STORIA: GLI SCIOPERI DEL '44 (da www.anpi.it/)
Oltre che a Torino e Milano le due città che rappresentano l'epicentro della lotta del marzo 1944, si verificano scioperi in tutte le regioni allora sotto l'occupazione nazifascista. Qui, con modalità diverse da zona a zona, i lavoratori incrociano le braccia per ottenere condizioni di vita umane e per dire no al "nuovo ordine" instaturato dai tedeschi.
In Liguria gli scioperi del marzo 1944 si concentrano soprattutto nel Savonese. A Savona, a Vado Ligure, a Finale e nella Valbormida si hanno scioperi nelle maggiori fabbriche (Brown Boveri, Ilva, Sams, Servettaz, Piaggio). A Pietra Ligure entrano in agitazione millecinquecento operai. Dovunque si scatena la reazione nazifascista con l'irruzione nelle fabbriche di reparti armati tedeschi e italiani, rastrellamenti interni, arresti e deportazioni. Nella sola Savona i deportati sono sessantasette, di cui solo otto faranno ritorno a casa. A La Spezia scioperano circa seimila operai dell'OTO Melara, della Termomeccanica, dei cantieri di Muggiano, delo Jutificio Montecatini. Alla fonderia di piombo della Pertusola, le milizie fasciste puntano i mitra sulla schiena degli operai in sciopero perché riprendano il lavoro, minacciando fucilazioni e deportazioni.
In Emilia-Romagna, Bologna è all'avanguardia. Qui i primi a scioperare sono gli operai della Ducati. Nella notte tra il 29 febbraio e il 1° marzo reparti di SS occupano lo stabilimento, ma non riescono a impedire lo sciopero. I lavoratori si rifiutano di trattare con i tedeschi e i reparti della fabbrica vengono invasi dalle SS tedesche, dalle guardie repubblichine e dagli agenti della questura che, armi alla mano, intimano la ripresa del lavoro. L'intimidazione cade nel vuoto e i nazifascisti arrestano 9 operai e 5 operaie tra i più combattivi. L'esempio di Bologna viene seguito dagli operai delle fabbriche di Reggio, Parma, Piacenza e Cesena.
In Veneto si verificano episodi di lotta nei maggiori centri industriali come Schio, Valdagno, Bassano e Porto Marghera. Le donne in particolare sono in prima linea a Valdagno: qui nel lanificio Marzotto, che occupa 4.000 operaie, lo sciopero è compatto.
In Toscana a Firenze scendono in sciopero gli operai della Galileo, della Pignone, della Cipriani e della Ginori. In tutto 20.000 operai in lotta, sostenuti dai GAP che sabotano le linee tranviarie e incendiano la sede dei sindacati fascisti, nella quale erano già state preparate le schede degli operai da inviare in Germania. Scioperi anche in altre città della Toscana, come a Empoli, Abbadia San Salvatore e soprattutto a Prato, dove vengono deportati per rappresaglia circa 400 lavoratori, in massima parte annientati a Ebensee, sottocampo di Mauthausen.
STORIA: L'ECCIDIO DI BORGA – 11 giugno 1944
Il contesto
La contrada Borga è situata nel territorio del comune di Recoaro Terme , in frazione di Fongara a 750 m s.l.m., lungo il ripido versante del monte Piasèa. Oggi si incontra questo nucleo abitato salendo alla località sciistica di Recoaro Mille, provenendo da S.Quirico, frazione a metà strada tra Valdagno e Recoaro.
Nel 1944 Borga era un insieme di costruzioni addossate l'una all'altra, con le abitazioni alternate a stalle e fienili. Le stalle però erano quasi vuote perché il bestiame alla fine di maggio era stato mandato in alpeggio nelle varie malghe che sono distribuite sui monti sopra Recoaro, dalla Lessinia al Pasubio.
A Borga in quel tempo vi erano 80 abitanti, distribuiti in 12 famiglie, con due soli cognomi ricorrenti, Borga e Cailotto, tutte unite da vincoli di parentela.
La popolazione di quella contrada era costituita da molti bambini e ragazzi (24 sotto i 16 anni) e da pochissimi anziani, solo 2 sopra i 50 anni, perché decimati dall'emigrazione e dai vuoti lasciati dalla prima guerra mondiale.
Anche con la Seconda Guerra Mondiale i giovani erano partiti per il fronte, chi in Russia per non fare più ritorno, chi in Africa per ritornare come mutilato e chi per finire prigioniero dei tedeschi o degli inglesi.
Quattro non erano partiti perché riformati o rivedibili, ma ugualmente li attendeva un destino tragico.
Nei primi mesi del 1944 la guerra cominciava ad avvicinarsi materialmente a Borga: aumentava la presenza di partigiani nei boschi circostanti, soprattutto di passaggio, perché a Borga, come a Fongara, i ribelli non avevano basi, perché la popolazione di quella zona era diffidente nei loro riguardi, anche se c'era chi, come il malgaro di Pizzegoro dava loro volontariamente burro ed formaggio. Forse questa diffidenza era data anche dal fatto che il Parroco di Fongara, don Severino Giacomello, era stato arrestato il 25 gennaio 1944 con l'accusa di aver dato ospitalità ai partigiani e ai renitenti. Era stato incastrato da due fascisti di Valdagno, che si sono travestiti da poveracci e si erano presentati in canonica. Incarcerato, fu processato presso il Tribunale Speciale di Parma dal quale venne prosciolto, ma ritornò alla sua parrocchia solo il 23 aprile , tre mesi dopo.
Gli antefatti
Nei mesi di aprile e maggio 1944 in quella zona erano successi alcuni fatti di una certa rilevanza. Proprio a Pizzegoro, poco sopra la Borga, il 18 aprile, i partigiani avevano portato a termine il loro primo attacco a soldati tedeschi. Una pattuglia di nove uomini aveva teso un'imboscata a tre tedeschi che, presi alla sprovvista si erano arresi. Poco dopo la pattuglia li aveva giustiziati, occultandone i cadaveri. Nella guerra partigiana non si facevano prigionieri, anche perché non c'erano prigioni.
Il 26 aprile due partigiani uccisero un soldato tedesco in contrada Storti, poco lontano da Recoaro. I tedeschi affiancati da reparti italiani, reagirono e il giorno successivo incendiarono le contrade Storti, Cornale e Pace. Quasi tutte le 92 case furono distrutte lasciando senza tetto 517 abitanti.
Forse intimoriti dall'ampiezza di questa rappresaglia, i partigiani sospesero nel mese di maggio le loro azioni nella zona di Recoaro. Ma questa tregua non dichiarata fu rotta proprio la sera del 9 giugno, due giorni prima dell'eccidio di Borga, quando sulla strada da Recoaro a Valdagno la pattuglia partigiana comandata dal padovano Luigi Pierobon “Dante” assaltò un convoglio che trasportava 8 compagni catturati dai fascisti. L'azione riuscì in pieno. I prigionieri furono tutti liberati e sul terreno rimasero i corpi di un tedesco e di un milite fascista. Queste azioni fecero salire la tensione nella zona di Recoaro, specie tra i tedeschi, che avevano in corso un'importante operazione strategica.
Infatti, alla fine di aprile del 1944, in previsione dell'inevitabile arretramento del fronte sulla Linea Gotica, il Feldmaresciallo Albert Kesselring aveva deciso di spostare il Quartier generale Sud-Ovest e il Comando del gruppo di armate C, in pratica tutto il comando tedesco del sud Europa, da Frascati a Recoaro.
Qui agli inizi di maggio cominciarono i lavori di scavo dei bunker alle Fonti Centrali e la requisizione degli alberghi. La zona di Recoaro e tutta la Valle dell'Agno, da appartata e anonima retrovia, assumeva di colpo una primaria importanza strategica e per le truppe tedesche si poneva la necessità di difendere la nuova sede dei loro Comandi supremi contro ogni pericolo. La crudeltà dell'eccidio di Borga è forse attribuibile anche al bisogno di lanciare messaggi terribili e terrificanti contro tutti coloro che attentassero alla sicurezza dei tedeschi in quella zona.
I fatti
La mattina dell'11 giugno 1944 - era domenica - quattro soldati tedeschi di stanza a Valdagno, approfittando della libera uscita, avevano programmato un'escursione sui monti sopra Recoaro Terme. Il gruppo era formato da un sottufficiale, due graduati e un militare che facevano parte del “Reparto cacciatori del mare Brandeburgo”, la formazione segreta degli incursori tedeschi che aveva sede a Valdagno, perché utilizzava la locale piscina coperta per esercitarsi nelle immersioni.
Questo reparto era composto da militari senza scrupoli e in particolare da SS degradate per i loro comportamenti, alcune condannate addirittura a morte, a cui era concessa una specie di prova d'appello: per riabilitarsi dovevano partecipare a missioni particolarmente pericolose, come quella di combattere con gli incursori della marina.
Due di questi quattro tedeschi erano appunto delle SS degradate. Essi si spostarono da Valdagno a Recoaro probabilmente in treno. Da qui a piedi salirono per il sentiero a fianco del Monte Spitz fino alla piana di Pizzegoro, che oggi corrisponde alla cosiddetta “busa” di Recoaro Mille. Da qui cominciarono la discesa direttamente verso Valdagno.
Passarono quindi per Fongara che attraversarono cantando. La gente che ritornava dalla messa li vide scendere verso la contrada Borga. Erano passate le 11.
Gli abitanti di Borga si stavano riunendo nelle loro case per il pranzo. Alcuni giovani renitenti erano usciti dai loro nascondigli posti vicino alla contrada, poiché tutto attorno sembrava tranquillo. Il caso volle anche che proprio allora fosse appena arrivato in contrada un gruppo di 10/12 partigiani alla ricerca di cibo. L'arrivo dei quattro tedeschi colse tutti di sorpresa e costrinse i partigiani e i renitenti ad una fuga precipitosa.
Secondo la versione dei fatti ricostruita dagli storici M. Dal Lago e F.Rasia, tre partigiani, molto giovani, reagirono d'impulso e si appostarono dietro la stalla di Luigi Cailotto, che era l'ultima in fondo alla contrada. I tedeschi non si erano accorti di nulla e procedevano con passo normale scendendo lungo la strada. Appena superata quella stalla dalla loro destra partì una breve raffica di mitra. L'SS Hermann Georges, 22 anni, fu colpito alle spalle. Prima di morire riuscì a estrarre la pistola e a sparare.
Gli altri tre tedeschi, trovandosi completamente allo scoperto, si buttarono per i prati a valle della strada per portarsi fuori tiro. I tre partigiani non li seguirono, ma si ritirarono subito risalendo il pendio del Monte Piasèa.
Secondo la versione data dal Parroco di Fongara, Don Severino Giacomello, al vescovo Mons. Zinato pochi giorni dopo il fatto, non ci fu imboscata, ma lo scontro fu del tutto casuale, anzi furono i soldati tedeschi che vedendo i tre partigiani fuggire verso Piasèa, spararono per primi contro di loro. Essi si limitarono a rispondere al fuoco e la loro mira fu più precisa.
Come successero veramente i fatti non è ancora stato del tutto chiarito, anche perché nessuno ha mai fatto i nomi dei tre partigiani e anche tra i testimoni non partigiani , che si ha motivo di credere esistano ancor oggi, nessuno ha mai rivelato questi importanti particolari.
Comunque sul terreno, ai margini della contrada Borga, è rimasto un soldato tedesco delle SS, ucciso. Gli altri tre, rimasti vivi, non si fidarono di ritornare a recuperare il compagno colpito forse per timore che tra le case o nei boschi circostanti ci fossero ancora partigiani e scesero di corsa a Valdagno.
I tre però compresero che non sarebbe stato facile giustificare davanti ai superiori il loro comportamento: perché hanno abbandonato il loro compagno, forse ancora vivo? perché sono fuggiti di fronte al nemico? Senza reagire? Proprio loro che dovevano “riabilitarsi”?!.
Perciò riferirono al comando di essere stati attaccati di sorpresa da 20-25 persone uscite con le armi dalle case. Aggiunsero che anche gli abitanti della contrada avevano collaborato con i ribelli. Proprio da questa falsa ricostruzione ebbe origine il dramma di Borga. Scattò subito la rappresaglia. In meno di un'ora fu mobilitato lo “Jagdkommando”di Valdagno.
Questo era il “commando caccia” che era addestrato ed equipaggiato allo specifico scopo di combattere i partigiani e che affiancava le varie formazioni regolari. Intanto, nel silenzio che seguì la sparatoria, la gente di Borga uscì dalle case per capire cosa era successo. Trovato il cadavere del tedesco, tutti compresero la gravità del fatto e tutti convennero che abbandonare la contrada equivaleva ad una dichiarazione di colpevolezza. Tre donne scesero allora a Valdagno per spiegare al comando tedesco che gli abitanti di Borga non erano responsabili della morte del soldato, il cui corpo non venne neppure toccato.
Ma già alle due del pomeriggio una cinquantina di tedeschi a bordo di tre autocarri arrivarono alla contrada. Il “commando caccia” era affiancato anche dalle SS in prova che volevano vendicare il loro compagno ucciso. La presenza di queste SS spiega in parte la crudeltà e l'eccesso di violenza con cui venne condotta la rappresaglia.
Scesi dagli automezzi i tedeschi appostarono le mitragliatrici e poi setacciarono la contrada entrando in tutte le case, urlando e sparando e facendo uscire tutti gli abitanti. Antonio Cailotto, 66 anni, il più anziano della contrada non fu pronto a uscire e venne ucciso nella sua cucina , mentre i due figli erano costretti a raggiungere il gruppo di uomini rastrellati e radunati al centro del cortile. Erano in 16.
Intanto si era messo a piovere a dirotto come capita spesso in montagna nei pomeriggi estivi. Le donne i ragazzi ed i bambini, una sessantina in tutto, vennero avviati sulla strada verso Fongara. Ma dopo la curva, che toglie la visuale sulla contrada, vennero fatti sedere per terra e tenuti sotto la minaccia delle armi.
Gli uomini, dopo essere stati costretti a sfilare davanti al corpo del soldato tedesco ucciso, furono fatti sdraiare per terra e percossi con il calcio del fucile. Infine furono fatti rialzare e mentre la fila si ricomponeva il tenente Stey fece allontanare dal gruppo Biasio Borga, un ragazzo di 17 anni , che raggiunse le donne ed i bambini. I quindici rimasti vennero condotti sul prato sotto la strada comunale.
Ad un ordine del tenente Stey il plotone di esecuzione posto sopra la strada li sterminò tutti con raffiche di armi automatiche. Invece del colpo di grazia i tedeschi usarono le bombe a mano, cosicché molti corpi divennero irriconoscibili. Il massacro però non era finito.
Giovanni Cailotto, 24 anni, che era riuscito a nascondersi fino a quel momento, fu individuato e catturato. Condotto nel prato dove giacevano, tra gli altri, i corpi dei suoi tre fratelli, fu ucciso. Presero anche il corpo di Antonio Cailotto, l'anziano che era stato ammazzato nella sua abitazione, e lo gettarono assieme agli altri.
Erano circa le tre del pomeriggio e a causa dell'uccisione di un solo tedesco, 17 uomini della contrada di età compresa tra i 18 e i 66 anni , giacevano straziati sul declivio del prato sotto la strada. Alle Fosse Ardeatine furono uccise 10 persone per ogni tedesco. Qui la rappresaglia fu in proporzione molto più crudele.
Ma non era ancora finita. Compiuta la strage i tedeschi richiamarono nella contrada le donne e diedero loro un'ora di tempo per liberare le bestie e salvare qualche suppellettile. Alle 16 la contrada sarebbe stata incendiata. Luigi Cailotto, che fino a quel momento era riuscito a rimanere nascosto nella sua casa, uscì per allontanare dalla stalla il suo mulo, ma fu subito catturato.
Interrogato dall'interprete raccontò che aveva sentito lo sparo provenire da dietro il suo fienile e di essere subito uscito e di aver trovato il corpo del soldato riverso per strada. Il tenente Stey, forse considerando che 17 morti per quel giorno potevano bastare lo lasciò in vita. Pertanto dei 25 maschi della contrada di età superiore ai diciassette anni, 17 furono uccisi, 2 furono risparmiati e sei si salvarono perché quel giorno erano lontani da Borga.
Gli uccisi sono: Borga Luigi Antonio, Borga Pietro, Borga Severino, Borga Giovanni, Borga Riccardo, Borga Guido, Borga Antonio, Borga Gelindo,Borga Emilio, Borga Antonio, Cailotto Antonio, Cailotto Massimo, Cailotto Carlo, Cailotto Clemente, Cailotto Domenico, Cailotto Giovanni , Cailotto Luciano.
Erano tutti apparentati. I tedeschi, compiuto l'eccidio, non si interessarono più né dei morti, né di quelli rimasti vivi. Le autorità italiane locali, forse impressionate dalla dimensione del disastro, non seppero come reagire. L'unico che ebbe pietà dei morti e si dette da fare per soccorrere chi era rimasto vivo fu il parroco di Fongara, Don Severino Giacomello, che avrebbe poi scritto dettagliatamente i fatti nel libro delle cronache parrocchiali, oltre che nella lettera che egli mandò al Vescovo di Vicenza.
In essa, dopo quattro giorni dai fatti, denunciava: “Da parte del Comune di Recoaro non ho visto nulla e nessuno”. Quella povera gente, straziata dai lutti e dal dolore, era rimasta priva di tutto: cibo, vestiario, brande su cui dormire, tetto sotto cui ripararsi. Un paio di famiglie furono ospitate in canonica altre si arrangiarono come poterono. Solo verso il 21 giugno, dieci giorni dopo, arrivarono i primi soccorsi.
Come andò a finire?
Contro i responsabili di questa strage solo nel 2000 la Procura militare di Padova aprì il procedimento n. 279 contro Ludwig Diebold , comandante della guarnigione tedesca di Valdagno, per il reato di “violenza continuata mediante omicidio” perché in località Borga di Recoaro “disponeva la fucilazione di 17 civili, non partecipanti ad operazioni belliche, cagionandone la morte”.
Il 10 giugno 2001 l'Interpol di Roma comunicò che Diebold era deceduto in un paese dell'Austria superiore il 14 maggio 1995. Il giudice per le indagini preliminari, preso atto che il reato si era estinto per il decesso dell'imputato, archiviò il caso il 1° marzo 2002.
(A cura di Giorgio Fin )
Bibliografia
La presente narrazione è tratta soprattutto dalla ricostruzione operata dagli storici M.Dal Lago e F.Rasia, ma anche di altre fonti.
Queste le principali:
Maurizio Dal Lago, Franco Rasia, Valdagno, marzo-giugno 1944, dallo sciopero generale all’eccidio di Borga, 2044.
Don Severino Giacomello, Diario, Manoscritto 1944.
Egidio Tomasi (a cura di), Testimonianze di partigiani recoaresi, Videocassetta, ANPI Recoaro,
Maria Volpato, Vicende di vita partigiana, Vicenza, 1958.
Giovanni Battista Zilio, Il clero vicentino durante l’occupazione nazifascista, Vicenza, 1975.
STORIA: I
SETTE MARTIRI DI VALDAGNO – 3 luglio 1944
L'uccisione dei 7 martiri di Valdagno fu un
avvenimento particolare, perché non fu solo
una rappresaglia tedesca per l'uccisione di
un ufficiale della Wehrmacht, ma fu
un'azione programmata di repressione
politica portata a
termine con la determinante
collaborazione dei fascisti locali.
Il contesto
I
tedeschi avevano un poderoso sistema anti-guerriglia
lungamente collaudato fin dal 1941, quando dovettero far
fronte ai partigiani che si organizzavano nei territori
occupati della Francia, della Russia e dei Balcani.
Tuttavia in considerazione che proprio nel mese
di giugno
Gli
ordini di Kesselring prevedevano non solo l'uccisione
dei colpevoli di atti di violenze e sabotaggi contro le
truppe tedesche, ma anche la fucilazione di ostaggi del
tutto innocenti ed arrestati ancor prima che quelle
violenze avvenissero, nonché la distruzione delle
contrade nelle cui vicinanze si fossero verificati
scontri con i partigiani.
Ma
se i tedeschi possedevano una tremenda e collaudata
forza repressiva, non avevano però uomini né strutture
logistiche sufficienti ed adeguate per un controllo
capillare del territorio. Mancava loro soprattutto la
“conoscenza” dei gruppi e delle persone, della loro
storia, delle loro relazioni sociali e delle loro
posizioni politiche. Per questo erano necessari i
fascisti.
In
particolare i fascisti di Valdagno avevano segnalato
al comando tedesco una lista
di individui
sospettati di avere idee antifasciste e di essere tra
gli organizzatori del
movimento partigiano. Tra le persone incluse in questa
lista furono scelte quelle che per prime, secondo le
nuove disposizioni, avrebbero pagato con la vita
se i tedeschi fossero stati colpiti.
L'antefatto
E proprio in quei giorni i tedeschi di
Valdagno furono colpiti.
Poiché temeva attacchi partigiani lungo il
tragitto, telefonò a Valdagno perché gli
mandassero un'auto e una scorta. Il maggiore
Ludwig Diebold, comandante della guarnigione
di Valdagno, accolse la richiesta del suo
aiutante ed incaricò dell'operazione il
tenente Walter Führ.
Costui organizzò la scorta e partì
con due automezzi, un autocarro in cui
salirono una trentina di soldati e una
specie di Jeep, su cui avrebbe preso posto
l'aiutante del maggiore.
Così avvenne e,
intrapresa la via del ritorno, quando il
convoglio giunse
a Montecchio Maggiore, all'imbocco quindi
della Valle dell'Agno, era già buio.
L'autocarro della scorta, su cui viaggiava
anche il tenente Führ, precedeva di circa
cinquecento metri l'automobile ed aveva i
fari abbaglianti accesi.
Qualche chilometro più a nord di Montecchio,
era nascosta in un campo di grano una
pattuglia partigiana. Era la pattuglia
volante comandata da Francesco Gasparotto “Furia”
ed era partita da Selva di Trissino per
ordine di Alfredo Rigodanzo “Ermenegildo”,
all'epoca responsabile di un distaccamento
appartenente al battaglione “Stella”,
comandato da Luigi Pierobon “Dante” e
da Clemente Lampioni “Pino”, e
facente parte della XXX° brigata garibaldina
“Garemi”.
Quella pattuglia il 29 giugno aveva messo
fuori uso un automezzo tedesco a Montebello
e il giorno dopo si era spostata nella zona
di Montecchio, a nord del campo trincerato
del Sottosegretariato della marina
repubblicana, ad alcune centinai di metri
dalla località Ghisa.
All'arrivo dell'autocarro tedesco i
partigiani aprirono il fuoco colpendo a
morte il tenente
Führ.
I militari scesero e
risposero al fuoco. Il maresciallo
Ernest Utz, si trovò a faccia a faccia con
il partigiano
Carlo Battistella “Piccolo”.
I due spararono uno contro l'altro e
caddero entrambi, il partigiano privo di
vita e il maresciallo tedesco gravemente
ferito, tanto che morirà il 10 luglio.
Rimase ferito, però in maniera non grave,
anche un altro componente della scorta, un
caporal maggiore. Fu ferito alla bocca anche
un altro partigiano Giovanni Soldà “Remo”,
che i compagni riuscirono a fatica a
riportare in salvo.
La rappresaglia prese avvio il giorno
successivo e fu un'operazione che coinvolse
in rapida successione antifascisti di
Valdagno, Vicenza e Bassano, i partigiani e
le popolazioni di Marana e di Castelvecchio
terrorizzando gli abitanti della Valle dell'Agno
e del Chiampo.
I sette martiri
Il maggiore
Diebold decise che la prima fase della
rappresaglia avvenisse non alla Ghisa dove
si era avuto lo scontro ma a Valdagno, che
si trova sempre lungo la valle, ma più a
monte di circa
Proprio per questo la violenza non doveva
essere indiscriminata e senza limiti, come
era avvenuto a Borga, ma doveva essere
dosata in funzione degli obiettivi politici
da raggiungere e cioè tener buoni gli
operai, prevenire altri scioperi
e scompaginare le fila della
resistenza politica, eliminando coloro che
erano maggiormente sospettati di essere
ostili ai regimi fascista e nazista.
Definiti questi obiettivi il comando tedesco
incaricò gli alleati italiani della scelta e
dell'arresto di coloro che sarebbero stati
portati davanti al plotone di esecuzione.
Una volta scelte le vittime i fascisti
procedettero alla loro cattura mentre i
tedeschi attendevano nella sede del loro
Comando.
Ferruccio Baù era conosciuto come elemento
pericoloso fin dal 27 luglio 1943, quando
dopo la caduta del fascismo, insieme ad
altri due compagni era salito in municipio
ed aveva gettato dal balcone in piazza le
fotografie del Duce.
Per questo fatto nel mese di
settembre , dopo il ritorno al potere del
fascismo della Rsi, era stato arrestato e
aveva passato alcuni mesi nelle carceri di
Vicenza dove aveva stretto amicizia con
Alfeo Guadagnin, un socialista di Bassano
che si riconosceva nelle idee di Turati e
Matteotti. Costui fu tra i primi a
promuovere ed organizzare la resistenza nel
bassanese. Per questo fu arrestato nel marzo
del 1944, torturato e poi tradotto nelle
carceri di Vicenza, dove, appunto incontrò
il Baù. Fu rilasciato nel giugno del 1944 e
quel giorno era venuto a Valdagno per
incontrare l'amico.
Guadagnin non
era nella lista dei fascisti ma lo inclusero
subito dopo aver contattato i camerati di
Bassano, dai
quali appresero di aver messo le mani su un
altro elemento pericoloso.
Il giorno dopo, domenica 2 luglio, vi furono
altri 6 arresti:
Virgilio Cenzi,
48 anni, comunista, sostenitore, con Pietro
Tovo del movimento partigiano, in
particolare del battaglione “Stella”, fu
preso verso mezzogiorno in piazza del
municipio. Quasi contemporaneamente i
fascisti catturarono dal barbiere in piazza
Roma Pasquale Giovanni Zordan “Nani
Sette”, 36 anni, anche lui comunista,
attivista nella fabbrica “Marzotto”.
Insieme a lui fu arrestato il cognato che
non c'entrava nulla. L'aveva solo
accompagnato dal barbiere. Era Francesco
Rilievo, 25 anni, anche lui operaio alla
“Marzotto”. Alcuni fascisti volevano
lasciarlo andare, ma il comandante Grandis
sentenziò: “Meglio uno in più che uno in
meno.”. Così fu portato con gli altri alla
sede del comando tedesco.
Quella stessa mattina altri due comunisti,
Raffaele Preto di 24 anni e Marino
Ceccon di 32, si erano recati a Fonte
Abelina, in comune di Recoaro per
portare a “Marco” (Giuseppe D'Ambros),
intendente del battaglione “Stella”, un
pacco di medicinali.
Non sapevano che proprio a Fonte Abelina era
presente un altro importante esponente del
Partico Comunista vicentino: Antonio
Bietolini. Costui, classe 1900 aveva una
lunga storia di militanza nel partito.
Arrestato più volte passò 7 anni di Confino
alle Tremiti. Dal 13 febbraio 1944 era stato
incaricato di dirigere la federazione
vicentina del
Pci in sostituzione dello scledense On.
Domenico Marchioro.
Bietolini (alias Morassuti) era a Fonte
Abelina per concretizzare un incontro con
Marozin che
avrebbe definito i rapporti tra le due
formazioni partigiane, la brigata “Vicenza”,
comandata appunto di Marozin, che si
dichiarava autonoma dai partiti, e quella
comunista costituita dal battaglione
“Stella”. Tra le due formazioni erano sorti
contrasti sia per la diversa strategia della
lotta armata e sia perché le zone di
operazione di entrambe spesso si
sovrapponevano, creando inconvenienti e
malintesi.
Venne fissato il luogo dell'incontro, la
contrada Tomba, che fu annotato in un
biglietto dato a Bietolini. Ma costui
espresse il desiderio di parlare
prima con il responsabile locale del PCI,
Pietro Tovo “Piero Stella” di Valdagno, per
capire meglio i termini del problema in
discussione.
Preto Raffaele e Marino Ceccon si offrirono
di accompagnare Bietolini da “Piero Stella”.
I tre tornarono a Valdagno e verso
mezzogiorno si incontrarono davanti ad una
farmacia del centro con Pietro Tovo. Costui
era nella lista fascista delle persone
sospette ed era sorvegliato. Quando lo
videro incontrare gli altri tre i fascisti
decisero di fare un'unica retata. Li
seguirono fino alla vicina osteria.
Qui avvenne il blitz dei fascisti che
riuscirono a prendere i tre, mentre Tovo per
un soffio sfuggì all'arresto, riuscendo a
salvarsi. Da allora riparò a Milano ed entrò
nella clandestinità. In tasca a Bietolini
fu trovato il biglietto indicante la
contrada Tomba.
Alla fine della mattinata i fascisti
tirarono le somme: nel giro di poco meno di
mezz'ora avevano arrestato sei persone,
proprio in centro a Valdagno, davanti ad una
gran quantità di
gente, dando quindi dimostrazione della loro
efficienza. C'era di che essere soddisfatti.
Con i due presi il giorno prima gli
arrestati erano otto, 5 comunisti, 2
socialisti e il Rilievo che era al di fuori
di ogni attività clandestina. Nessuno di
loro aveva avuto alcuna responsabilità
diretta o indiretta con l'uccisione del
tenente Führ in
località Ghisa.
Furono rinchiusi in fretta negli scantinati
della scuola elementare, che fungevano da
carcere per i tedeschi,
perché alle 15.30 ebbero luogo i
funerali solenni del ten.
Führ, che fu tumulato a Vicenza nel
cimitero militare il mattino successivo,
lunedì 3 luglio.
Verso le ore 14.00, di quel 3 luglio, al
ritorno da Vicenza del maggiore Diebold,
comandante della guarnigione tedesca a
Valdagno, gli otto prigionieri
vennero portati al suo cospetto e qui
interrogati.
L'interrogatorio fu molto formale, tanto
erano già condannati. La logica della
rappresaglia prevalse sui tedeschi perché,
se avessero svolto indagini più
approfondite, probabilmente avrebbero potuto
identificare in Morassuti, cioè Bietolini,
il maggiore esponente del PCI
provinciale.
Alla fine nessuno comunicò agli otto la loro
condanna. L'esecuzione fu stabilita per le
ore 18.
Qualche minuto prima delle 18 gli otto
vennero fatti salire su di un camion
coperto. I prigionieri erano tranquilli
perché pensavano di essere trasportati a
Vicenza o in Germania.
Rilievo gridò inutilmente la sua innocenza.
Mentre i primi tre, scortati dai soldati
della 4° compagnia, si avviavano verso il
luogo dell'esecuzione, Preto si accorse
che sulla destra il reticolato della
recinzione era interrotto. D'impeto si
lanciò in quella direzione prendendo alla
sprovvista i tedeschi. Gli spararono, ma i
covoni di frumento del campo in cui era
entrato lo protessero. Inseguito, corse a
perdifiato, rubò una bicicletta che
abbandonò poi ai margini del bosco che
risalì di corsa, riuscendo a salvarsi. Di lì
a qualche giorno divenne il partigiano “Rifles”.
La fuga di Preto tardò solo di pochi minuti la fucilazione dei sette rimasti. Il plotone di esecuzione, alla presenza del maggiore Diebold e del suo “entourage”, fu comandato dal tenente Stey, lo stesso che aveva diretto l'eccidio di Borga.
Così caddero in successione i primi tre
Ceccon, Bietolini e Rilievo, poi altri due
Cenzi e Zordan e infine gli altri due Baù e
Guadagnin.
La rappresaglia continua
I tedeschi tuttavia sapevano bene che
l'esecuzione dei sette non scalfiva
l'efficacia delle
“bande” che operavano con sempre
maggiore audacia sui monti circostanti. Così
dopo aver colpito la parte politica del
movimento antifascista era giunto il momento
di liberare il territorio dai ribelli in
vista dell'arrivo del Comando di Kesselring
a Recoaro.
Nel pomeriggio del 4 luglio Il maggiore
Diebold mandò i suoi soldati su due camion
in quella zona in perlustrazione.
Intercettarono una pattuglia di partigiani
della brigata “Vicenza”, quella comandata da
Marozin. Vi fu
un conflitto a fuoco in seguito al quale i
tedeschi
dovettero ritirarsi, portandosi appresso un
ferito, mentre i partigiani non ebbero
alcuna perdita. Questo fatto dimostrò ai
tedeschi che quella zona - Tomba, Zovo di
Castelvecchio, Marana - era in effetti in
mano ai partigiani.
Il giorno dopo, mercoledì 5 luglio, in
collegamento con i tedeschi di Arzignano che
salirono a Marana dalla Valle del Chiampo
per tagliare la via di fuga ai partigiani,
i soldati di Diebold, aiutati da
militi fascisti travestiti da tedeschi,
operarono una manovra a tenaglia utilizzando
10 automezzi con cannoni e tre carri armati.
Marana fu bombardata ed incendiata. Volevano
fare terra
bruciata intorno alle “bande”. Oltre a
Marana furono incendiate
e distrutte una ad una le contrade
Bertoldi, Lasta, Zovo, Franchi, Munari,
Vallarsa, Tomba, Gnagni e Titaldi ed altre.
In tutto le contrade colpite furono
26. Le case e le stalle bruciarono per
l'intera notte. Ci furono quel giorno almeno
otto vittime tra i civili, tra cui tre
ragazze, un settantenne e nella contrada
Lovati sotto le
bombe morirono una donna di 66 anni e una
giovane mamma di 25 anni con i suoi due
bambini di 5 e 3 anni. Anche i partigiani
ebbero i loro caduti: quattro ne furono
uccisi. Essi però, nonostante l'ingente
spiegamento di uomini e mezzi operato dai
tedeschi, riuscirono a sfuggire
all'accerchiamento.
Ma non era finita perché dopo quel giorno
d'inferno, seguì un periodo di vero e
proprio terrore per
(A cura di Giorgio Fin)
Bibliografia
La presente narrazione è
tratta soprattutto dalla ricostruzione
operata dallo storico
Maurizio Dal Lago e da altre fonti,
tra le quali:
Maurizio Dal Lago,
Valdagno 3 luglio
1944, I SETTE MARTIRI,
Valdagno, 2002.
Eugenio Candiago
Enigma,
La passione del
Chiampo,
Valdagno, 1945.
Luigi Rigoni,
Giorni
d'inferno nell'alta Valle del Chiampo,
Arzignano, 1989.
Pietro Castagna, Giorni tristi di Marana, manoscritto.
Storia: Priabona - 1° dicembre 1944 ( http://www.anpi-vicenza.it/storia_Priabona_1_12_1944.htm )
Il capitano fascista Giovan Battista Polga era comandante del reparto di Polizia ausiliaria in forza alla Questura di Vicenza. Era noto per il suo fanatismo, per aver diretto molte operazioni di rastrellamento contro i “ribelli” e per essersi reso responsabile di varie esecuzioni, anche di civili.
Ma aveva anche messo in piedi una vera e propria banda che agiva spacciandosi per formazione partigiana mettendo a ferro e a fuoco, con furti, rapine, violenze, violazioni, saccheggi, maltrattamenti e omicidi la provincia di Vicenza. Era necessario per il movimento partigiano individuare e smascherare questa banda, inchiodandola alle proprie responsabilità. Per questo scopo il C.L.N. e le forze del C.M.P. (Comando Militare Provinciale) di Vicenza, agendo in stretta collaborazione, costituirono un gruppo di azione “anti-Polga” che comprendeva il Prof. Giustino Nicoletti insegnante di lettere all’I.T.C. (Istituto Tecnico Commerciale), Carlo Segato “Marco-Vincenzo” Commissario della Divisione partigiana Vicenza, il Dr. Folieri Commissario aggiunto alla Questura di Vicenza, e altri tre agenti ausiliari in forza alla Questura di Vicenza: Ottorino Bertacche, Raffaele Dal Cengio e un certo Dalla Pria. Questo gruppo riuscì a individuare i componenti la banda, che furono denunciati, processati e condannati, alcuni alla pena capitale.
Il giorno 27 novembre 1944, il Dr. Follieri della Questura, con la collaborazione del partigiano infiltrato Ottorino Bertacche, trovandosi nelle circostanze favorevoli, poté prendere visione del “programma di lavoro” del Polga per il giorno successivo. Emergevano due appuntamenti: uno veloce e “di passaggio” con il segretario politico repubblichino di Malo e l’altro con il famigerato capitano della Brigata Nera di Valdagno Emilio Tomasi. Tutto nella stessa mattina del giorno 28. Il Dr. Follieri e il Bertacche pensarono che quella era l’occasione giusta per dare esecuzione alla condanna a morte inflitta dal C.L.N. di Vicenza nei riguardi del capitano Polga, perché egli sarebbe transitato per l’unica via percorribile, la Priabonese, e lo avrebbe fatto entro la mattinata. Si consultarono quindi con il Prof. Nicoletti e decisero di promuovere l’azione che sarebbe stata organizzata dal commissario partigiano Carlo Segato. Bertacche raggiunse Segato a Tavernelle e gli fornì tutte le informazioni atte ad organizzare l’azione, quali il tipo di automezzo (Volkswagen ), il suo colore, la targa e, cosa più importante, l’orario degli appuntamenti. Segato riunì subito il comando del settore e, constatando le difficoltà tecnico-logistiche di un intervento a partire da Tavernelle, decise di appoggiarsi attraverso Antonio Finato di Montecchio Maggiore, presente alla riunione, ad un partigiano che costui conosceva, Lusco Salvatore “Gatto” dislocato sulle colline di S.Lorenzo non lontane da Priabona. Il Finato si recò quindi a S. Lorenzo ed incontrò “Gatto” a cui diede tutte le informazioni del caso, indicandogli il posto in cui a mezzogiorno del giorno successivo avrebbe incontrato il commissario Segato, per la consegna di eventuale materiale recuperato nell’agguato.
Il giorno successivo, martedì 28 novembre 1944, “Gatto” e i suoi compagni scesero da S.Lorenzo, passarono davanti al cimitero e si appostarono nel bosco in località Ronare, un punto ove la strada, più tortuosa dell’attuale, costeggiava la gola del torrente Poscola, lontano dalle case per evitare successive e prevedibili rappresaglie. Quella pattuglia era comandata da “Russo” (Ceolato Francesco). Oltre a “Gatto” ne facevano parte anche “Rondine” (Oliviero Mariano), “Sardo” (Magrin Ermanno), “Bastardo” (Zordan Severino), “Valanga” (Porra Antonio) e “Flop” (Fattori Innocente).
Verso le ore 11 arrivo la “camionetta” Volkswagen e uno dei partigiani vi lanciò contro una bomba Sipe ananas. La macchina “si è intorcolata” e i partigiani le spararono contro una sventagliata di mitra.
Uscirono dal bosco e si avvicinarono alla macchina. Riconosciuto, il capitano Polga fu finito da un’altra scarica di mitra sparata dal comandante “Russo” (secondo un’altra versione, a uccidere Polga fu lo stesso “Gatto”). Gli altri tre occupanti rimasero feriti; erano il brigadiere ausiliario Nicola Valentino e gli agenti, pure ausiliari, Alessandro Govo e Giordano Dall’Armellina. Il più grave «era l’autista che – come testimoniò in seguito il partigiano “Flop” - prese un colpo alla schiena, [e] ci implorò di non essere ucciso perché a casa aveva famiglia. Intanto arrivò un contadino con un carretto con della legna, abbiamo caricato il ferito dicendo al contadino di portarlo giù all’ospedale di Malo; credo si sia salvato.»
Secondo la versione data dal comandante partigiano “Tar” (Manea Ferruccio), che operava in quella zona, dopo l’agguato sopraggiunse da Priabona un camion di laterizi che proveniva dal “fornason” di S.Vito di Leguzzano; i partigiani vi caricarono tutti e tre i feriti perché fossero trasportati all’ospedale di Montecchio Maggiore.
Comunque fossero andate le cose, il fatto certo è che nell’agguato rimase ucciso il solo capitano Polga.
I partigiani recuperarono una borsa di pelle contenente alcune cartelle e documentazione varia, che “Gatto” consegnò a mezzogiorno al commissario Segato nel luogo convenuto. Questi la portò a Tavernelle, dove in serata arrivò Raffaele Dal Cengio il quale constatò che si trattava «di materiale di routine, già visto, letto e valutato ancora prima della spedizione del Polga verso Malo e Valdagno. Pensammo – dice Segato in una testimonianza da lui scritta nel 2001 – di conservare il tutto come cimelio di guerra, quindi, affidata la borsa a “Piero”, pregammo quest’ultimo di sotterrarla dove meglio credesse e così fu fatto. Salvo informazioni diverse... detta borsa è ancora sottoterra a Tavernelle.»
Venerdì 1° dicembre 1944, 6000 uomini in divisa tedesca tra cui gli “indiani”, i “runi” e i “russi” furono sguinzagliati insieme a militari della Luftwaffe e delle SS, supportati dai fascisti della Brigata Nera di Schio. Il rastrellamento fu pesante.
In quel rastrellamento caddero Francesco Gasparotto "Furia" e Armando Frigo "Spivak", rispettivamente comandante e commissario del battaglione "Cocco" della Brigata Stella. Caddero anche Domenico De Vicari “Vass”, Luigi Pamato “Bill”, ambedue di Malo, e Mario Guzzon “Cesare” originario di Bagnoli di Padova, tutti e tre partigiani appartenenti alle formazioni del “Tar”.
Ma i fascisti vollero attuare comunque la rappresaglia per l’uccisione del capitano Polga indipendentemente dall’esito del rastrellamento. Al mattino di quello stesso 1° dicembre 1944, prelevarono dal carcere di S. Michele di Vicenza cinque giovani, che non c’entravano niente con la morte di Polga, e li portarono in località Ronare, nel luogo stesso dell’agguato, per ammazzarli nello stesso posto. Doveva servire da lezione.
Prima dell’esecuzione i fascisti andarono a prendere il Parroco di Priabona Don Alessandro Baccega, perché desse assistenza spirituale ai condannati già brutalmente torturati e seviziati. Don Alessandro ricevette la loro ultima Confessione e amministrò loro l'Estrema Unzione.
I fascisti quindi li ammazzarono uno alla volta, con crudeltà, tanto che lo stesso Don Alessandro, non sopportando quell'inumana procedura si mise ad urlare chiedendo la fine di quel supplizio, favorendo così la salvezza di uno dei giovani, il quinto, che fu risparmiato.
Fu fucilato Cattelan Giovanni “Spavento” di Costabissara, bracciante agricolo, anche lui partigiano del “Tar”. Aveva 21 anni.
Fu fucilato Peruffo Domenico “Tabul” di San Benedetto di Trissino, partigiano della Brigata Stella. Era stato arrestato qualche giorno prima, il 29 novembre, insieme a una decina di altre persone a seguito di una spiata. Anche lui era contadino e quel giorno, 60 anni fa, fu ammazzato senza nemmeno potersi fare il segno della Croce per l'assoluzione di Don Alessandro perché i fascisti gli avevano spezzato le braccia. Aveva 24 anni.
Fu fucilato De Momi Rino “Ciccio” giovane studente della facoltà di Economia e Commercio dell'Università di Padova, che aveva aderito alla Resistenza spinto dagli ideali di libertà, di democrazia, di giustizia che serpeggiavano nel mondo universitario. Fu tra i primi a salire a Malga Campetto e poi passò alla Divisione autonoma "Pasubio" di Marozin, nella quale rivestì incarichi di prestigio e di responsabilità. Aveva 21 anni.
Fu fucilato Benetti Primo "Ceo" di Recoaro. Era un giovane montanaro che viveva come bracciante a giornata, lavorando nei campi e nei boschi non suoi. Anche lui era stato tra i partigiani di Malga Campetto ed era divenuto un valoroso militante della Brigata "Stella". Fu preso, incarcerato, torturato e fucilato - crudeltà della sorte - quando manca pochissimo alle nozze. Aveva 22 anni.



