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L’ipotesi fondamentale del libro è che stiamo assistendo alla nascita
di una nuova forma di sovranità: una nuova logica e nuove strutture
di potere. Contro l’unanimismo della crisi delle forme di potere (crisi
dei partiti, crisi dello stato nazionale, crisi della politica) nella
versione liberista che celebra la nuova libertà delle forze economiche
e nella versione della sinistra europea che critica la diminuzione della
rappresentanza democratica, gli autori leggono in queste diminuzioni i
sintomi dell’avvento di un nuovo ordine mondiale. "La nostra ipotesi
fondamentale è che la sovranità ha preso una forma nuova,
composta di una serie di organismi nazionali e sovra-nazionali, uniti
da una logica unica di governo. Questa nuova forma mondiale di sovranità
è quello che noi chiamiamo impero." Da non confondere con
l’imperialismo di vecchia memoria. L’imperialismo si fondava sulle frontiere
territoriali per definire l’interno e l’esterno e funzionava come estensione
della sovranità degli stati nazionali al di fuori delle loro frontiere.
L’impero non stabilisce un centro territoriale e non si appoggia né
su frontiere, né su barriere fisse. L’impero non è nemmeno,
o almeno non vuole essere, una metafora di comodo ma un concetto che esige
e permette un approccio teorico. L’assenza di frontiere è un aspetto
fondante e ne fa un regime che ingloba la totalità dello spazio.
Riorganizza lo spazio ma anche il tempo.
L’impero si presenta non come un regime storico che trae le sue
origini da una conquista, ma come un ordine che sospende il corso della
storia; non come un momento nel flusso temporale ma come un regime senza
frontiere temporali che annuncia la fine della storia.
L’impero non si riassume nemmeno nel mercato mondiale; più che
un’organizzazione informale è un nuovo ordine globale. Il mercato
mondiale è infatti politicamente unificato attorno a quelli che,
da sempre, costituiscono i segni della sovranità: il potere militare,
quello monetario e, infine, quello comunicativo, culturale e linguistico.
Il potere militare si rappresenta nel possesso da parte di una sola autorità
della panoplia dell’armamento. Quello monetario consiste nella capacità
di coniare una moneta egemonica alla quale il mondo plurale della
finanza è interamente subordinato. Quello comunicativo si traduce
nel trionfo di un unico modello culturale e, tendenzialmente, di una sola
lingua universale.
La bomba, il denaro e la comunicazione sono i nessi del nuovo ordine mondiale.
L’arma nucleare, il potere di distruzione globale, confisca la guerra
e toglie agli stati nazionali quello che era un aspetto fondamentale della
definizione tradizionale di sovranità. La minaccia suprema riduce
l’orizzonte della guerra a una dimensione locale e ribellistica. La guerra
diventa così l’appannaggio esclusivo dei poteri di amministrazione
e di polizia: è la pax imperiale.
Il denaro è il secondo mezzo mondiale di controllo assoluto. Le
strutture monetarie nazionali tendono a perdere qualsiasi caratteristica
di sovranità a profitto di una rete di centri politici e finanziari
internazionali ma anche questo nuovo arbitro e potere non ha né
luogo geografico né statuto trascendente.
La comunicazione costituisce il terzo mezzo fondamentale del controllo
imperiale. Qui è la possibilità stessa di legare un ordine
a uno spazio che viene negata. I sistemi contemporanei di comunicazione
non sono subordinati a una sovranità, anzi è la sovranità
che sembra subordinata alla comunicazione o meglio che si articola e si
enuncia attraverso i sistemi di comunicazione. In questo modo l’impero,
come quello di Polibio, riunisce le tre forme di governo: quella monarchica
(il monopolio delle armi), quella aristocratica (il denaro) e quella democratica
(la comunicazione) e, nello stesso modo, rompe il ciclo storico che va
dalle buone alle cattive forme della città e del potere: dalla
monarchia alla tirannia, dall’aristocrazia all’oligarchia e dalla democrazia
all’anarchia.
Il biopotere.
Se molte delle pretese di dominio che il potere imperiale vanta sono illusorie,
resta che il suo ordine, giuridico, politico e sovrano è oggi,
se non più efficace, certo più globale e totalitario di
quanto lo siano state tutte le forme precedenti. Esso, infatti, non solo
si estende spazialmente ma anche nel radicamento continuando a approfondire
il suo controllo su tutti gli aspetti della vita. L’impero costituisce
un potere e un ordine biopolitico perché la produzione è
diventata biopolitica. Il luogo della produzione non è più
la fabbrica industriale, momento di passaggio nella sussunzione reale
del lavoro, ma l’intera società e, meglio, l’intero tessuto della
vita sociale, produzione e riproduzione dell’umanità stessa, intelletto,
corpo e sentimenti insieme. Il biopotere diventa un agente produttivo
quando il contesto intero della riproduzione è sussunto sotto le
regole del capitalismo, cioè quando la riproduzione e le relazioni
vitali che la costituiscono diventano esse stesse direttamente produttive.
Il biopotere è un altro nome per la sussunzione reale della società
dentro il capitale e, tutte e due, sono sinonimi d’ordine produttivo mondializzato.
La moltitudine.
E’ qui che finisce la preistoria del capitale, quando la cooperazione
sociale e soggettiva non è più un prodotto, come nelle modalità
disciplinari dello stato moderno, ma un presupposto, quando la vita stessa,
in tutti i suoi aspetti, è elevata alla dignità di potere
produttore e diventa l’orizzonte del virtuale e del possibile. Ma è
anche qui che il concetto di impero ritrova il suo destino, quello stesso
di Montesqieu e di Gibbon: la teoria della costituzione dell’impero è
anche quella del suo declino. L’impero nasce come crisi e vive come crisi.
L’impero nasce nella crisi della civilizzazione europea, organizzata nelle
istituzioni della sovranità moderna, che non riesce a stare in
ritmo con i poteri vitali della democrazia di massa e vive nella crisi
permanente del suo modo stesso di produzione. La massa indifferenziata
che, per la sua sola presenza, è stata in grado di distruggere
la tradizione moderna e il suo potere trascendente appare ormai come una
potente forza produttiva e una fonte incomprimibile di valorizzazione.
La massa si è trasformata in moltitudine. La moltitudine
è l’umanità che è diventata agente della produzione
che produce e riproduce se stessa. Produrre e riprodursi in modo autonomo
significa costruire una nuova realtà ontologica, una singolarità
che è una realtà prodotta per cooperazione. Questa nuova
comunità umana si costituisce e si afferma attraverso la circolazione,
il nomadismo e il metissaggio.
Il nomadismo e il metissaggio.
Attraverso la circolazione la moltitudine si riappropria dello spazio
e si costituisce come soggetto attivo. Questi movimenti si fanno tra sofferenze
anche terribili ma sono portatori di un desiderio di liberazione che può
essere appagato solo nella costituzione di nuovi spazi per nuove libertà.
Le migrazioni di massa sono diventate indispensabili alla produzione postmoderna.
Non esisterebbe oggi produzione, in nessun settore, dalla moda alla scienza,
senza il lavoro ‘clandestino’ degli immigrati attirati dagli orizzonti
luminosi della ricchezza capitalistica. E’ in questo movimento creatore
che si realizza l’avvento della città terrestre della moltitudine.
A fronte di ciò l’ordine imperiale è costretto a una lotta
perenne e contraddittoria per disciplinare questo movimento senza distruggere
quella che è la base stessa della sua ricchezza. Il potere di circolare
è una determinazione primordiale delle potenzialità virtuali
della moltitudine e circolare diventa il primo atto etico di una ontologia
contro-imperiale. " La circolazione è un esodo mondiale, cioè
un nomadismo, e un esodo fisico, cioè un metissaggio".
Il telos.
Arriva qui la domanda fondamentale e che non può essere elusa:
come può la moltitudine diventare soggetto politico nel contesto
dell’impero? La risposta degli autori è che "l’azione della
moltitudine diventa politica, all’origine, quando comincia a affrontare
direttamente e con una coscienza adeguata le operazioni repressive centralizzate
dell’impero. Si tratta allora di identificare e di contrastare le iniziative
imperiali e di non permettere loro di ristabilire continuamente l’ordine;
si tratta di attraversare e rompere i limiti e le segmentazioni che sono
imposte alla nuova forza lavoro collettiva; si tratta di unificare le
esperienze di resistenza e di utilizzarle di concerto contro i centri
nevralgici dell’autorità imperiale". Questo può sembrare
irrealismo velleitario di fronte all’onnipresenza e alla profondità
sociale dell’ordine imperiale? Gli autori lo negano, rivendicando il realismo
dell’utopia della teoria e dell’analisi. Basta ricordare che la nuova
potenza produttiva e riproduttiva dell’umanità non è il
prodotto ma la causa dell’impero. Sono le lotte della moltitudine che
hanno prodotto l’impero come un’inversione della propria immagine e che
rappresentano, oggi, un eccesso di valore rispetto alle forme legali e
giuridiche esistenti. "L’impero pretende di essere il signore del
mondo perché può distruggerlo: quanto orrore e quanta illusione!
In realtà siamo noi i signori del mondo perché sono il nostro
desiderio e il nostro lavoro che lo rigenerano in continuazione".
Ma ancora, come può questo virtuale trasformarsi in possibile e
in reale e il soggetto diventare politico? Come può affermarsi
una mitologia materiale della moltitudine che diventi telos di una città
terrestre, staccata, per la forza del suo potere costituente, da ogni
appartenenza e soggezione a una città di dio, che ha perso qualsiasi
onore e dignità? Il primo passaggio è la riappropriazione
del suo essere ontologico, la rivendicazione della sua capacità
di ridefinire lo spazio e il tempo. Se la moltitudine rompe i limiti dello
spazio usando il suo nomadismo per definirsi come soggettività,
il diritto generale a controllare i propri movimenti diventa un esigenza
fondamentale. Per l’impero è essenziale isolare, dividere e separare
attraverso nuove forme di segmentazione e segregazione. Per la moltitudine
la cittadinanza mondiale è il potere di riappropiarsi del
controllo dello spazio e di disegnare una nuova cartografia. Attraverso
la cooperazione, nell’esistenza collettiva e nelle reti di comunicazione,
la moltitudine si riappropria del tempo e lo ridefinisce sul piano dell’immanenza.
La cooperazione collettiva costituisce il tempo al di là della
misura, come un processo immanente di costituzione ontologica. La non
misurabilità del tempo e del valore nasce e si alimenta nella progressiva
indistinzione tra produzione e riproduzione nel contesto del potere biopolitico.
Questa generalità della produzione biopolitica conduce a una seconda
esigenza fondamentale per il potere costituente della moltitudine: un
salario sociale e un reddito garantito per tutti. Nel passaggio alla società
postmoderna e alla produzione biopolitica, la forza lavoro diventa totalmente
sociale e collettiva rompendo le distinzioni tra produttivo e improduttivo
e, anche, tra lavoro e non lavoro. Quando il lavoro non è più
individuale ma sociale il reddito non può che essere sociale e
garantito. Perchè il corpo della moltitudine possa configurarsi
in telos è necessario che le lotte facciano irruzione in tutti
i campi seguendo l’intreccio tra produzione e vita. Se la comunicazione
e la cooperazione linguistica sono diventati il tessuto della produzione
e la struttura della corporeità produttiva, vuol dire che il controllo
del senso e della significazione linguistica come delle reti di comunicazione
diventa terreno vitale della lotta politica. Un primo aspetto del telos
è posto quando i dispositivi che legano comunicazione, linguaggio
e vita diventano terreno di lotta contro la colonizzazione capitalista
della socialità comunicatrice. Un secondo aspetto del cammino del
telos della moltitudine sta nel rapporto con le macchine e la loro utilizzazione.
Si tratta di andare al di là del riconoscimento della non neutralità
delle macchine e del loro ruolo di strumenti biopolitici che partecipano
a tessere la nuova intelligenza biopolitica. Il processo di costituzione
di un nuovo proletariato fa un balzo in avanti nel momento in cui la moltitudine
si identifica come ‘macchinica’ e concepisce una possibilità di
uso alternativo delle macchine e delle tecniche in un intreccio autonomo
e non più subalterno: costruire un nuovo sistema di macchine attraverso
la lotta sul senso e sulla significazione del linguaggio. ‘L’ibridazione
dell’uomo e della macchina non è più un processo ai margini
della società: è un episodio fondamentale al cuore della
costituzione della moltitudine e del suo potere’. Si configura così
una terza esigenza politica della moltitudine: il diritto alla riappropriazione
. Nel nuovo contesto, riappropriazione significa avere libero accesso
e controllo sulla conoscenza, l’informazione, la comunicazione e gli affetti
in quanto mezzi primari della produzione biopolitica.
Il posse.
Per indicare il crearsi dell’autonomia politica della moltitudine, gli
autori riprendono il termine latino posse, dalla trilogia rinascimentale
esse-nosse-posse, che rinvia al potere della moltitudine e del suo telos,
un potere incarnato di conoscenza e di essere, sempre aperto al possibile.
Il posse è un progetto di costituzione, la messa in opera di un
potere costituente che lega l’intelletualità di massa e l’autovalorizzazione
in tutti i campi della cooperazione sociale. Il modo di produzione della
moltitudine si riappropria della ricchezza del capitale ma costruisce
ugualmente una nuova ricchezza articolata sui poteri della scienza e della
conoscenza sociale. E’ la capacità di costruire dei luoghi, delle
temporalità, delle migrazioni e dei corpi nuovi che fondino una
nuova città terrena distinta da qualsiasi città celeste.
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