senso della questione - vuol dire organizzare reti di sovversione sociale in questo paese per un mondo più giusto. Non so come si fa, però proviamoci.


Intervento di Norma Bertulacelli, Genova

Io vi chiedo scusa subito per non aver rinunciato all'intervento ma mi sembra giusto dopo aver ascoltato tanti interventi importanti, interessanti, di grosse organizzazioni, fare un intervento a titolo personale.
Innanzitutto con grande dispiacere ho sentito stamattina dire che il discorso sulla non-violenza ormai è stato archiviato. Perché penso che dietro questo discorso, dietro questo grosso equivoco, ci sia qualcuno che è arrivato con la convinzione che non-violenza voglia dire stare buoni, che i non-violenti sono quelli che dicono: va sempre bene tutto, …(alcune parole coperte dagli applausi)… non è così. Non violenza è conflitto. Non violenza è rifiuto delle ingiustizie di sempre. Non violenza è antagonismo ed è lotta.
Allora, tanto per sgombrare il campo da tutto, credo che nessuno sia ancora qua a discutere se i compagni che hanno smontato il centro di detenzione o i compagni che hanno fatto interposizione in Palestina o i compagni che hanno occupato la Diaz hanno fatto una cosa violenta o non violenta, o un po' più violenta o un po' meno: hanno fatto delle azioni dirette non violente alle quali i non violenti che si mettono l'etichettina come un po' a volte faccio io, fanno tanto di cappello. Sono azioni giuste, corrette, che non colpiscono, che non fanno male, che non danneggiano nessuno, che non danneggiano nessuna persona, ed è esattamente la stessa cosa che abbiamo detto l'anno scorso quando abbiamo detto questa volta la non violenza è una missione. Tanti scelgono di fare azioni non violente perché sono convinti che siccome davanti abbiamo il massimo di violenza, parlo del G8 e delle multinazionali, che si possa mettere in campo una risposta a quello che possiamo avere di fronte non ha senso, è ridicolo combattere con le loro stesse armi; bisogna inventare, o riscoprire, o ristudiare per chi non le conosce - quelle forme di lotta che anche nella lotta prefigurino quel mondo diverso che vogliamo costruire. E io credo che quando Zanotelli si richiama alla non violenza si richiami a questo, si richiami a metodi di lotta che non colpiscono l'avversario fisicamente, non lo distruggono fisicamente, ma ribadiscono che sui diritti non si tratta, sui diritti delle persone non si tratta. E allora se qualcuno pensa ancora che i non violenti siano quelli che si credono tanto legalizzati e partono con il dire "noi siamo non violenti, quegli altri un po' meno, state attenti; questi sono nostri fratelli, quelli son cugini e quelli sono cuginastri", e non hanno proprio capito niente, e se sbandierano il loro essere non violenti raccontano delle storie.
Un'ultima cosa, però. Le forme nuove di stare insieme che vogliamo costruire, partono da ora, partono da adesso. Allora, amichevolmente, fraternamente, vogliamo darci delle strutture, nel prossimo movimento, come giustamente diceva Agnoletto, con il quale mi ritrovo in sintonia. Dobbiamo darci delle strutture che prefigurino quel modo diverso che andiamo a costruire, dove non violenza è anche costruzione del protagonismo delle persone.