Ci sono giornate così cariche di significato e così gravide
di conseguenze che in esse il tempo pare arrestarsi, presentando in forma
cristallizzata la sintesi di un lungo processo storico e l'anticipazione
degli sviluppi inscritti nel campo di possibilità del presente. Giornate
di questo tipo abbiamo vissuto a Genova nel mese di luglio, ed è
bene che su di esse la nostra attenzione si fermi a lungo, che una molteplicità
di sguardi, di memorie, di intelligenze si ponga all'opera nel tentativo
di vagliarne la stratificazione di significati e di ricavarne una lettura
politicamente produttiva per il futuro. Il movimento che si è espresso
in quella circostanza, lungi dal poter essere confinato in un ancorché
prossimo passato, va indagato come orizzonte ineludibile del nostro presente.
Esso ci indica il particolare, e partigiano, angolo visuale da cui passare
al vaglio dell'analisi e della critica anche gli eventi che lo hanno seguito.
Nell'assunzione di questa prospettiva consiste il gesto politico alla base
di queste note.
Non farlo precluderebbe la possibilità di capire sia quello che è
successo sia quello che ancora può succedere nell'orizzonte d'esperienza
politica che Genova, l'evento di Genova, ha squadernato di fronte ai nostri
occhi. Guardare ancora oggi a quell'evento con lo stupore di chi si è
trovato davanti all'imprevedibile è comprensibile, ma bisogna anche
riprendersi dal tramortimento, dallo shock, dall'entusiasmo e dall'euforia,
dal dolore e dalla gioia. Tanto più in un momento in cui, dopo l'11
settembre e il 7 ottobre, reazioni emotive di tutt'altro tipo, ma di analoga
intensità, si sono sovrapposte a quelle determinate dalle giornate
genovesi, finendo necessariamente per incombere sulla stessa valutazione
delle prospettive aperte da queste ultime.
1. Da Seattle a Genova. E nessun ritorno.
Torniamo con la memoria alle giornate di Genova, caliamoci
in quell'aria che, prima di essere resa irrespirabile dai lacrimogeni,
aveva consentito a tanti e a tante di cospirare (di respirare insieme)
di nuovo a pieni polmoni. Era la prima volta che il movimento globale
nato a Seattle si esprimeva in tutta la sua ricchezza e articolazione
in una città italiana. Certo, c'erano state la contestazione del
vertice Ocse a Bologna, nel giugno del 2000, e le giornate di marzo a
Napoli, anticipazioni importanti e per molti versi anch'esse straordinariamente
cariche di significati. Ma soltanto Genova, il disordine bello e produttivo
delle decine di migliaia di donne e uomini che marciavano insieme nella
babele di lingue e linguaggi del 19 luglio, ci ha permesso di vedere nella
loro giusta luce quegli stessi significati. Per molti, anche all'interno
della composita galassia del "pensiero critico", è stata
l'occasione per prendere finalmente atto dei caratteri radicalmente innovativi
del movimento globale.
Da questo punto di vista bisogna sottolineare il significato decisivo
delle giornate di Seattle: vero è che lì sono confluiti,
nella particolare costellazione del crepuscolo dell'era clintoniana negli
Stati uniti, percorsi di movimento, esperienze di organizzazione e di
intervento, pratiche sociali, saperi e competenze diffuse che si erano
riprodotti in modo carsico negli anni precedenti. E non è certo
un vano esercizio cronachistico ricordare che il movimento aveva trovato
già negli anni '80, nei laminatoi della globalizzazione asiatici
e africani, consistenti anticipazioni dei suoi temi, dei suoi soggetti
e delle sue pratiche. Mentre da noi trionfavano il cinismo, l'opportunismo,
la paura, al di fuori delle metropoli occidentali nuove speranze si accendevano,
nuovi movimenti sorgevano indirizzandosi contro il principio del confinamento,
contro la ferocia delle nuove recinzioni e di una nuova accumulazione
originaria: nelle lotte studentesche contro i programmi di aggiustamento
strutturale del Fondo monetario internazionale così come nell'insurrezione
operaia strisciante che ha costituito il basso continuo del ritmo espansivo
dell'economia coreana; nella lotta contro l'apartheid sudafricano e contro
l'occupazione israeliana dei territori palestinesi così come nel
formidabile movimento democratico che ha sfidato a più riprese
la dittatura di Suharto in Indonesia e nella rivolta zapatista in Chiapas.
Difficilmente oggi si potrebbe parlare di un movimento globale se esso
non portasse nella propria costituzione materiale i segni di questa genealogia.
Tuttavia soltanto Seattle, con la sua straordinaria carica simbolica e
con l'incredibile rapidità della circolazione planetaria dei suoi
messaggi, ha determinato quella scossa elettrica che ha consentito di
parlare di un movimento ormai unitario pur nella radicale eterogeneità
della sua composizione, capace di assicurare la permanenza sulla scena
politica globale di quei soggetti, di quei temi, di quelle pratiche. Di
qui la crescita continua di quel movimento: da Washington a Praga e a
Quebec City passando per Porto Alegre. Non ignoriamo, sia chiaro, che
in ciascuna di queste occasioni (e nelle molte altre che si potrebbero
ricordare) il movimento ha avuto una diversa composizione, diversi "stili"
di azione e finanche un diverso orientamento complessivo. Più importante,
tuttavia, ci sembra sottolineare il carattere fondamentalmente unitario
del processo di accumulazione di forza, consenso e ricchezza politico-sociale
che ha avuto nelle giornate di Genova il proprio apogeo. Una lacerazione
carica di soggettività si è aperta sulla scena globale e
ha determinato una trasformazione radicale dell'agenda politica mondiale:
la globalizzazione capitalistica si è trovata finalmente di fronte
al proprio spettro, alla concreta possibilità della globalizzazione
della resistenza e delle lotte. Si impone qui, la impone l'ottimismo della
ragione, una prima scommessa sul carattere di irreversibilità della
svolta fatta segnare da Seattle ed esplosa fragorosamente nelle strade
di Genova.
2. La globalizzazione in movimento.
Precisiamo i termini di questa scommessa. E facciamo un
passo oltre, spingendoci ad affrontare un primo problema, niente affatto
nominalistico, di definizione del movimento. E' bene avversare, teoricamente
e praticamente, ogni tentativo di confinarlo in una dimensione meramente
reattiva alla globalizzazione, sia questa reazione interpretata in chiave
localistica o con cospicui cedimenti alla possibilità di individuare
nello Stato-nazione la leva e lo spazio dell'azione anti-liberista. L'etichetta
giornalistica, ripresa da troppe componenti dello stesso movimento, che
lo vuole no-global, o "anti-globalizzazione", deve essere rifiutata.
Del movimento va piuttosto sottolineata - e sostenuta politicamente -
la dimensione essa stessa globale. Non diversamente da come il movimento
operaio è stato frutto del capitalismo ottocentesco, esso è
innanzitutto frutto della globalizzazione, impensabile senza di essa,
e non solo per la sua abilità nell'utilizzare le nuove tecnologie
della comunicazione. Ma diciamo di più: anziché "reagire"
alla globalizzazione, il movimento l'intensifica, la rilancia in grande
stile, ne fa un terreno propizio su cui costruire un rapporto di forza
favorevole. Solo quando si ha a che fare con un ordine produttivo, e con
forme di vita, immediatamente mondializzati, si apre la possibilità
di una sottrazione alla norma dell'accumulazione capitalistica - di una
fuga dalle catastrofi che essa materialmente costruisce - che cessi di
essere una via interstiziale, marginale, per divenire una categoria politica
a tutto tondo.
E' bene intendersi: non ignoriamo quanto tortuosi, e ancora imperfetti
dal punto di vista del capitale, siano i percorsi della globalizzazione,
su quali resistenze e ostruzioni essi continuamente rischino di incepparsi.
Allo stesso modo non dimentichiamo quanto radicalmente diverse siano le
condizioni in cui sono messi al lavoro i corpi e gli immaginari, le menti
e i desideri, delle donne e degli uomini su cui si reggono i circuiti
dell'accumulazione planetaria. Il punto è tuttavia un altro: la
socializzazione della finanza, ossia il meccanismo per cui, dalla metà
degli anni '70 negli USA e dagli anni '90 in Italia, i risparmi delle
economie domestiche, ma anche le trattenute degli operai e degli impiegati
per la pensione, sono stati dirottati sui titoli azionari, e le condizioni
di vita e lavoro nelle "zone industriali di esportazione" filippine
e messicane, fanno certo riferimento a conseguenze sociali per molti versi
incommensurabili; e tuttavia l'una e le altre sono parte di un processo
complessivo che rende tutti partecipi della produzione della ricchezza
e della povertà mondiali. La globalizzazione ha unificato il pianeta
dentro una stessa logica, quella della generalizzazione del rischio a
fronte della massimizzazione del profitto solo per pochi, ma non lo ha
per niente unito, anzi ha reso e rende necessari sempre nuovi e mutevoli
confini, imposti dagli interessi e dai poteri che mirano a giocare la
"partita doppia" del proprio tornaconto sulla pelle del pianeta
e degli esseri umani che lo abitano. In sostanza il mondo è unificato
dalla logica del capitale globale, ma meno che mai unito, meno che mai
solidale al suo interno, meno che mai fondato su principi di libertà,
uguaglianza e giustizia. Il fatto che il movimento nato a Seattle abbia
assunto il mondo nella propria unità come scena del proprio agire
politico, e abbia sviluppato quest'ultimo a partire da un'intuizione dell'unità
del pianeta che ne costituisce l'"ovvio" presupposto e non un
tortuoso punto d'arrivo, è la condizione che gli ha consentito
di esporre in piena luce la contraddizione costitutiva della globalizzazione.
Ma occorre anche dire che, della globalizzazione contemporanea, il movimento
nato a Seattle riattiva una genealogia inconfessata, ricollegandosi a
quella spinta all'unificazione del pianeta che nel corso del Novecento
ha dapprima sostenuto l'internazionalismo comunista, per trovare poi una
formidabile prosecuzione nelle lotte anti-coloniali e per culminare nell'insurrezione
globale del '68 - nonché nei grandi cicli di lotte che ad esso
fecero seguito all'interno come all'esterno dell'Occidente. Il movimento
di oggi, lo ripetiamo, "riattiva" quella genealogia, rivendica
l'unificazione del pianeta nel segno di una radicale democrazia e intende
sottrarla all'egemonia capitalistica che ne ha scandito la realizzazione.
Nella storia dei "movimenti anti-sistemici", dunque, Seattle
rappresenta (può rappresentare) una cesura di rilevanza pari alle
barricate nel quartiere latino. Possiamo azzardare una previsione impegnativa,
spingendoci anche qui un passo oltre: al pari del '68, Seattle apparirà
retrospettivamente l'inizio di una fase storica caratterizzata da una
presenza permanente del movimento sulla scena politica globale e nelle
diverse situazioni "locali", da una politicizzazione della società
che assumerà certo forme del tutto diverse rispetto a quelle che
abbiamo conosciuto negli anni '70, ma che non sarà meno radicale
nello smentire l'utopia capitalistica di una società mercantile
pacificata. A condizione che l'evento delineatosi tra Seattle e Genova
sia colto nella sua reale natura e nutra un'azione politica alla sua altezza.
3. Corpi migranti.
Da questo punto di vista, occorre ristabilire, nella lettura
politica delle giornate di Genova, la centralità e il rilievo strategico
della manifestazione dei migranti del 19 luglio, con cui le iniziative
contro il G8 si sono aperte. Uno dei suoi obiettivi, del resto, consisteva
propriamente nel porre al centro della scena la necessità di valorizzare
la dimensione globale del movimento nato a Seattle. I movimenti migratori,
con gli elementi di soggettività che li innervano (in una battuta:
la rivendicazione pratica del diritto di fuga da condizioni "oggettive"
di deprivazione materiale e simbolica, da tirannidi sociali e politiche,
dall'incubo della guerra e della fame), sono stati infatti in questi anni
uno straordinario laboratorio della "globalizzazione dal basso",
per riprendere una formula tra le più interessanti in circolazione
per definire l'azione del movimento. Anch'essi squadernano di fronte ai
nostri occhi una genealogia troppo spesso sottaciuta del mondo globale
in cui viviamo. Portare in piazza le istanze dei migranti significava
dare visibilità e risalto a quella tensione violentissima e drammatica
tra la rivendicazione pratica, oggettivamente cosmopolitica, della libertà
di movimento del lavoro e l'istituzione di nuove barriere e confini contro
di essa che della globalizzazione contemporanea costituisce un tratto
saliente.
Al fondo, l'obiettivo perseguito con questa proliferazione di barriere
e di confini consiste nel porre i movimenti dei migranti sotto l'ipoteca
della paura, nel disciplinarli in modi tali che riducano al minimo la
possibilità di percorsi altri rispetto a quelli disegnati dalla
loro messa al lavoro. Ma questo significa che il lavoro migrante presenta
caratteri esemplari; che la sua condizione riverbera elementi condivisi
dalla composizione di classe contemporanea nel suo insieme, proprio nella
misura in cui quest'ultima può e deve essere letta soltanto su
scala globale. Esso azzera, innanzitutto, ogni diatriba ideologica sulla
globalizzazione, riportando al terreno concreto di una realtà che
ci dice che la globalizzazione c'è già stata, e che con
essa, con i corpi che vi vengono mobilitati e messi al lavoro (tra salario
e no), si devono fare i conti. La "dialettica della miseria",
che oppone liberismo e protezionismo, cede il passo alla realtà
di un mercato del lavoro nei cui confronti ogni immagine neo-liberista
(apologetica o critica) è solo mistificazione, e dove trasformazione
e conflitto investono tanto la dimensione economica quanto quella politico-costituzionale
degli Stati.
La particolare modalità di esperienza della flessibilità
propria dei migranti, sospesa tra l'istanza di libertà che si esprime
nella rivendicazione del diritto di fuga e la concreta negazione dei più
elementari diritti civili, politici e sociali che costituisce il prolungamento
dell'ombra dei confini al centro stesso delle metropoli contemporanee,
dice qualcosa di più generale sulla crisi del "fordismo"
e sulle condizioni di vita e di lavoro prevalenti dopo di essa. Da una
parte, cioè, ci parla della determinazione soggettiva dei processi
che hanno condotto alla fine di uno specifico regime di lavoro di fabbrica,
del movimento di massa, operaio e proletario, di esodo dall'"ergastolo
di fabbrica" che ha rappresentato l'onda lunga del rifiuto del lavoro
esercitato dall'"operaio massa"; dall'altra allude a un processo
di ridefinizione dell'organizzazione produttiva, oggi associato al modello
di globalizzazione perseguito dal G8, dal Fondo monetario internazionale
e dalla Banca mondiale, che punta ad "annerire" il lavoro in
generale, a organizzare la sua discesa negli inferi della clandestinità,
a interdire l'accesso ai laboratori segreti della produzione di cui ci
parla Marx, ovvero a sottrarli alla luce dei riflettori della sfera pubblica
non statale. Così come il comando del capitale gioca tutto sulla
riduzione dei migranti a pratiche di contabilità occupazionale
che fanno leva sulla loro "nuda vita", ossia sulla loro natura
di pura forza lavoro, il movimento non può che far leva sul sovrappiù
di soggettività che si è espresso nei movimenti migratori
degli ultimi anni, sugli elementi di eccedenza rispetto alla riduzione
di donne e uomini a pura forza lavoro che ne sono il motore nascosto.
E' inoltre il caso, tornando alla dinamica delle giornate genovesi, di
notare che l'irruzione dei migranti all'interno del movimento gettava
una luce affatto particolare su uno dei nostri (e non soltanto dei nostri)
incubi di quei giorni: ovvero sulla zona rossa. Da una parte, infatti,
i migranti vivono quotidianamente all'interno di qualcosa di molto simile
ad essa; dall'altra, tuttavia, proprio i loro movimenti mostrano come
sia aleatoria l'ossessione di chiusura ermetica dei confini che impronta
di sé non solo le politiche degli Stati occidentali, ma anche la
ridefinizione dello spazio urbanistico in molte metropoli del nord e del
sud del mondo. Quell'ossessione, sia chiaro, è ben lungi dal risultare
priva di effetti: il corpo senza vita di Carlo Giuliani può anzi
essere una drammatica metafora delle migliaia di morti che le politiche
da essa nutrite determinano quotidianamente. Ma al tempo stesso sono forse
proprio il gigantismo delle difese e i fantasmagorici mezzi schierati
a presidio della zona rossa durante il vertice G8 a Genova a parlarci
della fragilità delle nuove forme di governo del pianeta che si
sono affermate negli ultimi anni.
4. Il nostro Occidente.
Tra le macerie delle Twin Towers non è difficile
scorgere segni cospicui dei processi richiamati. Non soltanto nel senso
che trasporti aerei e sicurezza aeroportuale sono stati tra i settori
chiave, anche sotto il profilo simbolico, nell'avvio delle politiche di
deregolamentazione del lavoro negli Usa, con risultati non eccelsi sotto
il profilo dell'efficienza. Ma anche e soprattutto per i corpi senza nome
dei tanti migranti che hanno trovato la morte tra le rovine di quel sogno
americano che loro stessi, insieme a generazioni di donne e di schiavi,
di operai e di ribelli, avevano impedito di racchiudere nella silhouette
stilizzata della libertà del capitale, ponendolo sotto il segno
potente e incancellabile della contraddizione. E' pensando in primo luogo
a loro che anche noi diciamo: siamo tutti americani.
E potremmo anche dire che oggi, nel tempo della globalizzazione, siamo
tutti occidentali. Il presente appare in questo senso caratterizzato dalla
fine delle rappresentazioni dello spazio - della cartografia - caratteristiche
della modernità. Per limitarci a quelle correnti fino a ieri: nord
e sud, primo e terzo mondo, ma anche Occidente e Oriente appaiono espressioni
sempre meno in grado di ordinare secondo coordinate spaziali la comprensione
e la rappresentazione del pianeta. Non si tratta di sostenere l'equivalenza,
o l'irrilevanza, dello spazio nel mondo contemporaneo. Continue linee
di scissione dividono la Terra in aree d'interesse, cioè di sfruttamento,
a diversa intensità, sulle quali vengono costruite ferree gerarchie
che hanno il compito di tenere in piedi e di far funzionare efficacemente
le piramidi del comando capitalistico, smembrando e ricomponendo incessantemente,
se necessario, anche i confini degli Stati-nazione, come dimostra ampiamente,
solo per fare un esempio, la vicenda dei Balcani. La relazione tra centro
e periferia non può tuttavia più essere data per scontata
nel nostro tempo: potenti dinamiche di decentramento e di "provincializzazione"
investono le stesse metropoli che si vorrebbero imperiali; mentre l'"esotico"
ricompare nel giardino di casa dell'Occidente, remote "periferie"
sono attraversate da processi di "occidentalizzazione" dagli
esiti imprevedibili.
Detta in altri termini: dilatatisi su scala planetaria, la modernità
e l'Occidente ripropongono intere, nel segno della complessità
e della contraddizione, le genealogie che fin dalla loro origine stringono
in un unico destino la storia d'Europa e la storia del mondo. Nessun progressismo,
nessuna immagine pacificata e lineare della storia dietro a questa affermazione,
sia chiaro: quel destino reca lo stigma della violenza muta, non giustificabile
e non risarcibile, della schiavitù e del dominio coloniale, di
una depredazione materiale e simbolica di terre e popolazioni altre da
quelle d'Occidente. E tuttavia proprio questa muta violenza fa dell'Occidente
stesso, fin dal principio di quella sua storia moderna che non è
separabile dalla nascita del modo di produzione capitalistico, un costrutto
ibrido; e della sua "civiltà", della sua "cultura",
costellazioni storiche alla cui produzione materiale hanno dato un contributo
almeno altrettanto essenziale di quello apportato da mercanti veneziani
ed esploratori genovesi i milioni di africani morti nel middle passage,
nella deportazione verso il "nuovo mondo", gli schiavi di Santo
Domingo vittoriosamente insorti alla fine del XVIII secolo e i "subalterni"
indiani che hanno concretamente sfidato il dominio coloniale britannico.
Proprio perché porta inscritte nella propria costituzione materiale
queste genealogie, il movimento globale rappresenta oggi l'unica alternativa
reale alla morsa che pare stringere in una perversa solidarietà
Jihad e McWorld. E può riproporre in forma aggiornata l'attualità
di quel "sogno di una cosa" che alla storia della modernità
e dell'Occidente appartiene allo stesso titolo degli incubi della schiavitù
e dei campi di concentramento; di quell'istanza radicale di libertà
e uguaglianza che ha nutrito i progetti repubblicani, democratici e comunisti
in Occidente non meno dei movimenti delle genti dell'Atlantico nero e
delle rivolte anti-coloniali.
5. Enduring War.
Palesemente altre, tuttavia, sono le immagini a cui l'Occidente,
al pari dell'"America", è associato nell'immaginario
prevalente delle donne e degli uomini che abitano vasti territori del
pianeta: devastazione e dolore, cinismo di fronte alle piaghe della fame,
della miseria e della guerra, associato alla commossa partecipazione ai
destini degli oleodotti e dei nuovi mercati in via di formazione; sono
le immagini dei bombardamenti di Baghdad e di Belgrado, a cui si aggiunge
oggi, dopo l'11 settembre, la prospettiva di fare della guerra l'orizzonte
permanente, quantomeno in ultima istanza, dei processi di globalizzazione.
Non è un caso, ci pare, che la missione lanciata da Bush Jr. e
fragorosamente sancita dai missili che si sono abbattuti su Kabul si chiami
enduring freedom, una definizione che nel suo doppio significato di "libertà
duratura e paziente" pone comunque l'accento, come d'altronde la
precedente "giustizia infinita", sul tempo. E' la presa d'atto
da parte del figlio, a dieci anni di distanza, del definitivo tramonto
del sogno del padre, dell'esaurimento catastrofico, tra le rovine del
World Trade Center, di quella retorica del "nuovo ordine mondiale"
all'insegna della quale era stata combattuta la guerra - o meglio: era
stata organizzata la devastante "operazione di polizia internazionale"
- contro l'Iraq. E neppure casuale è che proprio ora, quando tutti
concordano sul fatto che il nemico da combattere non è uno Stato,
si torni a usare con disinvoltura il termine guerra: il punto è
che mentre il concetto di polizia fa riferimento all'esistenza di una
"normalità" che si tratta di tutelare (o al limite di
restaurare), quello di guerra intrattiene una relazione assai più
complessa con lo stato d'eccezione. E' proprio il carattere di guerra
costituente dell'operazione avviata da Bush che occorre porre al centro
dell'analisi, con il decisivo corollario che lo stato d'eccezione si avvia
a farsi norma su scala globale.
Innanzitutto va detto che l'"Occidente" appare assai più
vasto di quanto troppo spesso si sia inclini a credere, inglobando al
proprio interno i padroni arabi del petrolio allo stesso titolo dei centri
della finanza transnazionale presenti in ogni angolo del mondo. Le tensioni
interne a questo "Occidente" spiegano forse più della
questione palestinese alcune dinamiche in atto nei centri operativi dello
stesso integralismo islamico. Ma anche lo scenario internazionale delineatosi
dopo il brusco passaggio d'epoca dell'11 settembre deve essere qui letto
dal punto di vista del movimento, di quell'altro passaggio d'epoca che
esso ha determinato tra Seattle e Genova. E non si può in questo
senso che porre l'accento innanzitutto sulla brusca limitazione delle
libertà, sulla secca chiusura degli stessi spazi di comunicazione
che il movimento aveva saputo conquistare e agire negli ultimi anni, che
allo stato d'eccezione sono costitutivamente connesse. Del resto, non
è solo nei confronti dei rigurgiti di nazionalismo guerresco che
occorre organizzare materialmente la diserzione nell'età delle
Twin Towers. Già in occasione della guerra nei Balcani avevamo
rifiutato l'alternativa suicida tra la violenza umanitaria della Nato
e la dittatura affaristica di Milosevich. Ma oggi la diserzione va soprattutto
esercitata riguardo a ogni lettura dell'"Occidente" che ne obliteri
i tratti ibridi e conflittuali, che espunga dalla sua complessa costituzione
materiale tutti gli aspetti eccedenti rispetto alle logiche del dominio
e del capitale.
Ancora una volta, sul proprio percorso, il movimento si trova così
a incontrare la figura del migrante nell'insieme dei suoi significati
esemplari. I primi provvedimenti raccomandati negli USA dal Ministro della
Giustizia John Ashcroft, la possibilità di fermare i migranti per
un tempo indeterminato in presenza di motivi attinenti la "sicurezza
nazionale" e di deportarli senza inutili formalità, indicano
chiaramente quale sarà il nemico interno contro cui l'"Occidente"
combatterà la sua guerra "duratura e paziente". Né
è difficile prevedere che l'Italia sarà tra i Paesi più
solerti a presidiare il "fronte interno". Se il "movimento
dei movimenti" incarna oggi un'alternativa reale, la ragionevole
possibilità di un altro mondo, quest'alternativa non può
che individuare nei migranti il senso della propria urgenza e uno dei
propri soggetti fondamentali. E inoltre: la costruzione di rapporti con
i movimenti in atto in Africa, nel Medio Oriente, in Asia è un
compito fondamentale per il movimento, di fronte al quale nuovi, formidabili
ostacoli si frapporranno nella nuova fase. L'approfondimento del rapporto
con i migranti che provengono da quelle aree del mondo appare oggi la
condizione essenziale per continuare a tessere la tela di quell'unificazione
materiale del pianeta al di là di ogni barriera geografica, religiosa,
di genere, di cui il movimento ha fatto balenare la possibilità
contro i diversi, eppur convergenti, interessi del fondamentalismo islamico
e del comando capitalistico.
6. Genova. E poi?
Lo ha notato Naomi Klein, nei giorni immediatamente precedenti
l'inizio dell'attacco aereo contro l'Afghanistan. Ma lo avevamo capito
in molti all'indomani delle giornate di luglio: un cambiamento di strategia
si impone al movimento. Le sue tattiche basate essenzialmente sull'attacco
ai simboli del capitalismo devono cedere il passo a una nuova capacità
di diffondersi orizzontalmente nella società, di aggredire quotidianamente
i rapporti capitalistici di produzione. Certo, oggi a complicare il quadro
c'è la mutazione del "paesaggio semiotico", per dirla
appunto con Klein, al cui interno la stessa azione del movimento si inscrive
dopo gli atti di "guerra simbolica", di tutt'altro segno e di
ben altra devastante e tragica efficacia, dell'11 settembre. Ma non è
questa l'unica ragione per cui appare oggi urgente uno spostamento di
piano, una sorta di mossa del cavallo, che consenta di capitalizzare,
scoprendone intera la valenza materiale, le conquiste che in questi anni
spericolate scorribande sui terreni del simbolico e dell'immaginario ci
hanno consentito di accumulare. E' la forza stessa del movimento, che
lo ha condotto ad esempio a porre radicalmente in discussione la legittimità
dei grandi vertici internazionali sulla cui contestazione esso è
venuto riconoscendosi e crescendo, ad aver raggiunto probabilmente il
limite massimo della sua espansione su questo terreno.
Genova, da questo punto di vista, ha certo segnato come già si
è detto l'apogeo del percorso di movimento che ha avuto avvio a
Seattle. Ma ha anche determinato, prima dell'11 settembre, la chiusura
di una fase e l'apertura di uno scenario in cui nuovi sono i problemi
e i compiti che si presentano al movimento. Si tratta di un punto evidente,
che tuttavia è stato affermato con un riferimento troppo esclusivo
alle dinamiche della repressione nel dibattito seguito all'interno del
movimento alle giornate di luglio. Certo, il salto di qualità,
da questo punto di vista, è innegabile; e si sbaglierebbe a ricondurlo
alle peculiarità del contesto italiano, che pure hanno senz'altro
pesato, perdendo di vista la scala globale della repressione, segnalata
sia dal comportamento delle forze di polizia in precedenti occasioni sia
dalla tendenziale integrazione sovranazionale degli apparati repressivi.
La repressione, è bene affermarlo con forza, è stata a Genova
una scelta preventiva, in nessun modo giustificata dai comportamenti tenuti
in piazza da settori più o meno larghi del movimento: l'attacco,
pianificato e violento, si è indirizzato contro il movimento nel
suo complesso, come in particolare l'incredibile carica al corteo dei
300.000 del 21 rende evidente. Tuttavia, sotto il profilo politico, appare
altrettanto urgente (se non più urgente) sottolineare come a chiudere
la fase che si era aperta a Seattle sia stata la straordinaria crescita
qualitativa e quantitativa del movimento. Prima che dagli armigeri in
divisa, per fare un esempio, una determinata concezione della disobbedienza
civile è stata posta in discussione dalla dimensione stessa del
corteo che era partito dallo stadio Carlini il 20 luglio: tante volte
evocata, la "moltitudine" si è finalmente mostrata, ed
è apparso subito chiaro quanto inadeguate, come strumenti della
sua espressione, fossero le stesse pratiche costruite a misura di movimenti
(e in un contesto politico) affatto diversi.
Aggiungiamo un altro esempio, forse ancora più importante: uno
dei caratteri costitutivi di questo movimento è che la sua dimensione
globale rappresenta per così dire un presupposto oggettivo delle
mobilitazioni. C'è qui uno scarto enorme (e tutto positivo, in
prima battuta) rispetto alla situazione degli anni '70: la dimensione
internazionale delle lotte doveva essere ricostruita allora in un faticoso
lavoro analitico e l'organizzazione di una manifestazione a scala sovranazionale
richiedeva un ancor più faticoso lavoro di tessitura da parte delle
organizzazioni politiche. Oggi, per un appuntamento come quello di Genova,
la mobilitazione globale può al contrario essere in larga misura
data per scontata. Ma una volta sottolineato questo punto, di cui si tratterà
peraltro di sondare la tenuta nel nuovo scenario aperto dall'attacco alle
Twin Towers, occorre ben riconoscere che l'ampiezza di tale mobilitazione,
a cui non è corrisposto a Genova un analogo livello "soggettivo"
di comunicazione politica, ha posto notevoli problemi, generando incomprensioni
ed elementi di confusione che hanno poi drammaticamente pesato in piazza.
7. Niente più come prima.
Diciamolo dunque con enfasi, e se necessario con una certa
dose di provocazione: niente può più essere come prima dopo
Genova. A imporne l'evidenza non è tanto (o non è soltanto)
la violenza della repressione che ci siamo trovati a fronteggiare nelle
giornate di luglio, ma - ripetiamo - la crescita imprevista, la straordinaria
ricchezza del movimento che in quelle giornate si è espresso e
che va rimesso al centro del dibattito politico. Gli stessi schieramenti
politici che abbiamo ereditato dagli anni '90 devono essere complessivamente
rimessi in gioco, passati al vaglio di quello straordinario principio
di realtà rappresentato dal movimento, nella sua reale composizione
e nell'intero spettro dei comportamenti che lo innervano, su cui occorre
a partire da subito focalizzare l'analisi.
Si tratta di un punto che è opportuno sviluppare, quantomeno in
prima istanza, in una chiave del tutto interna alle dinamiche del movimento
nel nostro Paese. Tutte le forme organizzative cresciute in Italia dopo
l''89 - dai centri sociali ai Cobas, dalle esperienze della sinistra sindacale
a Rifondazione comunista - sono state investite dal positivo spiazzamento
determinato dall'evento di Genova. Non si tratta qui di esprimere giudizi
spocchiosi e liquidatori su esperienze a cui noi stessi, a diverso titolo,
siamo stati interni, e che hanno comunque rappresentato importanti laboratori
politici. Decisiva è piuttosto la circostanza che a Genova si è
manifestato un insieme di pratiche, di linguaggi e di soggetti cresciuti
spesso ai margini, quando non all'esterno, delle esperienze richiamate,
la cui dirompente forza sociale è comunque immensamente superiore
a quella risultante dalla mera somma algebrica delle componenti organizzate
confluite all'interno del "Genoa Social Forum". A questo patrimonio,
che appartiene a tutti o a nessuno, intendiamo riferirci quando parliamo
di un nuovo principio di realtà al cui vaglio devono essere passati
gli schieramenti e le forme dell'azione politica.
Vediamo di spiegarci con qualche esempio concreto, tratto dall'esperienza
di quel "laboratorio del Carlini" a cui abbiamo direttamente
partecipato. Riteniamo che la scelta di "svestire" le tute bianche
sia stata, ad onta delle circostanze un po' casuali in cui è stata
effettuata, assolutamente felice, e che rappresenti anzi un punto di non
ritorno. E tuttavia ci pare che sotto altri profili questa componente
del movimento abbia copiosi materiali su cui organizzare una riflessione
autocritica, proprio a partire da quelle intuizioni che le avevano permesso,
prima e meglio di quanto non fosse capitato ad altre componenti, di comprendere
la rilevanza del movimento globale e di porsi in sintonia con esso.
Si ripropone qui il problema, precedentemente accennato, di pratiche che
hanno consapevolmente affidato alla potenza dei simboli e delle metafore
il compito di veicolare la propria comunicazione politica. Se ciò
ha infatti indubbiamente spesso consentito di "bucare lo schermo",
occorre a nostro giudizio sottolineare, in riferimento specifico agli
scenari italiani dei mesi precedenti il G8, che l'uso debordante di simboli
e metafore ha finito per determinare una sorta di auto-ipnosi di massa,
ben rappresentata dalla "dichiarazione di guerra", di cui non
è possibile non cogliere, a distanza di qualche tempo, l'assoluta
sproporzione rispetto a quanto si annunciava a Genova. Più in generale:
sarebbe ora, crediamo, di riconsiderare l'uso che è stato fatto
del parallelo tra la situazione messicana e quella italiana, che ha improntato
di sé non solo definizioni come quella di "esercito di sognatori"
riferita alle tute bianche, ma anche il modo specifico in cui si è
parlato di "società civile". Una volta di più:
il tempo dei simboli deve probabilmente di nuovo cedere il passo al tempo
dell'inchiesta e dell'analisi, anche dello specifico contesto italiano,
senza che questo significhi rinunciare alla ricchezza delle acquisizioni
e delle esperienze che sul terreno della comunicazione politica sono state
accumulate negli ultimi anni. E senza ovviamente smarrire quel senso della
connessione tra contesti "locali" e dimensione globale che del
movimento rappresenta il principale elemento di ricchezza.
8. Catastrofi del politico.
Se le giornate di Genova hanno determinato un positivo
spiazzamento nei confronti delle forme organizzative assunte negli ultimi
anni dal movimento, ben altro - appunto catastrofico - è stato
il loro impatto sul sistema politico e sulle categorie fondamentali che
organizzano l'immagine della politica istituzionale. Il movimento globale
si è del resto complessivamente caratterizzato, e con particolare
forza nella forma da esso assunta in Italia, per la sua capacità
di dare per la prima volta espressione politica alla diffusione carsica
di atteggiamenti negativi (di sottrazione, di interdizione, di secessione
individuale) che si poteva leggere in controluce nell'erosione dei canali
tradizionali di partecipazione e nella crisi che aveva da tempo investito
gli istituti e le logiche della rappresentanza. Il profilo d'insieme del
movimento, nella specifica articolazione tra dimensione individuale e
dimensione collettiva che esso ha lasciato intravedere, si caratterizza
proprio per la sua distanza, per la sua alterità, da questi istituti
e da queste logiche. La disponibilità di centinaia di volontari
a investire quote considerevoli di tempo e di energia nella costruzione
delle manifestazioni, delle iniziative del "public forum" e
delle strutture che le hanno rese possibili, non contrasta da questo punto
di vista con il difficile rapporto con l'appartenenza politica (con ogni
appartenenza politica) che ha rappresentato un tema costante di discussione
all'interno del movimento di luglio e che le prime ricerche sociologiche
su di esso appaiono confermare. La crescita del corteo del 19, mano a
mano che procedeva per le strade della città, è una rappresentazione
plastica, ed estremamente efficace, del processo di continua composizione
e ricomposizione delle figure collettive che questo movimento, nella sua
costitutiva, ma innovativa, dimensione extraparlamentare, ha fatto balenare.
La defezione dalla rappresentanza è stata attirata dal movimento,
che ha saputo incanalarla al suo interno senza necessariamente ricomporla
ma prefigurando comunque la costituzione di una sfera pubblica non statuale.
Pluralità costitutiva dei soggetti, impossibilità di una
loro riduzione a Uno, strutturale sottrazione al campo di gravitazione
dei concetti di Stato e sovranità: sono questi i caratteri della
sfera pubblica inaugurata dal movimento a Genova. E occorre dire che il
GSF, almeno a tratti, ha saputo sintetizzarli con buona approssimazione,
ponendosi come luogo di incontro, di cooperazione e di comunicazione tra
soggetti individuali e collettivi che non si sentissero costretti a sacrificare
nulla di sé sull'altare di una rappresentazione unitaria ma che
al tempo stesso non temessero di contaminarsi e di trasformarsi.
Una nuova dimensione dell'esperienza politica, corrispondente a una figura
ricca e complessa di individualità, di cui si tratta di sondare
i nessi con le tumultuose trasformazioni che hanno investito il modo di
produzione capitalistico negli ultimi anni, ha dunque fatto irruzione
sulla scena pubblica nelle giornate di luglio. E ha mostrato un'imprevista
capacità di attraversare la stratificazione sociale e le professioni,
come hanno dimostrato in particolare le esperienze dei sanitari e dei
legali del GSF, che hanno nel frattempo deciso di costituirsi anch'essi
in forum permanenti, da cui potranno venire nei prossimi mesi fondamentali
contributi allo sviluppo del movimento.
9. Anticapitalistic Movement?
Ma procediamo oltre nell'analisi dell'impatto del movimento
globale sul sistema politico. La particolare situazione italiana crediamo
presenti elementi che ben si prestano a una generalizzazione. Come abbiamo
potuto osservare nei mesi precedenti il G8, il movimento ha saputo operare
una complessiva, ancorché embrionale, ridefinizione dei confini
del politico. Attraverso la sua azione, in altri termini, diversi temi
su cui si era andato costituendo il vero e proprio consenso bipartisan
(a cominciare dal presupposto del carattere naturale del mercato e delle
sue dinamiche) sono stati nuovamente indicati come terreno di potenziali
contrapposizioni; mentre altre questioni (dalle nuove frontiere della
ricerca scientifica al diritto di copyright) hanno cessato di essere consegnate
ai tecnici o alle coscienze individuali per essere investite da domande
collettive che le hanno installate al centro dell'arena pubblica.
Mentre nel tempo della globalizzazione il capitale distendeva il proprio
dominio sull'intero arco della vita, sussumendo sotto di sé e mettendo
a valore i corpi e le menti, la conoscenza e le tonalità emotive,
i segreti meglio riposti della natura, gli stili di vita e le "culture",
la politica si era ritratta negli ultimi anni dai campi in cui si assumono
decisioni essenziali per l'organizzazione dell'esistenza individuale e
collettiva. Le giornate di luglio hanno espresso il rifiuto di questa
politica, e hanno in primo luogo indicato che un'altra politica è
possibile e necessaria. A questo livello occorre valorizzare la pluralità
di soggetti e di tematiche che ha costituito la ricchezza del movimento,
giustificando nei fatti la sua definizione come "movimento dei movimenti".
Ambiente e consumo critico, volontariato e biotecnologie, per non citare
che le prime parole chiave che vengono in mente: a partire da ciascuno
di questi temi, colto nella sua specificità che non può
tuttavia qualificarsi come "settoriale", si sono innescati,
ancora una volta in modo carsico, processi che hanno condotto una moltitudine
di donne e di uomini a porsi domande di fondo, estremamente radicali,
sulla giustizia del sistema sociale al cui interno tutti viviamo.
E' questo insieme di processi, a cui sono corrisposte pratiche sociali
di interdizione, di sottrazione collettiva ai meccanismi della globalizzazione
capitalistica, di sabotaggio verrebbe da dire in un'accezione assolutamente
sobria del termine, ciò che ha posto le basi per una delegittimazione
sociale del sistema capitalistico del tutto imprevedibile solo qualche
tempo fa. In questo senso, che è un po' diverso da quello che viene
da taluni utilizzato nel dibattito, il movimento nato a Seattle si muove
su un terreno che è oggettivamente anticapitalistico. Ed è
proprio a partire dalla tendenziale sovrapposizione di questa delegittimazione
sociale del capitalismo e di quella crisi strutturale della democrazia
rappresentativa che la dimensione extraparlamentare del movimento esprime,
nello straordinario campo di possibilità che così si apre,
che si tratta oggi di ripensare l'azione politica di quel movimento nel
suo complesso e delle sue singole componenti.
10. Movimento al lavoro.
Al fondo dell'adesione al movimento di molti soggetti agisce
la molla in ultima istanza etica di un'indignazione profonda per l'ingiustizia
inflitta al mondo contemporaneo: di qui la ricerca di "alternative"
che possono apparire velleitarie, il bisogno di una soluzione (sia essa
la Tobin tax o il "commercio equo e solidale") da contrapporre
immediatamente agli aspetti più inaccettabili del presente, l'ansia,
si potrebbe dire, di individuare modelli positivi di vita. La stessa concentrazione
del movimento sui simboli del capitalismo esprime in fondo la medesima
tendenza. E già scorgiamo gli sguardi supponenti e le alzate di
spalle di quanti contrappongono linearmente la materialità alla
dimensione simbolica, l'asprezza dei rapporti capitalistici di produzione
alla "filosofia del cuore" e alle "ricette per l'osteria
dell'avvenire" che tanto affascinano il movimento dei movimenti.
Considerato che anche noi abbiamo parlato di materialità e di rapporti
capitalistici di produzione, è opportuno a questo punto introdurre
qualche precisazione. Vi sono simboli, intanto, la cui pregnanza, la cui
potenza nell'organizzare - in negativo come in positivo - l'esperienza
quotidiana e l'azione di donne e uomini è talmente intensa da rendere
risibile la contrapposizione ad essi della dimensione materiale: questo
vale, tanto per rimanere in argomento, per il simbolo "giustizia",
a cui corrisponde l'uso, assai diverso da quello fatto da Madeleine Albright
per giustificare il bombardamento di Belgrado, delle retoriche dei "diritti
umani" da parte di sindacalisti cinesi e indonesiani impegnati a
denunciare le condizioni di vita e di lavoro prevalenti nelle "zone
economiche speciali" e nelle "zone industriali di esportazione".
Ma il discorso può essere esteso alle stesse modalità "etiche"
attraverso cui si sono determinate le dinamiche di politicizzazione confluite
nelle giornate di luglio. Avanziamo a questo proposito la tesi che tali
modalità corrispondano a caratteri peculiari della cooperazione
produttiva contemporanea, tanto da poter configurare il movimento che
si è espresso a Genova come suo embrionale e parziale rovescio.
Nella misura in cui oggi la produzione, considerata nell'intero arco della
sua distensione sociale, include e mette a valore inclinazioni e abitudini
maturate nel "mondo della vita", il lavoro vivo presenta un'universalità
e una ricchezza tali da rendere il terreno dell'etica quello "naturalmente"
predisposto a nutrire la crescita dell'insubordinazione.
Più in generale: riteniamo che una serie di soggetti, di competenze
e di saperi che hanno conquistato centralità attraverso le trasformazioni
del modo di produzione capitalistico intervenute negli ultimi anni abbia
trovato con ogni probabilità nel movimento globale, sulle due rive
dell'Atlantico così come nel "nord" e nel "sud"
del mondo, la propria prima espressione politica significativa. Ad esempio:
l'alta "densità tecnologica" del movimento genovese,
come già di quello di Seattle, rappresenta in fondo l'altro lato,
costitutivamente votato all'insubordinazione, della diffusione della net-economy,
a cui sarà bene prestare attenzione nel momento in cui quest'ultima
appare attraversare una crisi tanto repentina quanto spettacolare. Così
come la nuova dimensione dell'esperienza politica e la nuova figura dell'individualità
che hanno fatto irruzione nelle strade di Genova sono nate, ponendosi
in fondo in sintonia con l'operare silenzioso di istanze cresciute all'interno
di uno dei movimenti più importanti degli ultimi decenni, quello
femminista, tra le pieghe della flessibilità lavorativa ed esistenziale
che si è venuta progressivamente imponendo come norma di vita per
una quota sempre più larga di donne e di uomini.
Resta il fatto, tuttavia, che altri soggetti, cruciali nella composizione
del lavoro vivo contemporaneo, ne sono rimasti sostanzialmente esclusi.
E pensiamo in particolar modo a quanti hanno sperimentato in prima persona
gli effetti di quel processo di espropriazione e destrutturazione dei
diritti di cittadinanza che (non solo all'interno dell'Occidente) ha rappresentato
uno dei cardini della ristrutturazione capitalistica di questi anni. La
decisione di cominciare le iniziative contro il G8 con la manifestazione
dei migranti aveva tra l'altro anche il significato di portare l'attenzione
su questo problema (emblematicamente rappresentato, per fare un solo esempio,
dalla grande difficoltà che il movimento ha incontrato negli Stati
uniti a dialogare con gli afro-americani), di determinare un'irruzione
di soggettività sociale che costituisse una precisa indicazione
per il futuro. Questa indicazione, crediamo, va raccolta, così
come va valorizzata - su un piano solo apparentemente diverso - la straordinaria
analogia che molti hanno riscontrato tra le piazze dei metalmeccanici
di giugno e la piazza genovese di luglio, nonché la stessa partecipazione
al GSF della Fiom.
11. Operare della moltitudine.
Tra la natura extraparlamentare del movimento e la sua
natura di embrionale rovescio di alcuni tratti salienti della cooperazione
produttiva contemporanea si apre lo spazio in cui è opportuno utilizzare,
per definire il profilo complessivo delle soggettività in movimento,
il concetto di moltitudine. Anche qui, tuttavia, è bene intendersi:
esso non è un baraccone mediatico, opposto e contrario alla nozione
di "lavoro vivo" o di "classe operaia", non può
essere confuso con un concetto più antico, e dalla storia assai
meno nobile, di quello di classe, ovvero con il concetto di "ceto
medio", e in nessun modo si presta a funzionare come sinonimo di
un'indistinta e indeterminata "società civile".
Moltitudine, al contrario, è termine che riassume in sé
il principio radicale di individuazione che vive al cuore della cooperazione
produttiva nel tempo della globalizzazione, sia nel campo d'esperienza
del lavoro migrante sia nella messa a valore di inclinazioni e abitudini
"etiche", indicandone la possibile coniugazione con un movimento
di costituzione collettiva. Moltitudine significa il lavoro vivo che non
si fa, né si farà, più Stato né tanto meno
società; il lavoro vivo che inaugura una sua propria sfera pubblica,
tanto radicalmente democratica quanto del tutto estranea alle logiche
e agli istituti della rappresentanza. Lungi dal presentarsi come un soggetto
a tutto tondo, la moltitudine costituisce piuttosto il sedimento di pratiche
sociali quali quelle che si sono in precedenza richiamate (interdizione,
sottrazione individuale e collettiva alle coazioni della globalizzazione
capitalistica, sabotaggio), l'alveo al cui interno si inserisce un insieme
di processi di soggettivazione politica.
Sul terreno indicato dal concetto di moltitudine, l'unità del movimento
non può mai essere data per scontata, è sempre qualcosa
che si tratta di costruire e di articolare. E' un'affermazione tutt'altro
che astratta, che deve anzi divenire a nostro giudizio patrimonio condiviso
nel dibattito che si sta svolgendo in queste settimane sulla costruzione
dei Forum sociali territoriali e, in prospettiva, dello stesso "Forum
sociale italiano". Vediamone alcune conseguenze, affatto concrete:
del tutto fuori luogo appare la tendenza, pur sostenuta da molti, a fissare
la formula organizzativa del Forum definendola come mera sommatoria delle
componenti organizzate del movimento, mentre altrettanto "stonato"
è immaginare il Forum come soggetto politico nel senso tradizionale
del termine. I Forum devono essere piuttosto, recuperando la parte migliore
dell'esperienza del GSF, spazi di comunicazione politica, aperti e disposti
a lasciarsi attraversare da soggetti individuali e collettivi che condividono
una piattaforma di lavoro molto generale, che potrà essere per
esempio enunciata attraverso "dichiarazioni dei diritti" che
si propongano di indicare i terreni fondamentali di lavoro del movimento.
Al tempo stesso appare necessario operare per la produzione e la moltiplicazione
di strumenti - giornali e riviste, radio, ma anche "libere università"
- agili e flessibili, che possano funzionare come moltiplicatori dei processi
di comunicazione e di aggregazione.
Mettere in gioco identità e storie politiche in un processo largo,
capace di porsi come principio costituente all'interno della società
perché esso stesso attraversato e continuamente ridefinito da dinamiche
costituenti, è la sfida che si presenta oggi a tutte le componenti
organizzate del movimento.
12. Fare e disfare.
Qualche considerazione deve ancora essere riservata a una
questione che speravamo di avere in qualche modo neutralizzato nella discussione
del GSF e che è invece riemersa in modo drammatico nelle giornate
di luglio: quella della violenza. Passato il tempo delle reazioni comprensibilmente
nervose e spesso disordinate che anche molti di noi hanno avuto il 20
e il 21 luglio di fronte al manifestarsi di comportamenti di piazza che
hanno creato problemi non certo di poco conto a tutte le componenti del
movimento che si erano confrontate nel GSF, crediamo sia opportuno cominciare
a proporre qualche elemento di riflessione più pacata, innanzitutto
sullo svolgimento concreto delle due giornate.
C'è intanto da dire che occorre rifiutare con decisione ogni tentativo,
non solo quelli a cui abbiamo assistito durante i lavori della Commissione
parlamentare di indagine sui fatti di Genova, di dividere il movimento
e di criminalizzare quelle componenti che, come il corteo del Carlini
del 20 luglio, hanno responsabilmente posto in atto forme di autodifesa
dall'attacco portato da polizia e carabinieri. Ma anche a prescindere
da ciò, occorre riconoscere che accanto all'azione organizzata
di gruppi con precisi obiettivi e probabilmente ben coordinati (per cui
adotteremo la definizione ormai corrente di Black Bloc), a Genova si è
espressa, soprattutto nel corso della manifestazione del 21, una dimensione
di rivolta sociale che ha coinvolto nello scontro con la polizia e nell'attacco
ai simboli del capitalismo centinaia di giovani scarsamente o per nulla
politicizzati. Non si tratta di fare apologia di questa dimensione, ma
certamente di riconoscerla: anche l'irruzione sulla scena pubblica, con
furia devastatrice, di soggetti che le trasformazioni sociali degli ultimi
anni hanno confinato in una dimensione di marginalità crescente
fa parte degli elementi costitutivi della complessità delle giornate
di luglio. E la costruzione di uno spazio politico in cui questi soggetti
possano riconoscersi, in cui la loro rabbia possa essere positivamente
metabolizzata e tradotta in azione politica, rientra tra i compiti che
ci attendono nei prossimi mesi.
Ma anche nei confronti dei Black Bloc, nel senso precedentemente indicato,
il discorso non può ridursi a una facile liquidazione. Si potrà
(e si dovrà) dire che essi hanno potuto godere a Genova di condizioni
assolutamente particolari e con ogni probabilità irripetibili;
e sarà opportuno contrastare con forza sia la soggezione psicologica
sia gli elementi di fascinazione che in qualche modo sono circolati nei
loro confronti all'interno di settori del movimento. E' peraltro vero
che prima di Genova l'azione dei Black Bloc è stata un elemento
ricorrente nel percorso complessivo del movimento. E che, per una singolare
eterogenesi dei fini, gli scontri e le devastazioni di cui essi sono stati
protagonisti hanno finito per contribuire alla crescita e alla forza non
solo simbolica di un movimento che, nella sua quasi totalità, si
sente sideralmente distante da loro!
E' possibile costruire canali di comunicazione con i Black Bloc, che quantomeno
consentano di porre rimedio ai giganteschi problemi di gestione della
piazza che le loro pratiche hanno determinato a Genova? Francamente non
lo sappiamo. Quel che è certo, tuttavia, è che anche nei
loro confronti va fatta valere l'esigenza di uno spostamento del conflitto
dal terreno simbolico a quello materiale, di un salto di qualità
politico del movimento che ponga le condizioni per una più ricca
e articolata mediazione della sua costitutiva eterogeneità. E'
solo lavorando alla costruzione di una forma politica del movimento che
sappia coniugare elementi di radicalità e capacità di puntuale
mediazione che sarà possibile sottrarre spazio a pratiche meramente
distruttive e alla lunga auto-distruttive.
Ma al tempo stesso occorrerà ribadire che questo movimento si trova
a operare, sia su scala globale sia nel peculiare contesto italiano, in
una situazione che possiamo definire costituente, in cui cioè diritti
che sembravano acquisiti vengono messi in discussione e una nuova costituzione
materiale sta prendendo contraddittoriamente forma. E le situazioni costituenti
sono per definizione caratterizzate dalla violenza e dalla guerra, dallo
scontro sulle basi stesse e sui criteri di legittimità dell'ordine
politico-sociale. Si può tentare di organizzare e di neutralizzare
la violenza che contraddistingue la nostra attuale condizione, la si può
incanalare all'interno di strutture di mediazione politica e di forme
di contrattazione che ne attenuino la durezza, ma non la si può
esorcizzare. Sarà bene ricordarsene nei prossimi mesi.
13. Sensi di marcia.
Proviamo ora a immaginare quali potrebbero essere
i terreni qualificanti dell'azione del movimento nei prossimi mesi. Tralasciamo
quello che emerge come ovvio da quanto siamo venuti esponendo fino a questo
momento: la disarticolazione del quadro di controllo sociale che la guerra
implica; il rifiuto dei meccanismi di esclusione costruiti sull'ideologia
dello scontro fra civiltà; lo sviluppo e il potenziamento della
dimensione globale e autonoma del movimento; il rilancio e l'approfondimento
dei singoli ambiti di iniziativa fin qui delineatisi, dall'ambiente alle
forme assunte dal commercio internazionale. Un solo accenno inoltre al
fatto, di cui molti si sono accorti nelle prime settimane dell'autunno,
che le giornate di Genova hanno rappresentato il primo banco di prova
per una nuova generazione politica, tutt'altro che orientata a ritirarsi
dalla scena pubblica e potenzialmente in grado di nutrire nuovi e originali
movimenti nella scuola e nell'università, dove si tratterà
di mettere politicamente all'opera segmenti del lavoro intellettuale lì
impiegato.
Concentriamoci piuttosto su una questione che, ad onta della sua centralità,
maggiormente fatica a entrare nel "senso comune" collettivo.
Ci riferiamo ai caratteri esemplari del lavoro migrante, su cui ci siamo
soffermati in precedenza. E' intanto sicuramente necessario, raccogliendo
le indicazioni che cominciano a venire da molte situazioni locali (da
Mestre e da Brescia, da Genova e da Napoli), costruire una grande campagna
contro il nuovo disegno di legge presentato dal governo Berlusconi. Non
si tratta, d'altro canto, di impegnarsi in una battaglia di retroguardia,
di mera difesa dell'esistente: la legge Turco-Napolitano, con l'eccezione
di qualche articolo sul diritto alla salute, era già pessima, e
aveva in particolare introdotto anche nel nostro Paese quella vera e propria
aberrazione giuridica che risponde al nome di "Centri di permanenza
temporanea", i campi di detenzione per migranti in attesa di espulsione
contro cui ci siamo battuti in questi ultimi due anni. E tuttavia il nuovo
disegno di legge, nella filosofia generale che lo ispira e che traspare
in particolare nella regolamentazione del soggiorno, è ancor più
feroce nel perseguire l'obiettivo di ridurre i migranti a mera forza lavoro,
di cancellare la soggettività delle donne e degli uomini che di
quest'ultima sono portatori rendendo incerti i loro diritti e destinandoli
a essere meri oggetti delle mute coazioni che organizzano il "mercato
del lavoro" e la disciplina della fabbrica sociale.
Ma la battaglia contro la nuova legge non può in alcun modo limitarsi
al piano meramente "formale". Essa deve piuttosto incontrare
la soggettività dei migranti, deve incardinarsi su un lavoro -
al tempo stesso di inchiesta e di intervento - che porti alla luce il
carattere appunto esemplare del lavoro migrante, prefigurandone modalità
di espressione politica aperte alla comunicazione e alla "contaminazione"
con altre figure centrali nella composizione del lavoro vivo contemporaneo.
Abbiamo bisogno di un grande laboratorio politico e sociale, in cui sia
possibile sperimentare le forme attraverso le quali il movimento può
operare il passaggio alla costruzione di un rapporto di forza favorevole.
Un insieme di domande complesse e radicali si apre di fronte a noi su
questo terreno. Qual è l'equivalente funzionale, oggi, dello sciopero
di reparto degli anni '60 e '70, di una forma di lotta, di uno strumento
di pressione capace di coniugare il conseguimento di obiettivi parziali
e la prefigurazione di un orizzonte complessivo di sviluppo del movimento?
Come incidere sul potere del padrone sociale? Come far cooperare in termini
sovversivi la molteplicità di anime emerse a Genova? Quali forme
di lotta per i migranti, per i giovani metalmeccanici assunti con contratti
a tempo determinato, per i dipendenti pubblici che, a partire dalla scuola,
stanno subendo un formidabile attacco sul piano dei diritti, del tempo
e delle condizioni di lavoro, per gli ultraprecari addetti alle "catene
del panino" nei tanti punti di vendita McDonald, per l'intellettualità
di massa che lavora in rete?
Se sapremo impostare le risposte a queste domande, tanto più urgenti
dopo Genova, essendosi compiuto il ciclo delle espressioni meramente mediatico-simboliche
del movimento, avremo fatto dei sostanziali passi avanti.
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