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DOCUMENTI - |
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Intervento del rappresentante del tavolo dei migranti
alla manifestazione del 15 maggio
Grazie di essere qui, oggi, così in tanti.
Questo sciopero e questa manifestazione sono stati possibili anche
grazie al movimento dei movimenti e ai tavoli dei migranti dei social
forum vicentini. Siamo venuti in tanti ad esprimere il nostro profondo
dissenso contro una legge razzista e xenofoba, che proprio in queste
ore il governo delle destre ha ricominciato a discutere in Parlamento
e che vuole approvare in tempi brevi, per le vie di questa città
che talvolta finge di non vedere i lavoratori migranti quando hanno
bisogno di un alloggio decente, quando si ammassano lungo i marciapiedi
per avere il permesso di soggiorno, quando chiedono di essere trattati
come gli italiani perché so-no uguali a loro; mentre li vede
benissimo quando c'è bisogno di lavoratori disposti ad accettare
salari bassi, concessi in cambio dei diritti di cui tutti dovrebbero
godere, pur di lavorare nelle sue fabbriche, nei suoi cantieri,
lungo le sue strade e nelle sue case. La rabbia e il coraggio con
il quale avete deciso di scioperare oggi per cessare di essere dei
fantasmi e far sentire la vostra voce prendendovi la parola è
un grande passo in avanti per tutti gli operai vicentini.
Questo sciopero vi ha reso visibili, a questa città, a questa
provincia e a tutta l'Italia, che in questo momento guarda a Vicenza
con stupore e interesse. È servito a far capi-re ai vicentini
la vostra dignità, e ai padroni delle fabbriche quanto siete
loro indi-spensabili. Questo sciopero serve a dare fiducia alle
migliaia di lavoratori stranieri in questo paese e mi auguro che
vogliano imitarci in tanti scendendo in piazza per pro-testare contro
la legge proposta da Bossi e da Fini. In molte città, in
questi giorni, ci saranno manifestazioni contro questa legge e a
sostegno dello sciopero di Vicenza, indette dai social forum, dai
sindacati e dalle associazioni antirazziste. Mi auguro che presto,
dove è possibile, esse si trasformino in scioperi, perché
è solo quando si fer-mano le macchine che i padroni scoprono
il potere e i diritti dei lavoratori.
Non dobbiamo farci intimidire: dobbiamo lottare ancora, senza distinzione
di pelle, di sesso e di lavoro, i prossimi giorni e i prossimi mesi,
dopo che la legge sarà approva-ta. I social forum, che hanno
manifestato a Genova lo scorso 19 luglio e poi in no-vembre a Brescia
e ancora il 19 gennaio a Roma, sosterranno sicuramente la lotta,
cercando di trovare forme di resistenza e di boicottaggio della
legge, perché anche se approvata, non venga applicata. Ma
prima dobbiamo comunque pretendere che i par-lamentari boicottino
i lavori in aula. In ogni caso, non dobbiamo accontentarci di questo:
noi, stranieri e italiani, presenti oggi a Vicenza, dobbiamo batterci
per l'abrogazione della legge e dobbiamo lottare uniti anche per
riformare profondamente la legge Turco-Napolitano attualmente in
vigore, che è una pessima legge fatta dal precedente governo
di centro sinistra. I cosiddetti centri di permanenza temporanea,
i lager per gli stranieri che non hanno i documenti in regola, sono
stati istituiti proprio dalla Turco-Napolitano e sono una vera e
propria aberrazione giuridica che crea un doppio livello di diritto:
uno per gli italiani e uno per gli stranieri, sancendo così
che gli uomini non sono tutti uguali e introducendo in Italia forme
di schiavitù e di apart-heid.
Questo è inaccettabile. Ma va detto che la Bossi-Fini, per
quanto ricalcata sulla legge precedente, la peggiora notevolmente:
sostituendo il contratto di soggiorno al per-messo di soggiorno
rende le condizioni di vita dei lavoratori stranieri ancora più
pre-carie e li espone a ricatti sempre più pesanti nei luoghi
di lavoro; li priva della loro li-bertà di movimento e di
iniziativa pena il licenziamento e dunque l'espulsione dal paese
condannandoli alla clandestinità e all'invisibilità
sociale; annulla quasi del tutto la possibilità di chiedere
asilo politico; mette in difficoltà le famiglie, rendendo
più difficili i ricongiungimenti e obbligando i figli degli
immigrati a lasciare la scuola dopo i 18 anni; autorizza la marina
militare a gestire i traffici lungo le coste italiane e dunque a
piantare bandiere sopra nuovi cimiteri marini. Questa legge vuole
ridurre a zero il potere contrattuale dei lavoratori migranti, ma
così facendo attacca le conqui-ste di tutti i lavoratori:
abbassando la soglia dei diritti degli stranieri costringerà
anche gli italiani a rendersi sempre più disponibili ad abbassare
la propria e a barattare i propri diritti col salario. Questa legge
mira a rendere tutti più flessibili, punta a divi-dere i
lavoratori e a costruire nuove gerarchie all'interno e all'esterno
della fabbrica. Questa legge è parte di un progetto più
ampio, che comprende la distruzione della scuola pubblica, la privatizzazione
della sanità e la ristrutturazione radicale del mer-cato
del lavoro attraverso le proposte contenute nel Libro bianco presentato
dal mini-stro Maroni. Questa legge è solo un tassello, ma
di fondamentale importanza, nella trasformazione di questo paese
in un'azienda secondo i parametri neoliberisti di Ber-lusconi e
Tremonti, ossia secondo le politiche più reazionarie e conservatrici
degli ultimi trent'anni: quelle di Reagan e della Thatcher.
Lo sciopero, che da mesi viene invocato dalle assemblee dei migranti
nelle mille lin-gue di una classe operaia ormai compiutamente multinazionale,
come forma di prote-sta e di lotta per contrastare l'avanzata dei
nuovi barbari, ha finalmente preso corpo, oggi, a Vicenza, ed è
un'iniziativa tutt'altro che difensiva. Lo dimostrano le obiezioni
che non sono mancate e non mancano a partire da un pregiudizio universalista
che viene trasversalmente sia dal quadro sindacale sia da componenti
del radicalismo operaio e che considera ambiguo uno sciopero operaio
dei soli migranti, a partire da loro e a loro stessi rivolto. L'ambiguità,
in realtà, non è quella di uno sciopero dei migranti,
ma sta semmai nella solitudine dei migranti di fronte a una delle
più impo-nenti ristrutturazioni del mondo del lavoro viste
in Italia nell'ultimo trentennio. Per-ché se la nuova proposta
di legge Bossi-Fini presenta una discontinuità rispetto al
passato è proprio nel cercare di colpire il migrante non
in quanto clandestino, ma in quanto lavoratore regolare.
Questo dunque, dobbiamo esserne consapevoli, è anche uno
sciopero dentro la classe operaia, le appartiene integralmente:
ne mostra, infatti, una componente assai rile-vante anche in termini
materiali e al contempo lacera nel senso comune operaio un'im-magine
tradizionale di appartenenze e di identità non più
in grado di reagire ai processi complessivi di ristrutturazione
del governo del lavoro. Dopo un decennio di basso profilo in cui
le sempre più rare fermate dal lavoro si inserivano all'interno
di una dinamica concertativa, lo sciopero dei migranti di oggi possiede
invece una va-lenza politica non mediabile ed esterna a una tale
logica, perché non si inserisce nelle normali dispute lavorative
e apre lo scontro oltre che sul versante della produzione, anche
su quello della riproduzione sociale e delle sue modalità
complessive.
Questo sciopero, sia chiaro, è un punto di partenza e non
di arrivo: è l'indicazione di un terreno di sperimentazione
politica che va affinato e portato avanti per cercare di promuovere
e costruire tra tessuto produttivo e riproduzione sociale momenti
aggre-gativi ed espansivi, che coinvolgano e uniscano maggiormente
lavoratori stranieri e italiani. Grazie.
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Intervento del rappresentante dell'associazione
L'Isola che non c'è
"Stand up for yours right. Alzatevi, ribellatevi,
combattete per i vostri diritti. Alzatevi, ribellatevi, non abbandonate
la lotta, mai. Siamo qui oggi, 15 maggio 2002, perchè i diritti
di pochi possano diventare i diritti di tutti, per i nostri migranti
di ieri e per quelli di oggi, per i nostri figli e per quelli che
verranno, per coloro che non possono perdere la speranza e per quelli
cui la speranza dà coraggio. Il coraggio di guardare. Io
non starò ferma a guardare. Sarò lì con la
mia presenza e lotterò se servirà perchè, ne
sono certa, la solidarietà non sarà mai abbastanza
in questo mondo di indifferenza, di ingiustizia, di guerra."
Grazie Rosetta, queste sono parole tue, c'è un filo che nega
non solo tutti noi qui presenti, italiani e stranieri, con permesso
di soggiorno e senza permesso di soggiorno, appartenenti al sindacato
e singoli cittadini. Ma anche quelli che vi avrebbero voluto essere
ma non lo possono perchè il ricatto del padrone è
stato più forte o perchè è stata più
forte la paura del licenziamento. O perchè è stata
più forte la paura della perdita dell'unico letto dove dormire
o perchè non siamo riusciti a incontrarlo a parlargli a capirlo
e convincerlo. Stiamo lottando perchè i diritti, i pensieri,
le emozioni e le sensibilità delle persone non vengano calpestati.
Per tutti vanno affermati i diritti globali, alla cittadinanza,
ad una vita decorosa, ad un lavoro decente, ad una vita serena,
il diritto alla speranza. Proveniamo da luoghi lontani, diversi,
ma ci uniscono i nostri corpi, le nostre anime e la lotta contro
questa legge indecente che si chiama Bossi-Fini e contro tutte le
leggi che degradano la dignità umana. Ci unisce la consapevolezza
che le leggi attuali sull'immigrazione vanno riviste. Ci unisce
la denuncia e l'orrore dei centri di detenzione temporanea e il
trattamento riservato ai richiedenti asilo e ai profughi. Ci unisce
l'indignazione contro i trafficanti di esseri umani che li trasportano
e che li sfruttano. Che sfruttano il loro bisogno di dormire, di
mangiare, di lavorare. Ci unisce la pietà, il dolore, l'impotenza
di fronte a troppi muri d'acqua e di filo spinato, alle troppe tombe
dentro al mare o nei container. Ci unisce la difficoltà di
denuncia e di lotta contro le discriminazioni quotidiane di fronte
al troppo razzismo sottovalutato e tollerato che in questi anni
ha permeato la società civile. Siamo consapevoli del fatto
che questo sciopero era necessario ma non basterà se altre
realtà non si muoveranno dietro il nostro esempio. Non basteranno
se non sapremo restare uniti e se non sapremo fare proposte sensate
e sagge. Proponiamo la costituzione del forum dei migranti della
provincia di Vicenza. Proponiamo un forum nazionale di tutte le
comunità migranti. Proponiamo di attivare subito una rete
provinciale contro il razzismo. Proponiamo di non spegnere la speranza,
quella speranza che fa cambiare il mondo. Alziamoci, combattiamo,
non abbandoniamo mai la lotta, abbiamo un mondo diverso da costruire,
abbiamo ferite da medicare, abbiamo catene da rompere, ingiustizie
da sanare, speranze da proteggere. Abbiamo un mondo da salvare per
noi e i nostri figli. Ci meritiamo un mondo migliore. Insieme lo
possiamo sognare. Insieme lo possiamo veramente costruire. Insieme."
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L'inchiesta sul "lavoro migrante" del
gruppo migranti del forum Co/scienze politiche di Bologna.
Il percorso collettivo del gruppo migranti del forum Co/scienze
politiche, che ha inteso mettere al lavoro le proprie competenze
specifiche allo scopo di promuovere un discorso e una pratica in
grado di formare soggettività politiche altre, ha preso le
mosse dall'analisi del ddl Bossi Fini, che in questo momento rappresenta
la dimensione contingente dell'oggetto del nostro interesse. Il
fatto che nel disegno di legge il lavoro, privato di ogni garanzia
e diritti attraverso la figura del contratto di soggiorno per lavoro,
sia focale, ci ha indotto a prendere in considerazione come questa
figura si inserisca nelle trasformazioni più complessive
del mercato del lavoro oggi, facendo di fatto emergere quella che
noi definiamo la centralità politica del lavoro migrante.
Tuttavia, si è posto il problema di evitare il rischio di
elaborare un'ipotesi data e rigida attraverso la quale leggere la
realtà, per cercare invece di concepire quest'ultima nella
sua dimensione dinamica e processuale e, attraverso di essa, essere
in grado di dare materialità ad alcuni presupposti teorici.
Per questo, la conricerca: non uno strumento di mera accumulazione
di dati e conoscenze, ma un "metodo" capace di realizzare
un circolo virtuoso tra la dimensione teorica e quella pratico-politica,
una fonte di formazione politica reciproca, dove si mira da un lato
a realizzare uno scambio tra intervistato ed intervistatore, e dall'altro,
a promuovere in entrambi quello che in prima battuta vorremmo chiamare
un percorso di soggettivazione politica. Anche per queste ragioni,
usiamo riferirci al lavoro di conricerca col termine "inchiesta
militante", proprio per enfatizzarne le finalità immediatamente
politiche.
Relativamente ai migranti questo significa intraprendere un percorso
che, attraverso le interviste, la loro elaborazione collettiva,
la ridefinizione continua delle ipotesi di partenza e dello stesso
strumento di rilevazione, sia potenzialmente capace di superare
le barriere tra un "noi" e un "loro", senza
per questo eliminare le specificità reciproche. Non a caso
prevediamo che l'inchiesta possa coinvolgere anche lavoratori italiani,
affinché si possa costruire un terreno di comunanza di pratiche
e di esperienze.
Assumere come presupposto teorico la centralità politica
del lavoro migrante permette di cogliere, da un lato, le trasformazioni
oggettive del modo di produzione capitalistico, dall'altro i percorsi
di potenziale sottrazione, di fuga, di lotta che definiscono l'odierna
soggettività politica del lavoro vivo.
Sul piano strutturale, il nuovo sistema di accumulazione capitalistico
non può più essere sintetizzato nel modello fordista
(esemplificabile, anche se con qualche forzatura, nella figura dell'operaio-massa),
ma contemporaneamente non può nemmeno essere ridotto a una
mera apologia delle nuove forme di lavoro all'interno dell'ideologia
postfordista. La nozione di lavoro migrante, infatti, ci permette
di cogliere la figura del lavoro sociale che attraversa una molteplicità
di collocazioni lavorative sia interne sia esterne alla fabbrica,
mostrando la coesistenza, piuttosto che la reciproca esclusione
dei due modelli sopra citati. Dalle interviste fatte fino ad ora
emerge chiaramente come, per esempio, i migranti interinali, mandati
in missione in aziende metalmeccaniche, considerino queste ultime,
e non le agenzie interinali, i loro veri datori di lavoro, e a partire
da esse definiscano le loro considerazioni sul lavoro oggi.
Appaiono dunque politicamente controproducenti e inadeguate le ipotesi
politiche che pretendono di esaurire l'analisi dell'esistente a
partire da un'unica figura rappresentativa in quanto espressione
delle forme più avanzate dei rapporti di produzione capitalistica:
il lavoro autonomo di seconda generazione, il lavoro immateriale,
il lavoro cognitivo. Non è possibile individuare una punta
più avanzata della produzione, ma una relazione e compenetrazione
dei diversi segmenti della produzione stessa con intensità
di lavoro diverse. Sono proprio le interviste, di nuovo, a mettere
in luce un'intensificazione quantitativa e qualitativa del lavoro,
che va da un aumento, generalmente mal retribuito, del tempo di
lavoro, ad una messa a valore di competenze specifiche non riconosciute
e non retribuite.
I cambiamenti strutturali fin qui descritti si risolvono sul piano
della cittadinanza in una crisi dell'universalismo dei diritti e
in una frattura tra lavoro e titolarità di questi ultimi.
Anche in questo senso è significativo parlare di lavoro migrante,
anziché di lavoro dei migranti: se, infatti, la limitazione
dell'accesso a sanità, pensioni, istruzione, ecc., è
immediatamente vera per i lavoratori migranti, lo è potenzialmente
e in modo incipiente anche per fette sempre maggiori di popolazione
italiana.
Crediamo che questo approccio sia leggibile nei progetti di trasformazione
di cui il ddl Bossi-Fini e il Libro Bianco di Maroni sono espressione:
la moltiplicazione delle figure lavorative, il cui obiettivo non
è altro che la realizzazione della piena disponibilità
dei lavoratori, privati di protezioni sociali e sindacali, alle
esigenze congiunturali del capitale, così come la neutralizzazione,
attraverso un processo fortemente scompositivo, del potenziale politico
della classe operaia.
È proprio questo potenziale politico di trasformazione radicale
dell'esistente che va recuperato, a partire non solo dalla trasformazione
oggettiva delle forme del lavoro, ma anche, e soprattutto, dalla
potenziale specificità soggettiva che in esse si esprime.
Questo significa non poter più pensare la classe, come in
passato, in termini di omogeneità, ma cercare di pensare
e di agire sullo scarto tra operaio e singolo di cui la soggettività
migrante è la massima espressione. Uno scarto che crediamo
possa essere colto chiaramente, per quanto riguarda i migranti,
almeno su tre versanti: il lavoro, lo stigma sociale, il genere.
Sul piano del lavoro, la specificità delle condizioni del
migrante si esprime non solo mostrando come egli non possa essere
considerato parte del passaggio da un sistema fordista ad uno post-fordista,
ma anche nel fatto che nei luoghi del lavoro il migrante è
sottoposto a una condizione di sfruttamento e di privazione dei
diritti maggiore e specifica rispetto a quella dei lavoratori autoctoni.
Questo emerge chiaramente dalle interviste, poiché sono molti
i casi in cui, a parità di contratto, di fatto ai lavoratori
migranti vengono destinati i lavori qualitativamente peggiori (turni
di notte, lavori più pesanti).
A una condizione peculiare sul luogo del lavoro, si somma lo stigma
sociale che il migrante esibisce in ogni momento, nella sua radicale
esclusione dall'orizzonte societario, attraverso forme esplicite
di discriminazione, che non soltanto condizionano pesantemente le
sue relazioni sociali, ma lo costringono sistematicamente a muoversi
all'interno di un orizzonte comunitario, che, se da una parte rappresenta
un meccanismo di difesa, dall'altra non fa che riprodurre quelle
stesse dinamiche di esclusione. Dalle interviste si evince, ad esempio,
che la volontà dei migranti di uscire da condizioni di marginalità
provocate soprattutto dall'abitare in centri di prima accoglienza
si scontra con un clima diffuso di razzismo e sospetto, nonché
con una preconcetta visione dei migranti come ignoranti sottosviluppati.
Emerge però anche la chiusura, a volte difficilmente permeabile,
nella e della comunità di origine, che si manifesta peraltro
in una difficile comunicazione tra le diverse comunità presenti
sul territorio.
Condizioni specifiche che si ripropongono nella condizione delle
donne migranti, non solo lavoratrici, non solo stigmatizzate, ma
anche, e prima di tutto, donne. Non è un caso che la nostra
pratica di conricerca si sia scontrata con la difficoltà
di entrare in relazione con loro: la condizione di invisibilità
comune a tutti i migranti, si radicalizza infatti per le donne,
che vi sono costrette sia in quanto lavoratrici, poiché nella
maggior parte dei casi esse svolgono attività domestiche,
sia in quanto generalmente vittime di culture e tradizioni patriarcali,
solamente diverse da quelle occidentali, che le privano di qualunque
spazio pubblico di espressione.
L'impossibile ricomposizione della materialità dei migranti
in un orizzonte a priori complessivo, societario, non rappresenta
solo il segno di un'esclusione oggettiva, ma esprime, anche e soprattutto,
la soggettività di cui va colta l'ambivalenza. Se questa
soggettività, infatti, può rappresentare il punto
di partenza di un discorso e di una pratica politica, deve anche
essere in grado di mettere in crisi quello stesso orizzonte complessivo,
eludendo il rischio di essere assorbita al suo interno consentendogli
un'ulteriore sopravvivenza, o addirittura rafforzandolo. Ad esempio,
la scelta migratoria può sì essere letta come sottrazione
a forme di impiego imposte dalla divisione internazionale del lavoro,
ma la soggettività politica che in quella scelta si esprime
viene reintegrata all'interno del processo di accumulazione capitalistico
attraverso politiche migratorie che subordinano il diritto di ingresso
nel luogo di destinazione scelto alle esigenze del capitale.
Le politiche di definizione dei flussi e le politiche di accoglienza,
infatti, da una parte cercano di imbrigliare la soggettività
che si esprime nella scelta migratoria, e dall'altra non fanno che
implementare le dinamiche di esclusione attraverso l'etnicizzazione
degli ambiti produttivi e riproduttivi della forza lavoro.
Da qui la necessità di una presa di parola politica, la pratica
di modalità comunicative che non stabiliscono immediatamente
un ordine, ma sovvertono tumultuosamente l'ordine stabilito tra
politica, diritto e vita quotidiana, a cui la soggettività
migrante è irriducibile. Non si tratta cioè di un
mero lamento sulle condizioni di vita dei migranti, né in
maniera speculare della rivendicazione di un astratto insieme di
diritti.
In questo senso, emerge l'ambivalenza di alcune posizioni assunte
oggi dai sindacati e da una parte del movimento: si tratta di comprendere
che la bandiera dell'universalismo dei diritti rischia di neutralizzare
il potenziale politico realmente espresso dal lavoro migrante. Questo
non significa abbandonare il discorso dei diritti, ma ripensarlo
a partire dall'esistenza di soggettività politiche che non
possono essere ricondotte alla figura del soggetto universale sulla
quale l'ordine societario esistente si fonda.
Per concludere, la conricerca in questo quadro ha rappresentato
e dovrebbe rappresentare, lo strumento formativo di soggettività
politiche altre rispetto a quell'ordine, la presa di parola politica
di quella soggettività, che non si lascia definire dal linguaggio
universale del diritto, e che non volendo essere intesa come parte
di un ordine è intrinsecamente orientata al superamento dell'esistente.
Non esistono certo risposte date, ma è possibile che, attraverso
la conricerca, si possano aprire nuovi spazi e processi di formazione
di una contro-soggettività politica anche sul piano della
rivendicazione dei diritti.
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Spazi di scomparsa: i "Centri di Permanenza
Temporanea" (C.P.T.)
I C.P.T. sono centri di detenzione amministrativa dove il migrante
viene rinchiuso senza aver commesso alcun reato. Al di là
dell'ipocrisia che così li definisce, i C.P.T sono delle
vere galere con l'assoluto divieto di allontanamento e la possibilità
di uso della forza pubblica in caso di fuga: le condizioni nel centro
di detenzione corrispondono alla carcerazione. Vengono definiti
temporanei perché disposti in previsione dell'espulsione
del migrante senza permesso di soggiorno, quindi irre-golare.
Nel momento in cui le frontiere nazionali non dovrebbero più
essere il confine esclusivo dello Stato, i C.P.T. svolgono la funzione
di confini interni come ulteriore strumento di controllo della forza
lavoro: la globalizzazione si presenta come abbattimento delle frontiere
per merci, capitali e fasce sociali privilegiate, e come militarizzazione
delle frontiere per profughi e migranti, come dimostra in Italia
l'uso della marina militare per sorvegliare le coste.
L'istanza di sottrazione al lavoro, la libertà di movimento
che i migranti esprimono viene negata attraverso nuovi confini,
nuove forme di detenzione, nuove forme di esclusione.
Il disegno di legge Bossi-Fini, oltre ad aumentare i termini di
detenzione nei C.P.T. da trenta ad un massimo di sessanta giorni,
accentua il loro ruolo di esclusione e controllo dei migranti. Il
legame strettissimo tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno
pone il migrante sotto la minaccia di una perenne condizione di
clandestinità. La mancanza di un contratto di lavoro rende
il migrante clandestino e quindi immediatamente sottoponibile a
detenzione in previsione dell'espulsione. Il lavoro diviene clandestino,
la condizione di clandestinità vuole essere riprodotta: i
C.P.T. funzio-nano da un lato come una camera di decompressione
del mercato del lavoro, che permette un con-trollo della forza lavoro
a seconda delle esigenze del padrone, dall'altro perpetuano un rituale
di umiliazione del migrante, escluso prima dalla società
e recluso nei centri, e poi di nuovo forza lavo-ro costretta a vivere
in condizioni di esclusione e marginalità.
Alla violenza che i centri di detenzione perpetuano sui corpi dei
migranti si aggiunge l'offesa: il di-segno di legge Bossi-Fini prevede
infatti che nuovi C.P.T. siano finanziati dagli stessi contribu-ti
che i migranti con il loro lavoro versano allo Stato.
Lo sciopero del lavoro migrante nel momento in cui incide sugli
assetti produttivi, si pone anche come lotta contro i centri di
detenzione, contro la clandestinità, e le forme di esclusione
e margina-lizzazione che ne derivano.
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Lo sciopero dei migranti - Editoriale
da DeriveApprodi n. 21 primavera 2002
Dopo che i "centristi" all'interno del Polo hanno ottenuto
una serie di piccoli aggiustamenti in tema di lavoro domestico e
di ricongiungimenti familiari, tacitando la coscienza delle alte
gerarchie ecclesiastiche, gli spazi per ulteriori mediazioni sul
disegno di legge Bossi-Fini sembrano esauriti. La decisione di affidare
a un militare la gestione "emergenziale" delle coste meridionali
dopo le ennesime tragedie nel Canale di Sicilia non ha determinato
il soprassalto di sensibilità democratica che era lecito
attendersi. Segno che, ormai, la filosofia guerresca reclamata a
gran voce dalla destra in tema di "controllo" delle migrazioni
(dopo che il centro-sinistra l'aveva a lungo pudicamente praticata)
si è imposta con il segno dell'ineluttabilità.
Non sono tuttavia soltanto le cannoniere orgogliosamente schierate
a presidio dei mari e i centri di detenzione moltiplicati in terra
a condensare il significato del disegno di legge governativo. La
paradossale figura giuridica del "contratto di soggiorno",
che lega a doppio filo contratto di lavoro e permesso di soggiorno,
mostra anzi quanto in profondità il modello segregazionista
di governo dei flussi migratori sia collegato a un più generale
modello di regolazione del mercato del lavoro e della società
nel suo complesso. La mannaia dell'espulsione, che graverà
sul capo di ogni migrante qualora dovesse perdere il proprio posto
di lavoro, mostra l'altra faccia, spietata e feroce, di quella individualizzazione
dei rapporti tra azienda e dipendente che le retoriche dominanti
della destra presentano con toni seducenti nel linguaggio della
libertà. Se lo si considera in questa prospettiva, del resto,
il dibattito sulle migrazioni perde molta della sua enfasi ideologica
e lo schiamazzo xenofobo si stempera nella rarefatta scrittura del
"Libro Bianco" del Ministro del Welfare.
Non è detto tuttavia che proprio qui, nel punto di passaggio
dal controllo delle frontiere esterne a quello dei confini che sono
sorti negli ultimi anni all'interno del mondo della produzione e
del mercato del lavoro, il disegno di legge Bossi-Fini non sia destinato
a imbattersi in qualche inciampo di carattere tutt'altro che congiunturale.
In particolare nelle aree settentrionali di piena occupazione la
richiesta di uno sciopero circola da mesi, nelle mille lingue di
una classe operaia ormai compiutamente multinazionale. È
uno degli effetti più cospicui della grande mobilitazione
dei migranti che ha dato un segno nuovo, tutt'altro che meramente
difensivo, alle iniziative contro il disegno di legge Bossi-Fini,
culminate nella straordinaria manifestazione romana del 19 gennaio.
In questi ultimi mesi la chiamata allo sciopero è stata diffusa.
A Vicenza, in una provincia che esporta quanto tutto il Portogallo,
un percorso che ha visto la soggettività dei migranti intrecciarsi
alle istanze del movimento che si sono fatte carico delle indicazioni
del 19 luglio genovese ha avuto come esito la dichiarazione dello
sciopero da parte della CGIL e degli altri sindacati confederali
e, con modalità estesa a tutti, da parte della CUB. Nelle
assemblee e nei comizi indetti dai tavoli dei migranti dei forum
del vicentino, in stretto rapporto con le comunità e le organizzazione
dei migranti, come in quelle del sindacato, la parola d'ordine dello
sciopero dei migranti ha echeggiato di continuo fino a determinare
una scadenza dal carattere plurale, ma del tutto unitaria, basata
sulla presa di parola di massa dei migranti. Obiezioni tuttavia
non sono mancate e non mancano a partire da un pregiudizio universalista
che viene trasversalmente da dentro il quadro sindacale, ma anche
da momenti del radicalismo operaio e che considera ambiguo uno sciopero
operaio dei soli migranti, a partire da loro e a loro stessi rivolto.
L'ambiguità però in questo caso, non è quella
di uno sciopero dei migranti. L'ambiguità è tutta
nell'eventuale solitudine dei migranti di fronte ad una delle più
imponenti ristrutturazioni che colpisce le forme del lavoro conosciute
nell'ultimo trentennio in Italia. Se la nuova proposta di legge
Bossi-Fini presenta una discontinuità rispetto al passato
è proprio nel cercare di colpire il migrante non in quanto
clandestino, ma in quanto lavoratore, che oggi viene e domani rimane.
Le trasformazioni delle modalità contrattuali, cioè
delle forme della compravendita della manodopera a livello internazionale,
impongono così condizioni di forzato apartheid ad una parte
consistente del bacino di forza lavoro, lasciando sospesi ad un
filo non solo la possibilità di lavorare ma gli stessi diritti
di esistenza, di libero movimento dei migranti. La stessa scelta
di un padrone, cioè 'di che morte morire', viene oggi negata
ai lavoratori migranti che devono dimostrarsi fedeli a chi li controlla
otto e più ore al giorno.
Dalla prima stesura del ddl ad oggi, più volte gli industriali
veneti, hanno chiesto una legislazione che lasci le loro mani più
libere: un decentramento che porti loro il controllo della migrazione.
Nel Veneto risiede oggi poco meno del 10% degli stranieri presenti
in Italia, anche se il rapporto tra stranieri e residenti (2,5-3%)
è comunque più basso rispetto ad altre regioni, quali
ad esempio l'Emilia Romagna. Si tratta di un'immigrazione maschile
e femminile, giovane, ma non giovanissima, il 70% ha un'età
compresa tra i 20 e i 39 anni ed è inserito nei sistemi produttivi
in particolare nelle province di Vicenza, Verona e Treviso che insieme
accolgono il 70% dei migranti.
In queste aree, l'incasellamento dei migranti in particolari settori
produttivi è accentuato: nelle piccole e medie imprese della
metallurgia, della meccanica, della chimica-gomma, del commercio
e delle pulizie si trovano più dei due terzi di tutti i migranti
veneti. Soprattutto, ed è questo che più preoccupa
i legislatori nazionali e locali, è un'immigrazione che mostra
caratteristiche sempre più stanziali o comunque di insediamento
a medio termine, anche perché la possibilità di un
ritorno al loro paese d'origine si fa sempre più incerta
date le vicissitudini belliche che spesso li attraversano. Così
nella provincia di Vicenza numerosi sono i migranti che acquistano
casa, magari nelle aree rurali, dove i prezzi sono più accessibili
e l'isolamento, che presto diventa marginalità, permette
una vita meno difficile.
Secondo una ricerca recente (InterMiGra, Rapporto finale. La presenza
immigrata nelle regioni adriatiche. Il caso del Veneto, Venezia,
giugno 2001) quasi l'80% dei migranti nella provincia di Vicenza
è assunto in qualità di operaio comune e la 'carriera'
nel luogo di lavoro è limitata al 15-17% dei casi. Il reddito
mensile medio percepito, circa un milione e ottocentomila lire,
nasconde forti differenze, per cui un sesto non supera il milione
e quattrocentomila lire. Sono coloro che provengono dall'Europa
dell'est a disporre dei salari mediamente più elevati anche
se il depauperamento delle loro professionalità è
ingente. Le esperienze lavorative precedenti, raramente costituiscono
un buon viatico per l'assunzione a livelli contrattuali alti o per
l'inserimento in settori produttivi simili: la piegatura a cui si
viene sottoposti induce ad accettare i lavori più vari, nei
settori che capitano.
Così se prima dell'espatrio il 42% lavorava nell'industria
ora lo fa il 77,3%, così nei servizi, che occupavano il 43%
dei migranti nel loro paese di origine ma che interessa solo il
22,7% di loro in Italia. Il 23% dei migranti in patria occupava
posizioni lavorative di media-alta professionalità, mentre
ora in tali ruoli si trova solo il 6%. Il personale non qualificato,
dopo l'espatrio, comprende più della metà dei migranti
intervistati (55,3%), mentre era del 33% quando questi si trovavano
ancora nel loro paese. Si viene occupati come operai comuni a prescindere
dal titolo di studio posseduto, come d'altra parte non si riscontra
nessun legame tra livello di istruzione e crescita nella scala delle
qualifiche. I risultati dell'indagine promossa da InterMiGra sembrano
non lasciare dubbi "qualunque sia la professionalità
che l'immigrato può offrire, il destino occupazionale resta
immutato e la crescita professionale è limitata a rari casi:
servono braccia che lavorino per sostenere la crescita delle imprese".
Si chiedono braccia e invece arrivano individui, con le loro storie,
la loro cultura, i loro desideri, le loro necessità.
I migranti occupano così i posti di lavoro disponibili a
prescindere dai loro livelli di qualificazione con evidenti problemi
di affetti e di relazioni con le persone e l'ambiente circostante.
Altre ricerche sembrano poi ribaltare il luogo comune per cui gli
immigrati sono impiegati nei lavori che gli italiani non vogliono
più svolgere: sono i bassi salari percepiti e le condizioni
nei luoghi di lavoro ad allontanare i locali, che eventualmente
soffrono di una medesima svalutazione sociale e lavorativa se collocati
nelle stesse imprese.
Il 19 luglio del 2001, nella cornice delle giornate genovesi contro
le politiche di governi nazionali occidentali tronfi di politiche
liberiste, si svolgeva la prima grande manifestazione italiana dei
migranti. Da allora i migranti hanno saputo costruire un percorso
di lotte e mobilitazioni, spesso nell'indifferenza di una sinistra
occupata altrove. La grande manifestazione nazionale del 19 gennaio
2002, che ha portato a sfilare per le vie della capitale più
di 150 mila stranieri e italiani, ne è l'esempio più
evidente.
Nel frattempo, la proclamazione di uno sciopero generale, in cui
si è ricostruita una parvenza d'unità, è stata
forse la risposta più consapevole da parte sindacale alle
difficoltà provocate dall'arroganza di un governo che sembra
poco propenso ad ogni tipo di dialogo che ricada all'esterno delle
varie ideologie che lo sostengono - la Padania, il liberismo sociale
più o meno moderato. Lo sciopero del 16 aprile è stato
comunque un punto di svolta importante e non scontato che dovrebbe
oggi essere seguito dalla partecipazione comune allo sciopero di
Vicenza per ridare unità e comunicazione ai lavoratori e
alle lavoratrici italiani e stranieri contro un disegno di legge
che vuole dare mano libera ad un padronato in evidente difficoltà
nella gestione di tutta la forza lavoro e non solo di una sua parte
importante.
Lo sciopero indetto a Vicenza si inserisce in questo quadro. È
la diretta presa di parola e di iniziativa da parte dei lavoratori
migranti a caratterizzarlo. La sua costruzione politica, che ha
determinato una contaminazione non subalterna tra istanze del movimento
e percorsi sindacali, sia confederale sia 'di base', registra e
amplifica questo dato. La sua rilevanza sarà determinata
anche da chi saprà riprenderlo e generalizzarlo. Se la specificità
di questa esperienza mette in guardia da ogni ipotesi di meccanica
riproduzione, nulla toglie alla valenza paradigmatica che essa può
assumere per un rilancio della battaglia contro la Bossi-Fini anche
oltre la sua probabile approvazione parlamentare. La parola d'ordine
della generalizzazione della sciopero del lavoro migrante trova
qui un primo termine di riferimento e di concreta sperimentazione.
È bene sottolineare che la costruzione di questo sciopero
non è un percorso pacificato. Esso apre anzi conflitti non
eludibili in un Nord Est vistosamente a destra dal punto di vista
elettorale, e in cui derive populiste e xenofobe sono indiscutibilmente
presenti. Ma apre complessivamente conflitti anche a "sinistra",
all'interno sia del quadro sindacale sia del movimento. Questo è
uno sciopero dentro la classe operaia. Nel doppio senso che le appartiene
integralmente, facendone emergere una stratificazione sempre più
rilevante anche in termini materiali, ma anche che lacera nel senso
comune operaio un'immagine tradizionale di appartenenze e di identità
non più in grado di per sé di reagire ai processi
complessivi di ristrutturazione del governo del lavoro. Dopo un
decennio di basso profilo in cui le sempre più rare fermate
dal lavoro si inserivano all'interno di una dinamica concertativa
rincorrendo con scarsa efficacia uno sgretolamento evidente della
tenuta operaia - lo sciopero del 16 aprile ha rappresentato forse
nella sua valenza difensiva l'ultimo episodio di questa sequenza,
come anche però, nella sua materialità, la possibilità
concreta di una discontinuità - lo sciopero dei migranti
possiede una valenza politica che riassume i vari aspetti della
vita di un individuo e non solo di un lavoratore/trice. Se i contratti
chiusi in questi mesi, dall'industria al pubblico impiego, sono
stati tutti contratti 'da concertazione' in un quadro di relazioni
industriali senza concertazione, lo sciopero dei migranti contro
la Bossi-Fini si presenta come del tutto non mediabile ed esterno
a una logica concertativa. Come i contratti di lavoro non trattano
'solo' di denaro e di tempo ma di un intero modo di rappresentazione
della vita quotidiana, così lo sciopero dei migranti non
si inserisce nelle normali dispute lavorative e apre lo scontro
sul versante - oltre che della produzione - della riproduzione e
delle sue modalità complessive.
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