Dopo la manifestazione del 15 maggio a Vicenza

STRIKE OF MIGRANT WORKERS
GRÈVE DES TRAVAILLEURS MIGRANTS
SCIOPERO DEI MIGRANTI

Vicenza, 22 maggio 2002
- DOCUMENTI -

Intervento del rappresentante del tavolo dei migranti alla manifestazione del 15 maggio

Grazie di essere qui, oggi, così in tanti. Questo sciopero e questa manifestazione sono stati possibili anche grazie al movimento dei movimenti e ai tavoli dei migranti dei social forum vicentini. Siamo venuti in tanti ad esprimere il nostro profondo dissenso contro una legge razzista e xenofoba, che proprio in queste ore il governo delle destre ha ricominciato a discutere in Parlamento e che vuole approvare in tempi brevi, per le vie di questa città che talvolta finge di non vedere i lavoratori migranti quando hanno bisogno di un alloggio decente, quando si ammassano lungo i marciapiedi per avere il permesso di soggiorno, quando chiedono di essere trattati come gli italiani perché so-no uguali a loro; mentre li vede benissimo quando c'è bisogno di lavoratori disposti ad accettare salari bassi, concessi in cambio dei diritti di cui tutti dovrebbero godere, pur di lavorare nelle sue fabbriche, nei suoi cantieri, lungo le sue strade e nelle sue case. La rabbia e il coraggio con il quale avete deciso di scioperare oggi per cessare di essere dei fantasmi e far sentire la vostra voce prendendovi la parola è un grande passo in avanti per tutti gli operai vicentini.
Questo sciopero vi ha reso visibili, a questa città, a questa provincia e a tutta l'Italia, che in questo momento guarda a Vicenza con stupore e interesse. È servito a far capi-re ai vicentini la vostra dignità, e ai padroni delle fabbriche quanto siete loro indi-spensabili. Questo sciopero serve a dare fiducia alle migliaia di lavoratori stranieri in questo paese e mi auguro che vogliano imitarci in tanti scendendo in piazza per pro-testare contro la legge proposta da Bossi e da Fini. In molte città, in questi giorni, ci saranno manifestazioni contro questa legge e a sostegno dello sciopero di Vicenza, indette dai social forum, dai sindacati e dalle associazioni antirazziste. Mi auguro che presto, dove è possibile, esse si trasformino in scioperi, perché è solo quando si fer-mano le macchine che i padroni scoprono il potere e i diritti dei lavoratori.
Non dobbiamo farci intimidire: dobbiamo lottare ancora, senza distinzione di pelle, di sesso e di lavoro, i prossimi giorni e i prossimi mesi, dopo che la legge sarà approva-ta. I social forum, che hanno manifestato a Genova lo scorso 19 luglio e poi in no-vembre a Brescia e ancora il 19 gennaio a Roma, sosterranno sicuramente la lotta, cercando di trovare forme di resistenza e di boicottaggio della legge, perché anche se approvata, non venga applicata. Ma prima dobbiamo comunque pretendere che i par-lamentari boicottino i lavori in aula. In ogni caso, non dobbiamo accontentarci di questo: noi, stranieri e italiani, presenti oggi a Vicenza, dobbiamo batterci per l'abrogazione della legge e dobbiamo lottare uniti anche per riformare profondamente la legge Turco-Napolitano attualmente in vigore, che è una pessima legge fatta dal precedente governo di centro sinistra. I cosiddetti centri di permanenza temporanea, i lager per gli stranieri che non hanno i documenti in regola, sono stati istituiti proprio dalla Turco-Napolitano e sono una vera e propria aberrazione giuridica che crea un doppio livello di diritto: uno per gli italiani e uno per gli stranieri, sancendo così che gli uomini non sono tutti uguali e introducendo in Italia forme di schiavitù e di apart-heid.
Questo è inaccettabile. Ma va detto che la Bossi-Fini, per quanto ricalcata sulla legge precedente, la peggiora notevolmente: sostituendo il contratto di soggiorno al per-messo di soggiorno rende le condizioni di vita dei lavoratori stranieri ancora più pre-carie e li espone a ricatti sempre più pesanti nei luoghi di lavoro; li priva della loro li-bertà di movimento e di iniziativa pena il licenziamento e dunque l'espulsione dal paese condannandoli alla clandestinità e all'invisibilità sociale; annulla quasi del tutto la possibilità di chiedere asilo politico; mette in difficoltà le famiglie, rendendo più difficili i ricongiungimenti e obbligando i figli degli immigrati a lasciare la scuola dopo i 18 anni; autorizza la marina militare a gestire i traffici lungo le coste italiane e dunque a piantare bandiere sopra nuovi cimiteri marini. Questa legge vuole ridurre a zero il potere contrattuale dei lavoratori migranti, ma così facendo attacca le conqui-ste di tutti i lavoratori: abbassando la soglia dei diritti degli stranieri costringerà anche gli italiani a rendersi sempre più disponibili ad abbassare la propria e a barattare i propri diritti col salario. Questa legge mira a rendere tutti più flessibili, punta a divi-dere i lavoratori e a costruire nuove gerarchie all'interno e all'esterno della fabbrica. Questa legge è parte di un progetto più ampio, che comprende la distruzione della scuola pubblica, la privatizzazione della sanità e la ristrutturazione radicale del mer-cato del lavoro attraverso le proposte contenute nel Libro bianco presentato dal mini-stro Maroni. Questa legge è solo un tassello, ma di fondamentale importanza, nella trasformazione di questo paese in un'azienda secondo i parametri neoliberisti di Ber-lusconi e Tremonti, ossia secondo le politiche più reazionarie e conservatrici degli ultimi trent'anni: quelle di Reagan e della Thatcher.
Lo sciopero, che da mesi viene invocato dalle assemblee dei migranti nelle mille lin-gue di una classe operaia ormai compiutamente multinazionale, come forma di prote-sta e di lotta per contrastare l'avanzata dei nuovi barbari, ha finalmente preso corpo, oggi, a Vicenza, ed è un'iniziativa tutt'altro che difensiva. Lo dimostrano le obiezioni che non sono mancate e non mancano a partire da un pregiudizio universalista che viene trasversalmente sia dal quadro sindacale sia da componenti del radicalismo operaio e che considera ambiguo uno sciopero operaio dei soli migranti, a partire da loro e a loro stessi rivolto. L'ambiguità, in realtà, non è quella di uno sciopero dei migranti, ma sta semmai nella solitudine dei migranti di fronte a una delle più impo-nenti ristrutturazioni del mondo del lavoro viste in Italia nell'ultimo trentennio. Per-ché se la nuova proposta di legge Bossi-Fini presenta una discontinuità rispetto al passato è proprio nel cercare di colpire il migrante non in quanto clandestino, ma in quanto lavoratore regolare.
Questo dunque, dobbiamo esserne consapevoli, è anche uno sciopero dentro la classe operaia, le appartiene integralmente: ne mostra, infatti, una componente assai rile-vante anche in termini materiali e al contempo lacera nel senso comune operaio un'im-magine tradizionale di appartenenze e di identità non più in grado di reagire ai processi complessivi di ristrutturazione del governo del lavoro. Dopo un decennio di basso profilo in cui le sempre più rare fermate dal lavoro si inserivano all'interno di una dinamica concertativa, lo sciopero dei migranti di oggi possiede invece una va-lenza politica non mediabile ed esterna a una tale logica, perché non si inserisce nelle normali dispute lavorative e apre lo scontro oltre che sul versante della produzione, anche su quello della riproduzione sociale e delle sue modalità complessive.
Questo sciopero, sia chiaro, è un punto di partenza e non di arrivo: è l'indicazione di un terreno di sperimentazione politica che va affinato e portato avanti per cercare di promuovere e costruire tra tessuto produttivo e riproduzione sociale momenti aggre-gativi ed espansivi, che coinvolgano e uniscano maggiormente lavoratori stranieri e italiani. Grazie.

Intervento del rappresentante dell'associazione L'Isola che non c'è

"Stand up for yours right. Alzatevi, ribellatevi, combattete per i vostri diritti. Alzatevi, ribellatevi, non abbandonate la lotta, mai. Siamo qui oggi, 15 maggio 2002, perchè i diritti di pochi possano diventare i diritti di tutti, per i nostri migranti di ieri e per quelli di oggi, per i nostri figli e per quelli che verranno, per coloro che non possono perdere la speranza e per quelli cui la speranza dà coraggio. Il coraggio di guardare. Io non starò ferma a guardare. Sarò lì con la mia presenza e lotterò se servirà perchè, ne sono certa, la solidarietà non sarà mai abbastanza in questo mondo di indifferenza, di ingiustizia, di guerra." Grazie Rosetta, queste sono parole tue, c'è un filo che nega non solo tutti noi qui presenti, italiani e stranieri, con permesso di soggiorno e senza permesso di soggiorno, appartenenti al sindacato e singoli cittadini. Ma anche quelli che vi avrebbero voluto essere ma non lo possono perchè il ricatto del padrone è stato più forte o perchè è stata più forte la paura del licenziamento. O perchè è stata più forte la paura della perdita dell'unico letto dove dormire o perchè non siamo riusciti a incontrarlo a parlargli a capirlo e convincerlo. Stiamo lottando perchè i diritti, i pensieri, le emozioni e le sensibilità delle persone non vengano calpestati. Per tutti vanno affermati i diritti globali, alla cittadinanza, ad una vita decorosa, ad un lavoro decente, ad una vita serena, il diritto alla speranza. Proveniamo da luoghi lontani, diversi, ma ci uniscono i nostri corpi, le nostre anime e la lotta contro questa legge indecente che si chiama Bossi-Fini e contro tutte le leggi che degradano la dignità umana. Ci unisce la consapevolezza che le leggi attuali sull'immigrazione vanno riviste. Ci unisce la denuncia e l'orrore dei centri di detenzione temporanea e il trattamento riservato ai richiedenti asilo e ai profughi. Ci unisce l'indignazione contro i trafficanti di esseri umani che li trasportano e che li sfruttano. Che sfruttano il loro bisogno di dormire, di mangiare, di lavorare. Ci unisce la pietà, il dolore, l'impotenza di fronte a troppi muri d'acqua e di filo spinato, alle troppe tombe dentro al mare o nei container. Ci unisce la difficoltà di denuncia e di lotta contro le discriminazioni quotidiane di fronte al troppo razzismo sottovalutato e tollerato che in questi anni ha permeato la società civile. Siamo consapevoli del fatto che questo sciopero era necessario ma non basterà se altre realtà non si muoveranno dietro il nostro esempio. Non basteranno se non sapremo restare uniti e se non sapremo fare proposte sensate e sagge. Proponiamo la costituzione del forum dei migranti della provincia di Vicenza. Proponiamo un forum nazionale di tutte le comunità migranti. Proponiamo di attivare subito una rete provinciale contro il razzismo. Proponiamo di non spegnere la speranza, quella speranza che fa cambiare il mondo. Alziamoci, combattiamo, non abbandoniamo mai la lotta, abbiamo un mondo diverso da costruire, abbiamo ferite da medicare, abbiamo catene da rompere, ingiustizie da sanare, speranze da proteggere. Abbiamo un mondo da salvare per noi e i nostri figli. Ci meritiamo un mondo migliore. Insieme lo possiamo sognare. Insieme lo possiamo veramente costruire. Insieme."

L'inchiesta sul "lavoro migrante" del gruppo migranti del forum Co/scienze politiche di Bologna.

Il percorso collettivo del gruppo migranti del forum Co/scienze politiche, che ha inteso mettere al lavoro le proprie competenze specifiche allo scopo di promuovere un discorso e una pratica in grado di formare soggettività politiche altre, ha preso le mosse dall'analisi del ddl Bossi Fini, che in questo momento rappresenta la dimensione contingente dell'oggetto del nostro interesse. Il fatto che nel disegno di legge il lavoro, privato di ogni garanzia e diritti attraverso la figura del contratto di soggiorno per lavoro, sia focale, ci ha indotto a prendere in considerazione come questa figura si inserisca nelle trasformazioni più complessive del mercato del lavoro oggi, facendo di fatto emergere quella che noi definiamo la centralità politica del lavoro migrante.
Tuttavia, si è posto il problema di evitare il rischio di elaborare un'ipotesi data e rigida attraverso la quale leggere la realtà, per cercare invece di concepire quest'ultima nella sua dimensione dinamica e processuale e, attraverso di essa, essere in grado di dare materialità ad alcuni presupposti teorici. Per questo, la conricerca: non uno strumento di mera accumulazione di dati e conoscenze, ma un "metodo" capace di realizzare un circolo virtuoso tra la dimensione teorica e quella pratico-politica, una fonte di formazione politica reciproca, dove si mira da un lato a realizzare uno scambio tra intervistato ed intervistatore, e dall'altro, a promuovere in entrambi quello che in prima battuta vorremmo chiamare un percorso di soggettivazione politica. Anche per queste ragioni, usiamo riferirci al lavoro di conricerca col termine "inchiesta militante", proprio per enfatizzarne le finalità immediatamente politiche.
Relativamente ai migranti questo significa intraprendere un percorso che, attraverso le interviste, la loro elaborazione collettiva, la ridefinizione continua delle ipotesi di partenza e dello stesso strumento di rilevazione, sia potenzialmente capace di superare le barriere tra un "noi" e un "loro", senza per questo eliminare le specificità reciproche. Non a caso prevediamo che l'inchiesta possa coinvolgere anche lavoratori italiani, affinché si possa costruire un terreno di comunanza di pratiche e di esperienze.
Assumere come presupposto teorico la centralità politica del lavoro migrante permette di cogliere, da un lato, le trasformazioni oggettive del modo di produzione capitalistico, dall'altro i percorsi di potenziale sottrazione, di fuga, di lotta che definiscono l'odierna soggettività politica del lavoro vivo.
Sul piano strutturale, il nuovo sistema di accumulazione capitalistico non può più essere sintetizzato nel modello fordista (esemplificabile, anche se con qualche forzatura, nella figura dell'operaio-massa), ma contemporaneamente non può nemmeno essere ridotto a una mera apologia delle nuove forme di lavoro all'interno dell'ideologia postfordista. La nozione di lavoro migrante, infatti, ci permette di cogliere la figura del lavoro sociale che attraversa una molteplicità di collocazioni lavorative sia interne sia esterne alla fabbrica, mostrando la coesistenza, piuttosto che la reciproca esclusione dei due modelli sopra citati. Dalle interviste fatte fino ad ora emerge chiaramente come, per esempio, i migranti interinali, mandati in missione in aziende metalmeccaniche, considerino queste ultime, e non le agenzie interinali, i loro veri datori di lavoro, e a partire da esse definiscano le loro considerazioni sul lavoro oggi.
Appaiono dunque politicamente controproducenti e inadeguate le ipotesi politiche che pretendono di esaurire l'analisi dell'esistente a partire da un'unica figura rappresentativa in quanto espressione delle forme più avanzate dei rapporti di produzione capitalistica: il lavoro autonomo di seconda generazione, il lavoro immateriale, il lavoro cognitivo. Non è possibile individuare una punta più avanzata della produzione, ma una relazione e compenetrazione dei diversi segmenti della produzione stessa con intensità di lavoro diverse. Sono proprio le interviste, di nuovo, a mettere in luce un'intensificazione quantitativa e qualitativa del lavoro, che va da un aumento, generalmente mal retribuito, del tempo di lavoro, ad una messa a valore di competenze specifiche non riconosciute e non retribuite.

I cambiamenti strutturali fin qui descritti si risolvono sul piano della cittadinanza in una crisi dell'universalismo dei diritti e in una frattura tra lavoro e titolarità di questi ultimi. Anche in questo senso è significativo parlare di lavoro migrante, anziché di lavoro dei migranti: se, infatti, la limitazione dell'accesso a sanità, pensioni, istruzione, ecc., è immediatamente vera per i lavoratori migranti, lo è potenzialmente e in modo incipiente anche per fette sempre maggiori di popolazione italiana.
Crediamo che questo approccio sia leggibile nei progetti di trasformazione di cui il ddl Bossi-Fini e il Libro Bianco di Maroni sono espressione: la moltiplicazione delle figure lavorative, il cui obiettivo non è altro che la realizzazione della piena disponibilità dei lavoratori, privati di protezioni sociali e sindacali, alle esigenze congiunturali del capitale, così come la neutralizzazione, attraverso un processo fortemente scompositivo, del potenziale politico della classe operaia.

È proprio questo potenziale politico di trasformazione radicale dell'esistente che va recuperato, a partire non solo dalla trasformazione oggettiva delle forme del lavoro, ma anche, e soprattutto, dalla potenziale specificità soggettiva che in esse si esprime. Questo significa non poter più pensare la classe, come in passato, in termini di omogeneità, ma cercare di pensare e di agire sullo scarto tra operaio e singolo di cui la soggettività migrante è la massima espressione. Uno scarto che crediamo possa essere colto chiaramente, per quanto riguarda i migranti, almeno su tre versanti: il lavoro, lo stigma sociale, il genere.
Sul piano del lavoro, la specificità delle condizioni del migrante si esprime non solo mostrando come egli non possa essere considerato parte del passaggio da un sistema fordista ad uno post-fordista, ma anche nel fatto che nei luoghi del lavoro il migrante è sottoposto a una condizione di sfruttamento e di privazione dei diritti maggiore e specifica rispetto a quella dei lavoratori autoctoni. Questo emerge chiaramente dalle interviste, poiché sono molti i casi in cui, a parità di contratto, di fatto ai lavoratori migranti vengono destinati i lavori qualitativamente peggiori (turni di notte, lavori più pesanti).
A una condizione peculiare sul luogo del lavoro, si somma lo stigma sociale che il migrante esibisce in ogni momento, nella sua radicale esclusione dall'orizzonte societario, attraverso forme esplicite di discriminazione, che non soltanto condizionano pesantemente le sue relazioni sociali, ma lo costringono sistematicamente a muoversi all'interno di un orizzonte comunitario, che, se da una parte rappresenta un meccanismo di difesa, dall'altra non fa che riprodurre quelle stesse dinamiche di esclusione. Dalle interviste si evince, ad esempio, che la volontà dei migranti di uscire da condizioni di marginalità provocate soprattutto dall'abitare in centri di prima accoglienza si scontra con un clima diffuso di razzismo e sospetto, nonché con una preconcetta visione dei migranti come ignoranti sottosviluppati. Emerge però anche la chiusura, a volte difficilmente permeabile, nella e della comunità di origine, che si manifesta peraltro in una difficile comunicazione tra le diverse comunità presenti sul territorio.
Condizioni specifiche che si ripropongono nella condizione delle donne migranti, non solo lavoratrici, non solo stigmatizzate, ma anche, e prima di tutto, donne. Non è un caso che la nostra pratica di conricerca si sia scontrata con la difficoltà di entrare in relazione con loro: la condizione di invisibilità comune a tutti i migranti, si radicalizza infatti per le donne, che vi sono costrette sia in quanto lavoratrici, poiché nella maggior parte dei casi esse svolgono attività domestiche, sia in quanto generalmente vittime di culture e tradizioni patriarcali, solamente diverse da quelle occidentali, che le privano di qualunque spazio pubblico di espressione.

L'impossibile ricomposizione della materialità dei migranti in un orizzonte a priori complessivo, societario, non rappresenta solo il segno di un'esclusione oggettiva, ma esprime, anche e soprattutto, la soggettività di cui va colta l'ambivalenza. Se questa soggettività, infatti, può rappresentare il punto di partenza di un discorso e di una pratica politica, deve anche essere in grado di mettere in crisi quello stesso orizzonte complessivo, eludendo il rischio di essere assorbita al suo interno consentendogli un'ulteriore sopravvivenza, o addirittura rafforzandolo. Ad esempio, la scelta migratoria può sì essere letta come sottrazione a forme di impiego imposte dalla divisione internazionale del lavoro, ma la soggettività politica che in quella scelta si esprime viene reintegrata all'interno del processo di accumulazione capitalistico attraverso politiche migratorie che subordinano il diritto di ingresso nel luogo di destinazione scelto alle esigenze del capitale.
Le politiche di definizione dei flussi e le politiche di accoglienza, infatti, da una parte cercano di imbrigliare la soggettività che si esprime nella scelta migratoria, e dall'altra non fanno che implementare le dinamiche di esclusione attraverso l'etnicizzazione degli ambiti produttivi e riproduttivi della forza lavoro.
Da qui la necessità di una presa di parola politica, la pratica di modalità comunicative che non stabiliscono immediatamente un ordine, ma sovvertono tumultuosamente l'ordine stabilito tra politica, diritto e vita quotidiana, a cui la soggettività migrante è irriducibile. Non si tratta cioè di un mero lamento sulle condizioni di vita dei migranti, né in maniera speculare della rivendicazione di un astratto insieme di diritti.
In questo senso, emerge l'ambivalenza di alcune posizioni assunte oggi dai sindacati e da una parte del movimento: si tratta di comprendere che la bandiera dell'universalismo dei diritti rischia di neutralizzare il potenziale politico realmente espresso dal lavoro migrante. Questo non significa abbandonare il discorso dei diritti, ma ripensarlo a partire dall'esistenza di soggettività politiche che non possono essere ricondotte alla figura del soggetto universale sulla quale l'ordine societario esistente si fonda.
Per concludere, la conricerca in questo quadro ha rappresentato e dovrebbe rappresentare, lo strumento formativo di soggettività politiche altre rispetto a quell'ordine, la presa di parola politica di quella soggettività, che non si lascia definire dal linguaggio universale del diritto, e che non volendo essere intesa come parte di un ordine è intrinsecamente orientata al superamento dell'esistente. Non esistono certo risposte date, ma è possibile che, attraverso la conricerca, si possano aprire nuovi spazi e processi di formazione di una contro-soggettività politica anche sul piano della rivendicazione dei diritti.

Spazi di scomparsa: i "Centri di Permanenza Temporanea" (C.P.T.)

I C.P.T. sono centri di detenzione amministrativa dove il migrante viene rinchiuso senza aver commesso alcun reato. Al di là dell'ipocrisia che così li definisce, i C.P.T sono delle vere galere con l'assoluto divieto di allontanamento e la possibilità di uso della forza pubblica in caso di fuga: le condizioni nel centro di detenzione corrispondono alla carcerazione. Vengono definiti temporanei perché disposti in previsione dell'espulsione del migrante senza permesso di soggiorno, quindi irre-golare.

Nel momento in cui le frontiere nazionali non dovrebbero più essere il confine esclusivo dello Stato, i C.P.T. svolgono la funzione di confini interni come ulteriore strumento di controllo della forza lavoro: la globalizzazione si presenta come abbattimento delle frontiere per merci, capitali e fasce sociali privilegiate, e come militarizzazione delle frontiere per profughi e migranti, come dimostra in Italia l'uso della marina militare per sorvegliare le coste.

L'istanza di sottrazione al lavoro, la libertà di movimento che i migranti esprimono viene negata attraverso nuovi confini, nuove forme di detenzione, nuove forme di esclusione.

Il disegno di legge Bossi-Fini, oltre ad aumentare i termini di detenzione nei C.P.T. da trenta ad un massimo di sessanta giorni, accentua il loro ruolo di esclusione e controllo dei migranti. Il legame strettissimo tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno pone il migrante sotto la minaccia di una perenne condizione di clandestinità. La mancanza di un contratto di lavoro rende il migrante clandestino e quindi immediatamente sottoponibile a detenzione in previsione dell'espulsione. Il lavoro diviene clandestino, la condizione di clandestinità vuole essere riprodotta: i C.P.T. funzio-nano da un lato come una camera di decompressione del mercato del lavoro, che permette un con-trollo della forza lavoro a seconda delle esigenze del padrone, dall'altro perpetuano un rituale di umiliazione del migrante, escluso prima dalla società e recluso nei centri, e poi di nuovo forza lavo-ro costretta a vivere in condizioni di esclusione e marginalità.

Alla violenza che i centri di detenzione perpetuano sui corpi dei migranti si aggiunge l'offesa: il di-segno di legge Bossi-Fini prevede infatti che nuovi C.P.T. siano finanziati dagli stessi contribu-ti che i migranti con il loro lavoro versano allo Stato.

Lo sciopero del lavoro migrante nel momento in cui incide sugli assetti produttivi, si pone anche come lotta contro i centri di detenzione, contro la clandestinità, e le forme di esclusione e margina-lizzazione che ne derivano.

Lo sciopero dei migranti - Editoriale da DeriveApprodi n. 21 primavera 2002

Dopo che i "centristi" all'interno del Polo hanno ottenuto una serie di piccoli aggiustamenti in tema di lavoro domestico e di ricongiungimenti familiari, tacitando la coscienza delle alte gerarchie ecclesiastiche, gli spazi per ulteriori mediazioni sul disegno di legge Bossi-Fini sembrano esauriti. La decisione di affidare a un militare la gestione "emergenziale" delle coste meridionali dopo le ennesime tragedie nel Canale di Sicilia non ha determinato il soprassalto di sensibilità democratica che era lecito attendersi. Segno che, ormai, la filosofia guerresca reclamata a gran voce dalla destra in tema di "controllo" delle migrazioni (dopo che il centro-sinistra l'aveva a lungo pudicamente praticata) si è imposta con il segno dell'ineluttabilità.
Non sono tuttavia soltanto le cannoniere orgogliosamente schierate a presidio dei mari e i centri di detenzione moltiplicati in terra a condensare il significato del disegno di legge governativo. La paradossale figura giuridica del "contratto di soggiorno", che lega a doppio filo contratto di lavoro e permesso di soggiorno, mostra anzi quanto in profondità il modello segregazionista di governo dei flussi migratori sia collegato a un più generale modello di regolazione del mercato del lavoro e della società nel suo complesso. La mannaia dell'espulsione, che graverà sul capo di ogni migrante qualora dovesse perdere il proprio posto di lavoro, mostra l'altra faccia, spietata e feroce, di quella individualizzazione dei rapporti tra azienda e dipendente che le retoriche dominanti della destra presentano con toni seducenti nel linguaggio della libertà. Se lo si considera in questa prospettiva, del resto, il dibattito sulle migrazioni perde molta della sua enfasi ideologica e lo schiamazzo xenofobo si stempera nella rarefatta scrittura del "Libro Bianco" del Ministro del Welfare.
Non è detto tuttavia che proprio qui, nel punto di passaggio dal controllo delle frontiere esterne a quello dei confini che sono sorti negli ultimi anni all'interno del mondo della produzione e del mercato del lavoro, il disegno di legge Bossi-Fini non sia destinato a imbattersi in qualche inciampo di carattere tutt'altro che congiunturale. In particolare nelle aree settentrionali di piena occupazione la richiesta di uno sciopero circola da mesi, nelle mille lingue di una classe operaia ormai compiutamente multinazionale. È uno degli effetti più cospicui della grande mobilitazione dei migranti che ha dato un segno nuovo, tutt'altro che meramente difensivo, alle iniziative contro il disegno di legge Bossi-Fini, culminate nella straordinaria manifestazione romana del 19 gennaio.
In questi ultimi mesi la chiamata allo sciopero è stata diffusa. A Vicenza, in una provincia che esporta quanto tutto il Portogallo, un percorso che ha visto la soggettività dei migranti intrecciarsi alle istanze del movimento che si sono fatte carico delle indicazioni del 19 luglio genovese ha avuto come esito la dichiarazione dello sciopero da parte della CGIL e degli altri sindacati confederali e, con modalità estesa a tutti, da parte della CUB. Nelle assemblee e nei comizi indetti dai tavoli dei migranti dei forum del vicentino, in stretto rapporto con le comunità e le organizzazione dei migranti, come in quelle del sindacato, la parola d'ordine dello sciopero dei migranti ha echeggiato di continuo fino a determinare una scadenza dal carattere plurale, ma del tutto unitaria, basata sulla presa di parola di massa dei migranti. Obiezioni tuttavia non sono mancate e non mancano a partire da un pregiudizio universalista che viene trasversalmente da dentro il quadro sindacale, ma anche da momenti del radicalismo operaio e che considera ambiguo uno sciopero operaio dei soli migranti, a partire da loro e a loro stessi rivolto.
L'ambiguità però in questo caso, non è quella di uno sciopero dei migranti. L'ambiguità è tutta nell'eventuale solitudine dei migranti di fronte ad una delle più imponenti ristrutturazioni che colpisce le forme del lavoro conosciute nell'ultimo trentennio in Italia. Se la nuova proposta di legge Bossi-Fini presenta una discontinuità rispetto al passato è proprio nel cercare di colpire il migrante non in quanto clandestino, ma in quanto lavoratore, che oggi viene e domani rimane. Le trasformazioni delle modalità contrattuali, cioè delle forme della compravendita della manodopera a livello internazionale, impongono così condizioni di forzato apartheid ad una parte consistente del bacino di forza lavoro, lasciando sospesi ad un filo non solo la possibilità di lavorare ma gli stessi diritti di esistenza, di libero movimento dei migranti. La stessa scelta di un padrone, cioè 'di che morte morire', viene oggi negata ai lavoratori migranti che devono dimostrarsi fedeli a chi li controlla otto e più ore al giorno.

Dalla prima stesura del ddl ad oggi, più volte gli industriali veneti, hanno chiesto una legislazione che lasci le loro mani più libere: un decentramento che porti loro il controllo della migrazione. Nel Veneto risiede oggi poco meno del 10% degli stranieri presenti in Italia, anche se il rapporto tra stranieri e residenti (2,5-3%) è comunque più basso rispetto ad altre regioni, quali ad esempio l'Emilia Romagna. Si tratta di un'immigrazione maschile e femminile, giovane, ma non giovanissima, il 70% ha un'età compresa tra i 20 e i 39 anni ed è inserito nei sistemi produttivi in particolare nelle province di Vicenza, Verona e Treviso che insieme accolgono il 70% dei migranti.
In queste aree, l'incasellamento dei migranti in particolari settori produttivi è accentuato: nelle piccole e medie imprese della metallurgia, della meccanica, della chimica-gomma, del commercio e delle pulizie si trovano più dei due terzi di tutti i migranti veneti. Soprattutto, ed è questo che più preoccupa i legislatori nazionali e locali, è un'immigrazione che mostra caratteristiche sempre più stanziali o comunque di insediamento a medio termine, anche perché la possibilità di un ritorno al loro paese d'origine si fa sempre più incerta date le vicissitudini belliche che spesso li attraversano. Così nella provincia di Vicenza numerosi sono i migranti che acquistano casa, magari nelle aree rurali, dove i prezzi sono più accessibili e l'isolamento, che presto diventa marginalità, permette una vita meno difficile.
Secondo una ricerca recente (InterMiGra, Rapporto finale. La presenza immigrata nelle regioni adriatiche. Il caso del Veneto, Venezia, giugno 2001) quasi l'80% dei migranti nella provincia di Vicenza è assunto in qualità di operaio comune e la 'carriera' nel luogo di lavoro è limitata al 15-17% dei casi. Il reddito mensile medio percepito, circa un milione e ottocentomila lire, nasconde forti differenze, per cui un sesto non supera il milione e quattrocentomila lire. Sono coloro che provengono dall'Europa dell'est a disporre dei salari mediamente più elevati anche se il depauperamento delle loro professionalità è ingente. Le esperienze lavorative precedenti, raramente costituiscono un buon viatico per l'assunzione a livelli contrattuali alti o per l'inserimento in settori produttivi simili: la piegatura a cui si viene sottoposti induce ad accettare i lavori più vari, nei settori che capitano.
Così se prima dell'espatrio il 42% lavorava nell'industria ora lo fa il 77,3%, così nei servizi, che occupavano il 43% dei migranti nel loro paese di origine ma che interessa solo il 22,7% di loro in Italia. Il 23% dei migranti in patria occupava posizioni lavorative di media-alta professionalità, mentre ora in tali ruoli si trova solo il 6%. Il personale non qualificato, dopo l'espatrio, comprende più della metà dei migranti intervistati (55,3%), mentre era del 33% quando questi si trovavano ancora nel loro paese. Si viene occupati come operai comuni a prescindere dal titolo di studio posseduto, come d'altra parte non si riscontra nessun legame tra livello di istruzione e crescita nella scala delle qualifiche. I risultati dell'indagine promossa da InterMiGra sembrano non lasciare dubbi "qualunque sia la professionalità che l'immigrato può offrire, il destino occupazionale resta immutato e la crescita professionale è limitata a rari casi: servono braccia che lavorino per sostenere la crescita delle imprese". Si chiedono braccia e invece arrivano individui, con le loro storie, la loro cultura, i loro desideri, le loro necessità.
I migranti occupano così i posti di lavoro disponibili a prescindere dai loro livelli di qualificazione con evidenti problemi di affetti e di relazioni con le persone e l'ambiente circostante. Altre ricerche sembrano poi ribaltare il luogo comune per cui gli immigrati sono impiegati nei lavori che gli italiani non vogliono più svolgere: sono i bassi salari percepiti e le condizioni nei luoghi di lavoro ad allontanare i locali, che eventualmente soffrono di una medesima svalutazione sociale e lavorativa se collocati nelle stesse imprese.

Il 19 luglio del 2001, nella cornice delle giornate genovesi contro le politiche di governi nazionali occidentali tronfi di politiche liberiste, si svolgeva la prima grande manifestazione italiana dei migranti. Da allora i migranti hanno saputo costruire un percorso di lotte e mobilitazioni, spesso nell'indifferenza di una sinistra occupata altrove. La grande manifestazione nazionale del 19 gennaio 2002, che ha portato a sfilare per le vie della capitale più di 150 mila stranieri e italiani, ne è l'esempio più evidente.
Nel frattempo, la proclamazione di uno sciopero generale, in cui si è ricostruita una parvenza d'unità, è stata forse la risposta più consapevole da parte sindacale alle difficoltà provocate dall'arroganza di un governo che sembra poco propenso ad ogni tipo di dialogo che ricada all'esterno delle varie ideologie che lo sostengono - la Padania, il liberismo sociale più o meno moderato. Lo sciopero del 16 aprile è stato comunque un punto di svolta importante e non scontato che dovrebbe oggi essere seguito dalla partecipazione comune allo sciopero di Vicenza per ridare unità e comunicazione ai lavoratori e alle lavoratrici italiani e stranieri contro un disegno di legge che vuole dare mano libera ad un padronato in evidente difficoltà nella gestione di tutta la forza lavoro e non solo di una sua parte importante.
Lo sciopero indetto a Vicenza si inserisce in questo quadro. È la diretta presa di parola e di iniziativa da parte dei lavoratori migranti a caratterizzarlo. La sua costruzione politica, che ha determinato una contaminazione non subalterna tra istanze del movimento e percorsi sindacali, sia confederale sia 'di base', registra e amplifica questo dato. La sua rilevanza sarà determinata anche da chi saprà riprenderlo e generalizzarlo. Se la specificità di questa esperienza mette in guardia da ogni ipotesi di meccanica riproduzione, nulla toglie alla valenza paradigmatica che essa può assumere per un rilancio della battaglia contro la Bossi-Fini anche oltre la sua probabile approvazione parlamentare. La parola d'ordine della generalizzazione della sciopero del lavoro migrante trova qui un primo termine di riferimento e di concreta sperimentazione.
È bene sottolineare che la costruzione di questo sciopero non è un percorso pacificato. Esso apre anzi conflitti non eludibili in un Nord Est vistosamente a destra dal punto di vista elettorale, e in cui derive populiste e xenofobe sono indiscutibilmente presenti. Ma apre complessivamente conflitti anche a "sinistra", all'interno sia del quadro sindacale sia del movimento. Questo è uno sciopero dentro la classe operaia. Nel doppio senso che le appartiene integralmente, facendone emergere una stratificazione sempre più rilevante anche in termini materiali, ma anche che lacera nel senso comune operaio un'immagine tradizionale di appartenenze e di identità non più in grado di per sé di reagire ai processi complessivi di ristrutturazione del governo del lavoro. Dopo un decennio di basso profilo in cui le sempre più rare fermate dal lavoro si inserivano all'interno di una dinamica concertativa rincorrendo con scarsa efficacia uno sgretolamento evidente della tenuta operaia - lo sciopero del 16 aprile ha rappresentato forse nella sua valenza difensiva l'ultimo episodio di questa sequenza, come anche però, nella sua materialità, la possibilità concreta di una discontinuità - lo sciopero dei migranti possiede una valenza politica che riassume i vari aspetti della vita di un individuo e non solo di un lavoratore/trice. Se i contratti chiusi in questi mesi, dall'industria al pubblico impiego, sono stati tutti contratti 'da concertazione' in un quadro di relazioni industriali senza concertazione, lo sciopero dei migranti contro la Bossi-Fini si presenta come del tutto non mediabile ed esterno a una logica concertativa. Come i contratti di lavoro non trattano 'solo' di denaro e di tempo ma di un intero modo di rappresentazione della vita quotidiana, così lo sciopero dei migranti non si inserisce nelle normali dispute lavorative e apre lo scontro sul versante - oltre che della produzione - della riproduzione e delle sue modalità complessive.