Oltre Genova, oltre New York
Tesi sul movimento globale

di Sandro Mezzadra e Fabio Raimondi
DeriveApprodi, 2001 - L. 2.000


"Ci sono giornate così cariche di significato e così gravide di conseguenze che in esse il tempo pare arrestarsi, presentando in forma cristallizzata la sintesi di un lungo processo storico e l'anticipazione degli sviluppi inscritti nel campo di possibilità del presente."

OLTRE GENOVA, OLTRE NEW YORK.
TESI SUL MOVIMENTO GLOBALE

di Sandro Mezzadra e Fabio Raimondi

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Per gentile concessione degli autori,
riportiamo qui sotto il testo integrale

Ci sono giornate così cariche di significato e così gravide di conseguenze che in esse il tempo pare arrestarsi, presentando in forma cristallizzata la sintesi di un lungo processo storico e l'anticipazione degli sviluppi inscritti nel campo di possibilità del presente. Giornate di questo tipo abbiamo vissuto a Genova nel mese di luglio, ed è bene che su di esse la nostra attenzione si fermi a lungo, che una molteplicità di sguardi, di memorie, di intelligenze si ponga all'opera nel tentativo di vagliarne la stratificazione di significati e di ricavarne una lettura politicamente produttiva per il futuro. Il movimento che si è espresso in quella circostanza, lungi dal poter essere confinato in un ancorché prossimo passato, va indagato come orizzonte ineludibile del nostro presente. Esso ci indica il particolare, e partigiano, angolo visuale da cui passare al vaglio dell'analisi e della critica anche gli eventi che lo hanno seguito. Nell'assunzione di questa prospettiva consiste il gesto politico alla base di queste note.
Non farlo precluderebbe la possibilità di capire sia quello che è successo sia quello che ancora può succedere nell'orizzonte d'esperienza politica che Genova, l'evento di Genova, ha squadernato di fronte ai nostri occhi. Guardare ancora oggi a quell'evento con lo stupore di chi si è trovato davanti all'imprevedibile è comprensibile, ma bisogna anche riprendersi dal tramortimento, dallo shock, dall'entusiasmo e dall'euforia, dal dolore e dalla gioia. Tanto più in un momento in cui, dopo l'11 settembre e il 7 ottobre, reazioni emotive di tutt'altro tipo, ma di analoga intensità, si sono sovrapposte a quelle determinate dalle giornate genovesi, finendo necessariamente per incombere sulla stessa valutazione delle prospettive aperte da queste ultime.

1. Da Seattle a Genova. E nessun ritorno.

Torniamo con la memoria alle giornate di Genova, caliamoci in quell'aria che, prima di essere resa irrespirabile dai lacrimogeni, aveva consentito a tanti e a tante di cospirare (di respirare insieme) di nuovo a pieni polmoni. Era la prima volta che il movimento globale nato a Seattle si esprimeva in tutta la sua ricchezza e articolazione in una città italiana. Certo, c'erano state la contestazione del vertice Ocse a Bologna, nel giugno del 2000, e le giornate di marzo a Napoli, anticipazioni importanti e per molti versi anch'esse straordinariamente cariche di significati. Ma soltanto Genova, il disordine bello e produttivo delle decine di migliaia di donne e uomini che marciavano insieme nella babele di lingue e linguaggi del 19 luglio, ci ha permesso di vedere nella loro giusta luce quegli stessi significati. Per molti, anche all'interno della composita galassia del "pensiero critico", è stata l'occasione per prendere finalmente atto dei caratteri radicalmente innovativi del movimento globale.
Da questo punto di vista bisogna sottolineare il significato decisivo delle giornate di Seattle: vero è che lì sono confluiti, nella particolare costellazione del crepuscolo dell'era clintoniana negli Stati uniti, percorsi di movimento, esperienze di organizzazione e di intervento, pratiche sociali, saperi e competenze diffuse che si erano riprodotti in modo carsico negli anni precedenti. E non è certo un vano esercizio cronachistico ricordare che il movimento aveva trovato già negli anni '80, nei laminatoi della globalizzazione asiatici e africani, consistenti anticipazioni dei suoi temi, dei suoi soggetti e delle sue pratiche. Mentre da noi trionfavano il cinismo, l'opportunismo, la paura, al di fuori delle metropoli occidentali nuove speranze si accendevano, nuovi movimenti sorgevano indirizzandosi contro il principio del confinamento, contro la ferocia delle nuove recinzioni e di una nuova accumulazione originaria: nelle lotte studentesche contro i programmi di aggiustamento strutturale del Fondo monetario internazionale così come nell'insurrezione operaia strisciante che ha costituito il basso continuo del ritmo espansivo dell'economia coreana; nella lotta contro l'apartheid sudafricano e contro l'occupazione israeliana dei territori palestinesi così come nel formidabile movimento democratico che ha sfidato a più riprese la dittatura di Suharto in Indonesia e nella rivolta zapatista in Chiapas. Difficilmente oggi si potrebbe parlare di un movimento globale se esso non portasse nella propria costituzione materiale i segni di questa genealogia.
Tuttavia soltanto Seattle, con la sua straordinaria carica simbolica e con l'incredibile rapidità della circolazione planetaria dei suoi messaggi, ha determinato quella scossa elettrica che ha consentito di parlare di un movimento ormai unitario pur nella radicale eterogeneità della sua composizione, capace di assicurare la permanenza sulla scena politica globale di quei soggetti, di quei temi, di quelle pratiche. Di qui la crescita continua di quel movimento: da Washington a Praga e a Quebec City passando per Porto Alegre. Non ignoriamo, sia chiaro, che in ciascuna di queste occasioni (e nelle molte altre che si potrebbero ricordare) il movimento ha avuto una diversa composizione, diversi "stili" di azione e finanche un diverso orientamento complessivo. Più importante, tuttavia, ci sembra sottolineare il carattere fondamentalmente unitario del processo di accumulazione di forza, consenso e ricchezza politico-sociale che ha avuto nelle giornate di Genova il proprio apogeo. Una lacerazione carica di soggettività si è aperta sulla scena globale e ha determinato una trasformazione radicale dell'agenda politica mondiale: la globalizzazione capitalistica si è trovata finalmente di fronte al proprio spettro, alla concreta possibilità della globalizzazione della resistenza e delle lotte. Si impone qui, la impone l'ottimismo della ragione, una prima scommessa sul carattere di irreversibilità della svolta fatta segnare da Seattle ed esplosa fragorosamente nelle strade di Genova.

2. La globalizzazione in movimento.

Precisiamo i termini di questa scommessa. E facciamo un passo oltre, spingendoci ad affrontare un primo problema, niente affatto nominalistico, di definizione del movimento. E' bene avversare, teoricamente e praticamente, ogni tentativo di confinarlo in una dimensione meramente reattiva alla globalizzazione, sia questa reazione interpretata in chiave localistica o con cospicui cedimenti alla possibilità di individuare nello Stato-nazione la leva e lo spazio dell'azione anti-liberista. L'etichetta giornalistica, ripresa da troppe componenti dello stesso movimento, che lo vuole no-global, o "anti-globalizzazione", deve essere rifiutata. Del movimento va piuttosto sottolineata - e sostenuta politicamente - la dimensione essa stessa globale. Non diversamente da come il movimento operaio è stato frutto del capitalismo ottocentesco, esso è innanzitutto frutto della globalizzazione, impensabile senza di essa, e non solo per la sua abilità nell'utilizzare le nuove tecnologie della comunicazione. Ma diciamo di più: anziché "reagire" alla globalizzazione, il movimento l'intensifica, la rilancia in grande stile, ne fa un terreno propizio su cui costruire un rapporto di forza favorevole. Solo quando si ha a che fare con un ordine produttivo, e con forme di vita, immediatamente mondializzati, si apre la possibilità di una sottrazione alla norma dell'accumulazione capitalistica - di una fuga dalle catastrofi che essa materialmente costruisce - che cessi di essere una via interstiziale, marginale, per divenire una categoria politica a tutto tondo.
E' bene intendersi: non ignoriamo quanto tortuosi, e ancora imperfetti dal punto di vista del capitale, siano i percorsi della globalizzazione, su quali resistenze e ostruzioni essi continuamente rischino di incepparsi. Allo stesso modo non dimentichiamo quanto radicalmente diverse siano le condizioni in cui sono messi al lavoro i corpi e gli immaginari, le menti e i desideri, delle donne e degli uomini su cui si reggono i circuiti dell'accumulazione planetaria. Il punto è tuttavia un altro: la socializzazione della finanza, ossia il meccanismo per cui, dalla metà degli anni '70 negli USA e dagli anni '90 in Italia, i risparmi delle economie domestiche, ma anche le trattenute degli operai e degli impiegati per la pensione, sono stati dirottati sui titoli azionari, e le condizioni di vita e lavoro nelle "zone industriali di esportazione" filippine e messicane, fanno certo riferimento a conseguenze sociali per molti versi incommensurabili; e tuttavia l'una e le altre sono parte di un processo complessivo che rende tutti partecipi della produzione della ricchezza e della povertà mondiali. La globalizzazione ha unificato il pianeta dentro una stessa logica, quella della generalizzazione del rischio a fronte della massimizzazione del profitto solo per pochi, ma non lo ha per niente unito, anzi ha reso e rende necessari sempre nuovi e mutevoli confini, imposti dagli interessi e dai poteri che mirano a giocare la "partita doppia" del proprio tornaconto sulla pelle del pianeta e degli esseri umani che lo abitano. In sostanza il mondo è unificato dalla logica del capitale globale, ma meno che mai unito, meno che mai solidale al suo interno, meno che mai fondato su principi di libertà, uguaglianza e giustizia. Il fatto che il movimento nato a Seattle abbia assunto il mondo nella propria unità come scena del proprio agire politico, e abbia sviluppato quest'ultimo a partire da un'intuizione dell'unità del pianeta che ne costituisce l'"ovvio" presupposto e non un tortuoso punto d'arrivo, è la condizione che gli ha consentito di esporre in piena luce la contraddizione costitutiva della globalizzazione.
Ma occorre anche dire che, della globalizzazione contemporanea, il movimento nato a Seattle riattiva una genealogia inconfessata, ricollegandosi a quella spinta all'unificazione del pianeta che nel corso del Novecento ha dapprima sostenuto l'internazionalismo comunista, per trovare poi una formidabile prosecuzione nelle lotte anti-coloniali e per culminare nell'insurrezione globale del '68 - nonché nei grandi cicli di lotte che ad esso fecero seguito all'interno come all'esterno dell'Occidente. Il movimento di oggi, lo ripetiamo, "riattiva" quella genealogia, rivendica l'unificazione del pianeta nel segno di una radicale democrazia e intende sottrarla all'egemonia capitalistica che ne ha scandito la realizzazione. Nella storia dei "movimenti anti-sistemici", dunque, Seattle rappresenta (può rappresentare) una cesura di rilevanza pari alle barricate nel quartiere latino. Possiamo azzardare una previsione impegnativa, spingendoci anche qui un passo oltre: al pari del '68, Seattle apparirà retrospettivamente l'inizio di una fase storica caratterizzata da una presenza permanente del movimento sulla scena politica globale e nelle diverse situazioni "locali", da una politicizzazione della società che assumerà certo forme del tutto diverse rispetto a quelle che abbiamo conosciuto negli anni '70, ma che non sarà meno radicale nello smentire l'utopia capitalistica di una società mercantile pacificata. A condizione che l'evento delineatosi tra Seattle e Genova sia colto nella sua reale natura e nutra un'azione politica alla sua altezza.

3. Corpi migranti.

Da questo punto di vista, occorre ristabilire, nella lettura politica delle giornate di Genova, la centralità e il rilievo strategico della manifestazione dei migranti del 19 luglio, con cui le iniziative contro il G8 si sono aperte. Uno dei suoi obiettivi, del resto, consisteva propriamente nel porre al centro della scena la necessità di valorizzare la dimensione globale del movimento nato a Seattle. I movimenti migratori, con gli elementi di soggettività che li innervano (in una battuta: la rivendicazione pratica del diritto di fuga da condizioni "oggettive" di deprivazione materiale e simbolica, da tirannidi sociali e politiche, dall'incubo della guerra e della fame), sono stati infatti in questi anni uno straordinario laboratorio della "globalizzazione dal basso", per riprendere una formula tra le più interessanti in circolazione per definire l'azione del movimento. Anch'essi squadernano di fronte ai nostri occhi una genealogia troppo spesso sottaciuta del mondo globale in cui viviamo. Portare in piazza le istanze dei migranti significava dare visibilità e risalto a quella tensione violentissima e drammatica tra la rivendicazione pratica, oggettivamente cosmopolitica, della libertà di movimento del lavoro e l'istituzione di nuove barriere e confini contro di essa che della globalizzazione contemporanea costituisce un tratto saliente.
Al fondo, l'obiettivo perseguito con questa proliferazione di barriere e di confini consiste nel porre i movimenti dei migranti sotto l'ipoteca della paura, nel disciplinarli in modi tali che riducano al minimo la possibilità di percorsi altri rispetto a quelli disegnati dalla loro messa al lavoro. Ma questo significa che il lavoro migrante presenta caratteri esemplari; che la sua condizione riverbera elementi condivisi dalla composizione di classe contemporanea nel suo insieme, proprio nella misura in cui quest'ultima può e deve essere letta soltanto su scala globale. Esso azzera, innanzitutto, ogni diatriba ideologica sulla globalizzazione, riportando al terreno concreto di una realtà che ci dice che la globalizzazione c'è già stata, e che con essa, con i corpi che vi vengono mobilitati e messi al lavoro (tra salario e no), si devono fare i conti. La "dialettica della miseria", che oppone liberismo e protezionismo, cede il passo alla realtà di un mercato del lavoro nei cui confronti ogni immagine neo-liberista (apologetica o critica) è solo mistificazione, e dove trasformazione e conflitto investono tanto la dimensione economica quanto quella politico-costituzionale degli Stati.
La particolare modalità di esperienza della flessibilità propria dei migranti, sospesa tra l'istanza di libertà che si esprime nella rivendicazione del diritto di fuga e la concreta negazione dei più elementari diritti civili, politici e sociali che costituisce il prolungamento dell'ombra dei confini al centro stesso delle metropoli contemporanee, dice qualcosa di più generale sulla crisi del "fordismo" e sulle condizioni di vita e di lavoro prevalenti dopo di essa. Da una parte, cioè, ci parla della determinazione soggettiva dei processi che hanno condotto alla fine di uno specifico regime di lavoro di fabbrica, del movimento di massa, operaio e proletario, di esodo dall'"ergastolo di fabbrica" che ha rappresentato l'onda lunga del rifiuto del lavoro esercitato dall'"operaio massa"; dall'altra allude a un processo di ridefinizione dell'organizzazione produttiva, oggi associato al modello di globalizzazione perseguito dal G8, dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale, che punta ad "annerire" il lavoro in generale, a organizzare la sua discesa negli inferi della clandestinità, a interdire l'accesso ai laboratori segreti della produzione di cui ci parla Marx, ovvero a sottrarli alla luce dei riflettori della sfera pubblica non statale. Così come il comando del capitale gioca tutto sulla riduzione dei migranti a pratiche di contabilità occupazionale che fanno leva sulla loro "nuda vita", ossia sulla loro natura di pura forza lavoro, il movimento non può che far leva sul sovrappiù di soggettività che si è espresso nei movimenti migratori degli ultimi anni, sugli elementi di eccedenza rispetto alla riduzione di donne e uomini a pura forza lavoro che ne sono il motore nascosto.
E' inoltre il caso, tornando alla dinamica delle giornate genovesi, di notare che l'irruzione dei migranti all'interno del movimento gettava una luce affatto particolare su uno dei nostri (e non soltanto dei nostri) incubi di quei giorni: ovvero sulla zona rossa. Da una parte, infatti, i migranti vivono quotidianamente all'interno di qualcosa di molto simile ad essa; dall'altra, tuttavia, proprio i loro movimenti mostrano come sia aleatoria l'ossessione di chiusura ermetica dei confini che impronta di sé non solo le politiche degli Stati occidentali, ma anche la ridefinizione dello spazio urbanistico in molte metropoli del nord e del sud del mondo. Quell'ossessione, sia chiaro, è ben lungi dal risultare priva di effetti: il corpo senza vita di Carlo Giuliani può anzi essere una drammatica metafora delle migliaia di morti che le politiche da essa nutrite determinano quotidianamente. Ma al tempo stesso sono forse proprio il gigantismo delle difese e i fantasmagorici mezzi schierati a presidio della zona rossa durante il vertice G8 a Genova a parlarci della fragilità delle nuove forme di governo del pianeta che si sono affermate negli ultimi anni.

4. Il nostro Occidente.

Tra le macerie delle Twin Towers non è difficile scorgere segni cospicui dei processi richiamati. Non soltanto nel senso che trasporti aerei e sicurezza aeroportuale sono stati tra i settori chiave, anche sotto il profilo simbolico, nell'avvio delle politiche di deregolamentazione del lavoro negli Usa, con risultati non eccelsi sotto il profilo dell'efficienza. Ma anche e soprattutto per i corpi senza nome dei tanti migranti che hanno trovato la morte tra le rovine di quel sogno americano che loro stessi, insieme a generazioni di donne e di schiavi, di operai e di ribelli, avevano impedito di racchiudere nella silhouette stilizzata della libertà del capitale, ponendolo sotto il segno potente e incancellabile della contraddizione. E' pensando in primo luogo a loro che anche noi diciamo: siamo tutti americani.
E potremmo anche dire che oggi, nel tempo della globalizzazione, siamo tutti occidentali. Il presente appare in questo senso caratterizzato dalla fine delle rappresentazioni dello spazio - della cartografia - caratteristiche della modernità. Per limitarci a quelle correnti fino a ieri: nord e sud, primo e terzo mondo, ma anche Occidente e Oriente appaiono espressioni sempre meno in grado di ordinare secondo coordinate spaziali la comprensione e la rappresentazione del pianeta. Non si tratta di sostenere l'equivalenza, o l'irrilevanza, dello spazio nel mondo contemporaneo. Continue linee di scissione dividono la Terra in aree d'interesse, cioè di sfruttamento, a diversa intensità, sulle quali vengono costruite ferree gerarchie che hanno il compito di tenere in piedi e di far funzionare efficacemente le piramidi del comando capitalistico, smembrando e ricomponendo incessantemente, se necessario, anche i confini degli Stati-nazione, come dimostra ampiamente, solo per fare un esempio, la vicenda dei Balcani. La relazione tra centro e periferia non può tuttavia più essere data per scontata nel nostro tempo: potenti dinamiche di decentramento e di "provincializzazione" investono le stesse metropoli che si vorrebbero imperiali; mentre l'"esotico" ricompare nel giardino di casa dell'Occidente, remote "periferie" sono attraversate da processi di "occidentalizzazione" dagli esiti imprevedibili.
Detta in altri termini: dilatatisi su scala planetaria, la modernità e l'Occidente ripropongono intere, nel segno della complessità e della contraddizione, le genealogie che fin dalla loro origine stringono in un unico destino la storia d'Europa e la storia del mondo. Nessun progressismo, nessuna immagine pacificata e lineare della storia dietro a questa affermazione, sia chiaro: quel destino reca lo stigma della violenza muta, non giustificabile e non risarcibile, della schiavitù e del dominio coloniale, di una depredazione materiale e simbolica di terre e popolazioni altre da quelle d'Occidente. E tuttavia proprio questa muta violenza fa dell'Occidente stesso, fin dal principio di quella sua storia moderna che non è separabile dalla nascita del modo di produzione capitalistico, un costrutto ibrido; e della sua "civiltà", della sua "cultura", costellazioni storiche alla cui produzione materiale hanno dato un contributo almeno altrettanto essenziale di quello apportato da mercanti veneziani ed esploratori genovesi i milioni di africani morti nel middle passage, nella deportazione verso il "nuovo mondo", gli schiavi di Santo Domingo vittoriosamente insorti alla fine del XVIII secolo e i "subalterni" indiani che hanno concretamente sfidato il dominio coloniale britannico.
Proprio perché porta inscritte nella propria costituzione materiale queste genealogie, il movimento globale rappresenta oggi l'unica alternativa reale alla morsa che pare stringere in una perversa solidarietà Jihad e McWorld. E può riproporre in forma aggiornata l'attualità di quel "sogno di una cosa" che alla storia della modernità e dell'Occidente appartiene allo stesso titolo degli incubi della schiavitù e dei campi di concentramento; di quell'istanza radicale di libertà e uguaglianza che ha nutrito i progetti repubblicani, democratici e comunisti in Occidente non meno dei movimenti delle genti dell'Atlantico nero e delle rivolte anti-coloniali.

5. Enduring War.

Palesemente altre, tuttavia, sono le immagini a cui l'Occidente, al pari dell'"America", è associato nell'immaginario prevalente delle donne e degli uomini che abitano vasti territori del pianeta: devastazione e dolore, cinismo di fronte alle piaghe della fame, della miseria e della guerra, associato alla commossa partecipazione ai destini degli oleodotti e dei nuovi mercati in via di formazione; sono le immagini dei bombardamenti di Baghdad e di Belgrado, a cui si aggiunge oggi, dopo l'11 settembre, la prospettiva di fare della guerra l'orizzonte permanente, quantomeno in ultima istanza, dei processi di globalizzazione.
Non è un caso, ci pare, che la missione lanciata da Bush Jr. e fragorosamente sancita dai missili che si sono abbattuti su Kabul si chiami enduring freedom, una definizione che nel suo doppio significato di "libertà duratura e paziente" pone comunque l'accento, come d'altronde la precedente "giustizia infinita", sul tempo. E' la presa d'atto da parte del figlio, a dieci anni di distanza, del definitivo tramonto del sogno del padre, dell'esaurimento catastrofico, tra le rovine del World Trade Center, di quella retorica del "nuovo ordine mondiale" all'insegna della quale era stata combattuta la guerra - o meglio: era stata organizzata la devastante "operazione di polizia internazionale" - contro l'Iraq. E neppure casuale è che proprio ora, quando tutti concordano sul fatto che il nemico da combattere non è uno Stato, si torni a usare con disinvoltura il termine guerra: il punto è che mentre il concetto di polizia fa riferimento all'esistenza di una "normalità" che si tratta di tutelare (o al limite di restaurare), quello di guerra intrattiene una relazione assai più complessa con lo stato d'eccezione. E' proprio il carattere di guerra costituente dell'operazione avviata da Bush che occorre porre al centro dell'analisi, con il decisivo corollario che lo stato d'eccezione si avvia a farsi norma su scala globale.
Innanzitutto va detto che l'"Occidente" appare assai più vasto di quanto troppo spesso si sia inclini a credere, inglobando al proprio interno i padroni arabi del petrolio allo stesso titolo dei centri della finanza transnazionale presenti in ogni angolo del mondo. Le tensioni interne a questo "Occidente" spiegano forse più della questione palestinese alcune dinamiche in atto nei centri operativi dello stesso integralismo islamico. Ma anche lo scenario internazionale delineatosi dopo il brusco passaggio d'epoca dell'11 settembre deve essere qui letto dal punto di vista del movimento, di quell'altro passaggio d'epoca che esso ha determinato tra Seattle e Genova. E non si può in questo senso che porre l'accento innanzitutto sulla brusca limitazione delle libertà, sulla secca chiusura degli stessi spazi di comunicazione che il movimento aveva saputo conquistare e agire negli ultimi anni, che allo stato d'eccezione sono costitutivamente connesse. Del resto, non è solo nei confronti dei rigurgiti di nazionalismo guerresco che occorre organizzare materialmente la diserzione nell'età delle Twin Towers. Già in occasione della guerra nei Balcani avevamo rifiutato l'alternativa suicida tra la violenza umanitaria della Nato e la dittatura affaristica di Milosevich. Ma oggi la diserzione va soprattutto esercitata riguardo a ogni lettura dell'"Occidente" che ne obliteri i tratti ibridi e conflittuali, che espunga dalla sua complessa costituzione materiale tutti gli aspetti eccedenti rispetto alle logiche del dominio e del capitale.
Ancora una volta, sul proprio percorso, il movimento si trova così a incontrare la figura del migrante nell'insieme dei suoi significati esemplari. I primi provvedimenti raccomandati negli USA dal Ministro della Giustizia John Ashcroft, la possibilità di fermare i migranti per un tempo indeterminato in presenza di motivi attinenti la "sicurezza nazionale" e di deportarli senza inutili formalità, indicano chiaramente quale sarà il nemico interno contro cui l'"Occidente" combatterà la sua guerra "duratura e paziente". Né è difficile prevedere che l'Italia sarà tra i Paesi più solerti a presidiare il "fronte interno". Se il "movimento dei movimenti" incarna oggi un'alternativa reale, la ragionevole possibilità di un altro mondo, quest'alternativa non può che individuare nei migranti il senso della propria urgenza e uno dei propri soggetti fondamentali. E inoltre: la costruzione di rapporti con i movimenti in atto in Africa, nel Medio Oriente, in Asia è un compito fondamentale per il movimento, di fronte al quale nuovi, formidabili ostacoli si frapporranno nella nuova fase. L'approfondimento del rapporto con i migranti che provengono da quelle aree del mondo appare oggi la condizione essenziale per continuare a tessere la tela di quell'unificazione materiale del pianeta al di là di ogni barriera geografica, religiosa, di genere, di cui il movimento ha fatto balenare la possibilità contro i diversi, eppur convergenti, interessi del fondamentalismo islamico e del comando capitalistico.

6. Genova. E poi?

Lo ha notato Naomi Klein, nei giorni immediatamente precedenti l'inizio dell'attacco aereo contro l'Afghanistan. Ma lo avevamo capito in molti all'indomani delle giornate di luglio: un cambiamento di strategia si impone al movimento. Le sue tattiche basate essenzialmente sull'attacco ai simboli del capitalismo devono cedere il passo a una nuova capacità di diffondersi orizzontalmente nella società, di aggredire quotidianamente i rapporti capitalistici di produzione. Certo, oggi a complicare il quadro c'è la mutazione del "paesaggio semiotico", per dirla appunto con Klein, al cui interno la stessa azione del movimento si inscrive dopo gli atti di "guerra simbolica", di tutt'altro segno e di ben altra devastante e tragica efficacia, dell'11 settembre. Ma non è questa l'unica ragione per cui appare oggi urgente uno spostamento di piano, una sorta di mossa del cavallo, che consenta di capitalizzare, scoprendone intera la valenza materiale, le conquiste che in questi anni spericolate scorribande sui terreni del simbolico e dell'immaginario ci hanno consentito di accumulare. E' la forza stessa del movimento, che lo ha condotto ad esempio a porre radicalmente in discussione la legittimità dei grandi vertici internazionali sulla cui contestazione esso è venuto riconoscendosi e crescendo, ad aver raggiunto probabilmente il limite massimo della sua espansione su questo terreno.
Genova, da questo punto di vista, ha certo segnato come già si è detto l'apogeo del percorso di movimento che ha avuto avvio a Seattle. Ma ha anche determinato, prima dell'11 settembre, la chiusura di una fase e l'apertura di uno scenario in cui nuovi sono i problemi e i compiti che si presentano al movimento. Si tratta di un punto evidente, che tuttavia è stato affermato con un riferimento troppo esclusivo alle dinamiche della repressione nel dibattito seguito all'interno del movimento alle giornate di luglio. Certo, il salto di qualità, da questo punto di vista, è innegabile; e si sbaglierebbe a ricondurlo alle peculiarità del contesto italiano, che pure hanno senz'altro pesato, perdendo di vista la scala globale della repressione, segnalata sia dal comportamento delle forze di polizia in precedenti occasioni sia dalla tendenziale integrazione sovranazionale degli apparati repressivi.
La repressione, è bene affermarlo con forza, è stata a Genova una scelta preventiva, in nessun modo giustificata dai comportamenti tenuti in piazza da settori più o meno larghi del movimento: l'attacco, pianificato e violento, si è indirizzato contro il movimento nel suo complesso, come in particolare l'incredibile carica al corteo dei 300.000 del 21 rende evidente. Tuttavia, sotto il profilo politico, appare altrettanto urgente (se non più urgente) sottolineare come a chiudere la fase che si era aperta a Seattle sia stata la straordinaria crescita qualitativa e quantitativa del movimento. Prima che dagli armigeri in divisa, per fare un esempio, una determinata concezione della disobbedienza civile è stata posta in discussione dalla dimensione stessa del corteo che era partito dallo stadio Carlini il 20 luglio: tante volte evocata, la "moltitudine" si è finalmente mostrata, ed è apparso subito chiaro quanto inadeguate, come strumenti della sua espressione, fossero le stesse pratiche costruite a misura di movimenti (e in un contesto politico) affatto diversi.
Aggiungiamo un altro esempio, forse ancora più importante: uno dei caratteri costitutivi di questo movimento è che la sua dimensione globale rappresenta per così dire un presupposto oggettivo delle mobilitazioni. C'è qui uno scarto enorme (e tutto positivo, in prima battuta) rispetto alla situazione degli anni '70: la dimensione internazionale delle lotte doveva essere ricostruita allora in un faticoso lavoro analitico e l'organizzazione di una manifestazione a scala sovranazionale richiedeva un ancor più faticoso lavoro di tessitura da parte delle organizzazioni politiche. Oggi, per un appuntamento come quello di Genova, la mobilitazione globale può al contrario essere in larga misura data per scontata. Ma una volta sottolineato questo punto, di cui si tratterà peraltro di sondare la tenuta nel nuovo scenario aperto dall'attacco alle Twin Towers, occorre ben riconoscere che l'ampiezza di tale mobilitazione, a cui non è corrisposto a Genova un analogo livello "soggettivo" di comunicazione politica, ha posto notevoli problemi, generando incomprensioni ed elementi di confusione che hanno poi drammaticamente pesato in piazza.

7. Niente più come prima.

Diciamolo dunque con enfasi, e se necessario con una certa dose di provocazione: niente può più essere come prima dopo Genova. A imporne l'evidenza non è tanto (o non è soltanto) la violenza della repressione che ci siamo trovati a fronteggiare nelle giornate di luglio, ma - ripetiamo - la crescita imprevista, la straordinaria ricchezza del movimento che in quelle giornate si è espresso e che va rimesso al centro del dibattito politico. Gli stessi schieramenti politici che abbiamo ereditato dagli anni '90 devono essere complessivamente rimessi in gioco, passati al vaglio di quello straordinario principio di realtà rappresentato dal movimento, nella sua reale composizione e nell'intero spettro dei comportamenti che lo innervano, su cui occorre a partire da subito focalizzare l'analisi.
Si tratta di un punto che è opportuno sviluppare, quantomeno in prima istanza, in una chiave del tutto interna alle dinamiche del movimento nel nostro Paese. Tutte le forme organizzative cresciute in Italia dopo l''89 - dai centri sociali ai Cobas, dalle esperienze della sinistra sindacale a Rifondazione comunista - sono state investite dal positivo spiazzamento determinato dall'evento di Genova. Non si tratta qui di esprimere giudizi spocchiosi e liquidatori su esperienze a cui noi stessi, a diverso titolo, siamo stati interni, e che hanno comunque rappresentato importanti laboratori politici. Decisiva è piuttosto la circostanza che a Genova si è manifestato un insieme di pratiche, di linguaggi e di soggetti cresciuti spesso ai margini, quando non all'esterno, delle esperienze richiamate, la cui dirompente forza sociale è comunque immensamente superiore a quella risultante dalla mera somma algebrica delle componenti organizzate confluite all'interno del "Genoa Social Forum". A questo patrimonio, che appartiene a tutti o a nessuno, intendiamo riferirci quando parliamo di un nuovo principio di realtà al cui vaglio devono essere passati gli schieramenti e le forme dell'azione politica.
Vediamo di spiegarci con qualche esempio concreto, tratto dall'esperienza di quel "laboratorio del Carlini" a cui abbiamo direttamente partecipato. Riteniamo che la scelta di "svestire" le tute bianche sia stata, ad onta delle circostanze un po' casuali in cui è stata effettuata, assolutamente felice, e che rappresenti anzi un punto di non ritorno. E tuttavia ci pare che sotto altri profili questa componente del movimento abbia copiosi materiali su cui organizzare una riflessione autocritica, proprio a partire da quelle intuizioni che le avevano permesso, prima e meglio di quanto non fosse capitato ad altre componenti, di comprendere la rilevanza del movimento globale e di porsi in sintonia con esso.
Si ripropone qui il problema, precedentemente accennato, di pratiche che hanno consapevolmente affidato alla potenza dei simboli e delle metafore il compito di veicolare la propria comunicazione politica. Se ciò ha infatti indubbiamente spesso consentito di "bucare lo schermo", occorre a nostro giudizio sottolineare, in riferimento specifico agli scenari italiani dei mesi precedenti il G8, che l'uso debordante di simboli e metafore ha finito per determinare una sorta di auto-ipnosi di massa, ben rappresentata dalla "dichiarazione di guerra", di cui non è possibile non cogliere, a distanza di qualche tempo, l'assoluta sproporzione rispetto a quanto si annunciava a Genova. Più in generale: sarebbe ora, crediamo, di riconsiderare l'uso che è stato fatto del parallelo tra la situazione messicana e quella italiana, che ha improntato di sé non solo definizioni come quella di "esercito di sognatori" riferita alle tute bianche, ma anche il modo specifico in cui si è parlato di "società civile". Una volta di più: il tempo dei simboli deve probabilmente di nuovo cedere il passo al tempo dell'inchiesta e dell'analisi, anche dello specifico contesto italiano, senza che questo significhi rinunciare alla ricchezza delle acquisizioni e delle esperienze che sul terreno della comunicazione politica sono state accumulate negli ultimi anni. E senza ovviamente smarrire quel senso della connessione tra contesti "locali" e dimensione globale che del movimento rappresenta il principale elemento di ricchezza.

8. Catastrofi del politico.

Se le giornate di Genova hanno determinato un positivo spiazzamento nei confronti delle forme organizzative assunte negli ultimi anni dal movimento, ben altro - appunto catastrofico - è stato il loro impatto sul sistema politico e sulle categorie fondamentali che organizzano l'immagine della politica istituzionale. Il movimento globale si è del resto complessivamente caratterizzato, e con particolare forza nella forma da esso assunta in Italia, per la sua capacità di dare per la prima volta espressione politica alla diffusione carsica di atteggiamenti negativi (di sottrazione, di interdizione, di secessione individuale) che si poteva leggere in controluce nell'erosione dei canali tradizionali di partecipazione e nella crisi che aveva da tempo investito gli istituti e le logiche della rappresentanza. Il profilo d'insieme del movimento, nella specifica articolazione tra dimensione individuale e dimensione collettiva che esso ha lasciato intravedere, si caratterizza proprio per la sua distanza, per la sua alterità, da questi istituti e da queste logiche. La disponibilità di centinaia di volontari a investire quote considerevoli di tempo e di energia nella costruzione delle manifestazioni, delle iniziative del "public forum" e delle strutture che le hanno rese possibili, non contrasta da questo punto di vista con il difficile rapporto con l'appartenenza politica (con ogni appartenenza politica) che ha rappresentato un tema costante di discussione all'interno del movimento di luglio e che le prime ricerche sociologiche su di esso appaiono confermare. La crescita del corteo del 19, mano a mano che procedeva per le strade della città, è una rappresentazione plastica, ed estremamente efficace, del processo di continua composizione e ricomposizione delle figure collettive che questo movimento, nella sua costitutiva, ma innovativa, dimensione extraparlamentare, ha fatto balenare.
La defezione dalla rappresentanza è stata attirata dal movimento, che ha saputo incanalarla al suo interno senza necessariamente ricomporla ma prefigurando comunque la costituzione di una sfera pubblica non statuale. Pluralità costitutiva dei soggetti, impossibilità di una loro riduzione a Uno, strutturale sottrazione al campo di gravitazione dei concetti di Stato e sovranità: sono questi i caratteri della sfera pubblica inaugurata dal movimento a Genova. E occorre dire che il GSF, almeno a tratti, ha saputo sintetizzarli con buona approssimazione, ponendosi come luogo di incontro, di cooperazione e di comunicazione tra soggetti individuali e collettivi che non si sentissero costretti a sacrificare nulla di sé sull'altare di una rappresentazione unitaria ma che al tempo stesso non temessero di contaminarsi e di trasformarsi.
Una nuova dimensione dell'esperienza politica, corrispondente a una figura ricca e complessa di individualità, di cui si tratta di sondare i nessi con le tumultuose trasformazioni che hanno investito il modo di produzione capitalistico negli ultimi anni, ha dunque fatto irruzione sulla scena pubblica nelle giornate di luglio. E ha mostrato un'imprevista capacità di attraversare la stratificazione sociale e le professioni, come hanno dimostrato in particolare le esperienze dei sanitari e dei legali del GSF, che hanno nel frattempo deciso di costituirsi anch'essi in forum permanenti, da cui potranno venire nei prossimi mesi fondamentali contributi allo sviluppo del movimento.

9. Anticapitalistic Movement?

Ma procediamo oltre nell'analisi dell'impatto del movimento globale sul sistema politico. La particolare situazione italiana crediamo presenti elementi che ben si prestano a una generalizzazione. Come abbiamo potuto osservare nei mesi precedenti il G8, il movimento ha saputo operare una complessiva, ancorché embrionale, ridefinizione dei confini del politico. Attraverso la sua azione, in altri termini, diversi temi su cui si era andato costituendo il vero e proprio consenso bipartisan (a cominciare dal presupposto del carattere naturale del mercato e delle sue dinamiche) sono stati nuovamente indicati come terreno di potenziali contrapposizioni; mentre altre questioni (dalle nuove frontiere della ricerca scientifica al diritto di copyright) hanno cessato di essere consegnate ai tecnici o alle coscienze individuali per essere investite da domande collettive che le hanno installate al centro dell'arena pubblica.
Mentre nel tempo della globalizzazione il capitale distendeva il proprio dominio sull'intero arco della vita, sussumendo sotto di sé e mettendo a valore i corpi e le menti, la conoscenza e le tonalità emotive, i segreti meglio riposti della natura, gli stili di vita e le "culture", la politica si era ritratta negli ultimi anni dai campi in cui si assumono decisioni essenziali per l'organizzazione dell'esistenza individuale e collettiva. Le giornate di luglio hanno espresso il rifiuto di questa politica, e hanno in primo luogo indicato che un'altra politica è possibile e necessaria. A questo livello occorre valorizzare la pluralità di soggetti e di tematiche che ha costituito la ricchezza del movimento, giustificando nei fatti la sua definizione come "movimento dei movimenti". Ambiente e consumo critico, volontariato e biotecnologie, per non citare che le prime parole chiave che vengono in mente: a partire da ciascuno di questi temi, colto nella sua specificità che non può tuttavia qualificarsi come "settoriale", si sono innescati, ancora una volta in modo carsico, processi che hanno condotto una moltitudine di donne e di uomini a porsi domande di fondo, estremamente radicali, sulla giustizia del sistema sociale al cui interno tutti viviamo.
E' questo insieme di processi, a cui sono corrisposte pratiche sociali di interdizione, di sottrazione collettiva ai meccanismi della globalizzazione capitalistica, di sabotaggio verrebbe da dire in un'accezione assolutamente sobria del termine, ciò che ha posto le basi per una delegittimazione sociale del sistema capitalistico del tutto imprevedibile solo qualche tempo fa. In questo senso, che è un po' diverso da quello che viene da taluni utilizzato nel dibattito, il movimento nato a Seattle si muove su un terreno che è oggettivamente anticapitalistico. Ed è proprio a partire dalla tendenziale sovrapposizione di questa delegittimazione sociale del capitalismo e di quella crisi strutturale della democrazia rappresentativa che la dimensione extraparlamentare del movimento esprime, nello straordinario campo di possibilità che così si apre, che si tratta oggi di ripensare l'azione politica di quel movimento nel suo complesso e delle sue singole componenti.

10. Movimento al lavoro.

Al fondo dell'adesione al movimento di molti soggetti agisce la molla in ultima istanza etica di un'indignazione profonda per l'ingiustizia inflitta al mondo contemporaneo: di qui la ricerca di "alternative" che possono apparire velleitarie, il bisogno di una soluzione (sia essa la Tobin tax o il "commercio equo e solidale") da contrapporre immediatamente agli aspetti più inaccettabili del presente, l'ansia, si potrebbe dire, di individuare modelli positivi di vita. La stessa concentrazione del movimento sui simboli del capitalismo esprime in fondo la medesima tendenza. E già scorgiamo gli sguardi supponenti e le alzate di spalle di quanti contrappongono linearmente la materialità alla dimensione simbolica, l'asprezza dei rapporti capitalistici di produzione alla "filosofia del cuore" e alle "ricette per l'osteria dell'avvenire" che tanto affascinano il movimento dei movimenti.
Considerato che anche noi abbiamo parlato di materialità e di rapporti capitalistici di produzione, è opportuno a questo punto introdurre qualche precisazione. Vi sono simboli, intanto, la cui pregnanza, la cui potenza nell'organizzare - in negativo come in positivo - l'esperienza quotidiana e l'azione di donne e uomini è talmente intensa da rendere risibile la contrapposizione ad essi della dimensione materiale: questo vale, tanto per rimanere in argomento, per il simbolo "giustizia", a cui corrisponde l'uso, assai diverso da quello fatto da Madeleine Albright per giustificare il bombardamento di Belgrado, delle retoriche dei "diritti umani" da parte di sindacalisti cinesi e indonesiani impegnati a denunciare le condizioni di vita e di lavoro prevalenti nelle "zone economiche speciali" e nelle "zone industriali di esportazione".
Ma il discorso può essere esteso alle stesse modalità "etiche" attraverso cui si sono determinate le dinamiche di politicizzazione confluite nelle giornate di luglio. Avanziamo a questo proposito la tesi che tali modalità corrispondano a caratteri peculiari della cooperazione produttiva contemporanea, tanto da poter configurare il movimento che si è espresso a Genova come suo embrionale e parziale rovescio. Nella misura in cui oggi la produzione, considerata nell'intero arco della sua distensione sociale, include e mette a valore inclinazioni e abitudini maturate nel "mondo della vita", il lavoro vivo presenta un'universalità e una ricchezza tali da rendere il terreno dell'etica quello "naturalmente" predisposto a nutrire la crescita dell'insubordinazione.
Più in generale: riteniamo che una serie di soggetti, di competenze e di saperi che hanno conquistato centralità attraverso le trasformazioni del modo di produzione capitalistico intervenute negli ultimi anni abbia trovato con ogni probabilità nel movimento globale, sulle due rive dell'Atlantico così come nel "nord" e nel "sud" del mondo, la propria prima espressione politica significativa. Ad esempio: l'alta "densità tecnologica" del movimento genovese, come già di quello di Seattle, rappresenta in fondo l'altro lato, costitutivamente votato all'insubordinazione, della diffusione della net-economy, a cui sarà bene prestare attenzione nel momento in cui quest'ultima appare attraversare una crisi tanto repentina quanto spettacolare. Così come la nuova dimensione dell'esperienza politica e la nuova figura dell'individualità che hanno fatto irruzione nelle strade di Genova sono nate, ponendosi in fondo in sintonia con l'operare silenzioso di istanze cresciute all'interno di uno dei movimenti più importanti degli ultimi decenni, quello femminista, tra le pieghe della flessibilità lavorativa ed esistenziale che si è venuta progressivamente imponendo come norma di vita per una quota sempre più larga di donne e di uomini.
Resta il fatto, tuttavia, che altri soggetti, cruciali nella composizione del lavoro vivo contemporaneo, ne sono rimasti sostanzialmente esclusi. E pensiamo in particolar modo a quanti hanno sperimentato in prima persona gli effetti di quel processo di espropriazione e destrutturazione dei diritti di cittadinanza che (non solo all'interno dell'Occidente) ha rappresentato uno dei cardini della ristrutturazione capitalistica di questi anni. La decisione di cominciare le iniziative contro il G8 con la manifestazione dei migranti aveva tra l'altro anche il significato di portare l'attenzione su questo problema (emblematicamente rappresentato, per fare un solo esempio, dalla grande difficoltà che il movimento ha incontrato negli Stati uniti a dialogare con gli afro-americani), di determinare un'irruzione di soggettività sociale che costituisse una precisa indicazione per il futuro. Questa indicazione, crediamo, va raccolta, così come va valorizzata - su un piano solo apparentemente diverso - la straordinaria analogia che molti hanno riscontrato tra le piazze dei metalmeccanici di giugno e la piazza genovese di luglio, nonché la stessa partecipazione al GSF della Fiom.

11. Operare della moltitudine.

Tra la natura extraparlamentare del movimento e la sua natura di embrionale rovescio di alcuni tratti salienti della cooperazione produttiva contemporanea si apre lo spazio in cui è opportuno utilizzare, per definire il profilo complessivo delle soggettività in movimento, il concetto di moltitudine. Anche qui, tuttavia, è bene intendersi: esso non è un baraccone mediatico, opposto e contrario alla nozione di "lavoro vivo" o di "classe operaia", non può essere confuso con un concetto più antico, e dalla storia assai meno nobile, di quello di classe, ovvero con il concetto di "ceto medio", e in nessun modo si presta a funzionare come sinonimo di un'indistinta e indeterminata "società civile".
Moltitudine, al contrario, è termine che riassume in sé il principio radicale di individuazione che vive al cuore della cooperazione produttiva nel tempo della globalizzazione, sia nel campo d'esperienza del lavoro migrante sia nella messa a valore di inclinazioni e abitudini "etiche", indicandone la possibile coniugazione con un movimento di costituzione collettiva. Moltitudine significa il lavoro vivo che non si fa, né si farà, più Stato né tanto meno società; il lavoro vivo che inaugura una sua propria sfera pubblica, tanto radicalmente democratica quanto del tutto estranea alle logiche e agli istituti della rappresentanza. Lungi dal presentarsi come un soggetto a tutto tondo, la moltitudine costituisce piuttosto il sedimento di pratiche sociali quali quelle che si sono in precedenza richiamate (interdizione, sottrazione individuale e collettiva alle coazioni della globalizzazione capitalistica, sabotaggio), l'alveo al cui interno si inserisce un insieme di processi di soggettivazione politica.
Sul terreno indicato dal concetto di moltitudine, l'unità del movimento non può mai essere data per scontata, è sempre qualcosa che si tratta di costruire e di articolare. E' un'affermazione tutt'altro che astratta, che deve anzi divenire a nostro giudizio patrimonio condiviso nel dibattito che si sta svolgendo in queste settimane sulla costruzione dei Forum sociali territoriali e, in prospettiva, dello stesso "Forum sociale italiano". Vediamone alcune conseguenze, affatto concrete: del tutto fuori luogo appare la tendenza, pur sostenuta da molti, a fissare la formula organizzativa del Forum definendola come mera sommatoria delle componenti organizzate del movimento, mentre altrettanto "stonato" è immaginare il Forum come soggetto politico nel senso tradizionale del termine. I Forum devono essere piuttosto, recuperando la parte migliore dell'esperienza del GSF, spazi di comunicazione politica, aperti e disposti a lasciarsi attraversare da soggetti individuali e collettivi che condividono una piattaforma di lavoro molto generale, che potrà essere per esempio enunciata attraverso "dichiarazioni dei diritti" che si propongano di indicare i terreni fondamentali di lavoro del movimento. Al tempo stesso appare necessario operare per la produzione e la moltiplicazione di strumenti - giornali e riviste, radio, ma anche "libere università" - agili e flessibili, che possano funzionare come moltiplicatori dei processi di comunicazione e di aggregazione.
Mettere in gioco identità e storie politiche in un processo largo, capace di porsi come principio costituente all'interno della società perché esso stesso attraversato e continuamente ridefinito da dinamiche costituenti, è la sfida che si presenta oggi a tutte le componenti organizzate del movimento.

12. Fare e disfare.

Qualche considerazione deve ancora essere riservata a una questione che speravamo di avere in qualche modo neutralizzato nella discussione del GSF e che è invece riemersa in modo drammatico nelle giornate di luglio: quella della violenza. Passato il tempo delle reazioni comprensibilmente nervose e spesso disordinate che anche molti di noi hanno avuto il 20 e il 21 luglio di fronte al manifestarsi di comportamenti di piazza che hanno creato problemi non certo di poco conto a tutte le componenti del movimento che si erano confrontate nel GSF, crediamo sia opportuno cominciare a proporre qualche elemento di riflessione più pacata, innanzitutto sullo svolgimento concreto delle due giornate.
C'è intanto da dire che occorre rifiutare con decisione ogni tentativo, non solo quelli a cui abbiamo assistito durante i lavori della Commissione parlamentare di indagine sui fatti di Genova, di dividere il movimento e di criminalizzare quelle componenti che, come il corteo del Carlini del 20 luglio, hanno responsabilmente posto in atto forme di autodifesa dall'attacco portato da polizia e carabinieri. Ma anche a prescindere da ciò, occorre riconoscere che accanto all'azione organizzata di gruppi con precisi obiettivi e probabilmente ben coordinati (per cui adotteremo la definizione ormai corrente di Black Bloc), a Genova si è espressa, soprattutto nel corso della manifestazione del 21, una dimensione di rivolta sociale che ha coinvolto nello scontro con la polizia e nell'attacco ai simboli del capitalismo centinaia di giovani scarsamente o per nulla politicizzati. Non si tratta di fare apologia di questa dimensione, ma certamente di riconoscerla: anche l'irruzione sulla scena pubblica, con furia devastatrice, di soggetti che le trasformazioni sociali degli ultimi anni hanno confinato in una dimensione di marginalità crescente fa parte degli elementi costitutivi della complessità delle giornate di luglio. E la costruzione di uno spazio politico in cui questi soggetti possano riconoscersi, in cui la loro rabbia possa essere positivamente metabolizzata e tradotta in azione politica, rientra tra i compiti che ci attendono nei prossimi mesi.
Ma anche nei confronti dei Black Bloc, nel senso precedentemente indicato, il discorso non può ridursi a una facile liquidazione. Si potrà (e si dovrà) dire che essi hanno potuto godere a Genova di condizioni assolutamente particolari e con ogni probabilità irripetibili; e sarà opportuno contrastare con forza sia la soggezione psicologica sia gli elementi di fascinazione che in qualche modo sono circolati nei loro confronti all'interno di settori del movimento. E' peraltro vero che prima di Genova l'azione dei Black Bloc è stata un elemento ricorrente nel percorso complessivo del movimento. E che, per una singolare eterogenesi dei fini, gli scontri e le devastazioni di cui essi sono stati protagonisti hanno finito per contribuire alla crescita e alla forza non solo simbolica di un movimento che, nella sua quasi totalità, si sente sideralmente distante da loro!
E' possibile costruire canali di comunicazione con i Black Bloc, che quantomeno consentano di porre rimedio ai giganteschi problemi di gestione della piazza che le loro pratiche hanno determinato a Genova? Francamente non lo sappiamo. Quel che è certo, tuttavia, è che anche nei loro confronti va fatta valere l'esigenza di uno spostamento del conflitto dal terreno simbolico a quello materiale, di un salto di qualità politico del movimento che ponga le condizioni per una più ricca e articolata mediazione della sua costitutiva eterogeneità. E' solo lavorando alla costruzione di una forma politica del movimento che sappia coniugare elementi di radicalità e capacità di puntuale mediazione che sarà possibile sottrarre spazio a pratiche meramente distruttive e alla lunga auto-distruttive.
Ma al tempo stesso occorrerà ribadire che questo movimento si trova a operare, sia su scala globale sia nel peculiare contesto italiano, in una situazione che possiamo definire costituente, in cui cioè diritti che sembravano acquisiti vengono messi in discussione e una nuova costituzione materiale sta prendendo contraddittoriamente forma. E le situazioni costituenti sono per definizione caratterizzate dalla violenza e dalla guerra, dallo scontro sulle basi stesse e sui criteri di legittimità dell'ordine politico-sociale. Si può tentare di organizzare e di neutralizzare la violenza che contraddistingue la nostra attuale condizione, la si può incanalare all'interno di strutture di mediazione politica e di forme di contrattazione che ne attenuino la durezza, ma non la si può esorcizzare. Sarà bene ricordarsene nei prossimi mesi.

13. Sensi di marcia.

Proviamo ora a immaginare quali potrebbero essere i terreni qualificanti dell'azione del movimento nei prossimi mesi. Tralasciamo quello che emerge come ovvio da quanto siamo venuti esponendo fino a questo momento: la disarticolazione del quadro di controllo sociale che la guerra implica; il rifiuto dei meccanismi di esclusione costruiti sull'ideologia dello scontro fra civiltà; lo sviluppo e il potenziamento della dimensione globale e autonoma del movimento; il rilancio e l'approfondimento dei singoli ambiti di iniziativa fin qui delineatisi, dall'ambiente alle forme assunte dal commercio internazionale. Un solo accenno inoltre al fatto, di cui molti si sono accorti nelle prime settimane dell'autunno, che le giornate di Genova hanno rappresentato il primo banco di prova per una nuova generazione politica, tutt'altro che orientata a ritirarsi dalla scena pubblica e potenzialmente in grado di nutrire nuovi e originali movimenti nella scuola e nell'università, dove si tratterà di mettere politicamente all'opera segmenti del lavoro intellettuale lì impiegato.
Concentriamoci piuttosto su una questione che, ad onta della sua centralità, maggiormente fatica a entrare nel "senso comune" collettivo. Ci riferiamo ai caratteri esemplari del lavoro migrante, su cui ci siamo soffermati in precedenza. E' intanto sicuramente necessario, raccogliendo le indicazioni che cominciano a venire da molte situazioni locali (da Mestre e da Brescia, da Genova e da Napoli), costruire una grande campagna contro il nuovo disegno di legge presentato dal governo Berlusconi. Non si tratta, d'altro canto, di impegnarsi in una battaglia di retroguardia, di mera difesa dell'esistente: la legge Turco-Napolitano, con l'eccezione di qualche articolo sul diritto alla salute, era già pessima, e aveva in particolare introdotto anche nel nostro Paese quella vera e propria aberrazione giuridica che risponde al nome di "Centri di permanenza temporanea", i campi di detenzione per migranti in attesa di espulsione contro cui ci siamo battuti in questi ultimi due anni. E tuttavia il nuovo disegno di legge, nella filosofia generale che lo ispira e che traspare in particolare nella regolamentazione del soggiorno, è ancor più feroce nel perseguire l'obiettivo di ridurre i migranti a mera forza lavoro, di cancellare la soggettività delle donne e degli uomini che di quest'ultima sono portatori rendendo incerti i loro diritti e destinandoli a essere meri oggetti delle mute coazioni che organizzano il "mercato del lavoro" e la disciplina della fabbrica sociale.
Ma la battaglia contro la nuova legge non può in alcun modo limitarsi al piano meramente "formale". Essa deve piuttosto incontrare la soggettività dei migranti, deve incardinarsi su un lavoro - al tempo stesso di inchiesta e di intervento - che porti alla luce il carattere appunto esemplare del lavoro migrante, prefigurandone modalità di espressione politica aperte alla comunicazione e alla "contaminazione" con altre figure centrali nella composizione del lavoro vivo contemporaneo.
Abbiamo bisogno di un grande laboratorio politico e sociale, in cui sia possibile sperimentare le forme attraverso le quali il movimento può operare il passaggio alla costruzione di un rapporto di forza favorevole. Un insieme di domande complesse e radicali si apre di fronte a noi su questo terreno. Qual è l'equivalente funzionale, oggi, dello sciopero di reparto degli anni '60 e '70, di una forma di lotta, di uno strumento di pressione capace di coniugare il conseguimento di obiettivi parziali e la prefigurazione di un orizzonte complessivo di sviluppo del movimento? Come incidere sul potere del padrone sociale? Come far cooperare in termini sovversivi la molteplicità di anime emerse a Genova? Quali forme di lotta per i migranti, per i giovani metalmeccanici assunti con contratti a tempo determinato, per i dipendenti pubblici che, a partire dalla scuola, stanno subendo un formidabile attacco sul piano dei diritti, del tempo e delle condizioni di lavoro, per gli ultraprecari addetti alle "catene del panino" nei tanti punti di vendita McDonald, per l'intellettualità di massa che lavora in rete?
Se sapremo impostare le risposte a queste domande, tanto più urgenti dopo Genova, essendosi compiuto il ciclo delle espressioni meramente mediatico-simboliche del movimento, avremo fatto dei sostanziali passi avanti.