Dopo la manifestazione del 15 maggio a Vicenza

STRIKE OF MIGRANT WORKERS
GRÈVE DES TRAVAILLEURS MIGRANTS
SCIOPERO DEI MIGRANTI

Vicenza, 22 maggio 2002
- RASSEGNA STAMPA -
Dopo Vicenza di Carlo Cartocci - da 'Liberazione' del 17 maggio 2002

Due avvenimenti importanti stanno animando il dibattito sul ddl Bossi-Fini: il primo sciopero dei lavoratori migranti e la proposta di sanatoria dell'Udc. Sono due avvenimenti collegati fra loro che consentono una riflessione complessiva, anche perché preludono a sviluppi, forse non immediati, ma interessanti. Ho assistito alla trasmissione di "Primo piano" del 15 maggio, un approfondimento sullo sciopero dei migranti a cui partecipavano l'ex ministra Turco e De Luca, esponente di Fi.

Turco ha dichiarato di essersi «emozionata» nel vedere tanti immigrati in piazza a reclamare i propri diritti, De Luca, invece, si è scandalizzato perché «il sindacato ha portato in piazza i migranti ingannandoli», nascondendo loro i benefici che ricaveranno dalla nuova legge. Ambedue gli intervistati hanno reagito agli stimoli visivi: si sono riferiti alla manifestazione, certamente rilevante, ma hanno dimenticato lo sciopero di otto ore, sciopero politico nel senso più alto del termine, che ha avuto un ottimo successo. I lavoratori stranieri che hanno scioperato sono prevalentemente lavoratori regolari e hanno scioperato per protestare contro un ddl che minaccia le condizioni di lavoro e di vita di tutti gli immigrati. Questo sciopero avrebbe dovuto colpire l'esponente del governo perché fa giustizia della menzogna che il ddl serve ad arginare il fenomeno dei "clandestini" e serve a rendere più dignitoso e civile l'inserimento dei "regolari". E' vero il contrario: creerà più irregolari e renderà più deboli e precari gli altri, è un ddl contro la stabilizzazione di tutti i lavoratori stranieri.

Anche l'on. Turco avrebbe dovuto riflettere sullo sciopero, perché questo era rivolto certamente contro gli emendamenti del governo a una legge che porta il suo nome, ma anche contro la barbarie dei centri di detenzione che la Turco-Napolitano ha inventato, e contro la scelta di "clandestinizzare" chi arriva in Italia come rifugiato, perseguitato dalla fame, dalla guerra e dall'ingiustizia nei propri paesi: scelta inumana iniziata durante i governi di centro sinistra.

La proposta di sanatoria dell'Udc (estensione di quella per colf e "badanti" a tutti i lavoratori irregolari) ha aperto un ulteriore elemento di divaricazione fra le forze di governo. Una questione non da poco perché riguarda la politica, ma anche l'etica. Non deve essere facile dichiarare di essere contro il lavoro nero e veder privilegiata, attraverso una minisanatoria, la sola categoria dei lavoratori domestici mentre migliaia di immigrati vengono sfruttati in nero nelle aziende. D'altro canto c'è anche una contraddizione economica che andrebbe sanata: quest'anno non è stato emanato il decreto sui flussi, non è entrato regolarmente alcun lavoratore migrante, è logico che gli imprenditori abbiano la necessità di regolarizzare una parte dei lavoratori in nero per non perdere profitti. Questioni economiche, etiche, politiche, dunque rilevanti, eppure il rappresentante del governo ha continuato a ripetere di essere contro tutte le sanatorie e la on. Turco non ha trovato di meglio che difendere gli accordi bilaterali per il «rientro» (leggasi "espulsioni") e il contrasto alla clandestinità del precedente governo. Nessun riferimento alla necessità di una regolarizzazione a regime degli immigrati irregolari in Italia, nessun ripensamento autocritico su una legge che ha fatto da battistrada alla Bossi-Fini. La precarietà della vita, la mancanza di strutture di accoglienza, l'inesistente protezione contro la miscela esplosiva lavoro nero-xenofobia, sono carenze della Turco-Napolitano e sono i varchi entro cui si sono incuneati gli emendamenti del ddl.

Intanto i lavoratori migranti scioperano, intanto le associazioni dei migranti, i Social forum, le organizzazioni antirazziste in molte città si incontrano, cercano contatti con i sindacati confederali e non, con l'associazionismo, con movimenti e partiti della sinistra alternativa per progettare iniziative nuove contro il ddl. Lo sciopero di Vicenza non è forse esportabile in altre realtà, ma segna una direzione nuova di lotta, una alleanza possibile fra lavoratori italiani e non. Su queste indicazioni bisogna continuare a lavorare, ognuno con i propri ruoli e le proprie responsabilità, insieme, alla pari. Forse questo ddl finirà col passare così come è, la sanatoria sarà stralciata e rimandata a dopo le elezioni amministrative, ma così come è la normativa non reggerà alla realtà dell'applicazione pratica. Gli spazi di lotta ci sono e ci saranno, noi dovremo continuare l'impegno, non per difendere l'indifendibile legge precedente, ma per progettare con i migranti soluzioni di equità, libertà e diritti.

Il colore del lavoro di Alessandro Dal Lago - da "Il Manifesto" del 15 maggio 2002

Il lavoro in pelle bianca non sarà mai emancipato finché sarà bollato a fuoco quello in pelle nera, ha scritto Marx. Con ciò si mette l'accento sul fatto che ogni conflitto è raramente omogeneo. La lotta sociale nella grande industria americana non escludeva lo storico movimento per l'emancipazione dei neri nel sud agricolo o nelle periferie delle metropoli del nord degli USA. Credo che si debba ripartire da qui per comprendere il senso dello sciopero dei migranti in Veneto. Sbaglierebbe chi pensasse a uno sciopero `etnico' e, ancora peggio, a una volontaria o oggettiva divisione dei lavoratori. La condizione dei lavoratori migranti è infatti vincolata a una doppia subordinazione. Non solo perché, come avrebbe detto A. Sayad, su di loro grava una penalità supplementare, dovuta al loro essere formalmente e sostanzialmente illegittimi in una società che a malapena ne riconosce l'esistenza. Soprattutto perché il loro statuto di lavoratori é sottoposto al ricatto oggettivo dell'espulsione e quindi a un'estrema limitazione dei loro diritti e in particolare del loro diritto a una condizione umana in fabbrica e fuori. Se per il lavoratore autoctono, la lotta per il salario e per il tempo è anche una lotta per la dignità, la lotta del lavoratore straniero è una lotta per la dignità e la sopravvivenza immediata di esseri umani. Ecco qualcosa che non sempre le organizzazioni sindacali hanno compreso. Qualcosa, d'altra parte, che é implicato nel progetto Bossi-Fini ancor più che nella legge Turco-Napolitano, che pure ha gettato le premesse per la subordinazione sociale e giuridica degli stranieri.

Subordinando la possibilità di migrare a un contratto, ovviamente temporaneo, la nuova proposta vincola l'intera esistenza del migrante, o meglio la sua possibilità di esistere, alla volontà arbitraria del datore di lavoro. La perdita del contratto, al di là della possibilità puramente teorica dell'inclusione in una lista di collocamento, significa la probabilità concreta dell'espulsione o del confinamento in un centro di detenzione. Una situazione che ripropone la reltà del controllo dispotico, diretto e indiretto, del lavoro, che Moulier-Boutang ha mostrato essere una delle condizioni dell'avvento del cosiddetto mercato libero della forza lavoro.

Il progetto Bossi-Fini mostra, al di là di tutte le chiacchere sulla sicurezza, l'invasione, il conflitto culturale, ecc., la sostanza dispotica del modello liberista radicale. Lavorare significa, per i migranti, vincolare la loro sopravvivenza materiale e personale a un'intimazione giuridica all'obbedienza. Chi subisce il ricatto dell'espulsione non si oppone alle condizioni del lavoro e alla retribuzione imposta in fabbrica o nel lavoro stagionale. La collaboratrice domestica non potrà ribellarsi alle condizioni di semischiavitù in cui i suoi padroni italiani vorranno tenerla. Ecco un punto in cui le piccole aziende, il razzismo leghista e la carità pelosa dei cattolici al governo potranno trovare un'intesa facile.

Ecco perché lo sciopero di oggi ha un significato che va al di là del contesto territoriale in cui ha luogo. Ma é anche vero che non si tratta di un'iniziativa parziale o "etnica", come forse qualcuno avrà pensato, anche a sinistra. Al di là della diversa condizione giuridica (il contrattualismo esasperato e ricattatorio per gli uni, la de-contrattualizzazione per gli altri), la lotta dei migranti è del tutto solidale con quella dei lavoratori italiani. Perché, per gli uni come per gli altri, la sostanza della rivendicazione è la dignità che si ancora nella difesa delle condizioni di lavoro. Diritti sociali e diritti umani mostrano qui la loro complementare necessità. Da queste prime voci dei lavoratori migranti parte oggi un messaggio per chiunque si opponga alla deriva liberista e autoritaria dell'Europa.