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RASSEGNA STAMPA - |
Dopo Vicenza di
Carlo Cartocci - da 'Liberazione' del 17 maggio 2002
Due avvenimenti importanti stanno animando
il dibattito sul ddl Bossi-Fini: il primo sciopero dei lavoratori
migranti e la proposta di sanatoria dell'Udc. Sono due avvenimenti
collegati fra loro che consentono una riflessione complessiva, anche
perché preludono a sviluppi, forse non immediati, ma interessanti.
Ho assistito alla trasmissione di "Primo piano" del 15 maggio,
un approfondimento sullo sciopero dei migranti a cui partecipavano
l'ex ministra Turco e De Luca, esponente di Fi.
Turco ha dichiarato di essersi «emozionata»
nel vedere tanti immigrati in piazza a reclamare i propri diritti,
De Luca, invece, si è scandalizzato perché «il
sindacato ha portato in piazza i migranti ingannandoli», nascondendo
loro i benefici che ricaveranno dalla nuova legge. Ambedue gli intervistati
hanno reagito agli stimoli visivi: si sono riferiti alla manifestazione,
certamente rilevante, ma hanno dimenticato lo sciopero di otto ore,
sciopero politico nel senso più alto del termine, che ha
avuto un ottimo successo. I lavoratori stranieri che hanno scioperato
sono prevalentemente lavoratori regolari e hanno scioperato per
protestare contro un ddl che minaccia le condizioni di lavoro e
di vita di tutti gli immigrati. Questo sciopero avrebbe dovuto colpire
l'esponente del governo perché fa giustizia della menzogna
che il ddl serve ad arginare il fenomeno dei "clandestini"
e serve a rendere più dignitoso e civile l'inserimento dei
"regolari". E' vero il contrario: creerà più
irregolari e renderà più deboli e precari gli altri,
è un ddl contro la stabilizzazione di tutti i lavoratori
stranieri.
Anche l'on. Turco avrebbe dovuto riflettere sullo
sciopero, perché questo era rivolto certamente contro gli
emendamenti del governo a una legge che porta il suo nome, ma anche
contro la barbarie dei centri di detenzione che la Turco-Napolitano
ha inventato, e contro la scelta di "clandestinizzare"
chi arriva in Italia come rifugiato, perseguitato dalla fame, dalla
guerra e dall'ingiustizia nei propri paesi: scelta inumana iniziata
durante i governi di centro sinistra.
La proposta di sanatoria dell'Udc (estensione di quella
per colf e "badanti" a tutti i lavoratori irregolari)
ha aperto un ulteriore elemento di divaricazione fra le forze di
governo. Una questione non da poco perché riguarda la politica,
ma anche l'etica. Non deve essere facile dichiarare di essere contro
il lavoro nero e veder privilegiata, attraverso una minisanatoria,
la sola categoria dei lavoratori domestici mentre migliaia di immigrati
vengono sfruttati in nero nelle aziende. D'altro canto c'è
anche una contraddizione economica che andrebbe sanata: quest'anno
non è stato emanato il decreto sui flussi, non è entrato
regolarmente alcun lavoratore migrante, è logico che gli
imprenditori abbiano la necessità di regolarizzare una parte
dei lavoratori in nero per non perdere profitti. Questioni economiche,
etiche, politiche, dunque rilevanti, eppure il rappresentante del
governo ha continuato a ripetere di essere contro tutte le sanatorie
e la on. Turco non ha trovato di meglio che difendere gli accordi
bilaterali per il «rientro» (leggasi "espulsioni")
e il contrasto alla clandestinità del precedente governo.
Nessun riferimento alla necessità di una regolarizzazione
a regime degli immigrati irregolari in Italia, nessun ripensamento
autocritico su una legge che ha fatto da battistrada alla Bossi-Fini.
La precarietà della vita, la mancanza di strutture di accoglienza,
l'inesistente protezione contro la miscela esplosiva lavoro nero-xenofobia,
sono carenze della Turco-Napolitano e sono i varchi entro cui si
sono incuneati gli emendamenti del ddl.
Intanto i lavoratori migranti scioperano, intanto
le associazioni dei migranti, i Social forum, le organizzazioni
antirazziste in molte città si incontrano, cercano contatti
con i sindacati confederali e non, con l'associazionismo, con movimenti
e partiti della sinistra alternativa per progettare iniziative nuove
contro il ddl. Lo sciopero di Vicenza non è forse esportabile
in altre realtà, ma segna una direzione nuova di lotta, una
alleanza possibile fra lavoratori italiani e non. Su queste indicazioni
bisogna continuare a lavorare, ognuno con i propri ruoli e le proprie
responsabilità, insieme, alla pari. Forse questo ddl finirà
col passare così come è, la sanatoria sarà
stralciata e rimandata a dopo le elezioni amministrative, ma così
come è la normativa non reggerà alla realtà
dell'applicazione pratica. Gli spazi di lotta ci sono e ci saranno,
noi dovremo continuare l'impegno, non per difendere l'indifendibile
legge precedente, ma per progettare con i migranti soluzioni di
equità, libertà e diritti.
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Il colore del lavoro
di Alessandro Dal Lago - da "Il Manifesto" del 15 maggio
2002
Il lavoro in pelle bianca non sarà mai emancipato finché
sarà bollato a fuoco quello in pelle nera, ha scritto Marx.
Con ciò si mette l'accento sul fatto che ogni conflitto è
raramente omogeneo. La lotta sociale nella grande industria americana
non escludeva lo storico movimento per l'emancipazione dei neri
nel sud agricolo o nelle periferie delle metropoli del nord degli
USA. Credo che si debba ripartire da qui per comprendere il senso
dello sciopero dei migranti in Veneto. Sbaglierebbe chi pensasse
a uno sciopero `etnico' e, ancora peggio, a una volontaria o oggettiva
divisione dei lavoratori. La condizione dei lavoratori migranti
è infatti vincolata a una doppia subordinazione. Non solo
perché, come avrebbe detto A. Sayad, su di loro grava una
penalità supplementare, dovuta al loro essere formalmente
e sostanzialmente illegittimi in una società che a malapena
ne riconosce l'esistenza. Soprattutto perché il loro statuto
di lavoratori é sottoposto al ricatto oggettivo dell'espulsione
e quindi a un'estrema limitazione dei loro diritti e in particolare
del loro diritto a una condizione umana in fabbrica e fuori. Se
per il lavoratore autoctono, la lotta per il salario e per il tempo
è anche una lotta per la dignità, la lotta del lavoratore
straniero è una lotta per la dignità e la sopravvivenza
immediata di esseri umani. Ecco qualcosa che non sempre le organizzazioni
sindacali hanno compreso. Qualcosa, d'altra parte, che é
implicato nel progetto Bossi-Fini ancor più che nella legge
Turco-Napolitano, che pure ha gettato le premesse per la subordinazione
sociale e giuridica degli stranieri.
Subordinando la possibilità di migrare a un
contratto, ovviamente temporaneo, la nuova proposta vincola l'intera
esistenza del migrante, o meglio la sua possibilità di esistere,
alla volontà arbitraria del datore di lavoro. La perdita
del contratto, al di là della possibilità puramente
teorica dell'inclusione in una lista di collocamento, significa
la probabilità concreta dell'espulsione o del confinamento
in un centro di detenzione. Una situazione che ripropone la reltà
del controllo dispotico, diretto e indiretto, del lavoro, che Moulier-Boutang
ha mostrato essere una delle condizioni dell'avvento del cosiddetto
mercato libero della forza lavoro.
Il progetto Bossi-Fini mostra, al di là di
tutte le chiacchere sulla sicurezza, l'invasione, il conflitto culturale,
ecc., la sostanza dispotica del modello liberista radicale. Lavorare
significa, per i migranti, vincolare la loro sopravvivenza materiale
e personale a un'intimazione giuridica all'obbedienza. Chi subisce
il ricatto dell'espulsione non si oppone alle condizioni del lavoro
e alla retribuzione imposta in fabbrica o nel lavoro stagionale.
La collaboratrice domestica non potrà ribellarsi alle condizioni
di semischiavitù in cui i suoi padroni italiani vorranno
tenerla. Ecco un punto in cui le piccole aziende, il razzismo leghista
e la carità pelosa dei cattolici al governo potranno trovare
un'intesa facile.
Ecco perché lo sciopero di oggi ha un significato
che va al di là del contesto territoriale in cui ha luogo.
Ma é anche vero che non si tratta di un'iniziativa parziale
o "etnica", come forse qualcuno avrà pensato, anche
a sinistra. Al di là della diversa condizione giuridica (il
contrattualismo esasperato e ricattatorio per gli uni, la de-contrattualizzazione
per gli altri), la lotta dei migranti è del tutto solidale
con quella dei lavoratori italiani. Perché, per gli uni come
per gli altri, la sostanza della rivendicazione è la dignità
che si ancora nella difesa delle condizioni di lavoro. Diritti sociali
e diritti umani mostrano qui la loro complementare necessità.
Da queste prime voci dei lavoratori migranti parte oggi un messaggio
per chiunque si opponga alla deriva liberista e autoritaria dell'Europa.
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