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APPROFONDIMENTI

Argentina: La storia tragica di Estela e Guido
dal manifesto Saturday, Mar. 25, 2006 

Normalità spezzata. Estela Carlotto, nonna di Plaza de Mayo, da 30 anni alla ricerca del nipote Guido, partorito dalla figlia Laura in un campo di tortura.

Un comunista vicentino è costretto a scappare in Argentina con la moglie e i due figli. I fascisti gli rendono la vita impossibile. Si chiama Giovanni Carlotto. A progettare la fuga ci pensa suo cugino Guglielmo, anarchico, che una ventina d'anni prima aveva attraversato l'oceano per non servire nell'esercito dei Savoia. Gli anni passano e Guido, il più giovane dei figli, si laurea in chimica e diventa un piccolo imprenditore. Sposa Estela, maestra di una scuola sperduta dell'immensa provincia argentina. Hanno 4 figli, Laura, Claudia, Guido Miguel e Remo. Una normale famiglia argentina di La Plata. Radici italiane, nostalgia e tango, asado la domenica con i vicini. Tutto cambia quando i figli decidono di entrare nella Union Estudiantes Secondaria di orientamento montonero. A vario titolo, a seconda dell'età. Il golpe del 24 marzo costringe a entrare in clandestinità Laura e Claudia. Claudia era incinta e sposata con Jorge Falcone, fratello della desaparecida Maria, una delle ragazze della notte delle matite spezzate. Una patota (squadraccia ndr) sequestra Guido Carlotto. Vogliono sapere dove si nascondono le figlie. Lo torturano e visto che non parla finisce nella lista del mercoledì, quella che veniva caricata su un aereo militare per un viaggio senza ritorno al largo delle coste argentine. Estela lo viene a sapere.
Attraverso un fascista locale riesce a pagare un riscatto e il marito torna a casa il mese seguente. Claudia partorisce in clandestinità, attraversa il confine con il Paraguay e fugge in Spagna. Guido Miguel, minacciato, scappa in Nicaragua. Remo è troppo giovane per entrare in clandestinità e poi Estela vuole che almeno un figlio le rimanga vicino. Tutte le mattine quando va a scuola, Remo si ritrova a fianco una Ford Falcon con 4 sbirri a bordo. Il finestrino si abbassa e il capo lo minaccia, lo insulta. Tutte le mattine. Laura ora è con i montoneros, si occupa della propaganda. La sequestrano in una pasticceria di Buenos Aires. Sta mangiando una fetta di torta con il suo compagno, di cui ancora oggi si ignora il nome. Lei lo chiamava Chiquito. Estela viene avvertita e per salvare la figlia bussa a tutte le porte. Sfidando ogni regola chiede un colloquio con il generale Bignone che la riceve con una pistola in bella mostra sulla scrivania. Il golpista vuole sapere se Estela conosce il nome montonero di Laura. Estela capisce che attraverso le strade ufficiali non otterrà nulla. Una sopravvissuta del campo di concentramento dove è prigioniera Laura, le racconta che la figlia sta per partorire un bambino e che lo chiamerà Guido, come il padre. Estela allora si rivolge ancora una volta ai fascisti di La Plata. Questa volta chiedono 150 milioni di pesos. Guido vende la fabbrica di vernici e consegna il denaro. Nell'attesa di riabbracciare la figlia, Estela cuce vestitini e scarpine per il nipote. Una notte una telefonata li avverte di recarsi in una caserma. Laura e un altro giovane sono distesi sul cassone di un furgoncino. Crivellati di proiettili. Laura ha il ventre martoriato di pallettoni per nascondere la recente maternità.
Estela decide che gli altri figli non moriranno. Lo annuncia pubblicamente. Claudia, che nel frattempo ha avuto un'altra bambina, torna dalla Spagna con figlie e marito per partecipare a un'offensiva guerrigliera contro la dittatura. Estela è convinta che si trovi sempre a Madrid. Le scrive spesso ma le lettere fanno il giro del mondo. Estela diventa una nonna della Plaza de Mayo. Ci sono anche le madri. Cercano figli e nipoti tra mille difficoltà e minacce. Un giorno Claudia si fa viva, vuole farle conoscere le nipotine. Si incontrano in un ristorante della capitale ma arriva anche una patota. Estela si ribella, affronta quegli uomini armati. Si mette a urlare, chiama un avvocato. Siamo agli sgoccioli della dittatura e lo squadrone della morte rinuncia al sequestro.
Ma la storia non finisce con la dittatura. Anzi. La famiglia si riunisce. Mancano Laura e suo figlio ed Estela non smetterà mai di cercarlo. Milita nelle nonne, ne diventa presidente, gira il mondo per raccontare una storia collettiva, viene proposta per il nobel e Chirac la insignisce della Legion d'onore. Il giorno del compleanno di Guido, Estela gli invia una lettera di auguri attraverso le pagine di un quotidiano. Più volte le è stato «suggerito» di poter ritrovare il nipote in cambio del suo ritiro dalla vita pubblica. Ha sempre ignorato il suggerimento e due anni fa uno squadrone della morte ha tentato di assassinarla sparandole raffiche di mitra attraverso le finestre di casa. Lei ha chiamato un vetraio e non ha cambiato indirizzo. Ora ha una scorta che sopporta a mala pena. Estela non ha paura di morire. Teme solo che avvenga prima di aver ritrovato Guido.


La minaccia della speranza in America Latina - Naomi Klein
Ieri, affrontando delle proteste di massa in Argentina durante il Summit delle Americhe, Gorge Bush ha mostrato che lo spirito della rivolta latino-americana è vivo e vegeto. Nonostante Bush non abbia accolto l'offerta di Hugo Chàvez di tenere un dibattito aperto sui meriti del "libero commercio", quel dibattito ha già avuto luogo nelle strade e nelle cabine di voto del continente, e Bush ha perso.

2 Novembre 2005
The Nation

La minaccia della speranza in America Latina
Bush faccia a faccia con la rivolta di un intero continente

Naomi Klein

Quando Manuel Rozental è tornato a casa lo scorso mese, gli amici gli hanno detto che due strani uomini avevano fatto domande su di lui. In questa affiatata comunità indigena nel sud-ovest della Colombia accerchiata da soldati, paramilitari di destra e guerriglieri di sinistra non è mai un buon segno quando degli sconosciuti fanno domande su di te.

L'Associazione dei Consigli Indigeni del Cauca del nord, che guida un movimento politico autonomo rispetto a tutte queste forze armate, ha tenuto una riunione di emergenza, stabilendo che Rozental, il coordinatore delle comunicazioni, il quale era stato utile nella campagna per la riforma agraria e contro l'accordo per il libero commercio con gli Stati Uniti, doveva lasciare il paese in fretta.

L'associazione era sicura che quegli stranieri fossero stati mandati per uccidere Rozental. La sola domanda era: da chi? Era il governo filo-americano che notoriamente utilizzava paramilitari di destra per fare il proprio sporco lavoro? Oppure erano le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) - il più antico esercito marxista di guerriglieri dell'America Latina - a fare lo sporco lavoro da sé? Curiosamente potevano essere entrambe le possibilità. Nonostante 41 anni di guerra civile li avessero sempre trovati su posizioni opposte, il governo di Uribe e le Farc concordavano sul fatto che la vita sarebbe stata infinitamente più semplice senza il movimento indigeno di Cauca, che è parte di una forza politica sempre più forte in America Latina, abituata a sfidare le strutture tradizionali del potere dalla Bolivia al Messico.

Esponenti di spicco del nord del Cauca sono stati rapiti o uccisi dalle FARC che cercano di restare l'unica voce in rappresentanza dei poveri della Colombia. E le autorità indigene sono state avvertite che le FARC volevano Rozental morto. Per mesi su di lui sono circolate voci secondo cui si trattava di quanto di peggio si possa immaginare di trovare scritto nei registri di un movimento guerrigliero di sinistra: un agente della CIA. Ma questo non significa che gli stranieri fossero assassini delle FARC, perchè erano circolate anche altre voci su Rozental attraverso i media ufficiali, secondo le quali costui era quanto di peggio si possa immaginare di trovare scritto nei registri di un politico di destra finanziato da Bush: un terrorista internazionale.

Il 27 ottobre il consiglio indigeno, in rappresentanza di circa 110.000 indiani Nasa nella regione, ha rilasciato il seguente comunicato: "Manuel non è un terrorista. Non è un paramilitare. Non è un agente della CIA. E' parte della nostra comunità e non deve essere zittito con le pallottole." I leader della tribù dei Nasa affermano di sapere perchè Rozental, che adesso vive in esilio in Canada, sia stato minacciato. E' la stessa ragione per la quale nell'aprile di quest'anno due pacifici villaggi indigeni nel nord del Cauca si sono trasformati in zone di guerra dopo che le FARC hanno attaccato postazioni di polizia nel centro delle città, fornendo così al governo una scusa per un'occupazione su larga scala.

Tutto questo accade perché il movimento indigeno in Cauca, così come in gran parte dell'America Latina, pare inarrestabile.

L'anno scorso i Nasa del Cauca del nord hanno tenuto le più grandi manifestazioni antigovernative nella storia recente della Colombia e hanno organizzato referendum locali contro il libero commercio che hanno richiamato il 70% della popolazione, una cifra maggiore di qualunque altra elezione ufficiale (con un risultato quasi unanime a favore del NO). E a settembre migliaia di persone hanno occupato due grandi haciendas, costringendo così il governo a mantenere le antiche promesse fatte circa l'insediamento di quelle terre.)

Tutte queste azioni si sono svolte sotto la protezione dell'unica Guardia Indigena Nasa, che pattuglia il territorio armata solo di bastoni.

In un paese governato da M16, AK-47, pie-bomb e elicotteri Black Hawk questa combinazione di militanza e non violenza è un fatto senza precedenti. Ed ecco il tranquillo miracolo che hanno compiuto i Nasa: ridare vita alla speranza uccisa quando i paramilitari hanno massacrato sistematicamente i politici di sinistra, comprese decine di ufficiali eletti e due candidati presidenziali dell'Unione Patriotica. Alla fine della sanguinosa campagna nei primi anni '90, le FARC avevano comprensibilmente ritenuto che impegnarsi in politica fosse un suicidio. La chiave per il successo dei NASA, afferma Rozental, è che non cercano di rovesciare le istituzioni statali, le quali hanno perso "ogni legittimazione". Stanno invece costruendo una nuova legittimità basata su un mandato popolare e locale che si è sviluppato in seno a congressi, assemblee ed elezioni partecipative. Il nostro processo e le nostre istituzioni alternative hanno fatto vergognare la democrazia ufficiale. Questa è la ragione per cui il governo è così arrabbiato."

I Nasa hanno ridotto in frantumi l'illusione, cullata da entrambe le parti, che il conflitto colombiano potesse essere ridotto a una guerra a due. I loro referendum sul libero scambio sono stati imitati da sindacati non locali, studenti, agricoltori e politici locali in tutta la nazione. La loro conquista della terra ha spronato altri indigeni e gruppi contadini a fare lo stesso. Un anno addietro 60.000 persone hanno marciato chiedendo pace e autonomia. Lo scorso mese queste richieste hanno trovato seguito in marce organizzate contemporaneamente in 32 province della Colombia. "Ogni azione" spiega Hector Mondragon, attivista ed economista colombiano assai conosciuto "ha un suo effetto moltiplicatore".

In America Latina si sta producendo un effetto moltiplicatore analogo, con movimenti indigeni che stanno ridisegnando la mappa politica del continente, chiedendo non soltanto "diritti" ma una nuova definizione dello stato secondo principi fortemente democratici. In Bolivia e in Ecuador gruppi indigeni hanno dimostrato di avere il potere di far cadere i governi.

Affrontando la protesta di massa in Argentina ieri, George Bush ha sperimentato in prima persona che lo spirito della rivolta è vivo e vegeto. E nonostante il presidente statunitense non abbia accettato l'offerta di Hugo Chavez di affrontare una discussione suoi meriti del "libero scambio", la verità è che questo dibattito si è già svolto per le strade del continente e nei sui seggi e Bush ha perso. Pensate: l'ultima volta che i 34 capi di questi stati si sono riuniti tutti insieme era l'aprile del 2001 a Quebec City: era il primo summit di Bush dopo la sua elezione ed egli aveva annunciato fiducioso che l'area di libero scambio delle Americhe (FTAA) sarebbe entrata in vigore entro il 2005. Oggi, a quattro anni di distanza, molte facce tra i suoi colleghi sono cambiate e Bush non riesce nemmeno a mettere in agenda l'FTAA, figuriamoci farlo firmare.

Così come in Colombia, anche nel resto del continente, si tenta di dipingere come terroristici i movimenti ispirati dagli indigeni, che sono alla base di questo spostamento politico. E, senza stupore alcuno, Wasghinton sta offrendo assistenza sia ideologica che militare. Il congresso ha accettato di raddoppiare il numero di soldati americani in Colombia e si è assistito è ad un sostanziale aumento delle attività delle truppe in Paraguay, pericolosamente vicino al confine della Bolivia, la quale nelle prossime elezioni potrebbe spostarsi decisamente a sinistra.

Nel frattempo uno studio condotto recentemente dal Consiglio Nazionale per la Sicurezza ha lanciato un monito circa i movimenti indigeni, i quali, benché pacifici allo stato attuale, potrebbero "passare a mezzi più drastici" in futuro.

I movimenti indigeni rappresentano in effetti una minaccia alle ormai logore politiche di libero scambio. Bush al momento sta mercanteggiando con un numero sempre più basso di clienti, nell'America Latina. La forza di tali movimenti non si fonda sul terrore, ma su una nuova forma di speranza a prova di terrore, così robusta da attecchire in mezzo alla guerra civile apparentemente disperata in Colombia. E se può attecchire qui, può farlo ovunque.


Documento originale The Threat of Hope in Latin America
Traduzione di Marina Gamberini e Fabio Sallustro
Naomi Klein è un'attivista di primo piano nel movimento contro le sweatshop e l'autrice di Recinti e finestre: dispacci dalle prime linee del dibattito sulla globalizzazione (Baldini&Castoldi) e di No Logo: Economia globale e nuova contestazione (Baldini&Castoldi).Visita il sito web No Logo: http://www.nologo.org, dove questo articolo è stato pubblicato per la prima volta.

http://www.zmag.org/italy/klein-minacciasperanza.htm


DA l'UNITà ON LINE: Tortura, il reato che in Italia non esiste
di Wanda Marra

«Ci sono alcune domande alle quali non risponderò», la voce decisa, gli occhi chiarissimi fermi, in un'affermazione Taha rende il senso della sua prigionia nel carcere di Abu Ghraib nel 1987 più di tante parole. È impossibile chiedere a quest'uomo di raccontare quel che subì all'età di appena diciassette anni e mezzo. Il suo sguardo e il suo silenzio rendono le immagini della violenza forse ancora più visibili e presenti delle foto delle vittime delle torture americane in quello stesso carcere, che poco più di un mese fa hanno fatto il giro del mondo. Taha, curdo, era stato portato ad Abu Ghraib sotto il regime di Saddam Hussein per motivi politici: «Ovviamente non avevo fatto niente. Ma mio fratello faceva parte del Puk». Quello stesso fratello che sotto tortura è morto. Taha era a Campo de' Fiori, a Roma, sabato. Partecipava alla manifestazione-spettacolo indetta dalla sezione italiana di Amnesty International, in occasione della Giornata Internazionale per le vittime della tortura. Sopra il palco, sul quale si sono alternati musicisti (tra gli altri Mimmo Locasciulli e Mariella Nava), attori, rappresentanti delle associazioni. Uno striscione nero, con scritta gialla: «Diciamo no alla Tortura».

Insieme ad Amnesty, Medici contro la Tortura, Antigone, Comitato Carlo Giuliani, Comitato Verità e Giustizia per Genova. E le adesioni di tantissimi personaggi del mondo dell'informazione, della cultura, dello spettacolo e dello sport (da Furio Colombo a Dario Fo, da Sandro Curzi a don Luigi Ciotti). Per chiedere che il Parlamento italiano approvi, dopo oltre quindici anni di indugi, una legge che introduca il reato di tortura e lo punisca con pene adeguate. E al Governo la presentazione di un disegno di legge per la Ratifica del Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite, che istituisce un sistema di ispezioni nei centri di detenzione. Le torture subite dai prigionieri iracheni ad Abu Ghraib hanno ricordato al mondo che questa è una pratica diffusa. In 132 paesi (su 155 analizzati) secondo il rapporto di Amnesty 2003. Tra cui anche il nostro. «In Italia ci sono condanne per maltrattamenti e lesioni. Pratiche assimilabili alla tortura. Ma questo reato nel nostro codice penale non esiste», afferma Marco Bertotto, Presidente di Amnesty Italia. Anzi: l'emendamento della Lega approvato dalla Camera il 22 aprile scorso stabilisce che una tortura per essere tale debba essere reiterata. «La porta si apre, sulla soglia appaiono sei uomini. Ti picchiano, ti trascinano nelle loro stanze e ti picchiano ancora. Faccia al muro, manette... e giù con i martelli di legno»: è Alessandro Haber a leggere la testimonianza di un ex detenuto di Chernokozovo, carcere di isolamento in Cecenia. Mentre una testimonianza dello scrittore Luis Sepulveda, prigioniero durante la dittatura cilena, ha la voce di Massimo Wertmuller: «Nessuno è capace di precisare quale sia la cosa peggiore del carcere, di essere prigioniero di una dittatura, e nemmeno io posso indicare se il peggio che ho dovuto sopportare sia stata la tortura, i lunghi mesi di isolamento in una fossa che mi appestava, il non sapere se fosse giorno oppure notte... ».

Ma ci sono anche le testimonianze del carcere di Bolzaneto. Come quella di una ragazza, nella voce di Anna Marchesini: «Accompagnata dalla cella al bagno, costretta a camminare lungo il corridoio con la testa abbassata e le mani sulla testa, colpita da altri agenti con calci, derisa e minacciata... costretta a fare il saluto romano e a dire "Viva il duce"».


Storia: Foibe. Così iniziò la stagione di sangue


Le stragi istriane vanno inserite nel contesto storico della guerra fascista e nazista alle popolazioni slave. Contro ogni strumentalizzazione, ma anche contro ogni rimozione


«Si ammazza troppo poco», e «Non dente per dente, ma testa per dente», raccomandavano nel 1942 i generali italiani Marco Robotti e Mario Roatta. Furono 200.000 i civili «ribelli» falciati dai plotoni di esecuzione italiani in Slovenia, «Provincia del Carnaro», Dalmazia, Bocche di Cattaro e Montenegro

Per una giusta comprensione del fenomeno delle foibe istriane - ma comprensione non significa affatto giustificazione di quei crimini - è assolutamente necessario inserire la questione nel contesto storico in cui si verificò e nel quadro più ampio del periodo tra la fine della prima e lo svolgimento della seconda guerra mondiale. Un periodo che fu particolarmente tragico per una larga parte della popolazione istriana venutasi a trovare inserita nel territorio di frontiera di un'Italia asservita al regime fascista e perciò negata a governare con giustizia territori plurietnici, plurilingui e multiculturali, spinta a realizzare un preciso programma di oppressione e snazionalizzazione dei sudditi cosiddetti allogeni e alloglotti. Ancor prima della firma del Trattato di Rapallo del 1920 che assegnò definitivamente l'Istria all'Italia, quando la regione era soggetta al regime di occupazione militare, la popolazione dell'Istria si trovò di fronte allo squadrismo in camicia nera, importato da Trieste, che si manifestò con particolare aggressività e ferocia. Gli stessi storici fascisti, tra i quali l'istriano G.A. Chiurco, vantandosi delle gesta degli squadristi e glorificandole nelle loro opere, hanno abbondantemente documentato i misfatti compiuti - dagli assassinii di antifascisti italiani quali Pietro Benussi a Dignano, Antonio Ive a Rovigno, Francesco Papo a Buie, Luigi Scalier a Pola ed altri - alla distruzione delle Camere del lavoro ed all'incendio delle Case del popolo, alle sanguinose spedizioni nei villaggi croati e sloveni della penisola, ecc. Questi misfatti continuarono sotto altra forma dopo la creazione del regime: furono distrutti e/o aboliti tutti gli enti e sodalizi culturali, sociali e sportivi della popolazione slovena e croata; sparì ogni segno esteriore della presenza dei croati e sloveni, vennero abolite le loro scuole di ogni grado, cessarono di uscire i loro giornali, i libri scritti nelle loro lingue furono considerati materiale sovversivo; con un decreto del 1927 furono forzosamente italianizzati i cognomi di famiglia; migliaia di persone finirono al confino. Nelle chiese le messe poterono essere celebrate soltanto in italiano, le lingue croata e slovena dovettero sparire perfino dalle lapidi sepolcrali, furono cacciate dai tribunali e dagli altri uffici, bandite dalla vita quotidiana. Alcune centinaia di democratici italiani, socialisti, comunisti e cattolici che lottarono per la difesa dei più elementari diritti delle minoranze subirono attentati, arresti, processi e lunghi anni di carcere inflitti dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato.

La sostituzione delle popolazioni allogene

Mi è capitato per le mani un opuscolo del ministro dei Lavori Pubblici dell'era fascista Giuseppe Cobolli Gigli. Figlio del maestro elementare sloveno Nikolaus Combol, classe 1863, italianizzò spontaneamente il cognome nel 1928 anche perchè sin dal 1919 si era dato uno pseudonimo patriottico, Giulio Italico. Divenuto poi un gerarca, prese un secondo cognome, Gigli, dandosi un tocco di nobiltà. Questo signore, fu autore di opuscoletti altamente razzisti, fra i quali Il fascismo e gli allogeni, (da «Gerarchia», settembre 1927) in cui sosteneva la necessità della pulizia etnica, attraverso la sostituzione delle popolazioni «allogene» autoctone con coloni italiani provenienti da altre provincie del Regno. Tra l'altro volle tramandare ai posteri una canzoncina in voga fra gli squadristi di Pisino. Il paese sorge sul bordo di una voragine che - scrisse il Cobol-Cobolli - «la musa istriana ha chiamato Foiba, degno posto di sepoltura per chi, nella provincia, minaccia con audaci pretese, le caratteristiche nazionali dell'Istria». Quindi chi, fra i croati, aveva la pretesa, per esempio, di parlare nella lingua materna, correva il pericolo di trovar sepoltura nella Foiba. La canzoncina di Sua Eccelenza (testo dialettale e traduzione italiana a fronte) diceva:

A Pola xe l'Arena/ la Foiba xe a Pisin:/ che i buta zo in quel fondo/ chi ga certo morbin.

(A Pola c'è l'Arena,/ a Pisino c'è la Foiba:/ in quell'abisso vien gettato/ chi ha certi pruriti).

Dal che si vede che il brevetto degli infoibamenti spetta ai fascisti e risale agli inizi degli anni Venti del XX secolo. Putroppo essi non rimasero allo stato di progetto e di canzoncine. Riportiamo qui, dal quotidiano triestino Il Piccolo del 5 novembre 2001, la testimonianza di Raffaello Camerini, ebreo, classe 1924.

«Nel luglio del 1940, ottenuta la licenza scientifica, dopo neanche un mese, sono stato chiamato al lavoro "coatto", in quanto ebreo, e sono stato destinato alle cave di bauxite, la cui sede principale era a S. Domenica d'Albona.

Quello che ho veduto in quel periodo, sino al 1941 - poi sono stato trasferito a Verteneglio - ha dell'incredibile. La crudeltà dei fascisti italiani contro chi parlava il croato, invece che l'italiano, o chi si opponeva a cambiare il proprio cognome croato o sloveno, con altro italiano, era tale che di notte prendevano di forza dalle loro abitazioni gli uomini, giovani e vecchi, e con sistemi incredibili li trascinavano sino a Vignes, Chersano e altre località limitrofe, ove c'erano delle foibe, e lì, dopo un colpo di pistola alla nuca, li gettavano nel baratro. Quando queste cavità erano riempite, ho veduto diversi camion, di giorno e di sera, con del calcestruzzo prelevato da un deposito di materiali da costruzione sito alla base di Albona, che si dirigevano verso quei siti e dopo poco tempo ritornavano vuoti. Allora, io abitavo in una casa sita nella piazza di Santa Domenica d'Albona, adiacente alla chiesa, e attraverso le tapparelle della finestra della stanza ho veduto più volte, di notte, quelle scene che non dimenticherò finchè vivrò (...). Mi chiedo sempre, pur dopo 60 anni, come un uomo può avere tanta crudeltà nel proprio animo. Sono stati gli italiani, fascisti, i primi che hanno scoperto le foibe ove far sparire i loro avversari. Logicamente, i partigiani di Tito, successivamente, si sono vendicati usando lo stesso sistema. E che dire dei fascisti italiani che il 26 luglio 1943 hanno fatto dirottare la corriera di linea - che da Trieste era diretta a Pisino e Pola - in un burrone con tutto il carico di passeggeri, con esito letale per tutti. (. . .) Ho lavorato fra Santa Domenica d'Albona, Cherso, Verteneglio sino all'agosto del `43 e mai ho veduto un litigio fra sloveni, croati e italiani (quelli non fascisti). L'accordo e l'amicizia era grande e l'aiuto, in quel difficile periodo, era reciproco. Un tanto per la verità, che io posso testimoniare».

60mila slavi in fuga dall'Istria

Per gli slavi il risultato del ventennio fascista e del triennio bellico 1940-43 fu la fuga dall'Istria di circa 60.000 persone. Purtroppo a rafforzare il nazionalismo anti-italiano fu ancora una volta il fascismo mussoliniano che nella seconda guerra mondiale portò l'Italia ad aggredire i popoli jugoslavi. Quell'aggressione tra il 6 aprile 1941 e l'inizio di settembre 1943 fu caratterizzata dalle brutali annessioni di larghe fette di Croazia e Slovenia e da una lunga serie di crimini di guerra. Per ordine dello stesso Mussolini e di alcuni generali si giunse alle scelte più draconiane dei comandi militari italiani. Ne derivarono «rapine, uccisioni, ogni sorta di violenza perpetrata a danno delle popolazioni».

Nelle regioni della Croazia annesse all'Italia dopo il 6 aprile `41 si ripetè quanto avvenuto in Istria dopo la Grande Guerra: si ricorse ad ogni mezzo per la snazionalizzazione e l'assimilazione, provocando inevitabilmente l'ostilità delle popolazioni. Nella toponomastica, per cominciare da questo aspetto non cruento dell'occupazione, fu recitata una vera e propria tragicommedia, avendo come regista il prefetto della Provincia del Carnaro e dei Territori Aggregati del Fiumano e della Kupa, Temistocle Testa. Con suo decreto dell'8 settembre 1941 fu ordinato di «adottare senza indugio i nomi italiani di tutti quei luoghi (comuni, frazioni, località) che erano da secoli italiani e che la ventennale dominazione jugoslava ha trasformato in denominazioni straniere». Così località del profondo territorio interno lungo il fiume Kupa e nel Gorski Kotar divennero: Belica= Riobianco, Bogovic = Bogovi, BruÜic = Brissi, Buzdohanj = Buso, Crni Lug = Bosconero, Cabar = Concanera, Glavani = Testani, Jelenje = Cervi, Kacjak = Serpaio, Koziji Vrh= Montecarpino, Medvedek = Orsano, Orehovica = Nocera Inferiore, Padovo = Padova, Pecine = Grottamare e via traducendo o inventando. Trinajstici, presso Castua, divenne Sassarino in onore della divisione «Sassari» che vi teneva un reparto.

Ma ben presto, dopo aver battezzato città, comuni, villaggi e frazioni, si passò a distruggere col fuoco quelli, fra di essi, che non tolleravano l'italianizzazione né l'occupazione. In data 30 maggio 1942 il Prefetto Testa, rese noto con pubblici manifesti di aver fatto eseguire l'internamento nei campi di concentramento in Italia di un numero indeterminato di famiglie di Jelenje dalle cui abitazioni si erano allontanati giovani maggiorenni senza informarne le autorità. Ma non si limitò alle deportazioni. Con un manifesto si rendeva noto: «Sono stase rase al suolo le loro case, confiscati i beni e fucilati 20 componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia». La rappresaglia continuò.

Il 4 giugno gli uomini del II Battaglione Squadristi di Fiume incendiarono le case dei villaggi: Bittigne di Sotto (Spodnje Bitinje), Bittigne di Sopra (Gornje Bitnje), Monte Chilovi (Kilovce), Rattecevo in Monte (Ratecevo). A Kilovce furono fucilate 24 persone.

Non c'è villaggio sul territorio di quelli che furono chiamati Territori Aggregati e/o Annessi a contatto con l'Istria e la regione del Quarnero, che non abbia avuto case bruciate o sia stato interamente raso al suolo; non ci fu una sola famiglia che non abbia avuto uno o più membri deportati oppure fucilati.

Centomila nei campi di concetramento

Ha scritto lo storiografo Carlo Spartaco Capogreco: «In Jugoslavia il soldato italiano, oltre che quello del combattente ha svolto anche il ruolo dell'aguzzino, non di rado facendo ricorso a metodi tipicamente nazisti quali l'incendio dei villaggi, le fucilazioni di ostaggi, le deportazioni in massa dei civili e il loro internamento nei campi di concentramento». In particolare evidenzia che il numero dei condannati e confinati «slavi» della Venezia Giulia e dell'Istria fu particolarmente elevato, sicchè dal giugno 1940 al settembre 1943 la maggioranza degli «ospiti» dei campi di concentramento italiani era costituita da civili sloveni e croati. Il numero totale dei civili internati dall'Italia fascista superò di diverse volte quello complessivamente raggiunto dai detenuti e confinati politici antifascisti in tutti i 17 anni durante i quali rimasero in vigore le «leggi eccezionali»; più di 800 italiani, fra alti gerarchi civili e comandanti militari, furono denunciati per crimini di guerra commessi durante la seconda guerra mondiale alla War Crimes Commission dell'Organizzazione delle Nazioni Unite. I campi di concentramento nei quali furono rinchiusi più di centomila civili croati, sloveni, montenegrini ed erzegovesi erano disseminati dall'Albania all'Italia meridionale, centrale e settentrionale, dall'isola adriatica di Arbe (Rab) fino a Gonars e Visco nel Friuli, a Chiesanuova e Monigo nel Veneto. Non si contano, poi, i campi «di transito e internamento» che funzionavano lungo tutta la costa dalmata, sulle isole di Ugliano (Ugljan) e Melada (Molat). Quest' ultimo fu definito da monsignor Girolamo Mileta, vescovo di Sebenico, «un sepolcro di viventi». In quei lager italiani morirono 11.606 sloveni e croati. Nel solo lager di Arbe ne morirono 2.600 circa, fra cui moltissimi vecchi e bambini per denutrizione, stenti, maltrattamenti e malattie. Il 15 dicembre 1942 l'Alto Commissario per la Provincia di Lubiana, Emilio Grazioli, trasmise al Comando dell'XI Corpo d'Armata il rapporto di un medico in visita al campo di Arbe dove gli internati «presentavano nell'assoluta totalità i segni più gravi dell'inanizione da fame». Sotto quel rapporto il generale Gastone Gambara scrisse di proprio pugno: «Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d'ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo». Sempre nel 1942, il 4 agosto, il generale Ruggero inviò un fonogramma al Comando dell'XI Corpo in cui si parlava di «briganti comunisti passati per le armi» e «sospetti di favoreggiamento» arrestati. In una nota scritta a mano il generale Mario Robotti impose: «Chiarire bene il trattamento dei sospetti (. . .). Cosa dicono le norme 4c e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!». Il generale Mario Roatta, comandante della II Armata italiana in Slovenia e Croazia nel marzo del 1942 aveva diramato una Circolare 3C nella quale si legge: «Il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì da testa per dente».

Furono circa 200.000 i civili «ribelli» falciati dai plotoni di esecuzione italiani, dalla Slovenia alla «Provincia del Carnaro», dalla Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e Montenegro senza aver subito alcun processo, ma in seguito a semplici ordini di generali dell'esercito, di governatori o di federali e commissari fascisti. Potremmo citare altri documenti, centinaia, che ci mostrano il volto feroce dell'Italia monarchica e fascista in Istria e nei territori jugoslavi annessi o occupati nella seconda guerra mondiale. Gli stupri, i saccheggi e gli incendi di villaggi si ripetevano in ogni azione di rastrellamento. Mi limiterò, per l'Istria ad alcuni episodi che precedettero di pochi mesi i fatti del settembre 1943.

Il 6 giugno 1942 furono deportate nei campi di internamento in Italia 34 famiglie per un totale di 131 persone di Castua, Marcegli, Rubessi, San Matteo e Spincici; i loro beni, compreso il bestiame, furono confiscati o abbandonati al saccheggio delle truppe, le loro case incendiate, dodici persone vennero fucilate.

I deportati in Italia, i villaggi rasi al suolo

Ancora più terribile fu la sorte toccata agli abitanti della zona di Grobnico, a nord di Fiume. Per ordine del prefetto Temistocle Testa, reparti di camicie nere e di truppe regolari, irruppero nel villaggio di Podhum all'alba del 13 luglio. Rastrellata l'intera popolazione, questa fu condotta in una cava di pietra presso il campo di aviazione di Grobnico, mentre il villaggio veniva prima saccheggiato e poi incendiato. Oltre mille capi di bestiame grosso e 1300 di bestiame minuto furono portati via, 889 persone rispettivamente 185 famiglie finirono nei campi di internamento italiani: più di cento maschi furono fucilati nella cava: il più anziano aveva 64 anni, il più giovane 13 anni appena.

Con un telegramma spedito a Roma il 13 luglio, Testa informò: «Ierisera tutto l'abitato di Pothum nessuna casa esclusa est raso al suolo et conniventi et partecipi bande ribelli nel numero 108 sono stati passati per le armi et con cinismo si sono presentati davanti ai reparti militari dell'armata operanti nella zona, reparti che solo ultimi dieci giorni avevano avuto sedici soldati uccisi dai ribelli di Pothum stop Il resto della popolazione e le donne e bambini sono stati internati stop».

Nel solo Comune di Castua subirono spedizioni punitive diciassette villaggi; furono passate per le armi 59 persone, altre 2311 furono deportate e precisamente 842 uomini, 904 donne e 565 bambini; furono incendiate 503 case e 237 stalle. Sempre nella zona di Fiume, il 3 maggio 1943, reparti di Camicie Nere e di fanteria rastrellarono il villaggio di Kukuljani e alcune sue frazioni, portarono via tutto il bestiame, saccheggiarono le case, deportarono la popolazione e quindi appiccarono il fuoco alle abitazioni, alle stalle e agli altri edifici "covi di ribelli". Nei campi di internamento finirono 273 abitanti di Kukuljani e 200 di Zoretici.

Queste sanguinose persecuzioni indiscriminate contro la popolazione civile slava furono denunciate anche da eminenti personalità politiche italiane di Trieste, tra cui i firmatari di un Promemoria presentato il 2 settembre 1943 da un "Fronte nazionale antifascista" al Prefetto Giuseppe Cocuzza. Era passato un mese e mezzo dalla caduta del regime fascista. Nel documento, si fa una denuncia drammaticamente circostanziata delle vessazioni, arresti, devastazioni ed esecuzioni sommarie «operate con grande discrezionalità da bande di squadristi che avevano goduto per troppo tempo della mano libera e della compiacenza di certe autorità». Nell'iniziativa era evidente, oltretutto, un «diffuso senso di paura per una vendetta» che avrebbe potuto abbattersi indiscriminatamente sugli Italiani dell'Istria come reazione «alla tracotanza del Regime e dei suoi uomini più violenti che in Istria e nella Venezia Giulia avevano usato strumenti e atteggiamenti fortemente coercitivi nei riguardi delle popolazioni slave».

GIACOMO SCOTTI

Il Manifesto Venerdì, 04 Febbraio 2005


ANTIFASCISTI ISTRIANI CONTRO FILM IL CUORE NEL POZZO
Friday, Feb. 04, 2005 at 7:21 PM da indymedia

ZAGABRIA, 4 FEB - Gli antifascisti croati
dell'Istria si sono detti oggi amareggiati da come il film 'Il
cuore nel pozzo' tematizza la tragedia delle foibe e che
domenica e lunedi' sara' trasmesso dalla Rai in occasione del 10
febbraio, Giornata della memoria dell'esodo. Lo riferisce oggi
l'agenzia di stampa 'Hina'.
Il segretario dell'Associazione dei combattenti antifascisti
della regione istriana Tomislav Ravnic ha detto oggi a una
conferenza stampa tenuta a Pola che ''nella lotta antifascista
in Istria non e' successo un crimine organizzato come con il
film vogliono far credere i neofascisti e la destra italiana''.
Secondo lui il film, firmato dal regista Alberto Negrini e
prodotto dalla Rai, ''e' un'immagine distorta e falsa della
lotta antifascista in cui gli Slavi vengono dipinti come un
popolo genocida, mentre gli italiani sono rappresentati come
vittime dell'espansionismo slavo''.
''Si tratta di una distorsione tendenzosa dei fatti e di un
tentativo di revisionismo storico con lo scopo coprire le
violenze e le responsabilita' del fascismo'', ha aggiunto
Ravinic.
''In ogni conflitto bellico occorono crimini e muoiono
vittime innocenti, ma nella Resistenza in Istria queste vittime
erano solo il frutto di vendette individuali e non di operazioni
pianificate'', ha voluto precisare il suo punto di vista.
Per questa ragione gli antifascisti istriani protestano
contro la messa in onda del 'Cuore nel pozzo', che, come hanno
detto, ''no e' che propaganda diffamatoria con cui si offende il
popolo istriano e che rappresenta una provocazione politica
diretta verso lo stato croato''.
Il vicepresidente dell'associazione istriana, Miljenko
Bencic, ha spiegato che ''il movimento partigiano non aveva
alcuna ragione per uccidere innocenti, a differenza del
nazifascismo nella cui stessa ideologia e' radicato il
genocidio''.
Secondo Bencic ''e' inammissibile che vengano equiparate le
colpe del aggressore e della vittima, il fascismo come
un'ideologia criminale e l'antifascismo come una reazione di
resistenza di tutto il mondo democratico''.
Volendo ricordare i crimini commessi dai fascisti italiani in
sul territorio croato, i dirigenti dell'associazione hanno
organizzato la prima visione in Croazia del documentario della
Bbc, 'L'eredita' fascista'.
L'estate scorsa il film 'Il cuore nel pozzo' aveva scatenato
una simile reazione anche in Slovenia molti lo hanno definito
''un falsificato della storia''.


da http://www.globalproject.info/news-it.html

Brasile - Salvador de Bahia - 04.02.05

Due anni di Lula. L’opinione di un brasiliano, avvocato e attivista di diritti umani

Venerdì 18 febbraio 2005

Scritto per noi da Augusto de Paula*

Sono trascorsi già due anni dall’insediamento di Lula. In questi due anni molte cose sono già cambiate. È necessario però comprendere le difficoltà incontrate dal Governo Federale. In Brasile, una federazione composta da 26 grandi Stati, i cambiamenti avvengono lentamente a causa della grande estensione del suo territorio, cambiamenti che non sempre vengono percepiti dalla popolazione, sopratutto per quanto riguarda la sicurezza e la salvaguardia dei diritti individuali. A questo si aggiunge la condotta individualista degli stati membri della federazione, che per il fatto di essere in maggioranza diretti da governi di destra, entra in rotta di collisione con la politica adottata dal governo centrale.

Lula dopo la vittoria alle elezioni del 3 ottobre 2002, fragorosamente confermata al secondo turno, disse che “la speranza ha vinto la paura” ed è questa una grande verità. Continuiamo però ad affermare che è anche vero che i nostri sogni e le nostre speranze continuano a rimanere in piedi.

Tutte le difficoltà derivate dalla politica economica adottata dal governo durante i due primi anni non hanno comunque interferito con il proseguimento della lotta per i diritti umani in Brasile. Il rapporto stabilito dal governo di Lula con i rappresentanti della società civile organizzata assume adesso una nuova connotazione. La condotta che esso ha avuto è senz’ombra di dubbio di impegno e rispetto nei confronti delle lotte del popolo.

I movimenti sociali sono rispettati e trattati come partner attivi del governo. Il MST, per esempio, continua la lotta, solleva critiche alla lentezza del governo per quanto riguarda la messa in atto della riforma agraria, continua con le occupazioni ma si siede a tavolino con i rappresentanti del nuovo governo per negoziare. Il Movimento viene ora riconosciuto come organizzazione popolare, rappresentante dei lavoratori rurali senza terra, e non più come un manipolo di delinquenti, una squadriglia di banditi. Non viene più considerato, per lo meno dal governo federale e da Lula, come un caso di polizia. Si tratta di un cambiamento qualitativo del tipo di trattamento che lo Stato riservava al movimento sociale.

Uno dei primi gesti di Lula subito dopo il suo insediamento nel gennaio del 2002 in veste di Presidente della Repubblica è stato proprio partecipare al Forum Sociale di Porto Alegre. In quella sede Lula ha confermato le promesse fatte in campagna elettorale che sono poi il fulcro del suo intero programma politico, del PT – Partido dos Trabalhadores e dei movimenti sociali.

Durante questi due anni si sono fatti enormi passi in avanti nella lotta, molte cose sono state conquistate e numerose sono state le vittorie delle organizzazioni e dei movimenti popolari.

Lula ha creato la Segreteria Nazionale dei Diritti Umani, attribuendo status di Ministro al Segretario Nazionale. La sua scelta è ricaduta su Nilmário Miranda. Ex prigioniero politico, Deputato Federale del Partito dei Lavoratori, ha sempre lottato per i diritti umani. È stato presidente della Commissione dei Diritti Umani del Congresso Nazionale e comprende quindi molto bene la necessità non solo di appoggiare la lotta, ma soprattutto di creare una cultura dei Diritti Umani nel Paese.

Il Brasile ha ratificato tutte le convenzioni internazionali per la salvaguardia della libertà, indipendenza ed autonomia dei popoli. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, La Dichiarazione dei Diritti del Bambino e dell’Adolescente, La Convenzione Internazionale Contro la Tortura sono alcuni esempi. Ciò assicura anche la partecipazione ed il rispetto del governo nella lotta interna contro la violenza e la mancanza di rispetto dei diritti dell’uomo.

Questa visione del governo ha alimentato le discussioni sulle proposte avanzate di federalizzazione dei crimini contro i diritti umani e il loro conseguente passaggio alla giurisdizione della Giustizia Federale, garantendo in questo modo che tali crimini non rimangano impuniti. La tortura ha cominciato a essere considerata un crimine orrendo e conseguentemente imprescrittibile e non sottoponibile a cauzione. Si parla naturalmente dell’apertura degli archivi della dittatura militare per poter conoscere e prender coscienza della lunga notte (1964 a 1985) abbattutasi sul Brasile e sul popolo brasiliano.

Per la prima volta nella nostra storia si stanno processando dei poliziotti per crimini di tortura, pratica che era già diventata parte della cultura poliziesca nel Brasile dopo il colpo di stato militare nel 1964. Sappiamo che la tortura era utilizzata come metodo di investigazione, entrando a far parte del quotidiano sia nei commissariati che nelle prigioni di tutto il paese.

Ciò non significa che abbiamo vinto la lotta e la battaglia contro l’impunità e la violazione dei diritti umani. Ci sono tre casi emblematici nello stato di Bahia, che fanno persino parte di denunce internazionali. Natur de Assis Filho, ex-prigioniero politico del regime militare, ambientalista, presidente del Partido Verde e poeta, assassinato dai fratelli Ivan e Laurito Eça Menezes nel 2001. Ariomar Rocha nel 1998 e José Raimundo Aras anch’esso nello stesso anno. In tutti questi casi gli assassini e i mandanti sono noti, ma non sono stati ancora puniti e continuano a rimanere in libertà, perseguendo coloro che lottano contro la violenza e l’impunità. Due anni or sono, cinquantaquattro milioni di brasiliani hanno deciso che un uomo venuto dal seno del popolo, originario del nordest del Brasile, migrante e operaio era il vero rappresentante degli esclusi e dei sognatori. Oggi continua ad essere il Lula, il compagno di sempre, colui che non ha abbandonato il suo popolo.

Possiamo quindi affermare che, dopo due anni in carica del nuovo governo, di fatto la speranza ha sconfitto la paura, che molte cose sono cambiate, ma che la lotta continua e Lula rappresenta ancora i nostri sogni e la nostra speranza in giorni migliori.

Augusto de Paula
Avvocato ed attivista di Diritti Umani Rappresentante di Dounia - Action for Human Rights Associazione Internazionale per la Tutela dei Diritti Umani


Zapatismo. La storia non è finita
di Hermann Bellinghausen [Da www.carta.org 21.12.2003]

Il primo gennaio del 1994, un piccolo esercito indigeno, fino ad allora sconosciuto, prese cinque città dello stato messicano del Chiapas e lanciò un grido, "Ya basta", che fu ascoltato in tutto il mondo. Con il volto coperto, armati soltanto di fucili e pistole, i membri dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale lasciarono il paese col fiato sospeso e dissero: siamo qui, esistiamo.
L’audacia dell’azione e la forza del messaggio impedirono che il governo avesse il tempo di sterminarli. L’Ezln insorse la stessa notte trionfale in cui entrava in vigore il Trattato di libero commercio con il Nordamerica, quello che prometteva di portare il Messico nel Primo mondo. Gli insorti, appartenenti ai popoli maya della regione (tzeltales, tzotziles, tojolabales y ch’oles), dimostrarono al mondo che milioni di indigeni messicani vivevano nella miseria, nell’oblio, in un lento genocidio. E che, almeno loro, avevano deciso di non arrendersi.
Il Chiapas cessò di essere l’ultimo angolo del paese per andare a occuparne il centro. Quella stessa notte, pochi lo notarono, cominciava a morire il regime del Pri (il Partito rivoluzionario istituzionale), che aveva governato il paese quasi ininterrottamente per settant’anni.
Le forze armate governative lanciarono una grande offensiva per accerchiare i ribelli nei loro territori: los Altos del Chiapas e le montagne della Selva Lacandona. I mezzi di comunicazione di tutto il mondo rivelarono allora che, alla base di questo modesto esercito contadino che si disinteressava del potere, si trovavavano centinaia di villaggi e comunità che avevano mantenuto il segreto per dieci anni, mentre l’Ezln cresceva nelle montagne e smetteva di essere una guerriglia più o meno tradizionale per divenire parte del popolo, strumento della sua lotta. Insieme, l'Ezln e il popolo indigeno, faranno, a partire dal 1994, un audace salto nella modernità che sorprende e smaschera un paese che si definiva " contemporaneo", se non " di tutti gli uomini", come sognava Octavio Paz, almeno contemporaneo agli Stati uniti. Gli zapatisti segnarono definitivamente la chiusura del secolo. Le loro domande furono adottate e legittimate da più di dieci milioni di indigeni dell'intero paese, e il governo priista si vide costretto a trattare con gli insorti.
Nel 1995, l’ultimo presidente del Pri violò la tregua, occupò militarmente le comunità ribelli e riprese la guerra a "bassa intensità". Da allora, una nuova forma di lotta si impadronì dei giorni e dei territori di migliaia di donne, uomini, bambini e anziani: la resistenza.
L’esercito zapatista tornò sulle montagne da cui era venuto e, dal gennaio del 1994, non ha sparato un solo colpo. A differenza delle guerriglie latinoamericane tradizionali, l’Ezln offre pace mentre chiede giustizia e dignità. Centinaia di simpatizzanti e membri delle basi di appoggio dell’Ezln, tuttavia, sono stati assassinati durante la fragile tregua e, a migliaia, hanno sofferto l’esilio, fino oggi senza ritorno.
In un mondo di tradizioni millenarie sempre mutevoli, nel cuore di un movimento sociale straordinario, i popoli ballano, i giovani si innamorano, i bambini e le bambine entrano nell’incanto del mondo delle immense montagne verdi dove sono nati liberi, e dove oggi sono sotto la minaccia permanente di una guerra di sterminio. Il mais nasce nei campi. Il Popol Vuh, il loro libro antico, dice che i popoli maya sono fatti di mais. Nei campi e nei villaggi, la vita quotidiana fiorisce tra il pericolo e la resistenza attiva, i modi di vivere che devono imparare i popoli zapatisti. Anche in questo modo, gli zapatisti insegnano al mondo ad essere loro contemporaneo. Nessuno in Messico va veloce verso il futuro quanto loro, " i piccoli, i dimenticati di sempre". Il loro tempo avanza tanto in fretta da sembrare trattenuto. E’ la maschera della fretta.
Un altro progresso
In che momento del mondo appare e si sviluppa questo zapatismo? Un fatto storico tanto ripetuto da farsi paradigma è che il "progresso" arriva sempre ai popoli in forma di dominazione, spesso militare e comunque brutale. Perché i confini del nuovo "progresso" cominciano sempre dal potenziale bellico. Senza bisogno di generalizzare troppo, il passato mezzo millennio di "progresso" nel continente americano è stato sistematicamente dominatore, repressore e, molte volte, genocida con i popoli nativi.
Ora si vede che la storia umana è un’interminabile sequenza di finzioni, una sorta di danza letale per i corpi e le menti dei dominati. Un ballo dove i dominati sembrano silenziosi. Almeno questo è ciò che ci si aspetta da loro. Per i popoli, le egemonie nazionali o straniere portano sempre al peggio. Paradossalmente, nel mondo di oggi, parlare di popoli significa in ogni caso parlare di nazioni: un concetto più vasto dell’unione di popoli che la compongono, che così uniti guadagnano poteri e nomi.
Non bisogna confondere le legittime resistenze di liberazione nazionale con le regressioni sociali "giustificate" dal razzismo, dalla religione, o dalla semplice rapina territoriale. Gli avvenimenti accaduti in Bolivia, Ecuador o Messico, dove i popoli insorgono per difendere loro stessi e per difendere la nazione alla quale appartengono, non sono uguali agli orrori del Congo e della Cecenia, o a quello che è successo in Eritrea, Somalia o in ex Jugoslavia (regressione, sì, ma balcanizzante e criminale).
In fondo, tutte le resistenze affrontano oggi una medesima, sola conquista. Nazioni intere distrutte, come l’Afghanistan o l’Iraq, o smembrate a carne e fuoco come la Palestina, il Kurdistan e il Tibet. Con le dovute differenze, per gli indios del sud, essere alla mercè dell’esercito messicano rappresenta la stessa offerta di progresso che portano gli eserciti di Israele, Turchia, Cina, Gran Bretagna, Russia e, prima di tutto e dietro (quasi) tutti, l’esercito imperiale statunitense. La retorica post-salinista [da Salinas de Gortari, presidente del Messico priista ai tempi dell’insurrezione del 1994, ndt], fino ad oggi vigente nell’amministrazione Fox e nelle forze armate, agita il vessilo di morte della balcanizzazione per "mettere ordine", non verso il presunto separatismo ma nella difesa che i popoli ribelli fanno della sovranità nazionale.
Il ventunesimo secolo arriva calpestato dall’impero di Washington e dai suoi satelliti, a una dimensione mai vista prima, una dimensione che per il momento si presume imbattibile. Ma in America latina, e specialmente in Sud Amrica, nascono resistenze nazionali che si stanno mostrando vie percorribili, e dico questo senza eludere il riformismo possibilista. I processi popolari di Argentina, Brasile, Venezuela, come anche i casi di Ecuador e Bolivia, essendo dei laboratori ed essendo in pericolo, reagiscono contro la stessa dominazione globale permessa dalle elites e dal capitale di ciascun paese. Di questo si tratta anche nel movimento zapatista del Chiapas e in buona parte del movimento indigeno messicano. In nome della sovranità, della unità nazionale, gli zapatisti convertono lo "Ya basta!" in qualcosa di molto difficile da sconfiggere: uno stile di vita comunitaria che resiste alla dominazione.
Con la negazione del compimento del minimo di rivendicazioni contenute negli accordi di San Andrés, i successivi governi messicani rivelano la loro intenzioni, niente affatto onorevoli e ancor meno nazionali. I poteri della Unione e delle forze armate sostengono che l’autodeterminazione (che implica lingua, credenze, forme di governo e territori ancestrali) minaccerebbe l’unità nazionale e persino la democrazia. Si tratta di una cortina fumogena per distrarci dai veri pericoli del "libero" commercio controllato dalla metropoli, dalle privatizzazioni, dagli interventi mascherati della mano di Washington che violano quello che è nostro e ciò che in tutto il mondo si rispetta come Messico.
Con i loro limiti e con gli occhi neri, i processi latinoamericani di ribellione, resistenza e autodeterminazione minacciano gli interessi dell’impero. Per di più, quello che avviene nei nostri paesi è una speranza che i popoli decidano da soli, e una lezione per tutti i popoli conquistati del mondo. Un altro progresso è possibile. L’esperienza contemporanea dell’America latina è pacifica ed energica. Che alcuni governi e movimenti alternativi si presentino come esperimenti non significa che da essi non nasca qualcosa di autentico, forte e definitivo.
Il ritorno del subcomandante Pedro
"Vent'anni sono molto pochi. Manca…", così conclude la sua intervista il maggiore Moisés nel libro di Gloria Muñoz Ramirez. Il comandante Abraham, un altro veterano zapatatista, è ancora più esplicito: "Sono passati venti anni, ma stiamo cominciando".
Fa pensare che vedano così le cose alcuni dei più antichi membri dell'organizzazione indigena politico-militare che dieci anni fa disse "Ya basta" e fece suonare il suo allarme la stessa notte che l'"Alto" Messico debuttava in società come paese "del primo mondo". Il salinismo era al culmine del suo successo e del suo potere. E se si cade da molto in alto, è certo che il colpo contro il suolo sarà più forte.
Con una magia mediatica e sociale che essi stessi non immaginavano e che oggi tuttora non riescono a spiegarsi, i combattenti dell'Ezln hanno cambiato le cose una volta per sempre, nel corso di una sola notte di fine anno che si sarebbe prolungata per dodici giorni di guerra. Dopo un anno di resistenza attiva. Dopo sei anni di tradimenti e menzogne. Dopo la fine del governo del Pri. Così, sono passati dieci anni. Quelli della guerra, della resistenza, dell'autonomia, della mobilitazione nazionale e intergalattica, dell'installazione definitiva dei popoli indigeni al centro delle decisioni e della coscienza nazionali.
"Per la verità, non pensavo che avremmo visto tutto questo. Non siamo morti tutti, siamo qui e manca ancora molto", dice il maggiore Moises. "Adesso il popolo del Messico è quello cui tocca decidere che cosa è stato ottenuto e soprattutto cosa manca da fare", aggiunge.
Sappiamo tutti che si tratta di una storia non finita. I due anniversari che si stanno festeggiando sono un punto e a capo, segnato dal caso del calendario gregoriano. Quelli che hanno fondato l'Ezln hanno protetto il segreto nel seno delle comunità indigene per dieci incredibili anni, dal 1983 al 1993, e oggi, dopo altri dieci anni, ancora si meravigliano di essere vivi, e conservano l'anima intatta. Allora, la notte era loro alleata. Oggi lo è anche la luce del giorno.
Hanno sviluppato una prolungata successione di giochi di specchi, che ha cambiato la mappa mentale e fisica della sinistra messicana. In questi tempi di celebrazione e recupero della memoria profonda, gli zapatisti dicono che è il momento giusto per rivelare qualche segreto in più. Ne proteggono ancora molti. Oggi parlano, con calore, di uno dei loro segreti più cari: l'esistenza del subcomandante Pedro, quella leggenda viva in tante delle comunità tojolabales e tzeltales in cui è stato. Un segreto triste e ispiratore, che si mantiene attivo nel ricordo dei combattenti dell'Ezln. Quell'uomo alto e scherzoso che le donne di La Realidad e Guadalupe Tepeyac non riescono a menzionare senza scoppiare a piangere. I bambini che hanno giocato a calcio con lui o che da lui hanno imparato a giocare a scacchi (ancora giocano), oggi sono adulti, padri e madri di famiglia, o insurgentes.
Il "sub" Pedro cadde il primo gennaio del 1994, nella presa di Las Margaritas, abbattuto dai poliziotti che proteggevano il palazzo del municipio che, comunque, venne preso dagli insorti. Maestro e comandante del maggiore Moises, maestro e fratello del subcomandante Marcos, fu in misura importante costruttore dell'esercito indigeno più importante del XX secolo latinoamericano, e di quel portento di organizzazione civile che sono state e continuano ad essere le comunità ribelli della Selva Lacandona, la zona nord, Los Altos e la Frontiera del Chiapas. Abituati a leggere i comunicati del Comitato clandestino rivoluzionario indigeno - Comandancia generale (Ccri-Cg) dell'Esercito zapatista di liberazione nazionale e i diversi scritti di Marcos, e a seguire le notizie, le denunce, le proteste e le inizative, forse ci siamo dimenticati che i popoli, vecchi e nuovi, la loro costruzione di municipi autonomi, le truppe insorgenti che aspettano e vigilano dalle montagne, sono una cosa sola. E che così come le comunità sono andate di battaglia in battaglia, gli insorgenti le hanno seguite, con le armi abbassate, ma ancora in pugno. Di battaglia in battaglia, attenti.
L'aria di festa e di celebrazione di oggi non toglie nulla al fatto che i festeggiati, per quanto festeggiando, sono ancora, minuto per minuto, assediati e minacciati da uno spaventoso apparato militare del governo federale. Che le loro richieste, che oggi sono nazionali, restano inascoltate. Che i giorni della resistenza sono più lunghi dei giorni normali. Che i loro dieci anni sono molti di più di dieci anni normali. Più intensi. Più interessanti. Gli indigeni di tutto il paese, con lingue e accenti diversi, hanno fatto propria la lotta zapatista.
La società della maggioranza messicana, miope e nascosta, non potrà più chiudere gli occhi davanti alla realtà dei popoli indigeni, né alla ricchezza artistica, politica e culturale che portano alla vita nazionale. Né alla loro vita comunitaria, che è il loro capolavoro.
Il maggiore Moises dice del sub Pedro: "Ha fatto tutto quello che doveva fare". Rivela così una concezione della morte che, a ben vedere, è una concezione della vita. La lotta dura quanto dura. Non è né lunga, né corta. È quel che deve essere. Questi zapatisti del Chiapas che, alla vigilia del 31 dicembre sapevano che di lì a pochi giorni sarebbero potuti morire, sono per la maggior parte ancora lì, e sono cresciuti, in tutti i diversi significati del termine. Perciò l'abitudine di festeggiare ballando. Così hanno festeggiato tutte le loro successive sopravvivenze di questi anni. Non riesco a immaginare un migliore riconoscimento per un rivoluzionario che quello di un altro rivoluzionario che dice di lui: "Ha fatto tutto quello che doveva fare". L'espressione potrebbe essere estesa in omaggio al piccolo grande esercito di popoli.
L'apparizione dell'Ezln è stata quello che potremmo semplicemente chiamare uno spartiacque, qualcosa che non si chiude e continua a inventare. Questa storia in corso è un'esperienza indispensabile del presente. E del futuro, quando la storia della ribellione zapatista, anche se continuerà a restare senza conclusione, sarà arrivata più lontano



Risposta di esponenti del movimento all'articolo di Bertinotti su Liberazione

Di fronte al potere violento
non ci basta dirci non violenti



Caro Sandro, cara Rina, la strategia della guerra globale permanente e preventiva non offre scampo ai popoli, agli uomini e donne della terra intera inglobati in uno stato di "terrore permanente" fin dentro gli avamposti occidentali più ricchi e non più sicuri, gli aeroporti. Ma tale terrore non è solo espressione della guerra globale: è sempre più fatto immanente delle società in cui viviamo, espressione di un rapporto di dominio prodotto dal dispiegarsi delle leggi del capitale a cui tutto deve soggiacere pena una repressione sempre più indiscriminata - cosa sono, da ultimi, gli arresti di Roma se non questo? - anzi, pena l'iscrizione d'ufficio nell'albo dei violenti di turno, sempre troppo contigui al terrorismo e quindi da castigare anche con la galera. E' in questa torsione semantica e politica che risiede il rischio maggiore per le lotte di cui siamo protagonisti e che il dibattito, così come avviato dall'intervento di Fausto Bertinotti, contribuisce, purtroppo, ad alimentare. La violenza come fatto intrinseco al sistema dominante, espressione di un rapporto di dominio e di potere - anche quando viene monopolizzata dall'attentato terroristico - finisce per costituire la cifra identificativa delle lotte stesse e dei soggetti che si oppongono allo stato di guerra permanente.

Questa torsione è resa possibile da un'idealizzazione dei concetti che, in luogo di definire ed esprimere fenomeni reali dotati di variabili e sfumature concrete, finiscono per diventare pure astrazioni, private del loro contesto e della loro materialità. Il punto è che il cosiddetto terrorismo, inteso nel senso classico, è un fenomeno storico non una categoria assoluta. E in quanto fenomeno esprime a sua volta forme ed espressioni differenti. Oggi, ad esempio, la sua forma più evidente e visibile è quella di coloro (Al Qaeda in primo luogo) che, mediante il massacro feroce di civili, sembrano rispondere alla guerra permanente con una forma di "guerra a bassa intensità" altrettanto sporca e spietata, cercando di colpire il "cuore" dell'occidente ma avendo in realtà come obiettivo cruciale sopratutto il rivolgimento di alcuni stati arabi, l'Arabia saudita innanzitutto. Ma questo uso del terrore indiscriminato, che non colpisce avversari "militarizzati" e in armi ma per lo più civili inermi, è cosa ben diversa dall'uso del terrore che ad esempio i kamikaze palestinesi fanno nei confronti di Israele: uso che, oltretutto, avviene sotto l'ala oppressiva della sconfitta della lotta pacifica e di massa. E, a sua volta, quell'uso del terrore si differenzia ancora rivolgendosi, a volte, in maniera indiscriminata, contro i civili, ma altre attaccando i coloni, assai militarizzati e violenti nei confronti del popolo palestinese, o, in molti casi, scegliendo obiettivi militari o comunque più classicamente bellici: in questi ultimi casi usare il termine terrorismo piuttosto che quello di resistenza armata diviene una scelta ideologica e di schieramento con effetti assai negativi. E altrettanto ideologico e "di schieramento" è la scelta di un termine o dell'altro nel caso iracheno dove agli attentati di ignota matrice si susseguono vere e proprie azioni militari contro l'occupazione statunitense, o inglese o italiana, che nulla hanno a che fare con il terrorismo, ma che divengono espressioni di una resistenza armata. Tanto più in un contesto che ormai vede veri e propri moti di ribellione di piazza che avvengono ogni giorno e che segnalano quanto sia esteso il rifiuto dell'occupazione militare.

Queste analisi concrete non puntano affatto a sostenere l'uso del terrore, ma servono o aiutano a comprendere la realtà in cui operare per averne una rappresentazione il più possibile esatta. Servono a capire, ad esempio, perché Noam Chomsky può dire che il "terrorista n° 1" sia George Bush e servono a comprendere il ruolo che, in particolare in Italia, ha avuto il terrorismo di Stato scagliato contro i movimenti. Ma tale concretezza di analisi scompare del tutto quando si sceglie la contrapposizione idealistica tra "la Guerra" e "il Terrorismo", quando cioè due categorie analitiche acquisiscono soggettività politica, quasi una vera e propria personalità e un intero apparato organizzato: e vengono utilizzate per descrivere non solo l'esistente ma anche il passato e addirittura l'intero futuro. Così anche il Vietnam diventa un fatto violento esecrabile, schiacciato sulla deriva autoritaria dello stato vietnamita svalutando quell'effetto di "intontimento delle classi dirigente americane", di cui brillantemente parla Mario Tronti, che allora ebbe: e, perchè no, magari anche l'intera attività dei rivoluzionari cubani e dello stesso Che Guevara. La coppia guerra-terrorismo (addirittura come "spirale"), che ad alcuni sembra così efficace nella descrizione del presente, invece lo comprime e lo cancella in una dicotomia astratta. La strategia imperialistica degli Usa punta a questa dicotomia per costringerci a scegliere tra l'una e l'altra: e quindi se sei contro la guerra globale sei per il terrorismo. E' stato così nel caso di Nassirya, anche se abbiamo finito per non accorgercene. Quell'attacco militare contro il contingente italiano - di questo si è trattato come ha sottolineato anche un osservatore non certo a noi vicino, come Sergio Romano - è stato descritto come un fenomeno terroristico, naturale conseguenza dell'opposizione alla guerra. Accettare la dicotomia assoluta, la "spirale" crescente tra i due concetti significa dunque rischiare di assoggettarsi a questa strategia che in ultima analisi punta a delegittimare qualsiasi obiezione, qualsiasi anomalia nella lineare strategia di guerra permanente, qualsiasi "diserzione" che, automaticamente, diverrebbe un passaggio da un campo all'altro dello scontro e non un'alternativa (accusa che infatti Sharon muove ai Refusnik o che, peggio, sostanzia la direttiva europea sul terrorismo finalizzata a redigere una lista "nera" di movimenti di opposizione da considerare fuori legge). Continuare a discernere, a selezionare gli argomenti, a descrivere i fenomeni per quello che sono e rappresentano, rifiutare la falsa dicotomia guerra-terrorismo, ci sembra invece il lavoro più difficile ma anche il più indispensabile per seguire una strada di opposizione all'ordine mondiale che gli Stati Uniti ci vogliono imporre.

Si dice, però, che il mezzo per rigettare quella dicotomia - che nel discorso di Bertinotti non viene smentita, anzi appare condivisa e persino enfatizzata - e sottrarsi alla morsa micidiale della presunta "spirale" guerra-terrorismo sarebbe il rifiuto assoluto della violenza e quindi l'accettazione completa della pratica nonviolenta. Che l'opposizione alla guerra globale permanente sia oggi il movimento di massa su scala mondiale è un fatto ormai acquisito già dalla risposta che questo è stato in grado di offrire dopo l'11 settembre. Non crediamo però che questo possa essere riassunto solo nella pratica non violenta. Intanto anche qui la scelta della terminologia è già una scelta ideologica, politica e persino di schieramento. Spesso i movimenti, le opposizioni sociali sono costrette a un uso della forza che è cosa ben diversa dall'esaltazione della violenza, per praticare forme di autodifesa e di resistenza alla repressione, alla barbarie, allo sfruttamento, al sopruso. Se è vero che non esiste una dicotomia guerra-terrorismo, ma decine di sfumature, variabili, situazioni concrete diverse di caso in caso (a quale categoria iscriviamo lo zapatismo o la resistenza colombiana?), anche per quanto riguarda la scelta di pratiche di lotta esistono modalità molteplici. Tra violenza e non violenza, lo abbiamo dimostrato anche qui in Italia nel movimento e imparato l'uno dall'altro, esiste la disobbedienza, la resistenza, il boicottaggio, il sabotaggio, ecc. E queste a loro volta si esprimono in forme differenziate a seconda dei contesti. Cos'erano, se non questo, via Tolemaide, piazza Da Novi, piazza Dante, piazza Alimonda il 20 luglio 2001 a Genova? Le manifestazioni, le lotte e quindi le pratiche scelte si definiscono in funzione assoluta o invece vanno commisurate agli obiettivi che si scelgono e ai risultati ottenibili?. Violare le "zone rosse" - che ormai costituiscono la frontiera interna della guerra globale - si misura sul tasso di nonviolenza o sul significato che ciò esprime per le lotte stesse, sulla fiducia che si accresce, sulla forza che acquista un movimento? Non si può calare sulle lotte, dall'alto di una definizione astratta, una categoria, la nonviolenza, che ne cristallizza il divenire e rischia di paralizzarne l'azione. Insomma, non si può commettere il rischio opposto a quello degli anni Settanta quando sembrava che una determinata lotta o processo rivoluzionario fossero tanto più degni di nota, quanto più facessero uso della forza (o della violenza). Queste astrazioni vanno lasciate da parte. Le lotte si commisurano sulla base della capacità di mobilitazione, sul tasso di partecipazione e di scelta democratica che sanno garantire; le forme di lotta si definiscono sulla base degli obiettivi che si sono scelti e, in ultima istanza, si giudicano su quanto rafforzano la fiducia in sé stessi, nelle proprie ragioni, su quanto allargano consenso e protagonismo sociale, su quanto evitano forme di "avanguardismo" e di pratica separata ed escludente. Ma naturalmente dipendono anche dall'atteggiamento, e dal grado di violenza dispiegata da chi il potere gestisce. Perchè se così non fosse, dovremmo dire che avevano ragione i nazisti a chiamare "banditen" i partigiani. Mezzi e fini non sono disgiunti nel senso che si scelgono i mezzi migliori per raggiungere i propri fini. I nostri fini sono un mondo senza sfruttamento, senza padroni, senza guerre, democraticamente "governato", in questo senso pacifico e in cui l'eliminazione della violenza è giocoforza un processo da acquisire. Per questo il movimento "no global" non si è mai fatto affascinare dalla violenza gratuita ed è infinitamente "altro" dal terrorismo. Certamente aspiriamo a un mondo senza violenza e a un percorso di lotte il più possibili immuni dalla violenza. Ma l'altro mondo possibile che vogliamo è costruito giorno per giorno, in scelte quotidiane, in lotte quotidiane, spesso difficili, in scontri non voluti ma imposti da leggi ingiuste e dalla repressione. Lotte che non sempre possono scegliere, pena l'immobilismo, tra violenza e nonviolenza, avviluppate come sono dalla violenza del potere: e che in certi casi devono anche autodifendersi. Possono scegliere, invece, di essere partecipate, co-decise, mezzi consapevoli e autodeterminati aventi come fine un mondo migliore.

Piero Bernocchi,
Marco Bersani,
Salvatore Cannavò,
Luca Casarini

Intervista a San Precario
ilmanifesto.it - Movimento 23.11.2004

www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Novembre-2004/art96.html 

Andata e ritorno nella rete di San Precario

Ha l'aureola in testa e un viso da simpaticone. Si chiama «San Precario» ed è diventato l'icona dei gruppi di base che hanno organizzato le tre edizioni della MayDay e la manifestazione del sei novembre a Roma. Cercare di comprendere le ragioni di questa galassia ha portato a cercare di «intervistarlo», attraverso domande inoltrate a un gruppo di discussione su Internet

Le risposte hanno spaziato dalla crisi della democrazia al mercato del lavoro, dalla proprietà intellettuale alla crisi del welfare state. Restituendo lo spaccato di una realtà che rifiuta l'immagine stereotipata del precario come marginale e le rappresentazioni esterne. E che sostiene la necessità di spazi e parola comuni

BENEDETTO VECCHI

«San Precario è uno, trino, molteplice». Comincia così la risposta di uno strano personaggio che circola da alcuni mesi su Internet e nelle strade e piazze italiane. Il suo nome è San Precario ed è diventato l'icona di alcuni gruppi di base che da anni si sono mobilitati contro la precarietà, una condizione prima letta e interpretata a partire dal rapporto di lavoro per poi essere estesa a quell'insieme di consuetudini, diritti sociali, forme di vita cresciute e maturate nelle società europee in questi ultimi quarant'anni. Ma San Precario è solo una figura scherzosa, sarcastica e volutamente allusiva di una indisponibilità a considerare la precarietà come una condizione «naturale» dell'esistenza. E tuttavia è un personaggio che guarda con sospetto qualsiasi lettura «identitaria» della sua esistenza. Semmai la sua funzione, ama ripetere, è di invitare a riflettere su come si vive e si lavora nell'Italia del nuovo millennio per cercare vie d'uscita per i precari di nuova e vecchia generazione: vie d'uscita «innovative» dal punto di vista politico e capaci di sovvertire un immaginario collettivo dove la figura del «ribelle» è coccolata dall'industria culturale solo per promuovere merci culturali di dubbia qualità.

Cercare di intervistarlo è un'operazione che costringe a fare i conti con sensibilità e punti di vista politici assai eterogenei, accomunati però dal rifiuto di un principio assai caro alla cultura politica del movimento operaio, quello della rappresentatività. Il modello organizzativo è, infatti, quello della rete, della presa di parola collettiva, di rifiuto della delega. Fare i conti con questa galassia, che non esita a proporre una «Grande alleanza precaria» che condizioni l'agenda politica di tutte le forze politiche, significa addentrarsi su un terreno pressoché sconosciuto ai più. Così accade di trovarsi di fronte a riedizioni inedite del pensiero libertario, di un marxismo eterodosso, ma mai ossificato, a un democraticismo radicale, nonché a un terzomondismo innovato dall'esperienza del «movimento dei movimenti».

Ad esempio, in un gruppo di discussione (neurogreen@liste.rekombinant.org) che ha avuto a che fare con San Precario, una domanda su quali testi consigliare per capire la crisi della democrazia nelle società capitaliste ha prodotto un elenco di libri che va dalla Ribellione delle élite di Christopher Lasch (Feltrinelli) alla Postdemocrazia di Colin Crouch (Laterza), dalla Società in rete di Manuel Castells a Moltitudine di Michael Hardt e Toni Negri (Rizzoli), dai testi di Amartya Sen a Grammatica della moltitudine di Paolo Virno (DeriveApprodi). Insomma, un insieme variegato di autori che segnalano come San Precario sia un personaggio curioso e di difficile catalogazione dentro le coordinate usate da gran parte dei media per leggere e interpretare i movimenti sociali.

L'intervista è avvenuta in rete, più precisamente nella mailing list precog@inventati.org. A rispondere sono stati attivisti milanesi, romani, palermitani, napoletani e altri per nulla interessati a segnalare la città dove vivono. Tutti, però, hanno preferito che il nome collettivo di San Precario fosse usato per dare voce a quella galassia di collettivi, sindacati di base che da alcuni anni sta lavorando per costruire una rete nazionale sulla e contro la precarietà. E', infatti, all'interno di questa galassia che sono nate le tre edizioni della MayDay milanese e la recente manifestazione del 6 novembre a Roma. Quella che segue, dunque, è l'elaborazione delle loro risposte, usando una tecnica oramai consolidata del cut and paste, introdotta molti lustri fa dallo scrittore americano William Burroughs.

C'è chi parla di precarietà solo a partire dalla crescita numerica dei rapporti di lavoro cosiddetti «atipici». Mi sembra, invece che preferisci un'altra prospettiva. Nel tuo discorso emergono piuttosto riferimenti all'assenza di diritti sociali e una concezione della prestazione lavorativa molto articolata. Capita, infatti, di leggere che nel lavoro solo entrate altre facoltà dell'essere umano, quali il linguaggio, le capacità inventive, lo spirito innovativo...

Occorre certamente partire dalla constatazione che la prestazione lavorativa non si è modificata solo giuridicamente o quantitativamente, ma anche e soprattutto qualitativamente, investendo tutta la vita. E' per questo che la condizione di precarietà non solo è universale (interessa anche chi non è di fatto un precario: ma sino a quando?), ma esistenziale. Il meccanismo di controllo della forza lavoro non è più solo disciplinare (meccanismo necessario quando lo strumento di lavoro è il «corpo fisico»), ma è sempre più sociale e indiretto. Ciò è necessario soprattutto quando il lavoro coinvolge tutte le facoltà umane. Non è certo un azzardo teorico affermare che la creazione di immagini stereotipate da parte delle nuove tecnologie comunicative e dai media è di vitale importanza nel processo di accumulazione capitalista. Se analizziamo questo fatto all'interno di un dispositivo teso a far introiettare meccanismi di autocontrollo, il discorso forse appare più chiaro. La produzione di immaginario è vitale per definire i meccanismi di controllo dei comportamenti collettivi, ma allo stesso tempo risponde a una logica economica profonda. Alcuni studiosi hanno parlato di «economia dell'attenzione» o di «economia del logo»: espressioni che indicano che la produzione di immaginario è un'attività produttiva e, al tempo stesso, un sofisticato sistema di controllo dei comportamenti collettivi.

Ma torniamo alla domanda. Il trattato di Lisbona sottoscritto nel 2000 dai paesi dell'Unione europea prevede che il vecchio continente diventi, entro il 2010, lo spazio politico e economico in cui sia dominante un modello di società definito della «conoscenza». Anche se l'Europa appare molto lontana dal raggiungimento di questa meta (basti pensare alla riduzione delle risorse destinate alla formazione), la questione del sapere rimane comunque centrale nelle politiche dell'Unione europea e degli stati nazionali. E questo vale anche per gli Stati uniti. Ad esempio, le grandi imprese statunitensi comprano i «cervelli» in India pagandoli meno che negli Usa, ma uno dei vincoli posti è che non lavorino con altre aziende. Questo outsorcing della conoscenza si basa sulla precarizzazione, un elemento, quest'ultimo, funzionale a modelli organizzativi flessibili della produzione come è il noto just in time.

In sintesi, qualunque riflessione sulla precarietà rimane «monca» se non include tra i suoi presupposti la presa d'atto che nel sistema economico la dimensione linguistica della produzione è tanto importante quanto quella «materiale». In questo senso si fa spesso riferimento a concetti come «lavoro immateriale» o, come dicevo prima, «economia dell'attenzione». All'interno di questo tipo di organizzazione economica, qualunque produzione discorsiva, innovazione linguistica, pratica sociale o moda culturale subisce una sorta di «privatizzazione», perché gli viene sovrapposta un logo per venire rivenduta agli stessi che l'hanno prodotta. Non è più tanto una questione di monopolio dei mezzi di produzione, quanto della capacità di trarre profitto dalla creatività sociale diffusa, di trasformare in un brand qualunque fenomeno prodotto dall'immaginario sociale. In questo senso il lavoro creativo e immateriale diventa un aspetto centrale della produzione. Ma in virtùù della sua natura particolare il lavoro creativo è un lavoro socialmente diffuso, collettivo e che nonostante la riorganizzazione dei luoghi esplicitamente deputati alla produzione mirata a irreggimentare tale aspetto, non è collocabile all'interno di un orario di lavoro predefinito. Si tratta di una produzione collettiva sistematicamente espropriata dalle imprese senza alcuna contropartita.

Ed è per questo motivo che il rifiuto della proprietà intellettuale diventa un tema forte nelle recenti mobilitazione dei precari?

Partiamo dalla constatazione che è in corso un gigantesco processo di privatizzazione di ciò che è sempre stato comune: l'acqua, la conoscenza, l'informazione. Per questo, la riappropiazione di ciò che era appunto comune passa attraverso il rifiuto delle norme sui brevetti, sul copyright per affermare il diritto alla libera circolazione e condivisione del sapere. E' un rifiuto che prevede la violazione delle norme e leggi sulla proprietà intellettuale, ma anche la costruzione di momenti di produzione decisamente no-copyright. Ultimamente, alcuni studenti hanno fotocopiato libri e distribuito software protetti dal diritto d'autore. E' una violazione della legge, ma afferma il diritto universale alla conoscenza e al sapere.

Insomma, la violazione della legalità è rivendicata fino in fondo. Eppure, le azioni condotte il sei novembre a Roma hanno provocato una reazione negativa da parte delle forze politiche tutte e dagli organi di informazione.....

Far passare una problematica sociale come un semplice problema di ordine pubblico, beh è un brutto film che in Italia è stato proiettato troppe volte. Con quelle azioni si voleva colpire l'immagine di imprese che fanno profitti attraverso l'uso intensivo di lavoro precario. L'obiettivo, vale la pena ripeterlo, era una autoriduzione del 70 per cento sui prezzi delle merci e dei beni in vendita. Era stato stabilito anche un «paniere precario» che poteva essere distribuito come «dono» da parte del supermercato e della libreria coinvolte nelle azioni. In programma, c'era anche la volontà di stabilire un rapporto con i lavoratori che spesso sono precari. Possiamo discutere se questi obiettivi sono stati raggiunti in maniera ottimale o meno, ma è altrettanto vero che è accaduto quello che ha scritto il Corriere della sera: molti si sono gettati sui beni e merci esposti e se li sono presi.

Il problema, allora, non è la rottura della legalità, ma la capacità di comunicare i motivi di un'azione, rivendicandone la legittimità. Se poi qualcuno parla di sopraffazione o di prevaricazione, dovrebbe informarsi meglio prima di dare giudizi avventati.

Allora, la precarietà è una condizione che coinvolge l'esistenza. E cioè una realtà che non può essere presentata come un bollettino meteorologico: c'è cattivo tempo (la precarietà), ma domani tornerà il bel tempo (lavoro a tempo indeterminato). Quale può essere un sistema di norme che accetti il cambiamento avvenuto nella produzione della ricchezza?

Bisogna rompere la gabbia del ricatto, rendendo la flessibilità una scelta. Per far questo, vanno inventate pratiche di riappropriazione e forme di conflitto riproducibili, mettendo in piedi nuove alleanze sociali e percorsi di liberazione che rompano con la ricattabilità del bisogno. Abbiamo davanti una precarietà esistenziale contro la quale rivendicare nuovi diritti dentro la riconfigurazione di un'avanzata cittadinanza sociale. A partire da un reddito garantito e incondizionato, slegato dalla prestazione lavorativa, attraverso una quota monetaria diretta e una indiretta sotto forma di «servizi»: casa, salute, sapere, trasporti. Un reddito di cittadinanza per combattere il ricatto e l'emarginazione. Un reddito di mille euro al mese, per tutti i disoccupati, precari, migranti e garantiti, per rifiutare il lavoro e scegliere i desideri, per rifiutare la nocività e scegliere la qualità della vita, per rifiutare di lavorare per la guerra globale e scegliere la cooperazione sociale.

Capisco la proposta di un reddito di cittandinanza, ma tra i precari c'è chi parla della priorità di un sistema, come è stato definito, di «flexicurity»?

Non è un problema nominale. Quando si parla di sperimentazione, vuol dire che non c'è una ricetta bella e pronta all'uso. Si può dunque parlare di obiettivi intermedi, di un'articolazione delle proposte che tengano conto di ciò che è già accaduto nella realtà, cioè di una moltiplicazione di figure lavorative, tipologie contrattuali. E allora vale la pena di rivendicare garanzia di reddito diretto e indiretto, di lavorare alla semplificazione delle tipologie contrattuali del lavoro, di definire diritti minimi sul lavoro (ferie, maternità, previdenza, salute, non discriminazione). Ma ciò significa che è centrale la dimensione «territoriale» delle azioni di aggregazione dei precari. Recentemente, si è fatta strada l'idea dei punti di San Precario. Possiamo chiamarli così o anche in altri modi, come già avviene, ma è certo che sono luoghi di informazione e consulenza, ma anche momenti di comunicazione, di trasmissione di esperienze, di ritrovo ludico dei precari. In ogni caso, possono essere i luoghi dove è possibile individuare la controparte e i suoi punti deboli.

Viviamo in anni in cui viene annunciata la cattiva novella che il welfare state è finito. Invece, va affermato il valore politico di una nuova, buona novella: il welfare state va difeso ed esteso. Quando si parla di diritti sociali di cittadinanza si parla della difesa di una forma di vita che rifiuta il pensiero dominante secondo il quale la casa, i trasporti, la salute, la pensione, l'acqua e il sapere sono merci che si acquistano secondo le leggi del mercato. Non vogliamo però solo difendere il welfare state così come è stato costruito nei decenni scorsi. Il realismo porta a dire che lo stato sociale va allargato, modificato alla luce dei cambiamenti avvenuti nel mercato del lavoro e nella forme di vita maturata all'interno di quella realtà. Provocatoriamente, si potrebbe dire che bisogna partire dalle promesse di universalità presenti nelle proposte di Lord Keynes e di Lord Beveridge per affermare il diritto alla continuità di reddito, livelli salariali certi - il salario come variabile indipendente -, indennità di malattia, ferie garantite, congedo di maternità, accesso al sapere, diritto alla formazione continua. E l'elenco potrebbe continuare a lungo, perché il diritto da affermare è all'esistenza.


Niente è più efficace della tortura 

di Naomi Klein

Come dichiarano i soldati sotto accusa per i crimini di Abu Ghraib, 'la tortura è lo strumento più efficace per ottenere il controllo sociale'
Recentemente mi è capitato di intravedere gli effetti della tortura durante un incontro in onore di Maher Arar. Si tratta del canadese di origine siriana, più noto al mondo come vittima della pratica della ‘rendition’ (‘restituzione’), cioè dei nuovi metodi americani di affidare a stati esteri il compito di torturare i loro prigionieri. Arar si trovava all’aeroporto di New York per un cambio di aereo quando i funzionari USA lo hanno trattenuto e poi ‘restituito’ alla Siria. Lì è rimasto dieci lunghi mesi, in una cella non più grande di un loculo, da dove veniva prelevato solo per essere picchiato.

Il Canadian Council on American-Islamic Relations, che è una importante organizzazione per la difesa dei cittadini, lo voleva onorare per il coraggio che aveva dimostrato. Il pubblico presente gli ha tributato una lunga e sincera ovazione in piedi, però nell’aria si respirava anche un certo timore. Molti dirigenti delle varie organizzazioni si sono tenuti a una certa distanza da Arar, e gli hanno risposto solo vagamente. Qualche oratore non è stato capace nemmeno di pronunciare il nome dell’ospite d’onore, come se avesse qualcosa di contagioso. Forse avevano ragione: Arar è finito in una cella infestata dai topi per l’accusa, sostenuta da una tenue ‘prova’ in seguito svanita, di “associazione”. E se questo può capitare ad Arar, un tecnico software di successo e padre di famiglia, chi può sentirsi al sicuro?

Durante uno dei suoi rari discorsi Arar ha affrontato direttamente l’argomento paura. Ha affermato che un commissario indipendente ha cercato di raccogliere le prove che la polizia non esita a infrangere le regole quando si tratta di indagare sui Musulmani Canadesi. Il commissario ha sentito decine di storie di minacce, molestie e visite domiciliari irregolari. Però, ha detto Arar: “nessuno si è lamentato pubblicamente. La paura glielo ha impedito.” La paura di essere il prossimo Maher Arar.

Negli Stati Uniti, fra i musulmani, la paura è ancora più forte. Il Patriot Act consente alla polizia di sequestrare i registri di moschee, scuole, biblioteche o gruppi associativi qualunque con la semplice scusa di legami terroristici. Quando questa sorveglianza continua si affianca all’onnipresente terrore della tortura il messaggio diventa subito chiaro: siete sotto sorveglianza, il vostro vicino può essere una spia, il governo può sapere tutto di voi. Se fate qualcosa di sbagliato potreste scomparire all’interno di un aereo diretto in Siria, oppure in “quel buco nero che è Guantanamo”, per prendere in prestito una frase di Michael Ratner, il presidente del Centro per diritti costituzionali.

Però questa paura dev’essere modulata in modo delicato. La gente da spaventare deve sapere quanto basta per essere spaventata ma non tanto da pretendere giustizia. Ecco perché il Ministero della Difesa fa capire che non tutto quello che avviene a Guantanamo è regolare, per esempio con le foto dei prigionieri in gabbia, però non permette che ci siano foto come quelle sfuggite ad Abu Ghraib. Ecco perché il Pentagono ha approvato un libro di un ex interprete militare, consentendogli di parlare degli abusi sessuali sui prigionieri, ma vietandogli di fare cenno alla pratica diffusa di far assalire i prigionieri dai cani lupo. Questa stillicidio studiato delle notizie, combinato con le smentite ufficiali, produce uno stato d’animo che in Argentina è stato descritto come: “sapere/non sapere”, un ricordo della loro “sporca guerra.”

“Naturalmente, gli agenti dei servizi segreti sono portati a nascondere i loro metodi illegali, - riferisce un rappresentante dei diritti civili americani, Jameel Jaffer, - ma, allo stesso tempo hanno interesse a farlo sapere, in quanto, in un certo senso, possono trarre beneficio dal fatto che la gente sappia che essi sono disposti a contravvenire alle leggi. Se la gente si rende conto del tipo di minacce e della loro credibilità, allora essi ne possono approfittare.”

E le minacce sono arrivate a destinazione. In una denuncia presentata contro la sezione 215 del Patriot Act, da parte dell’associazione per la difesa dei diritti civili, Nazih Hassan, presidente della Comunità Musulmana di Ann Arbor, Michigan, ha ben illustrato il nuovo clima che si è creato. Non ci sono più iscrizioni, la partecipazione è diminuita, i contributi in denaro sono calati, i membri della direzione si sono dimessi, secondo Hassan tutti hanno paura di fare qualcosa che li possa mettere in qualche elenco di sospetti. Un socio ha testimoniato, anonimamente, di “aver cessato di parlare di politica o società” per paura di attirare l’attenzione su di sè.
Ecco il vero scopo delle torture: spargere il terrore, non soltanto fra la gente in prigione a Guantanamo, o nelle celle di isolamento siriane ma anche, e soprattutto, fra tutti quelli che sentono parlare di questi abusi. La tortura è un meccanismo concepito per spezzare la volontà di resistenza, non solo del singolo individuo in prigione, ma sopratutto della collettività in genere.

Il punto non è controverso. Nel 2001 è stato pubblicato uno studio, da parte di una organizzazione di medici per i diritti umani sui prigionieri sopravissuti alle torture, nel quale si leggeva: “ i carnefici spesso tentano di giustificare i loro metodi di tortura o di maltrattamento con la necessità di avere delle informazioni. Questa giustificazione nasconde il vero scopo della tortura… Lo scopo è quello di disumanizzare la vittima, di spezzare la sua volontà, e, allo stesso tempo, di fornire degli esempi spaventosi a coloro che vengono in contatto con le vittime. In questo modo la tortura può spezzare o comprometter la volontà e la coesione di intere comunità.”

Malgrado tutto ciò sia ormai noto, negli Stati Uniti si continua a dibattere sulla tortura come una semplice questione morale se sia lecito o meno ricavare informazioni in quel modo, e non come strumento di intimidazione e terrore di stato. Però c’è un problema: nessuno afferma che la tortura sia un efficace mezzo di interrogatorio, e meno di tutti quelli che la praticano. Il 16 febbraio scorso il direttore della CIA, Porter Goss, ha testimoniato davanti al Senato che la tortura: “non funziona. Ci sono metodi più efficaci per trattare i prigionieri.” In una pubblicazione, recentemente declassificata, un funzionario del FBI in servizio a Guantanamo afferma che metodi estremi di coercizione non hanno prodotto “più di quanto l’FBI riesce a ottenere con le tecniche investigative normali.” Lo stesso manuale dell’esercito recita che la forza: “costringe la persona a dire tutto quello che egli pensa che gli interrogatori vogliano sapere.”

Ed ecco che gli abusi cominciano a moltiplicarsi. L’Uzbekistan è la nuova meta delle ‘restituzioni’; il “modello El Salvador” viene importato in Irak. L’unica spiegazione ragionevole del diffuso e continuo uso della tortura viene da una fonte a sorpresa: Lynnie England, il soldato sotto accusa per gli atti di Abu Ghraib. Quando nell’affazzonato processo le è stato chiesto perché lei e i suoi colleghi avevano obbligato i prigionieri a denudarsi e a costruire una piramide umana, ha risposto: “Era un mezzo per metterli sotto controllo.”

Proprio così. La tortura come mezzo di interrogatorio non dà risultati. Ma se si tratta di ottenere il controllo sociale allora non c'è niente di meglio.

Fonte: http://www.thenation.com/doc.mhtml?i=20050530&s=klein
Traduzione di Vichi per http://www.comedonchisciotte.org

http://www.nuovimondimedia.com/sitonew/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=1216&topic=28


da www.selvas.org 

MEXICO: La resistenza di OAXACA

Corpulento, barbuto, con i capelli lunghi, Flavio Sosa è forse il più noto dirigente della Appo, la Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca. Sicuramente il più visto in televisione. Quarantenne, fenotipo perfetto del compagno, si dichiara di discendenza contadina ed è originario di San Bartolo Coyotepec, un paesino di ceramisti vicino a Oaxaca famoso per i suoi oggetti in argilla nera (e per ospitare il “governo in esilio” di Ulises Ruiz). Ora Flavio, i suoi fratelli e altri compañeros della direzione collettiva sono stati arrestati dalla "Polizia Federale Preventiva" con una grande campagna mediatica, quattro giorni dopo l'elezione del nuovo "Presidente dimezzato" del Messico, nel pieno di una repressione poliziesca senza precedenti.  Ecco per i lettori di Selvas.org la versione integrale dell'intervista, apparsa in forma ridotta il 14 novembre sul quotidiano Il Manifesto.

Intervista a Flavio Sosa membro della Direzione Collettiva della APPO

"Il dialogo è urgente, ma senza una pistola alla tempia"


Di Claudio Albertani e Gianni Proiettis

(13 novembre 2006)

Flavio Sosa non ha solo il dono di convincere le assemblee - non sempre, ride lui - ma anche quello di unire l'azione alle parole. Malgrado i vari mandati di cattura che pendono sulla sua testa e le continue minacce dei sicari del governo, non c'è manifestazione in cui non stia alla testa del corteo. Nella storica battaglia dell'università, il 2 novembre, lo si è visto dribblare i lacrimogeni con l'agilità di una ballerina.
All'appuntamento davanti all'ex-convento di Santo Domingo arriva con un leggero ritardo, vestito di nero blackblock.


Come è nata la Appo?
Fin dall'epoca preispanica, esiste in Oaxaca una grande tradizione di assemblee. Nelle comunità, l'assemblea popolare è la massima autorità. La Appo nasce con la pretesa di essere l'assemblea delle assemblee, come fra gli zapotechi, i mixtechi, i mixe e gli altri popoli originari dello stato. La Appo nasce, dopo la brutale repressione contro il movimento degli insegnanti del 14 giugno scorso, come un esercizio di democrazia partecipativa fra diversi popoli, comunità, organizzazioni interessati a partecipare nel movimento.

Ê vero che la Appo è formata da più di 350 organizzazioni?
Sì. In un primo momento, hanno aderito organizzazioni comunitarie e di quartiere, poi sindacati e confederazioni sindacali, oltre a organizzazioni della società civile, ong e perfino associazioni di autorità indigene e unioni di professionisti. Ci sono molte componenti. Fra il 10 e il 12 novembre abbiamo realizzato il nostro primo congresso, quello di fondazione della Appo, per darci una struttura organica e una maggiore solidità, con una piattaforma di principi. All'origine, la Appo è stata una risposta popolare all'aggressione scatenata contro gli insegnanti in sciopero e la ricerca di un obiettivo comune, che è la caduta del governatore Ulises Ruiz. In seguito, è maturata l'idea di batterci non solo per abbattere il governatore, ma per cercare di trasformare la struttura giuridica del nostro stato, per riformare le leggi vigenti, costruendo le basi di una nuova relazione società-governo. In questa prospettiva abbiamo organizzato due incontri molto interessanti con la partecipazione di intellettuali, accademici, religiosi, dirigenti di varie organizzazioni per discutere le riforme di cui Oaxaca ha bisogno, verso dove deve dirigersi un progetto di nuovo stato, che tipo di governo vogliamo. Ci sono già state due grandi discussioni con delle conclusioni, delle proposte. Questo è uno dei binari su cui corre la Appo. L'altro binario è quello delle mobilitazioni, che lo hanno trasformato in un movimento pacifista, ma che ha avuto la capacità di rispondere ad aggressioni come quella che abbiamo subìto da parte della Policia Federal Preventiva.


5 dicembre 2006: l'arresto di Flavio Sosa davanti alle telecamere. Foto tratte da http://nyc.indymedia.org


Come si è formata la sua direzione e in che relazione sta con la base?
La direzione è emersa da un'assemblea generale, quella del 20 giugno. Ê una direzione che chiamiamo “collettiva provvisoria”. Nel congresso che abbiamo tenuto le abbiamo dato un carattere più stabile. Vi sono rappresentate sia le diverse regioni che le organizzazioni più attive nel movimento, perché di fatto ci sono differenti livelli di partecipazione. C'è chi è presente a momenti, si ritira per un po' e torna a partecipare quando ci sono manifestazioni e presidi, a seconda dell'impegno e delle possibilità di ogni organizzazione. Alcune sono ubicate in regioni lontane e in quei casi non è facile rimanere permanentemente in città. La popolazione dello stato è molto dispersa geograficamente, per arrivare dalla costa ci vogliono 10 o 12 ore di viaggio, lo stesso per raggiungere alcune regioni della Sierra. Quelle organizzazioni non possono mantenere rappresentanti permanenti qui in città. Si sono fatti molti sforzi, ma la regionalizzazione della Appo non è ancora molto consolidata. Stiamo lavorando proprio a questo, a far arrivare la Appo a tutte le comunità.


Che può dire sul dialogo iniziato in questi giorni nella biblioteca dell'ex-convento di Santo Domingo?
All'inizio si era pensato a uno spazio di dialogo fra la Appo e la società civile. L'idea era nata per cercare di fermare le aggressioni quando è arrivata la Policia Federal Preventiva e ha cominciato a irrompere nelle case per arrestare i dirigenti popolari di alcune borgate. Abbiamo pensato che bisognava fermare l'aggressione, per questo è sorta l'idea del dialogo, che in un primo momento si pensava nella cattedrale. Lo abbiamo proposto alle autorità ecclesiastiche di Oaxaca e loro ci hanno posto delle condizioni. Malgrado le considerassimo eccessive, abbiamo accettato, perché la pace a Oaxaca è una necessità urgente. In un secondo momento, però, dopo la battaglia dell'università, è cambiato il rapporto di forze, l'animo della gente e, a livello nazionale, la prospettiva su Oaxaca. Con la vittoria sulla Policia Federal Preventiva, c'è una situazione politica che mette in discussione l'esistenza stessa della PFP. A che serve una polizia antisommossa che non riesce a controllare una sommossa? Questo ci pone in una nuova situazione nella lotta politica nazionale e pensiamo sempre che è urgente la ricerca della pace ma non stiamo più sulla difensiva. Ora possiamo passare all'offensiva e lo abbiamo dimostrato con la grande manifestazione di domenica scorsa.

Che vi aspettate dal dialogo che è appena iniziato?
Pensiamo che è uno spazio importante, che aiuterà a trovare un cammino verso la pace e la riconciliazione. Ma non abbandoniamo il terreno della mobilitazione popolare, su cui continuiamo a premere con forza. Abbiamo anche avanzato una proposta di dialogo diretto con il presidente Fox ma esigiamo che i nostri prigionieri siano posti in libertà e che se ne vada la PFP. La soluzione del conflitto è vincolata alla destituzione di Ulises Ruiz e agli accordi che vanno presi per trasformare Oaxaca.

Ha senso dialogare con un presidente agli ultimi giorni del suo mandato?
Per noi il dialogo è urgente, ma in condizioni di libertà e senza una pistola alla tempia. Fino all'ultimo giorno del mandato c'è la possibilità di risolvere il problema. La nostra esigenza irrinunciabile è che se ne vada il governatore. In quel momento, si abbasserebbe la tensione in Oaxaca e si darebbero le condizioni per dialogare in un ambiente meno conflittivo.

Non credete che se il Pri toglie Ulises Ruiz può mettere un altro personaggio dello stesso tipo?
Non è possibile, gli oaxaqueños non lo permetterebbero e il governo lo sa. Il giorno in cui cadrà Ulises Ruiz a Oaxaca si farà una grande festa. Molta gente che finora non si è manifestata a nostro favore scenderà in strada dicendo:”Abbiamo vinto! Io stavo con voi.” È un fenomeno che abbiamo già osservato in occasione delle manifestazioni. La gente non partecipa all'inizio ma quando si vede in quel grande specchio che sono le "mega-marchas" finisce per aderire.


5 dicembre 2006 - ore 19.30 circa: Flavio Sosa, con i suoi due fratelli Horacio e Ignacio e il compañero Marcelino Coache. Foto tratte da http://nyc.indymedia.org

È stata una scelta precisa quella di non utilizzare armi?
Certo. Abbiamo dato indicazione alla gente di non usarle. Ma non rinunciamo neanche al diritto all'autodifesa. Se ci aggrediscono, rispondiamo con quello che abbiamo a portata di mano.

Quali sono attualmente i rapporti fra la Appo e la sezione 22 del sindacato degli insegnanti, dopo che quest'ultima ha firmato un accordo con il governo?
Noi rispettiamo quell'accordo. Che ci piaccia o no, abbiamo l'obbligo di rispettarlo e lo faremo. Sappiamo che gli insegnanti sono molto impegnati nel movimento e non lo tradiranno. Tra l'altro, le lezioni sono riprese in alcune regioni ma non in tutte.

Come vorreste che si integrasse il tavolo dei negoziati?
Come uno spazio a cui partecipino organizzazioni, intellettuali, imprenditori e tutti quelli interessati a trovare soluzioni ai problemi di Oaxaca. Non vogliamo un dialogo bilaterale, ma multilaterale. Pretendiamo di dire quello che pensiamo e che fra tutti si arrivi a una conclusione su quale è il cammino per cui a Oaxaca ci sia pace, se ne vada la polizia e Ulises Ruiz. Per lo meno, questo è il nostro obiettivo. Quello che ci aspettiamo dal dialogo sono buon senso, proposte e una profonda riflessione. Nessuno con un minimo di discernimento può dire che a Oaxaca non c'è bisogno di riforme, di un regime diverso che smetta di fabbricare poveri. Vedremo se riusciremo a capirci.

C'è stato un momento in cui la Appo ha avuto una specie di controllo politico della città. Può raccontare qualcosa di quella esperienza?
Alcuni sono arrivati a chiamarla “la comune di Oaxaca”. A fine agosto, inizi settembre si arrivò a pensare all'esercizio di una sorta di governo popolare. Si parlava addirittura dell'emissione di bandi di governo, perché il movimento stava dovunque e si sentiva la sua forza. Però considerammo che era un processo che, una volta scatenato, sarebbe stato difficile fermare. In altre parole, se avessimo cominciato ad assumere il governo in varie sfere della vita pubblica, la gente poi non sarebbe stata capace di porsi limiti. Abbiamo pensato che il processo dovesse essere più solido. C'era un settore molto escluso della società che stava portando avanti un discorso troppo radicale, che avrebbe finito per escludere a sua volta altri settori e noi non condividiamo questo interesse. Noi siamo per una ripresa della vita istituzionale da un punto di vista legale, trasformando le leggi.
Vogliamo fare un movimento riformatore che risulti rivoluzionario grazie alla profondità delle riforme. E gettare le basi di una nuova relazione società-governo e nuove basi di sviluppo della società, dandogli un fondamento giuridico, ma pensiamo che questo non passa nell'immediato per l'esercizio di un governo popolare e democratico. La via è quella di riformare la vita giuridica e, per questo cammino, conquistare il potere attraverso la mobilitazione e la democrazia diretta e partecipativa. Parlammo, per esempio, della pubblica sicurezza e della nettezza urbana, che erano questioni emergenti. Si arrivò a proporre di riaprire il palazzo di governo ma, dopo una profonda discussione, si concluse che non era il miglior momento. Siamo per la caduta del governatore e per le riforme e, a medio termine, per la conquista del potere popolare e democratico.

Pensate di trasformarvi in una sorta di partito politico?
Non sappiamo in che direzione andrà la discussione, si tratta di ascoltare quello che dice la base. Questo movimento nasce come una risposta a un'aggressione brutale ma, subito dopo, comincia a questionare tutto.
Questiona i mezzi di comunicazione e ne fa suoi alcuni. Questiona le forme tradizionali di fare politica e pretende di proporne delle nuove. Questiona i partiti politici e non permette a nessuno di loro di dirigerlo. Questiona perfino i gruppi dirigenti e genera una direzione collettiva. Questiona un mal governo e propone di abbatterlo. A quel punto comincia a conformarsi come un movimento antisistemico e allarma la classe politica. Come è possibile che una lotta di piazza metta in questione praticamente tutto lo status quo, il modo stesso di far politica?

È vero che ci sono mandati di cattura per l'intera direzione della Appo?
È vero, sembra che siano più di 300 mandati di cattura. Ultimamente, abbiamo saputo che esiste un nuovo mandato di perquisizione pronto per Radio Universidad, alla ricerca di armi e per arrestare alcuni dirigenti. Noi ci limitiamo a non andare alla radio, per non fornire pretesti. La repressione è stata permanente, hanno sparato contro le case dei principali dirigenti della Appo, hanno fatto irruzioni in vari domicili. È terribile, sembra una novella nera. Ulises Ruiz ha fatto del terrore una pratica politica. Agisce sia attraverso la polizia che utilizzando sicari. Usa anche dei giudici per far imprigionare attivisti con false imputazioni. C'è una radio, Radio Ciudadana, che noi chiamiamo Radio Mapache, che esorta a perseguitare i dirigenti della Appo, ci segnalano, dicono i nostri indirizzi. Ci sono addirittura due pagine in internet che pubblicano calunnie contro di noi. La cosa più grave è che cercano di vincolarci con la guerriglia o con il narcotraffico. Vogliono relazionarci con attività criminali, con armi di grosso calibro. Usano perfino specialisti in propaganda sporca. Ma questo è un movimento popolare, è come le lotte di strada in qualunque parte del mondo.

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Come pensate di articolare la vostra lotta con gli altri due grandi movimenti che esistono in Messico, quello zapatista e quello che appoggia Andrés Manuel Lopez Obrador?
Qui a Oaxaca Amlo ha stravinto. È triste ammetterlo, ma questo non rientra fra le nostre priorità. La nostra lotta dura già da sei mesi e la gente vuole che Oaxaca torni alla normalità. Certo, l'impegno è anche per la trasformazione democratica del paese e vedremo come renderlo effettivo, ma la nostra priorità è risolvere la situazione di Oaxaca. Ulises Ruiz ha lacerato fortemente il tessuto sociale. La gente ha perso posti di lavoro, gli insegnanti non sono tornati a scuola, le comunità hanno gravi problemi, il settore della sanità è fermo. Si sono danneggiati anche terzi, dobbiamo riconoscerlo. Molte entrate sono venute meno per via dell'assenza di turismo. Viviamo in una situazione di emergenza, dobbiamo risolvere la situazione locale. Questo però non vuol dire che ci disinteressiamo della problematica nazionale.

Una delle critiche che vi fanno è che vi accontentereste della caduta del governatore, quando anche Felipe Calderón è un usurpatore, prodotto di una frode.
È vero, ma non è la nostra principale responsabilità, è una lotta che riguarda il movimento nazionale. Non è compito nostro. La gente non è scesa in strada perché la Appo sia la avanguardia del movimento nazionale, l`ha fatto per risolvere il conflitto locale. Noi potremmo impulsarlo ma sarebbe un'irresponsabilità da parte nostra voler arrivare a una guerra popolare di lunga durata. Non è nella tradizione della nostra gente.

Anche gli altri movimenti sono pacifici.
Non non neghiamo un vincolo, li rispettiamo. Anzi, consideriamo necessario relazionarci con la Otra campaña zapatista e con la Convención Nacional Democrática di Lopez Obrador. Varie organizzazioni della Appo vi partecipano, ma quello che più vuole la gente è che a Oaxaca torni la normalità. La maggioranza della gente ha interrotto la `sua esistenza quotidiana. La festa dei morti non è una cosa qualsiasi qui a Oaxaca, è una festa antichissima e l'abbiamo abbandonata per seguire quello che stava succedendo. La gente, invece di celebrare il 2 novembre, è andata a combattere nelle strade, ha lasciato tutto per partecipare alla battaglia dell'università. Abbiamo trascurato i nostri morti e questo ci pesa. Sono sei mesi che dura questa storia ed è molto logorante. La gente non è scesa in strada per fare la guerra. Ha creduto di avere la possibilità di cacciare un governo e si è mossa per esigerlo. Ma non voleva la guerra. Sono quelli del Pri, il gruppo al potere, che sta trasformando questa lotta in una guerra. Praticamente siamo sotto un esercito di occupazione, noi che abbiamo una vocazione pacifista. Quello di Oaxaca è un popolo di feste. Le comunità contadine vivono per le feste. La gente si compra i vestiti nuovi per il giorno della festa, le scarpe nuove. I migliori piatti si preparano per il giorno della festa. Si vive tutto l'anno per avere migliori condizioni il giorno della festa. Si pensa con questa logica, abbiamo una concezione circolare del tempo. Si lavorano i campi per raccogliere il prodotto alla fine dell'anno, risparmiare qualche soldo per pagare una bella festa e poi ricominciare il ciclo. La gente non è convinta della necessità di una lotta a medio o lungo termine per la democratizzazione del paese. È sicuro che contribuiremo, che faremo la nostra parte, ma questo lo deciderà la gente. Quello che più ci importa è ottenere la democrazia a Oaxaca e per questo non è sufficiente la caduta di Ulises Ruiz. Ci vorrà un altro processo, ma già dentro la normalità, senza manifestazioni né presidi, senza violenza, senza esporre altre vite.

Si dice che il vostro sia un movimento di base, non di leader.
È vero. È una visione tradizionale quella di cercare sempre dei leader. Vi sono qui a Oaxaca delle scritte murali che dicono: «chi crea un leader, crea un tiranno. Né io né gli altri compagni della direzione collettiva decidiamo il da farsi. Nel mio caso, io ho semplicemente la responsabilità di parlare con la stampa. Nelle assemblee, le mie opinioni non sono più ascoltate di quelle di altri. Se, ad esempio, io proponessi ai compagni di smantellare le barricate, mi manderebbero al diavolo. È importante capire che questo è un movimento di tutta la società, non di leader e neppure di gruppi.

Perché avete scelto una forma di lotta così antica e simbolica come le barricate?
Sono sorte in maniera spontanea come una protezione contro i “convogli della morte”, le auto dei sicari del governatore che ci sparavano e hanno già fatto 15 vittime.


da www.selvas.org 
:: ELEZIONI VENEZUELA ::

Tre dicembre 2006, una domenica particolare in Venezuela, tra la gente che festeggia la conferma elettorale di Hugo Chavez come solo in latinoamerica sanno fare. Il reportage in cammino dal "barrio" a Miraflores.

Es puro amor

Da Caracas Diletta Varlese inviata per Selvas.org


Nella foto dell'autrice: Lunghissime, ordinate e tranquille file per giungere ai seggi


Arriva un maggiolone rosso. È rincorso da una ventina di ragazzoni tutti muscoli. Ma chi c'è alla guida? il Presidente Chavez. È l'entrata trionfale nel quartiere chavista per eccellenza, il barrio 23, dove "El Presidente" esercita il suo diritto al voto.
Parte a sorpresa, a decibel davvero indecenti, la canzone di salsa appositamente composta per lui "Uh! Ah! Chavez no se va!".
È fatta! La gente in visibilio, si calpesta per correre a salutarlo, tra un passo di salsa e un'esclamazione "que lindo presidente!", che bel presidente!


Nella foto dell'autrice: L'arrivo del presidente sul maggiolone rosso

E Chavez ha la classe e lo stile di chi sa di piacere: scende dal maggiolone rosso, la camicia sbottonata con disinvoltura, anch'essa rossa, pettinatura impeccabile. Alza la grande mano e con essa si alza il
grido di risposta della sua gente, che zittisce i decibel delle casse alle nostre spalle.
Non si sente più nulla, oltre al gioioso inferno sonoro, sotto un sole caraibico cocente, tutti stipati di fronte al portone di metallo del seggio. Baldi giovani in basco e rosso fanno strada ed il presidente
entra.
Chavez segue tutta la procedura, mostra la carta d'identità, fa la prova dell'impronta digitale, intinge il dito nell'inchiostro e segnala che ha votato. Inutile chiedersi per chi.
Due parole rapide -incredibile per lui, grande chiacchierone- asciutte risposte a due giornalisti, tra cui un giapponese che gli chiede che tipo di rapporti stringerà con la Corea del Nord. Risposta diplomatica, "non disdegno rapporti con nessuno".
Esce, saluta, sale sul maggiolone rosso e se ne va, i ragazzoni di corsa al seguito.
È lui, questo è il Presidente della gente "rossa", di coloro che sono stati affascinati e appassionati dal progetto della Revolucion Bolivarana. Di quei giovani, uomini donne e bambini che, sì, ci hanno
creduto davvero. Gli hanno dato piena fiducia e devozione e sono stati ricambiati da risultati inappellabili. Le "missiones barrio a dentro", assistenza sanitaria gratuita, educazione, cibo, riduzione della povertà è quello che si vede qui, più concretamente che non nella grande megalomane capitale di Caracas, fatta di grattacieli in stile statunitense.


Nella foto dell'autrice: Donne del barrio 23 che "tifano" Chavez

Qui si trova la gente di Chavez, quella che sta nascosta e ingrossa le fila delle periferie. Quella che quando si tratta di scendere in piazza per difenderlo, come durante golpe del 2002, non ci pensa due volte e si mette in gioco. È questa la gente che grida, esulta, qui, nel barrio 23.
Avvicino una signora dal sorriso pacioso e lascio cadere lì per lì quella che mi sembra una battuta: "lei sarebbe disposta a dare la vita per il presidente". "Sì - mi risponde- senza dubbio e senza esitazione".
Un signore, poco più in là, ci ha sentito. Ha pochi denti e molte rughe, un cappello di flanella stropicciata, mi guarda, mette le mani sul cuore e con la voce rotta dalla commozione mi dice "senorita, es puro amor", signorina, per lui ho puro amore.
Questo è quanto sa quest'uomo con la camicia rossa. Prima ancora d'essere un politico, è un uomo che sa cosa rappresenta per questa gente, “qualcosa” che non è nessun altro personaggio pubblico.
Ed allora, per l'illusione e la speranza che ha saputo regalare e, persino, concretizzare in 8 anni, trova ragione la sua rielezione travolgente, questo 61%, ha il suo chiaro e lampante perché.
Ma negli stessi barrios c'è chi di Chavez non ne può più, proprio per la sua attitudine arrogante. Così dice il taxista, che mostra il suo dito mignolo macchiato d'inchiostro fino alla falangina.
“Io ho votato per Rosales, non voglio che il Venezuela sia come Cuba”, dice senza sussurrare, perfetto riflesso della “satanizzazione cubana” perorata della campagna dell'opposizione...


La notte più importante
Stessa gente "rossa", però quintuplicata, si accalca fradicia sotto il balcone del Palazzo di Governo a Miraflores.
Fuochi d' artificio e casse del sound system tolgono il fiato e feriscono l'udito. Il Consiglio Supremo Elettorale ha appena dato la notizia ufficiale: Chavez stravince
La gente si riversa nelle strade, continua ad affluire verso la piazza, incurante del diluvio che bagna la capitale, per vederlo dal vivo, per esserci in questo momento storico di un'America Latina che spera, che ha cambiato faccia in un solo anno, e lo sigilla con questa conferma elettorale che chiude un anno
mozzafiato.


Nella foto dell'autrice: un gigantesco gonfiabile ritrae Chavez


La festa continua, c'è chi dice che non dovrebbe mai finire, fino ed oltre al 2013, quando scadrà il mandato presidenziale appena riconfermato.
Chavez ci proverà a cambiare la Costituzione e farsi eleggere fino a che avrà vita. Mossa chiaramente pericolosa: difficile non farsi lusingare dalla sindrome di onnipotenza, come tristemente dimostra la storia del mondo e di questo continente in particolare. Ma la musica ci assorda, e l'euforia ci contagia. Godiamoci questo Venezuela, della gente nelle strade felice, con gli occhi ebbri d'entusiasmo e di speranza, che abbraccia e brinda con lo sconosciuto a fianco augurando "salud!". 
E finché c'è speranza....

14/12/06 Ecuador - Sguardo sulla "Mitad del Mundo" Sogni, desideri e prospettive in America Latina

Il giovane economista di sinistra Rafael Correa ha vinto il ballottaggio presidenziale svoltosi in Ecuador lo scorso 25 novembre. Nelle prime dichiarazioni dopo aver appreso il risultato Correa, 43 anni, ha assicurato che il suo è un "trionfo della speranza e della cittadinanza", aggiungendo che ora comincia un’era di "giustizia sociale, istruzione, salute, lavoro, casa e dignità per tutte e tutti".
Il clima che si sta vivendo in Ecuador a seguito di questo risultato elettorale apre diverse prospettive per i movimenti e le richieste di diritti che vengono portate avanti.

Contestualizzazione delle elezioni politiche ecuadoriane all’interno della geo-politica sudamericana:
Ascolta l’intervista con Sierra Freire Bárbara Natalia -Sociologa, intellettuale del movimento di Quito sui quattro punti della piattaforma condivisa dalla sinistra in appoggio alla candidatura presidenziale di Correa e l’apertura dell’Assemblea Costituente dei movimenti che chiedono il cambio delle leggi costituzionali sull’entrata delle multinazionali nel territorio ecuadoriano, sulle politiche abitative, sull’acqua e sulla salute. Dentro a questo clima quali sono le prospettive e gli orizzonti possibili delle organizzazioni sociali?
-  [ audio 01 ] (con traduzione)

Ascolta l’intervista con David Suarez - ricercatore indipendente, Università di Quito sulla situazione delle realtà indigeno-campesine di resistenza in Amazzonia. Le comunità indigene chiedono al nuovo governo, all’interno di un clima di grande aspettative, una riforma della politica petrolifera in territorio amazzonico e di conseguenza stiamo promovendo una proposta di “moratoria” dello sfruttamento petrolifero, attraverso processi di partecipazione all’interno delle comunità. Saccheggi, devastazione ambientale e etnocidio delle minoranze indigene hanno in questi anni rappresentato la quotidianità.
-  [ audio 02 ] (con traduzione)

Ascolta l’intervista con Byron Obando, militante de: "Casa de la cultura Metropolitana, PUKA YANA". In merito alle condizioni delle realtà giovanili, dei collettivi universitari e degli spazi sociali. Promotori della Campagna contro la destra fascista di Noboa, i militanti del centro sociale Puka Yana organizzano attività legate alle espressioni delle culture metropolitane.
-  [ audio 03 ] (con traduzione)

Ascolta l’intervista con Tania Mendoza – mediAttivista di Indymedia dedicata alle dinamiche di rete tra i media alternativi in Ecuador. Tra le richieste dei media indipendenti la liberazione degli accessi alla comunicazione, rispetto alle attuali leggi che controllano l’apertura di radio comunitarie, canali televisivi pubblici, e giornali locali per le comunità.
-  [ audio 04 ] (con traduzione)

Per approfondimenti:
Media alternativi
www.ecuador.indymedia.org
www.altercom.org
www.aler.org
www.radiolaluna.org
Organizzazioni Indigene/Ambientaliste
www.conaie.org
www.accionecologica.org
Collettivi Politici
www.colectivonph.com.ar
Organizzazione per i diritti umani
www.cedhu.org


Operaismo e politica

di Mario Tronti

Global Project Venezia - Lunedì 8 gennaio 2007

Pubblichiamo il testo della conferenza tenuta al convegno internazionale "Historical Materialism 2006. New Directions in Marxist Theory", Londra 8-10 dicembre 2006.

Intanto, che cos’è “operaismo”.
E’ un’esperienza che ha cercato di unire pensiero e pratica della politica, in un ambito determinato, quello della fabbrica moderna. Alla ricerca di un soggetto forte, la classe operaia, in grado di contestare e di mettere in crisi il meccanismo della produzione capitalistica. Sottolineo il carattere di esperienza. Si trattava di giovani forze intellettuali che si incontravano con le nuove leve operaie, introdotte soprattutto nelle grandi fabbriche dalla fase taylorista e fordista dell’industria capitalistica.
Quello che era avvenuto negli anni Trenta in Usa avveniva negli anni Sessanta in Italia. Il contesto storico era proprio quello degli anni Sessanta del Novecento. In Italia, c’è in quel periodo il decollo di un capitalismo avanzato, il passaggio da una società agricolo-industriale a una società industriale-agricola, con uno spostamento migratorio di forza-lavoro dal sud contadino al nord industriale. Si disse: neocapitalismo. Produzione di massa-consumi di massa, modernizzazione sociale con welfare State, modernizzazione politica con governi di centro-sinistra, democristiani più socialisti mutamento di costume, di mentalità, di comportamento. Si andava verso il ’68 che in Italia sarà ‘68-’69, contestazione giovanile più autunno caldo degli operai, quando ci fu un forte cambiamento del rapporto di forza tra operai e capitale, con il salario che andò a incidere direttamente sul profitto.
E questo poté avvenire, anche perché c’era stato l’operaismo, con il richiamo alla centralità della fabbrica, alla centralità operaia, nel rapporto sociale generale. L’operaismo è dunque stata un’esperienza politica che ha contato storicamente, cioè in una situazione storica determinata.
Si trattava di dare una nuova forma, teorica e pratica, alla contraddizione fondamentale. Questa veniva individuata all’interno stesso del rapporto di capitale, quindi nel rapporto di produzione, quindi in quello che chiamavamo “il concetto scientifico di fabbrica”. Qui l’operaio collettivo aveva potenzialmente, se lottava, se organizzava le sue lotte, una sorta di sovranità sulla produzione. Era, o meglio, poteva diventare, un soggetto rivoluzionario. La figura centrale era l’operaio di linea, l’operaio alla catena di montaggio, nell’organizzazione fordista del processo produttivo e nell’organizzazione taylorista del processo lavorativo. Qui l’alienazione del lavoratore toccava il suo livello massimo. L’operaio non solo non amava, ma odiava il suo lavoro.
Il rifiuto del lavoro diventava un’arma mortale contro il capitale. La forza-lavoro, in quanto parte interna del capitale, capitale variabile distinto dal capitale costante, facendosi autonoma, si sottraeva alla funzione di lavoro produttivo, impiantando una minaccia nel cuore del rapporto capitalistico di produzione. La lotta contro il lavoro riassume il senso dell’eresia operaista. Sì, l’operaismo è un’eresia del movimento operaio.
Bisogna considerarlo rigorosamente dentro la grande storia del movimento operaio, non fuori, mai fuori. Una delle tante esperienze, uno dei tanti tentativi, una delle tante fughe in avanti, una delle tante generose rivolte e una delle tante gloriose sconfitte. Noi, seguendo l’indicazione di Marx, che studiava le leggi di movimento della società capitalistica, andavamo a studiare le leggi di movimento del lavoro operaio. Le lotte operaie hanno sempre spinto in avanti lo sviluppo capitalistico, hanno costretto il capitale all’innovazione, al salto tecnologico, al mutamento sociale. La classe operaia non è classe generale. Così l’hanno voluta rappresentare i partiti della Seconda e della Terza Internazionale. Era giusta la frase di Marx: il proletariato, emancipando se stesso, emanciperà tutta l’umanità.
Questo processo è già avvenuto, limitato al solo Occidente. Se emancipazione è progresso, modernizzazione, benessere, democrazia, tutto questo c’è, ma tutto questo è servito a una grande rivoluzione conservatrice, a un processo di stabilizzazione del sistema capitalistico, che oggi, com’era nella sua vocazione originaria, assume la dimensione dello spazio-mondo, ordine mondiale di dominio che scende dall’alto dell’Impero, ma sale anche dal basso, introiettato in una mentalità borghese maggioritaria. I sistemi politici democratici sono oggi la tribuna del libero assenso a una servitù volontaria.
L’operaismo, cioè la rivendicazione della centralità operaia nella lotta di classe, si è scontrato con il problema del politico. In mezzo, tra operai e capitale, io ho trovato la politica: nella forma delle istituzioni, lo Stato, nella forma delle organizzazioni, il partito, nella forma delle azioni, tattica e strategia. Il capitalismo moderno non sarebbe mai nato senza la politica moderna. Hobbes e Locke vengono prima di Smith e Ricardo.
Non ci sarebbe stata accumulazione originaria di capitale senza accentramento statale delle monarchie assolute. La storia d’Inghilterra insegna. La prima rivoluzione inglese, quella brutta della dittatura di Cromwell, e quella bella, gloriosa, del Bill of Rights, corrispondono alle due fasi dettate da Machiavelli: sono due cose diverse la conquista del potere e la gestione del potere, per la prima ci vuole la forza, per la seconda ci vuole il consenso.
Il capitalismo libero-concorrenziale ha avuto bisogno dello Stato liberale, il capitalismo del welfare ha avuto bisogno dello Stato democratico. Poi, attraverso la soluzione, provvisoria, del totalitarismo, fascista e nazista, la sintesi della democrazia liberale ha stabilizzato il dominio della produzione capitalistica. E adesso siamo nella fase della esportazione del modello a livello mondo. Non tutto funziona secondo i piani del capitale. La cosa oggi più interessante politicamente è il mondo.La “grande trasformazione”, per usare l’espressione di Polanyi, riguarda lo spostamento del baricentro mondiale da Occidente a Oriente.I nostri paesi europei, al loro interno, lasciano scarsi motivi di interesse. E’ difficile appassionarsi alla politica con i Blair e con i Prodi. Ma il capitalismo è un ordine e oggi, come aveva previsto Marx, un ordine mondiale che continuamente rivoluziona se stesso. E’ qui il punto di interesse. Guardate la rivoluzione che ha portato nel mondo del lavoro. Per rispondere alla minaccia della centralità operaia ha deciso di abbattere la centralità dell’industria, e ha abbandonato, o ha rivoluzionato, quella società industriale, che era stata la ragione e lo strumento della sua nascita e del suo sviluppo. Quando l’isola di montaggio sostituisce la linea, la catena, di montaggio nella grande fabbrica automatizzata e si entra nella fase postfordista, tutto il resto del lavoro cambia, nel classico passaggio dalla fabbrica alla società. La domanda di oggi: esiste ancora la classe operaia? La classe operaia come soggetto centrale della critica al capitalismo. Non quindi come oggetto sociologico ma come soggetto politico. E le trasformazioni del lavoro, e della figura del lavoratore, dall’industria ai servizi, dal lavoro dipendente al lavoro autonomo, dalla sicurezza alla precarietà, dal rifiuto del lavoro alla mancanza di lavoro, tutto questo che cosa comporta politicamente?
E’ di questo che dobbiamo discutere.
L’operaismo è stato il contrario dello spontaneismo. E l’opposto del riformismo. Più vicino, quindi, al movimento comunista delle origini che alle socialdemocrazie classiche e contemporanee. Ha coniugato di nuovo, in modo creativo, Marx con Lenin.
Mi chiedo, se nelle condizioni trasformate del lavoro di oggi frantumazione, dispersione, individualizzazione, precarizzazione - delle figure di lavoratori si possa tornare a coniugare qui e ora analisi del capitalismo e organizzazione delle forze alternative. E non ho una risposta.
So per certo che non si dà lotta vera, seria, in grado di fare conquiste, senza organizzazione. Non si dà conflitto sociale capace di battere l’avversario di classe senza forza politica. Questo è quello che abbiamo imparato dal passato. Se i nuovi movimenti non raccolgono l’eredità della grande storia del movimento operaio, per portarla avanti in forme nuove, per essi non c’è futuro. Nuove pratiche, nuove idee, ma dentro una storia lunga.
Guardate, ai capitalisti fa paura la storia degli operai, non fa paura la politica delle sinistre. La prima l’hanno spedita tra i demoni dell’inferno, la seconda l’hanno accolta nei palazzi di governo. E ai capitalisti bisogna fare paura.
E’ ora che un altro spettro cominci ad aggirarsi, non solo in Europa, ma nel mondo. Lo spirito, risorto, del comunismo.
La base americana vista da Caldogno
Ilvo Diamanti
18 gennaio 2007
Di seguito pubblichiamo l'articolo di Ilvo Diamanti tratto dalla prima pagina de "la Repubblica" di giovedì 18 gennaio 2007.

"Io abito a Caldogno, a un paio di chilometri dall'aeroporto Dal Molin. Dove avverà l'ampliamento della base militare americana, secondo la richiesta degli Usa, accolta (senza impegni scritti) dal precedente governo approvata dal comune di Vicenza ( 21 voti su 40) e ora accettata da Romano Prodi. Parlo in prima persona, per una volta, perchè non intendo fingere distacco.
Né adottare lo stile analitico con cui traccio le "mie mappe".
Perchè il mio sguardo è filtrato dal sentimento e dal coinvolgimento diretto. Io abito a Caldogno, dicevo. Poco più di diecimila abitanti. Fra cui Roberto Baggio. E' cresciuta in fretta Caldogno.
La casa dove abito l'ha fatta costruire mio padre negli anni Settanta. Nel quartiere, allora, c'erano solo due o tre case, perse in mezzo ai prati. Caldogno: trent'anni fa contava quattromila abitanti, forse. da allora è quasi triplicata. Un punto della grande galòassia del Nordest. Informe. Caldogno, in particolare, è divenuta il tessuto connettivo fra l'Alto Vicentino e Vicenza. E la su acrescita massiccia, si deve, soprattutto, al consueto processo di "evasione" dal capoluogo di ampi settori di popolazione verso ic omuni dell' hinterland. E' una città agiata, Caldogno. Le sue località, i suoi quartieri, accolgono ville, villette, bifamiliari, case a schiera.
Il Da Molin fa da confine. Lo incontri quando arrivi a Vicenza dalla strada interna, dopo aver attraversato Ponte Marchese, che scavalca il "fiume" Bacchiglione. (confidenzialmente il LIvelon. La spiaggetta dei vicentini). Il Da Molin. Fra i pochi spazi verdi quasi un parco, tra Caldogno e Vicenza. Al di là del fiume sorgono le villette di Lobbia. L'aeroporto ti accompagna per un tratto, fino a Viale Dal Verme. Che funge da circonvallazione per una città che non ha una circonvallazione. Assediata dal traffico e dall'urbanizzazione.
Da lì al centro, pochi minuti in bici, per chi ha coraggio (si rischia la vita su quelle strade in bici, tanto più se devi affrontare una sequenza infinite di rotatorie). O in auto (semafori permettendo). Quando accompagno in auto i miei figli, che studiano a Vicenza, da casa mia ci metto dieci minuti. Il Dal Molin è a metà strada. Cinque minuti dal centro; di Vicenza e da Caldogno.
Per questo, qualche anno fa, quando si sparse la voce che proprio lì sarebbe sorta una nuova base militare Usa, io non ci ho creduto. E come me, molti altri, che conoscono il sito.
Tremila militari, sei-settemila tra familiari e ausilairi. Circa diecimila persone. (Altrettante ne risiedono, attualmente nel villaggio Ederle. In totale diverebbero ventimila americani, in una città di centomila abitanti).
Un base militare proprio lì, a due passi dal centro (e, lo ammeto, da casa mia). Impossibile. Invece era ssolutamente vero, Tanto vero che erano stati predisposti piani particolareggiati, circa gli apetti urbanistici, immobiliari. E finanziari. Definiti con cura dal governo americano insieme all'amministrazione locale. Per cui, come altri che abitano a Caldogno, mi sono arreso all'evidenza. Ho tentato, fino all'ultimo di non farmi coinvolgere troppo, emotivamente e concretamente. Per non compromettere i pochi momenti di quiete, fra un viaggio e l' altro. E perchè il mio "mestiere" non lo permette. Però come fai a non pensare che lì, a metà strada, fra casa tua e Vicenza, dopo il Ponte Marchese, sorgerà una bae militare? Che un aeroporto dismesso potrebbe diventare attivo; anzi "militare"?
Per onestà, gli Usa hanno garantito che non lo utilizzeranno come aeroporto. Però trattandosi della 173 brigata aiotrasportata e vista la determinazione con cui gli Usa hanno voluto, preteso, ottenuto proprio il Dal Molin, rifiutando le alternative proposte dal governo, qualche dubbio è lecito. Per cui ho cominciato a seguire la vicenda con maggiore attenzione. Pur restando defilato. Ho cercato di capire. Ho perfino marciato insieme ai 15 milache, ai primi di dicembre, hanno manifestato in modo pacifico. Io prima non ricordo di avere mai "marciato". Pigro e scettico come sono.
Ritenevo, tuttavia, che, alla fine, il progetto non sarebbe stato approvato. Perchè bastava guardare, conoscere, vedere.... Sbagliavo evidentemente. La base si farà. In nome delle alleanze internazionali. e dell'intersee nazionale. Che, naturalmente, non può essere stabilito dai cittadini del luogo. Ci mancherebbe. Il Bene del Paese contro il bene del "mio" paese. Non c'è partita. Tanto più se l'informazione locale, gli imprenditori, i politici (non solo) di centro-destra catalogano l'opposizione alla base, tutta insieme, nel segno dell'antiamericanismo no-global. E l'accusano di attentare non solo all'occupazione dei 750 della Caserma Ederle (le cui paure, le cui resistenze, di fronte gli avversari dell'ampliamento, sono del tutto comprensibili e legittime). Ma persino all'economia vicentina, nel complesso. Quasi che lo sviluppo locale dipendesse dalla presenza amercicana. Le ragioni di chi teme per la sicur ezza, per il traffico, per le infrastrutture, per il paesaggio: epolte dall'antimericanismo, dalla minaccia dell'economia. Nella provincia più americana e più sviluppata d'Italia.
Così oggi si parla di "scelta obbligata" del governo. Di ragion di Stato. Come se il Dal Molin segnasse una nuova cortina di ferro, fra americani e comunisti. Come se fosse "ragionevole" costruire una base militare in centro città.
Per questo, oggi, mi sento personalmente stupito, sconfitto e un poco stupido. Perchè avevo pensato impensabile ciò che poi è avvenuto. Perchè (come altri che abitano qui) mi sento circondato. Solo contro tutti: il Comune di Vicenza, gli americani, il governo Berlusconi e il governo Prodi. E disarmato. Perchè non posso fare neppue il no global, globalizzato come sono. Tanto meno l'estremista antiamericano. Io, che non ho conosciuto l'ebrezza dell'estremismo.
Io che non sono mai stato marxista. Neppure da giovane. Mi sento confuso e deluso. E arrabbiato. Lucio Carracciolo, ieri mattina a "Prima pagina", su Radiotre) ha detto che il governo non abita a Vicenza. (Ma l'Amercica sì). Lo sapevamo anche prima qui nel nordest. Estrema periferia d'Italia. Ora lo sappiamo anche a Caldogno. Piccola periferia del Dal Molin. Invisibile. Informe. Senza voce.

Idrarchia. Verso nuove forme di autogoverno

Global Project Salerno - Giovedì 24 maggio 2007

1. L’Idra è un mostro antico. Secondo la maggior parte delle leggende, aveva nove teste, di cui la centrale era immortale. Si parla però anche di cinquanta teste che, secondo alcuni mitologi, sarebbero state d’oro. Qualsiasi testa venisse tagliata, subito ne rinascevano due. Il fiato ed il sangue dell’Idra erano velenosissimi.

2. Nella formazione del Partito Democratico i due ceti politici di tradizione democristiana e stalinista si fondono non solo per reggere la concorrenza sul mercato elettorale e sopravvivere. La nuova fase del governo multipolare, nella gestione della guerra come della governance interna, impone la nascita di questo nuovo strumento di amministrazione all’altezza delle novità globali.

3. Questo ceto politico che ha gestito la fase internazionale precedente al tentato golpe nell’Impero di Bush si ricandida alla convivenza concorrenziale con le strategie unilateraliste americane : se in Iraq gli eserciti di Bush e Blair rimangono nel pantano e nel disastro dei massacri quotidiani cercando una ormai improbabile vittoria, in Afghanistan si sperimenta la vecchia alleanza del Kosovo dando vigore ai fondamentalisti talebani. Nel frattempo, nel silenzio generale, i democratici europei stringono forti alleanze economiche e militari con gli americani, dallo scudo stellare alle basi ai nuovi armamenti.

4. Se nella politica estera i democratici ripropongono la loro attiva partecipazione alla guerra globale permanente, la governance interna assume aspetti altrettanto chiusi e parassitari. I democratici di sinstra, prima di diventare democratici e basta, stanno lasciando sui territori lo spettacolare susseguirsi di politiche poliziesche e di accumulazione di profitti estratti dalle risorse collettive. Copenaghen, Trento, Bologna, Salerno, i Ds chiudono i centri sociali e attaccano i movimenti lanciando campagne allarmistiche sulla sicurezza, il controllo, il proibizionismo moralista. Nel frattempo le loro banche, le loro cooperative e le loro imprese sfruttano ogni angolo delle città ed ogni risorsa ambientale per accaparrarsi risorse e profitti da reinvestire nel mercato delle clientele.

5. Se lo scontro è più duro e più netto del passato, per i movimenti si apre una fase nuova, magari più complessa, ma anche più ricca di potenzialità. Se non c’è più l’alleanza tra il democratico e il ribelle, perchè il democratico si è arruolato nella guerra globale o dichiarato nonviolento o tutte e due le cose assieme, allora il movimento senza alleati potrà esprimere altre potenzialità, altra potenza. Resistere allo sgombero di un centro sociale, essere assieme alle comunità in lotta contro la devastazione del territorio, opporsi alla guerra quando ormai tutto il parlamento la vota senza distinzioni, produrre resistenza contro il controllo dei migranti, riappropriarsi di reddito e di spazi, resistere al proibizionismo ed al ripetersi di culture teocratiche e bigotte, insomma far proliferare la propria capacità di resistere e di esistere.

6. "C’è un tempo, un kairòs comune, nel quale si dice: tutti insieme, decidiamo"(Toni Negri). Senza alleati ci si può sentire più poveri, ma nel comune la povertà può diventare libertà e quindi produzione. L’elemento della decisione del conflitto, che anticipa la parola del potere e la resistenza ad esso, costituisce il percorso che crea le nuove forme di autogoverno della moltitudine.

7. C’è dunque bisogno di un grande, decisivo sforzo di immaginazione per produrre gli eventi e le forme di autogoverno e di conflitto che la moltitudine costruisce giorno dopo giorno, utilizzando tutti gli strumenti di comunicazione e di desiderio a disposizione e producendo le cinquanta teste di un’Idra che è irriducibile al potere e si rigenera se colpita nei nuovi conflitti. Se nel moderno l’unica forma di governo interessante era la "democrazia del tumulto", nel postmoderno l’Idrarchia è la nuova immagine che tende verso nuove forme di autogoverno.

Un contributo di Global Project Salerno sulla fase politica attuale, in vista della contestazione a Bush

www.laboratoriodiana.org


Fonte: Il Manifesto

L’ultima chance: sciogliere l’Autorità nazionale palestinese

Venerdì 15 giugno 2007

La fine dell’Autorità nazionale palestinese è stata invocata in questi ultimi giorni da esponenti politici ed intellettuali, tra cui il professor Ali Jirbawi dell’università di Bir Zeit, come unico percorso per far uscire Fatah e Hamas dal tunnel della guerra fratricida esplosa per un potere virtuale, fatto di qualche ministero e un po’ di bandiere che sventolano sugli edifici pubblici.
Perché lasciar continuare una amministrazione che non ha sovranità e che sotto le sembianze dell’autogoverno maschera inconsapevolmente proprio l’occupazione israeliana? E’ questo l’interrogativo che si è posto più volte Jirbawi e con lui tanti altri palestinesi che vorrebbero passare la patata bollente nelle mani dell’occupante e non offrirgli più alibi mantenendo in vita un organismo paralizzato e agonizzante.
Altri interrogativi sorgono riguardo i motivi che hanno portato quelli di Hamas e Fatah ad ammazzarsi tra di loro nella «prigione» di Gaza.
L’elenco è lungo ma basta tornare al 26 gennaio 2006 per trovare sufficienti spiegazioni. Il giorno dopo le elezioni legislative vinte da Hamas in modo schiacciante, Abu Mazen e gli altri leader di Fatah non hanno analizzato con serietà, come sperava la base dei militanti, la sconfitta subita e non hanno avviato un processo di profondo rinnovamento finalizzato a riportare democraticamente al potere un partito che è stato travolto dagli scandali e dal fallimento del processo di pace con Israele. Niente congresso, niente dibattito interno, solo cooptazione degli attivisti ribelli ma sensibili al fascino del potere.
Fatah ha pensato solo a fornire il suo contributo all’isolamento e al boicottaggio di Hamas e del suo governo. Ha lavorato per creare le condizioni per la caduta dell’amministrazione islamica appena nata. E’ però più corretto dire che non tutto Fatah ma una sua parte ben precisa si è schierata con il progetto Usa-Ue-Israele volto a rendere impossibile la vita all’Anp controllata da Hamas.
E’ indubbiamente ripetitivo fare riferimento a Mohammed Dahlan eppure non si può non notare il nome dell’ex capo della sicurezza preventiva ed ex ministro, sulla lista di quei dirigenti palestinesi convinti che Fatah dovrà impedire con ogni mezzo ad Hamas di restare al potere. Un atteggiamento che ha generato proteste nel partito, tra quei leader, come Ahmed Helles, persuasi che i problemi centrali per i palestinesi siano oggi come quarant’anni fa l’occupazione e l’assedio di Gaza che non è cessato dopo il ritiro israeliano di due anni fa.
La corrente guidata da Dahlan, ben finanziata e sostenuta dall’estero, non si è fermata neppure dopo la formazione del governo di unità nazionale mentre anche Abu Mazen dava il suo contributo all’inizio della guerra civile nominando Dahlan suo vice al Consiglio per la sicurezza nazionale e confermando Rashid Abu Shabak a capo della sicurezza preventiva. Per Hamas due pugni allo stomaco.
Il movimento islamico comunque ha le sue responsabilità. I suoi miliziani si stanno macchiando di crimini gravissimi a Gaza contro altri palestiensi, contro agenti che sono entrati nei servizi di sicurezza solo per garantirsi uno stipendio (appena 300 dollari). Più di tutto, Hamas non ha capito come funziona la globalizzazione. Vinte le elezioni i suoi leader hanno ingenuamente creduto che la «solidarietà islamica» avrebbe sostituito l’aiuto occidentale ai palestinesi. Invece si sono dovuti rendere conto che i grandi imprenditori musulmani e le banche, comprese quelle rigidamente islamiche, sono solidali solo con i capitalisti occidentali e che ai palestinesi non trasferiranno un dollaro se a volerlo non saranno anche gli Stati uniti.

Michele Giorgio


Brasile - 15.6.2007
Sem Terra contro Lula
L'Mst dice basta alla politica economica del presidente operaio e invade il centro di Brasilia
da www.peacereporter.net  
In migliaia sono scesi per le strade di Brasilia per dire basta alla politica economica di Lula e reclamare la riforma agraria, eterna promessa mai mantenuta del presidente operaio. Sono i Sem terra, il movimento che cinque anni fa portò Luis Inacio da Silva alla vittoria, e che, lo scorso anno, con uno sforzo estremo date le continue delusioni, gli rinnovarono l'appoggio, imponedogli in cambio il rispetto della parola data. Adesso però il suo tempo è scaduto e la manifestazione di ieri, realizzata alla vigilia della giornata conclusiva del loro V Congresso nazionale, ne è la dimostrazione. Gli accaniti rappresentanti del movimento hanno tracciato le linee programmatiche dei prossimi cinque anni e, come strategia di punta hanno scelto di tenere sotto pressione il governo, fino al raggiungimento di quello che ancora adesso pare un miraggio: la terra ai contadini.

Prima tappa. Durante il corteo terminato davanti al palazzo presidenziale, i Senza terra hanno anche approfittato per aggiungere benzina sul fuoco della protesta. Davanti all'ambasciata statunitense, hanno dichiarato il loro rigetto verso Geroge W. Bush e le guerre Usa; poi, di fronte al ministero degli Esteri, hanno protestato per la presenza delle truppe Onu ad Haiti, definendole forze occupanti.
Nella loro prima tappa, hanno bloccato l'area antistante l'ambasciata degli Stati Uniti, piantonata per l'occasione da 116 agenti dei 1100 dispiegati a presidiare il percorso di cinque chilometri lungo il quale è sfilato il corteo. Una volta radunati uno per uno, hanno deposto a terra venti bare coperte da bandiere nere, in memoria dei “milioni di vittime provocate” dagli Usa nel mondo. Ogni bara era riferita a un paese in particolare, fra cui il Nicaragua, Haiti, Panamá, El Salvador, l'Argentina, il Cile, il Guatemala, l'Iraq, l'Afghanistan, il Vietnam e la Cambogia.

Seconda tappa. Erano 17.500 persone, (9 mila per la polizia), armate di striscioni e bandiere rosse con lo stemma del movimento. Con compostezza, dopo aver gridato slogan anti-Bush, si sono quindi diretti verso la sede del ministero delle Relazioni Estere, per manifestare il “ripudio” per la presenza delle truppe straniere nell'isola delle Antille. “Gli haitiani hanno bisogno della solidarietà dei popoli, non di interventi militari sotto l'ala dell'impero”, ha dichiarato Vladimir Martini, uno dei membri del coordinamento nazionale dell'Mst, che ha definito una “vergogna” che proprio il Brasile sia al comando di queste truppe.

Tappa finale. La marcia si è quindi conclusa nella piazza che ospita governo, parlamento e tribunale supremo di giustizia, i tre poteri, nessuno dei quali è stato risparmiato dai contadini contestatori. Joao Pedro Stedile, leader del movimento, ha preso la parola per accusare a gran voce Lula, il potere legislativo e quello giudiziario di “mantenere uno Stato borghese” che chiude le porte a una “vita degna” per i piccoli contadini. Da qui la condanna del modello agricolo instaurato dal presidente, che a suo dire “favorisce solo gli esportatori, i banchieri e le multinazionali”, e la conferma senza sé e senza ma del profondo bisogno di una riforma agraria, che tenga conto dell'agricoltura familiare quale pilastro dello sviluppo economico e sociale.
E, a futura memoria di quanto ribadito in questa giornata dalla marea di contadini decisi a non arrendersi, è stato piantato nel bel mezzo della piazza un gigantesco cartello che recita: “Accusiamo i tre poteri di impedire la riforma agraria”.
 
Naomi Klein

Peccato capitale

Lo danno per morto. Ma è un trucco. Il mercato risorgerà più forte di prima. E tutti pagheremo per le sue colpe. A meno che non si eserciti una forte pressione sulla politica. Tornando nelle piazze

La Morgan Stanley
Qualunque cosa stiano a significare gli eventi accaduti in queste settimane, nessuno dovrebbe  credere alle dichiarazioni esagerate che vedono nella crisi dei mercati la morte dell'ideologia del libero mercato. L'ideologia del libero mercato ha sempre servito gli interessi del capitale e la sua presenza
ha moti alterni secondo la sua utilità verso tali interessi.

Durante i periodi di boom economico è utile predicare il laissez faire, poiché un governo assente dà modo alle bolle speculative di gonfiarsi, facendo
lievitare i prezzi. Quando tali bolle esplodono, l'ideologia diviene un ostacolo, o addirittura un impedimento, e viene messa da parte mentre i
grandi governi corrono ai ripari. Il resto è garantito: l'ideologia tornerà a ruggire più forte di prima una volta terminate le operazioni
di salvataggio finanziario.

I massicci debiti che il settore pubblico sta accumulando per salvare finanziariamente gli speculatori diventeranno allora parte di una crisi di budget globale che comporterà una razionalizzazione nonché un taglio dei programmi sociali, insomma una rinnovata spinta a privatizzare ciò che resta del settore pubblico.
Ci verrà anche detto che le nostre speranze per un futuro verde sono, purtroppo, troppo costose.

Ciò che non sappiamo è come il settore pubblico risponderà. Consideriamo che in Nord America tutti coloro che hanno meno di 40 anni sono cresciuti con la consapevolezza che il governo non può intervenire nella propria vita, che il governo è il problema e non la soluzione, che il laissez faire è l'unica e la sola
opzione.

Ora, improvvisamente ci troviamo di fronte a un governo estremamente attivo e fortemente interventista, apparentemente pronto a
fare qualunque cosa sia necessaria per salvare gli investitori da loro stessi.

Di fronte a questo scenario una domanda sorge spontanea: se lo Stato può intervenire per salvare le società di capitali che corrono
incauti rischi nei mercati immobiliari, perché non può intervenire per evitare che a milioni di americani sia tolto il diritto di salvare la casa dalla requisizione a causa di un'ipoteca?

Allo stesso modo, se 85 miliardi di dollari possono essere messi subito a disposizione per comprare il gigante assicurativo Aig,
perché il sistema sanitario per tutti, che proteggerebbe gli americani dalle pratiche predatorie delle società di assicurazione sanitaria,
viene fatto apparire come un sogno irraggiungibile?

E se altre società di capitali necessitano di fondi dei contribuenti per rimanere a galla, perché i contribuenti non possono fare richieste in cambio, ad esempio
tetti sugli stipendi dei manager e una garanzia contro la perdita del posto di lavoro? Ora che è chiaro che il governo può agire in tempi di
crisi, sarà molto difficile in futuro per il governo sostenere la propria impotenza.

Un altro possibile cambiamento ha a che fare con le aspettative del mercato di future privatizzazioni. Per anni, le banche che si occupano di investimenti a livello globale hanno esercitato pressioni sui politici per due nuovi mercati: uno che deriverebbe dalla privatizzazione delle pensioni pubbliche e l'altro che scaturirebbe da
una nuova ondata di privatizzazioni dei sistemi idrico e stradale.
Entrambi questi sogni sono diventati piuttosto difficili da vendere: gli americani non sono in vena di affidare i propri beni patrimoniali, individuali e collettivi, agli speculatori sconsiderati di Wall Street, specialmente perché è alquanto probabile che i contribuenti dovranno ricomprare i propri beni quando esploderà la prossima bolla finanziaria.

Con il fallimento dei negoziati del Wto (World Trade Organization), questa crisi potrebbe anche funzionare da catalizzatore per un approccio radicalmente alternativo alla regolamentazione dei mercati mondiali e dei sistemi finanziari.

Gia stiamo assistendo a un movimento verso la 'sovranità alimentare' nei paesi in via di sviluppo, piuttosto che lasciare l'accesso al cibo ai capricci dei commercianti all'ingrosso. Forse i tempi sono maturi per idee quali il taxing trading, che rallenterebbe gli investimenti speculativi e altri
controlli di capitali a livello globale.E ora che la nazionalizzazione non è più una parolaccia, le compagnie petrolifere dovranno fare attenzione: qualcuno deve pagare per il cambiamento verso un futuro più sostenibile e ha senso ancor più per il volume di fondi provenienti da un settore altamente proficuo che è il
maggior responsabile della nostra crisi ambientale e climatica. Ha certamente più senso che creare un'altra pericolosa bolla finanziaria nel commercio del carbone.

Tuttavia la crisi cui stiamo assistendo esige cambiamenti persino più profondi. A questi mutui spazzatura è stato permesso di proliferare non solo perché i moderatori-correttori non ne comprendevano i rischi, ma anche perché abbiamo un sistema economico che misura il nostro benessere collettivo basandosi
esclusivamente sulla crescita del Pil.

Così, finché i mutui spazzatura foraggiavano la crescita economica, i nostri governi li sostenevano attivamente. Quindi ciò che veramente viene chiamato in causa dalla crisi è l'indiscussa dedizione alla crescita a tutti i costi. Dove questa crisi dovrebbe condurci è verso un modo radicalmente diverso per
la nostra società di misurare il benessere e il progresso.

Niente di tutto questo, comunque, accadrà a meno di un'enorme pressione dell'opinione pubblica sulla classe politica in questo periodo chiave.
E non una lieve pressione politica, bensì un ritorno alle piazze e all'azione diretta che negli anni Trenta inaugurò il New Deal. Senza questa pressione, ci saranno solo cambiamenti superficiale e un ritorno, il prima possibile, al business di sempre.

da L'espresso traduzione di
Rosalba Fruscalzo
(25 settembre 2008)

Di seguito un'articolo tratto da spazi sociali del network antagonista torinese distribuito il 6/10 in piazza a Bologna.

I centri sociali oggi

La storia dei centri sociali è una lunga storia di movimento che partendo dagli anni 80 ci porta oggi, nel 2007, a Bologna a difenderne l’esistenza mettendo in pratica atti di riconquista sociale, legittimi e possibili. E’ una storia di resistenza quella dei cs, che si è riprodotta nelle metropoli e nei piccoli centri abitati, è una storia che non ha chiuso il suo capitolo perché i centri sociali esistono ancora e nuovi progetti prendono forma. Certo oggi più che mai, nel tempo delle leggi e della sicurezza, i centri hanno compiti in più oltre a manifestare il diritto alla propria esistenza. In territori metropolitani, desolati, parcellizzati, precari e in guerra fra gli ultimi, devono riuscire ad essere un qualcosa di nuovo; devono porsi le giuste domande su questa società e svolgere quella funzione che sono chiamati a svolgere, quella di essere il centro di un sociale in movimento, di un sociale che resiste, di un sociale che si cerca e si deve ricomporre. La fabbrica sociale che sono le metropoli oggi non lascia tempi morti, non permette che qualcosa o qualcuno non siano utili all’accumulazione di capitali. Il cittadino-consumatore è un lavoratore arruolato nella grande macchina del capitalismo in tutte le sue ore di esistenza: da quelle passate lavorando, dai minuti di chiamata del suo cellulare, dalla socialità, dal connettersi in rete e persino nel suo sonno, perché quasi sicuramente ha comprato il materasso su cui dorme a rate dopo averlo visto in una pubblicità televisiva. Così necessariamente il rapporto tra produttivo e improduttivo diventa un’operazione di sottrazione, la produzione vuole eliminare chi o cosa è un soggetto improduttivo, l’improduttività cela una disaffezione alle leggi di produzione e ordine vigente, non produrre significa ribellarsi, uscire dal ciclo imposto, o altre volte esserne messo all’angolo.
La campagna securitaria in realtà è questo; oltre ad essere quel fumo negli occhi e nebbia nei cervelli erogata dai tg e dai giornali, è un puro atto di pulizia capitalistica che vuole eliminare e riversare quantità d’odio collettivo, su chi non serve al grande ciclo dell’accumulazione nelle metropoli.
Mascherata da legalità, la sicurezza prende forma nei desideri chi non se la può prendere con chi li comanda, con chi li affama e si sfoga su tutto quello che tendenzialmente è meno forte di se; lo stato agevola l’operazione espellendo dalla vista di tutte le “brave persone” chi ai semafori incarna la povertà, la non garanzia e questo è vero, anche l’illegalità, perché non- soggetto inesistente per il diritto e per i diritti se non in funzione di intruso nello schema sociale dato.
I centro sociali per questo sono una minaccia per la politica della sicurezza: incarnano il problema e hanno intrinseca l’aggravante non solo di combattere il sistema politico e social esistente, ma anche di mettere in pratica forme di conflitto e resistenza capaci di aggregare e riprodursi. Certo, non è sempre così, non esiste più un movimento dei centri sociali, e nella definizione stessa non tutti si riconoscono più. Resistono i cs che hanno fatto due scelte inconciliabili tra loro, che non sono più come un tempo la legalità o l’illegalità nell’occupazione, sono il lavoro politico che svolgono, da un lato chi si è fatto impresa sociale, mettendo a incasso la socialità, l’alternativa e a volte l’antagonismo, e chi continua a resistere parlando il linguaggio delle lotte, del radicamento sociale, dei movimenti, incarnando quell’irriducibilità antagonista e autonoma che, sebben con alti e bassi, ha ancora molto da dire in quest’era.
E su quest’ultimi che le giunte si scagliano, e a Bologna, vero laboratorio politico di questa sinistra fatta da “sinistri”, si sta vivendo questo. Difendere Crash! Significa non solo difendere un centro sociale che lo merita, significa attaccare la politica securitaria di Kofferati e della sinistra istituzionale.
La caratteristica degli anni 90’ che fece nascere ovunque i CSOA fu quella di re-inventare un modo di vivere all’interno delle città, lottando e sperimentando forme di aggregazione sottratte alla mercificazione della cultura e della socialità. Furono in grado di riprodurre ovunque, nelle metropoli come in piccoli centri abitati, una forma di alterità tale da essere riprodotta ovunque.
Oggi andrebbe valorizzato il ruolo dei centri sociali nelle lotte e nelle vite delle metropoli. Divenire centri del sociale, ovvero non isole felici all’interno del mare ( o male) metropolitano, ma centri da cui partire per modificare la realtà circostante. Sedi di un altro modo di fare politica, basi di progetti che mirino a rivoluzionare l’esistente, punti da cui partire per assaltare la realtà circostante. Se la società dell’ordine e del consumo mira a rendere sempre più individuali i rapporti di dominio, i centri sociali devono avere la capacità di catalizzare quanti dimostrano un’attitudine a percorrere altre strade di esistenza, mettendo in pratica forme collettive di resistenza e di contropotere. Ri-divenire luoghi del conflitto, officine sociali, centri di una contro-cooperazione sociale che sappia erodere spazi al potere. In questo contesto persino l’occupazione in quanto tale ri-diviene importante se si pensa alle scelte palazzinare e privatistiche che le amministrazioni stanno portando avanti nelle città, dove ogni stabile in disuso diviene moneta corrente per lobby politico-bancarie.
Da Bologna si parte nello scontro, faccia a faccia, tra due modi irriducibili di vivere l’esistente, da un lato le politiche securitarie di Kofferati e gli esperimenti politici tra destre e sinistre nella gestione-spartizione del potere, e dall’altro Crash! e i centri sociali, ancora una volta due modi incompatibili di esistenza.


150 MILA ALLA MANIFESTAZIONE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE: CONTESTATE LE PARLAMENTARI, OCCUPATO IL PALCO DELL'EMITTENTE LA 7 (da www.infoaut.org )

ROMA 24 NOVEMBRE 2007_La giornata
Una partecipazione-fiume quella di oggi a Roma per la manifestazione nazionale contro la violenza degli uomini sulle donne. "La violenza degli uomini contro le donne comincia in famiglia e non ha confini". Con questo striscione si è aperto il corteo di oggi, partito da piazza della Repubblica con una presenza di più di 150 mila persone: questa la stima comunicata verso le 16 dal comitato organizzatore del corteo.

Numerosi gli striscioni e slogan gridati prendono di mira il 'pacchetto sicurezza' approvato qualche settimana fa dal governo. "Se la violenza è in casa ma che ci faccio con più polizia?". Per questo anche un gruppo di giovani donne rom residenti hanno partecipato alla manifestazione esibendosi in balli tipici tradizionali.

Decisa contestazione delle donne in corteo nei confronti Stefania Prestigiacomo e Mara Carfagna, esponenti di Forza Italia. Anche il ministro per le Politiche Giovanili e le Attività Sportive, Giovanna Melandri, e quella per la Salute, Livia Turco, sono state contestate da alcune manifestanti al grido di "vergogna, vergogna". Un gruppo di manifestanti del corteo ha quindi occupato il palco, allestito in piazza Navona, da 'La7' che stava trasmettendo uno speciale sul corteo, ma soprattutto stava intervistando le parlamentari. L'organizzazione aveva più volte chiesto che nessuno si facesse portavoce delle tante donne presenti alla manifestazione. L'iniziativa è stata salutata con uno scrosciante applauso delle altri manifestanti presenti nella piazza.

>>> Ascolta la diretta con Valentine da Roma (Faciamo Breccia_Torino): racconto e considerazioni
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Manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne: la presentazione

Il 24 novembre si terrà a Roma la manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne. Una scadenza che va ad assumere una grossa importanza sia per la denuncia che intende portare in piazza sia perché va ad inserirsi in un clima di forte strumentalizzazione politica e mediatica. Ci troviamo infatti all’interno di un sistema generalizzato e diffuso che vive e si nutre di “violenza sulle donne”.

>>> Ascolta l'intervista con Viviana (Luna e l'altra/Assemblea femminista di via dei Volsci 32)

I media sbandierano i casi più eclatanti e tenaci di violenza alle donne da parte degli immigrati da un lato per far emergere il sempre ben accetto “problema sicurezza”, dall’altro soprattutto negli ultimi anni per porre la cultura occidentale al di sopra delle altre, elogiando il grado di “libertà” che da noi le donne vivono.
Purtroppo è ben risaputo il ruolo che la donna è costretta a vivere e subire ovunque nel mondo, anche in quei paesi dove i movimento delle donne hanno portato ad effettivi cambiamenti.
Vogliono farci credere, o anche solo far vedere, che la violenza sulle donne è esclusivamente di tipo sessuale e da attribuire nella maggioranza dei casi a cittadini extracomunitari.
Forse perché la violenza di un maschio bianco non sta sullo stesso piano della violenza di un maschio nero africano o asiatico.
In realtà basterebbe osservare le più recenti statistiche per avere un quadro significativo della situazione; sono dati che non vanno letti come semplici cifre, questi numeri sono importanti perché sono donne:
  • ogni giorno 7 donne in Italia sono vittima di violenza sessuale.
  • solo il 3,5% delle violenze avviene fuori casa.
  • solo nell’8,6% dei casi la violenza sessuale viene praticata in un luogo pubblico. Più spesso gli stupri avvengono nella propria abitazione (31,2%), in automobile (24,4%) o nella casa dell’aggressore (10%).

Da tali dati si evince che nella stragrande maggioranza dei casi l’aggressore è una persona ben conosciuta dalla vittima, che può essere il marito o il convivente (20,2% dei casi), un amico (23,8%), il fidanzato (17,4%), un conoscente (12,3%); solo il 3,5% dei violentatori non ha mai visto la sua vittima prima dello stupro.
Successivi dati confutano la tesi per cui questo tipo di violenze possano essere ricondotte a problemi di forte disagio socio-economico o psicologico.
Mettere continuamente l’accento sull’entità del problema, non significa cadere nella ripetitività, ridondanza o relegare il problema a questioni statistiche; vale la pena porre sistematicamente la questione in risalto, perché la prima causa di morte delle donne nel mondo è proprio la violenza, fisica o sessuale. Vale la pena continuare ad interrogarsi, confrontarsi sul problema, porre le dinamiche uomo-donna come centrali per una reale crescita della società e degli individui, per non permettere che la voce più forte sia quella dei politici e dei mass media, con le loro strumentalizzazioni.
L’esempio più eloquente è recente. E’ di poche settimane fa le decisione del governo di promuovere un decreto espulsioni; intervento d’emergenza a seguito del dibattito scatenatosi intorno ad una brutale violenza eseguita da un rom su una sua connazionale. La denuncia del fatto ha portato poi allo sgombero del campo nomadi in cui viveva la stessa donna rom.
Pensare di poter arginare il problema della violenza maschile sulla donna con un decreto che favorisca l’espulsione dei migranti farebbe quasi ridere se non ci trovassimo in un contesto drammatico.
Significa non voler affrontare il problema, strumentalizzare la questione e ricondurla ad un problema di sicurezza delle città o di ordine pubblico. Significa dare spazio agli sfoghi razzisti e legittimarli, fornire alle destre nuovi spunti per la loro propaganda xenofoba, ma significa soprattutto ignorare che le violenze di cui sono continuamente vittime le donne non hanno nulla a che fare con l’etnia dell’aggressore, la sua cultura, religione o classe sociale.

L’elemento primario da tenere in conto è che il 90% delle violenze avviene tra le mura di casa, all’interno dell’istituto familiare, venerato a destra e a sinistra come baluardo di civiltà imprescindibile.
Il problema va quindi ricondotto al contesto socio-culturale di stampo patriarcale in cui ci ritroviamo, che da sempre pone l’uomo in una posizione di forza e vantaggio maggiori rispetto alla donna, la quale,se non si decide di intraprendere un percorso di ribaltamento dei ruoli, rischia di rimanere relegata al ruolo di vittima. Vittima anche al di fuori del contesto domestico; la stessa difficoltà che la donna trova nell’emanciparsi dalla famiglia la ritrova anche fuori, sotto diverse forme, ad esempio nel mondo del lavoro, quando non le verrà riconosciuta la libertà di essere madre (il datore di lavoro in molti casi tende a non assumere giovani donne a causa di una loro possibile maternità…che costa!). Anche questa è violenza.

Come è violenza la continua ingerenza della chiesa sui temi riguardanti il corpo delle donne e le tematiche sessuali, vedi l’aborto, l’omosessualità, i dico, la procreazione medicalmente assistita, ecc., tutto ciò affiancato ad una continua difesa del modello di famiglia tradizionale, ormai in evidente crisi.

Quanto ai media, essi contribuiscono a perpetuare lo stereotipo di una donna “oggetto”
, nel senso che viene utilizzata in tutti i programmi semplicemente come corpo su cui i telespettatori maschi possano sbavare e far alzare l’audience.

Donne che ammiccano e che nell’uomo generano l’idea che una donna non possa e non voglia rifiutare le attenzioni maschili.
Questo porta l’uomo a pensare che può comprare il corpo femminile e se non ci riesce la frustrazione lo porterà alle solite considerazioni circa l’universo femminile.
E’ un circolo vizioso dove molte donne credono di aver trovato il paradiso ma che non fa altro che alimentare la loro dipendenza e sottomissione ad un sistema maschile/maschilista patriarcale che si regge sulla limitazione della libertà di scelta della donna.
Certo la colpa non può essere solo dei media. Che auspica diverse forme di (auto)organizzazione sociale non può prescindere dal prendere parte ad una lotta di liberazione che non può che liberare tutti. Il capitalismo vive di maschilismo ed è sicuramente una lotta che vale la pena di essere combattuta. Non basta certo condannare i casi più eclatanti per sviare le contraddizioni in cui tutti i compagni maschi sono più o meno immersi.
Persistono infatti atteggiamenti reazionari quando non di aperta ostilità nei confronti delle libere scelte di donne e compagne che fanno fare diversi passi indietro ad un movimento che dice di voler cambiare le cose.
La violenza sulle donne è un problema su cui dovrebbero riflettere anche i maschi che rifiutano di sentirsi parte in causa.

Ed è proprio la questione maschile che nell’avvicinarsi alla scadenza del 24 ha fatto da protagonista in molti dibattiti tra compagne, donne e femministe.

Le assemblee tenutesi a Roma in preparazione della manifestazione sulla violenza maschile contro le donne hanno prodotto la scelta che si trattasse di un appuntamento “di donne e per donne”, partendo dalla lettura che ci fosse una forte esigenza di un protagonismo al femminile. Si tratta di lanciare il messaggio che devono essere le donne stesse, in primis, a denunciare il fenomeno della violenza maschile, a prendere coscienza della loro forza e delle proprie possibilità, con rabbia e rivendicando un percorso di autodeterminazione.

>>> Ascolta l'intervista con Valentine (Facciamo Breccia_Torino)

Dall’altro lato ci sono state donne, tra cui le compagne torinesi di Facciamo Breccia, che hanno voluto portare un’altra posizione, che non va letta in contrapposizione alla scelta fatta dal coordinamento organizzatore, bensì come riflessione aggiuntiva, come un ulteriore contributo. Donne che avrebbero preferito la possibilità di una partecipazione mista al corteo,in quanto un confronto uomo/donna su quello che ormai viene definito “femminicidio” è forse la strada migliore da intraprendere per ridiscutere i ruoli e le contraddizioni presenti in ognuno/a di noi e nei rapporti che viviamo.
Perché il confronto, più che l’esclusione, può portare ad una crescita individuale e collettiva e tocca al movimento, per primo, iniziare a ragionare su questa strada.

>>> Leggi il documento di Facciamo Breccia Torino

Sito Internet: www.controviolenzadonne.org


Sudafrica - 19.12.2007 da www.peacereporter.net 
Sudafrica, la guerra è finita. Jacob Zuma è il nuovo leader dell'Anc

di Stefano Piazza

Nonostante il Premio Nobel Desmond Tutu avesse invitato i delegati presenti a Polokwane a non scegliere "una persona della quale la maggior parte di noi si vergognerebbe", Jacob Zuma è il nuovo presidente dell'African National Congress: con 2329 voti (contro i 1505 del suo avversario), il leader della "sinistra" dell'Anc ha sconfitto il leader uscente Thabo Mbeki, mettendo così anche una seria ipoteca sulla carica di capo dello Stato, che lo stesso Mbeki lascerà libera nel 2009.
Jacob ZumaCorrenti. Il confronto tra le due correnti del partito ha fatto registrare momenti di grande tensione, al punto da costringere la Commissione disciplinare interna a richiamare tutti all'ordine minacciando espulsioni. Ieri, però, le votazioni si sono svolte in un clima abbastanza tranquillo, anche se gli uomini di Mbeki, avrebbero tentato un colpo di coda, con una campagna dell'ultimo minuto per convincere i sostenitori del favoritissimo Zuma a votare per il leader uscente.

La netta frattura all'interno del partito, nei giorni scorsi, aveva fatto dire a Nelson Mandela di essere "rattristato" per questa situazione senza precedenti nell'Anc, il partito al governo dalla fine dell'apartheid, portandolo anche a prendere le distanze dai due candidati.

Zuma. Zuma, delfino di Mbeki nel partito e nel governo, due anni fa sembrava destinato a ereditare la guida dell'Anc senza eccessivi scossoni, poi qualcosa provocò la frattura tra i due. Le accuse di corruzione e le altre disavventure legali di Zuma (un processo per stupro e uno per corruzione, entrambi archiviati con due assoluzioni più che controverse) hanno inasprito il confronto, e così il passaggio di consegne al vice-presidente dell'Anc ha assunto i toni di una vera battaglia.

Secondo il politologo sudafricano Steven Friedman, comunque, più che uno scontro personale, Mbeki e Zuma incarnerebbero le due differenti anime dell'Anc: una più"'classica”, quella di Mbeki, che predilige il rispetto per la classe dirigente, sacrificando a volte anche la dialettica interna al partito in nome dell'unità, e una più "moderna", promossa da Zuma, che chiede un processo decisionale più vasto per coinvolgere i movimenti di base e tutti i soggetti che compongono l'Anc. Nel 1997, questa corrente criticò apertamente la centralizzazione del potere da parte dei dirigenti dell'Anc.

Thabo Mbeki saluta i suoi sostenitoriStrategie. Il 65enne Zuma (di etnia Zulu) gode dell'appoggio della potente confederazione sindacale Cosatu e dell'ala più di sinistra del partito, dei giovani e delle donne. E' grazie a queste amicizie, se è riuscito a battere la concorrenza del coetaneo Mbeki, primo presidente del dopo-Mandela, troppo legato al mondo della finanza e dell'imprenditoria.

Entrambi erano consapevoli del fatto che, in caso di vittoria, si sarebbero trovati ad affrontare le richieste di una popolazione insofferente per i risultati delle politiche economiche e sociali attuate dall'Anc in 13 anni di guida del Paese. Quale sarà la strategia di Zuma? Nonostante le critiche alla politica del suo predecessore, giudicata troppo indulgente nei confronti dell'imprenditoria, i mercati non hanno subito scossoni: gli operatori economici del Sudafrica attendono le prime mosse di Zuma, prima di decidere da che parte stare.

Quello che è certo è che, con un tasso di disoccupazione ufficiosamente stimato attorno al 40%, chi vive nelle baraccopoli sudafricane ha già da tempo esaurito la pazienza: la Rainbow Nation sarà anche la locomotiva dell'economia africana, grazie alla sua stabilità e a una crescita del 5% negli ultimi tre anni, ma nessuno, tra i poveri, sembra essersene accorto.

Futuro. Secondo i suoi detrattori, Zuma porterà il Sudafrica troppo a sinistra. Nonostante la fine dell'apartheid abbia portato alla nascita di una classe dirigenziale nera ricca e potente, la disoccupazione e la percentuale di sudafricani che vivono al di sotto della soglia di povertà si sono mantenute altissime e la riduzione di queste piaghe sarà la prima sfida del suo mandato. Intanto, dopo aver liquidato l'attacco di Tutu ricordandogli che un uomo di fede dovrebbe pregare per il suo prossimo, il neo Presidente dell'Anc rischia di essere chiamato a rispondere di complicità in una vicenda di corruzione per una fornitura multimiliardaria di armi. C'è da augurarsi che abbia ragione Elen Zille, sindaco di Cape Town e sua avversaria alle presidenziali del 2009, che ha commentato la nomina di Zuma con un pesantissimo: "E' triste che l'Anc non sappia trovare niente di meglio". 


India - 10.1.2008

L'altra faccia della Tata
L'indiana Tata presenta l'utilitaria più economica al mondo. Ottenuta con la cacciata di 14mila famiglie contadine

La Tata Motors ha presentato al salone dell'auto di Nuova Delhi l'utilitaria più economica del mondo: la Nano. Il veicolo verrà venduto a 100mila rupie, o 2.500 dollari Usa, e avrà cinque posti. Vuole diventare il mezzo di trasporto per le famiglie meno abbienti indiane e degli altri paesi in via di sviluppo: niente fronzoli. Né servosterzo, né alzacristalli elettrici o aria condizionata, con un motore da 600 cc per 33 cavalli di potenza, ma che garantisce 20 chilometri con un litro di benzina. Per adesso la produzione è stata prevista in 250mila esemplari annui, ma le previsioni sono di arrivare a un milione di pezzi.

ratan Tata
Dove
Durante la presentazione Ratan Tata, presidente del gruppo automobilistico e membro della dinastia economica più potente d'India, non ha fornito dettagli sulla fabbrica di produzione della vettura. Tuttavia da tempo viene ripetuto, senza smentite, che il principale sito di produzione della Nano sarà lo stabilimento di Singur, nel Bengala occidentale. Una fabbrica che ha attirato l'attenzione dei media per le lotte sindacali e civili degli abitanti di Singur, contro gli espropri di mille acri di terreno (circa 400 ettari) sui quali far sorgere l'impianto industriale. Il governo del Bengala Occidentale, da decenni prerogativa del partito comunista indiano marxista, ha invocato ragioni di “pubblica utilità” per l'esproprio dei terreni, che colpiscono circa 14mila nuclei familiari contadini. Ad autorizzare l'atto è stata invocata una legge del periodo coloniale britannico, il Land Acquisition Act del 1894. Ma la pubblica utilità non dovrebbe coincidere con gli interessi di un gruppo privato, che aveva originariamente annunciato di voler costruire a Singur “l'auto più economica del mondo”.

Come La rivolta contro la fabbrica di Singur ha già prodotto anche delle vittime, come Tapasi Malik, giovane attivista della lotta agli espropri, trovata carbonizzata in una fossa nell'area recintata dal cantiere di costruzione della fabbrica il 18 dicembre 2006. Per la polizia locale si tratta di un suicidio. Una autopsia ha appurato che le è stato dato fuoco da viva, dopo che la ragazza era stata seviziata e stuprata. I suoi compagni di lotta hanno incolpato senza esitazioni alcune squadre illegali che difendono gli interessi della Tata in zona, cercando di dissuadere i contadini espropriati dalle proteste con la violenza. Tapasi Malik, ormai ribattezzata 'la martire di Singur', è diventata il simbolo dei contadini che non vogliono rinunciare alla loro terra per 1.600 euro al massimo d'indennizzo.


la tata nanoQuando E se dovessero ricevere un indennizzo. La legge coloniale invocata dai marxisti del Bengala prevede che l'espropriato dia un assenso all'avocazione delle terre. Questo non perchè si abbia diritto a opporsi, ma solo per ottenere un risarcimento. Sono comunque in migliaia i contadini che sostengono di non aver firmato nessuna autorizzazione, o di essere stati costretti con la violenza dalla squadre illegali che imperversano in zona da quando si deve costruire lo stabilimento, o di averlo fatto con la promessa di un posto di lavoro nella nuova fabbrica. E la legge tutela i diritti di chi può provare il possesso del terreno. Che non è il caso di centinaia di vedove, dei tanti braccianti o fittavoli o mezzadri, o di tutti coloro che non sono stati registrati per una lacuna del catasto bengalese.


poliziotti del Bengala a protezione del cantiere Tata a SingurPerché Le proteste sono cresciute con l'ingresso in campo di alcuni oppositori del partito comunista marxista di Bhuddabeb Bhattacharji, come i naxaliti. I marxisti, che mirano da decenni all'instaurazione del socialismo in India, hanno protestato associando le lotte di Singur a quelle del distretto di Nandigram, contro un esproprio mirato a favorire una multinazionale chimica indonesiana. A loro si è aggiunta una scissione bengalese del partito del Congresso, il Trinamul Congress party. Proteste cresciute fino a manifestazioni durate giorni nel febbraio 2007, represse nel sangue dalla polizia bengalese con un morto e decine di feriti tra i sindacalisti. Ma il progresso industriale indiano non si può fermare: le esigenze dei contadini di ritornare in possesso delle terre di Singur, tanto fertili da dare cinque raccolti l'anno, stanno per essere dimenticate. La notizia del momento è “l'auto più economica del pianeta”.

da www.peacereporter.net 


[Balcani] A qualche giorno dall'indipendenza del Kosovo, si rischia una nuova crisi 

                                 Intervista con Giulietto Chiesa  (da www.infoaut.org )


Febbario 2008 - Il Kosovo dichiarerà unilateralmente l'indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio. I l primo ministro kosovaro, Hashim Thaci lo ha annunciato qualche giorno fa (8 febbraio) invitando i serbi confinati nelle enclavi superstiti della provincia a maggioranza albanese a "restare".

L'evento viene pompato mediaticamente come una vittoria della democrazia e il giusto anelito al'auto-determinazione della componente kosovaro-albanese della regione. In pochi sembrano interrogarsi sugli spiragli di crisi che questa mossa rischia d'innescare. Il Kosovo è oggi uno dei nervi sensibili su cui va riconfigurandosi una nuva "guerra fredda" post-sovietica.
Le recenti dichiarazioni di Putin sul rilancio di una "nuova corsa agli armamenti" devono essere lette anche come risposta alle macchinazioni che gli Usa stanno tramando sulla provincia balcanica

Sull´evento aleggia infatti il pressing degli Usa sull'Ue, soprattutto dopo la pubblicazione del «Dossier Kosovo», che rivela come la Slovenia, che detiene al momento la presidenza di turno dell'Ue, avrebbe "preso ordini" da Washington. Proprio il macchiavellismo con cui si delega a un ex-paese yugoslavo di proclamare l'indipendenza di un'altra provincia della ex confederazione è indice della vista a corto raggio di una politica imperiale del dividi et impera che rischia di ripetere, quasi alla lettera, i vari passaggi che, negli ultimi 15 anni, hanno portato alla distruzione della Yugoslavia. Forse, è proprio quello che si vuole...

Quello che è certo, è che né la Russia né la Serbia staranno a guardare.

 

Secondo Giulietto Chiesa, la mossa unilaterale è "una provocazione ordita da Washington, contro la Russia e contro l'Europa"

> Ascolta l'intervista (colonna a lato)

> «Per l'indipendenza di Pristina è pronto il "Piano di Lubjiana"» (di Giulietto Chiesa)

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Vedi anche:

«In Kosovo c'è solo odio» (Intervista a Peter Handke)

«La verità è che tra gli albanesi kosovari non c'è alcuna speranza»


>> E’ la volta del Kosovo…


Il mondo ricorda Thomas Sankara, ucciso 20 anni fa (www.informationguerrilla.org )

11 Ott 2007 12:33

di Luca Cumbo

Thomas Sankara è stato l’eroe della rivoluzione popolare che nel 1983 cambiò i destini del Burkina Faso, che da decenni vedeva accrescere una miseria devastante sotto l’alternarsi di colpi di Stato. In soli quattro anni di governo, riuscì a realizzare riforme sociali epocali cambiando il volto del Paese, lasciando un segnale indelebile nelle coscienze politiche di tutti i popoli africani.

Dal 1896 protettorato e poi colonia dell’Africa occidentale francese, il Burkina Faso, col nome di Alto Volta [la regione conteneva la parte superiore del bacino idrografico del Volta], dopo aver subito smembramenti e riunificazioni, divenne nel 1947 uno Stato a sé anche se dovette aspettare il 1958 per inaugurare una forma di autogoverno all’interno della Communauté Franco-Africaine. Due anni dopo ottenne la completa indipendenza. Gli anni successivi furono segnati, come accadde in quasi tutte le ex-colonie europee in Africa, dalla cronica instabilità politica e dal saccheggio delle risorse pubbliche da parte della corrotta classe dirigente.

Nel 1960 l’Alto Volta era un Paese di sette milioni di abitanti, di questi sei milioni erano contadini; aveva un tasso di mortalità infantile al 180 per 1000 e una percentuale di analfabetismo del 98% della popolazione; l’aspettativa di vita era in media di soli 40 anni; c’era un medico ogni cinquantamila abitanti. L’Alto Volta era una nazione letteralmente assediata dalla desertificazione, dalla carestia e dal crescente debito estero. Fino al 1983 è stato uno dei Paesi più poveri del mondo, anche per la forte carenza di materie prime.
Eletto alla presidenza nel 1960, Maurice Yaméogo instaurò un regime autoritario, suscitando crescenti controversie. Nel gennaio del 1966 le misure d’austerità introdotte dal suo governo provocarono le grandi proteste dei sindacati e dei movimenti d’opposizione: Yaméogo venne costretto a dimettersi. Sangoulé Lamizana divenne il nuovo leader promulgando una Costituzione con aperture democratiche. Per risanare le finanze statati devastate, adottò una politica economica estremamente severa e rigida. Gli effetti della grave carestia e del conflitto armato con il Mali per il controllo dei giacimenti minerari nella Striscia di Agacher, la povertà estrema delle zone rurali, l’economia in mano ai poteri neocoloniali, la corruzione dilagante, le lotte per accaparrarsi scampoli di potere, uniti all’aumento dei prezzi e al blocco dei salari scatenarono nuove forti proteste di massa e determinarono una prolungata instabilità politico-istituzionale perdurata fino ai primi anni Ottanta finché, nell’agosto del 1983, la ribellione di un gruppo di militari, che si autodefinivano “rivoluzionari”, portò al potere Thomas Sankara: «Non posso contribuire a servire gli interessi di una minoranza» disse. «Non è giusto che qualcuno muoia di fame e privazioni mentre qualcun altro può permettersi di sprecare o gozzovigliare». E ancora: «Crediamo che il mondo sia diviso in due classi antagoniste: gli sfruttati e gli sfruttatori; Non possiamo esimerci dalla ricerca a oltranza della giustizia sociale». Iniziava così la rivoluzione burkinabé. Sankara ed il suo Consiglio nazionale rivoluzionario miravano a un cambiamento radicale della società. Si aprì nel Paese un’originalissima fase politica osservata con interesse da più parti; venne inaugurata una campagna di moralizzazione della pubblica amministrazione e una politica economica attenta alle esigenze delle popolazioni rurali, la stragrande maggioranza [misera] della nazione. Nell’agosto 1984, per primo anniversario della presa del potere, il nuovo corso fu sottolineato anche simbolicamente cambiando la denominazione da Alto Volta, d’eredità coloniale, in Burkina Faso che significa più o meno «Paese degli uomini liberi ed integri».

Il programma di governo era davvero rivoluzionario per un Paese africano: in meno di tre settimane il 60% dei bambini del Paese fu vaccinato contro la meningite e la malaria. Ovunque Sankara fece costruite nuove scuole, presidi sanitari, magazzini per conservare i raccolti in vista della razionalizzazione della produzione agricola. Per la realizzazione di queste opere, e per farlo nel più breve tempo possibile, Sankara puntò al coinvolgimento diretto della popolazione. Molta gente si offriva volontaria per realizzare le opere della rivoluzione, ad altri invece, come i capi-villaggio, fu imposto di seguire corsi di formazione per infermieri di primo soccorso, perché potessero essere utili agli altri abitanti, rompendo quindi gli schemi culturali di tipo feudale che permettevano, fino ad allora, ai capi-villaggio di comportarsi come signorotti locali per sfruttare i contadini. Sul piano sociale e culturale Sankara creò una frattura netta col passato. In questo modo Sankara si era procurato diversi nemici all’interno del suo stesso Paese. Pur godendo dell’appoggio delle masse, entrò sempre più in contrasto con alcuni gruppi di potere molto influenti come i proprietari terrieri, i capi tradizionali. Per la campagna di alfabetizzazione rapida delle enormi zone rurali furono imposti periodi di lavoro comunitario agli studenti universitari, impiegati oltre che nella campagna della vaccinazione di massa contro le malattie infantili, nella costruzione di opere pubbliche, nella creazione e sviluppo di cooperative agricole [anche i funzionari statali avevano l’obbligo periodico di partecipare a queste campagne]. Nel 1986 il Burkina Faso raggiunse l’autosufficienza alimentare.

Fu ridotto lo stipendio dei militari, dei dirigenti pubblici e del governo stesso imponendo una radicale politica di austerità e oculatezza a tutti i funzionari pubblici. Thomas Sankara scelse di vivere sulla propria pelle il modello di vita proposto alla sua gente: «Non possiamo essere la classe dirigente ricca di un Paese povero» amava ripetere spesso. Rifiutava di stare al di sopra delle possibilità della gente comune; fece vendere le auto blu ministeriali, sostituendole con semplici utilitarie, guidava personalmente una Renault 5 o usava una bicicletta. La denuncia pubblica e il licenziamento dei funzionari statali colpevoli di corruzione era la via praticata da Thomas Sankara che scelse di ridurre drasticamente le spese dell’amministrazione statale, fino ad allora fonte di sperpero del 70% del bilancio totale.

Il grande obiettivo della rivoluzione era far raggiungere al Paese l’autosufficienza alimentare.
A New York, durante la 39ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Sankara affermò che in «un mondo dove l’umanità è trasformata in circo, lacerata da lotte fra i grandi e i meno grandi, attaccata da bande armate e sottoposta a violenze e saccheggi […] dove le nazioni agiscono sottraendosi alla giurisdizione internazionale, armando gruppi di banditi che vivono di ruberie e di altri sordidi traffici», la priorità dei suoi programmi era quella di restituire la dignità al suo popolo, strangolato da vecchi e nuovi colonialismi; egli ricercava la “felicità” diffusa, intendendo per essa qualcosa di realmente concreto: pasti due volte al giorno e almeno dieci litri d’acqua potabile tutti i giorni per ogni persona. Si investì nello scavo di pozzi e nella costruzione di piccole dighe, fu fornito aiuto economico e tecnico alla popolazione rurale. Furono favorite politiche ambientali di salvaguardia del territorio e di riforestazione, contro l’avanzare del deserto e a favore di una agricoltura di sussistenza, non di depauperamento del territorio a causa di uno sfruttamento intensivo. «La distruzione impunita della natura continua. Noi non siamo contro il progresso, semplicemente chiediamo che esso non significhi anarchia criminale e disprezzo per i diritti degli altri Paesi». Il pane veniva fatto mischiando la farina di miglio a quella di mais perché altrimenti costava troppo e doveva essere importato con pesanti ricadute sul debito.
Mangiare quel che si produceva e vestire con tessuti locali erano due importanti conquiste volte a garantire la sussistenza a tutto il popolo del Burkina Faso, evitare il più possibile importazioni straniere che incidevano negativamente non solo sul debito pubblico: «Dobbiamo accettare di vivere all’africana, perché è il solo modo di vivere liberamente, il solo modo di vivere degnamente».
«Il nostro Paese produce cibo sufficiente per nutrire tutti i burkinabè. Ma, a causa della nostra disorganizzazione, siamo obbligati a tendere la mano per ricevere aiuti alimentari, che sono un ostacolo e che introducono nelle nostre menti le abitudini del mendicante. Molta gente chiede dove sia l’imperialismo: guardate nei piatti in cui mangiate. I chicchi di riso importato, il mais, ecco l’imperialismo. Non c’è bisogno di guardare oltre».

Sankara rifiutava decisamente gli aiuti internazionali e le politiche di “aggiustamento” indicate dal famigerato Fondo monetario internazionale, più o meno le stesse che in tempi recenti hanno portato l’Argentina sull’orlo del baratro: «L’Africa si salverà da sola. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno sta nella nostra terra e nelle nostre mani». Bisogna «restituire l’Africa agli africani» poiché «dopo essere stati schiavi, siamo ora schiavi finanziari. Dobbiamo avere il coraggio di dire ai nostri creditori: siete voi ad avere ancora dei debiti, tutto il sangue preso all’Africa». L’attacco frontale al sistema di condizionamento politico ed economico che stava dietro gli aiuti internazionali spinse Sankara ad affermare: «Quelli che ci hanno prestato il denaro sono gli stessi che ci hanno colonizzato, sono gli stessi che hanno gestito per tanto tempo i nostri Stati e le nostre economie. Loro hanno indebitato l’Africa. Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo».

Fu avviata allora una grande campagna contro il debito estero dei Paesi africani. Nel 1983 il debito estero del Burkina Faso era il 40% del Pil (Prodotto interno lordo): «Il debito nella sua forma attuale è la riconquista coloniale, il debito non può essere rimborsato, quello che il Fondo monetario internazionale chiede lo abbiamo già fatto». Sankara attuò il risanamento dei conti pubblici come chiesto dal Fmi senza seguire però le loro “ricette”, si rifiutò infatti di tagliare le spese per lo Stato sociale, riducendo invece quelle per l’apparato burocratico e quelle militari: «Potete citarmi un solo caso in cui il Fmi e il suo aiuto non abbiano prodotti effetti negativi? Ci è sembrato di capire che quello che il Fmi cerca va ben al di là di un controllo sulla gestione: è un controllo politico». Un controllo politico che ha l’imperialismo occidentale come mandante.

«L’imperialismo è un sistema di sfruttamento che non si presenta solo nella forma brutale di coloro che vengono con dei cannoni a conquistare un territorio, imperialismo è più spesso ciò che si manifesta in forme più sottili, un prestito, un aiuto alimentare, un ricatto. Noi stiamo combattendo il sistema che consente ad un pugno di uomini sulla terra di comandare tutta l’umanità». Il debito estero era visto da Sankara quindi come una forma di usura internazionale legalizzata, il grimaldello delle potenze economiche per scassinare i forzieri africani: «È il nostro sangue che ha nutrito le radici del capitalismo, provocando la nostra attuale dipendenza e consolidando il nostro sottosviluppo».

A complicare i rapporti con le potenze occidentali erano anche le “scandalose amicizie” di Sankara con Fidel Castro e con il leader del Frelimo [il Fronte di liberazione del Mozambico] Samora Machel e presidente del Mozambico, morto in un incidente aereo, in circostanze poco chiare, il 19 ottobre 1986. Il sostegno esplicito alle lotte dell’America latina, a fianco dei palestinesi e la condanna di ogni imperialismo [compreso quello sovietico] portò all’adesione, in politica internazionale, al movimento dei Paesi non allineati. Forti contrasti si erano creati con alcuni Paesi occidentali, specialmente con la Francia e gli Stati Uniti, rispetto ai quali il Burkina Faso era stato per decenni in una posizione di servitù politica ed economica.

Nella realizzazione del programma rivoluzionario di Sankara il coinvolgimento di tutto il popolo era fondamentale: «La nostra rivoluzione è e deve essere l’azione collettiva di rivoluzionari per trasformare la realtà e migliorare concretamente la situazione delle masse del nostro Paese»; le donne in particolare rivestivano un ruolo importante e raro per un Paese africano: «Se la rivoluzione perde la lotta per la liberazione della donna, avrà perso il diritto a una trasformazione positiva della società». Il divorzio divenne un diritto che poteva essere chiesto dalla donna anche senza il consenso del marito; fu favorita la partecipazione attiva e produttiva delle donne alla vita politica della società. «Il peso delle tradizioni secolari della nostra società ha relegato le donne al rango di bestie da soma. Le donne subiscono due volte le conseguenze nefaste della società neo-coloniale: provano le stesse sofferenze degli uomini e, inoltre, sono sottoposte dagli uomini ad ulteriori sofferenze. La nostra rivoluzione si rivolge a tutti gli oppressi e gli sfruttati e quindi si rivolge anche alle donne».

Il controllo dello Stato sulla cooperazione internazionale, veniva effettuato in maniera capillare in modo da evitare la creazione di condizioni tali da trasformare gli aiuti umanitari in aiuti inutili o quasi “imposti”, come una sorta di «protezione di stampo mafioso», per dirla come Luigi Cavallaro ne Il modello mafioso e la società globale [Manifestolibri, Roma, 2004], che rende di fatto schiavi delle grandi potenze finanziarie e militari. «L’imperialismo, attraverso le multinazionali, il grande capitale e la potenza economica è un mostro senza pietà, dotato di artigli, corna e denti velenosi. E’ spietato e senza cuore». Le grandi potenze «ci rimandano in un mondo di schiavitù in abiti moderni»; bisogna ricercare solo «l’aiuto che aiuta a far velocemente a meno dell’aiuto» e non quello che serve alle imprese del ricco Nord del mondo e a presunti esperti pagati con cifre da capogiro. «Con lo stipendio di un dipendente della Fao [Food and agricolture organization, struttura delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura] possiamo costruire una scuola […] Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per vent’anni. Non ci sarà salvezza per noi al di fuori da questo rifiuto, né sviluppo fuori da una tale rottura».

Non tutte le campagne ebbero il tempo di dare i propri frutti, del resto quattro anni sono pochissimi rispetto a decenni di sfruttamento e devastazione, tuttavia va ricordato che durante gli anni della rivoluzione il Burkina Faso intraprese una via che sembrò davvero andare nella direzione di vera alternativa alla miseria e alla dominazione straniera culturale ed economica.

L’esperimento rivoluzionario, unico di questo tipo in Africa, terminò il 15 ottobre 1987 quando un altro colpo di Stato pose fine alla vita di Thomas Sankara. A guidare il golpe fu un vecchio compagno di lotta di Sankara, Blaise Compaoré, che da quella data è presidente del Burkina Faso.

Il nuovo presidente disse che la morte di Sankara fu un «incidente», così come un «intoppo temporaneo» venne considerato il vecchio programma rivoluzionario che necessitava di presunti aggiustamenti. Molte delle riforme portate avanti nel passato quadriennio furono cancellate, si attuarono privatizzazioni, si seguirono con rigorosa precisione i “consigli” del Fmi; non mancarono ovviamente le epurazioni, gli arresti indiscriminati e si tentò in ogni modo di cancellare ogni traccia e memoria della rivoluzione.

Oggi il Burkina Faso è ai primi posti nella classifica dei Paesi più poveri del mondo. Un paese globalizzato, aperto al libero mercato e quindi alle multinazionali agroalimentari degli Ogm [organismi geneticamente modificati], l’acqua potabile per tutti non è più un diritto e la gente ha ripreso a morire di fame. L’economia nazionale è fondata principalmente sugli aiuti esteri che, come un cappio al collo, continuano a ricattare il popolo intero. La parvenza democratica del potere odierno tenta di mascherare l’immensa miseria che si aggrava anno dopo anno, mentre la classe dominante si arricchisce sulla pelle del popolo senza alcun ritegno. Il Burkina Faso è tornato quindi a essere un Paese africano “normale”, cioè poverissimo, socialmente devastato. La corruzione dilaga, gli sperperi dello Stato sono tornati a crescere ai livelli, e anche più, pre-rivoluzionari, così come il debito estero è diventato stratosferico. Nel 2004 il debito estero ha raggiunto i tredici miliardi di dollari. A completare il quadro ci ha pensato la sempre maggiore diffusione dell’Aids che colpisce il 4% della popolazione. L’enorme tasso di disoccupazione provoca un pesante fenomeno di emigrazione che va a ingrossare i capitali delle mafie trafficanti di uomini.

A 20 anni dalla sua morte, in Italia sono stati promossi seminari, convegni, spettacoli; la sorella Odile è stata in questi giorni a Roma, con la Carovana Sankara «Mèmoire de braises et futurs Tom Sank 2007» per raccontare l’opera rivoluzionaria del presidente burkinabè, della sua eredità anche per il movimento di emancipazione femminile. La Carovana è partita da Città del Messico l’8 settembre, attraversando l’Italia, quindi giungerà il 14 ottobre a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, dove il Comitato nazionale d’organizzazione dell’anniversario ha preparato, dall’11 al 14 ottobre, il «Simposio internazionale sul pensiero e l’azione del presidente Thomas Sankara» [il programma è su www.thomassankara.net]. L’incontro vedrà la folta partecipazione di delegati provenienti da tutta l’Africa, dall’America Latina e dall’Europa.

La Campagna internazionale giustizia per Sankara negli ultimi anni ha promosso vari procedimenti giuridici locali ed internazionali per ottenere giustizia. Un primo risultato si è avuto nell’aprile 2006 quando il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha condannato il Burkina Faso per il fallimento dell’inchiesta sulla morte di Sankara. Il presidente Compaoré da un lato ha proposto una «Riconciliazione nazionale» che non ha trovato supporto nell’opposizione, dall’altro non ha mancato di minacciare gli organizzatori degli eventi in ricordo di Sankara.

Tutte le citazioni di Sankara sono tratte dal discorso tenuto a New York, il 4 ottobre 1984, durante la 39ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e dal libro Thomas Sankara, I discorsi e le idee, a cura di Marinella Correggia, Edizioni Sankara, Roma, 2006.
Per saperne di più si consiglia anche “L’africa di Thomas Sankara. Le idee non si possono uccidere“, di Carlo Batà, prefazione di Alex Zanotelli,Edizioni Achab, Verona, 2003


Povera Europa, le piazze in fiamme (la stampa)

Il governo dell’Islanda vacilla sotto le pietre dei cortei. Ma l’effetto domino si propaga a Riga, Sofia, Vilnius
MARCO ZATTERIN
BRUXELLES

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200901articoli/40339g...

Non c’è il Quarto stato in piazza, si contano sulle dita di una mano gli operai fra i tanti che da giorni tirano pietre, carta igienica, e - moda che s’afferma - scarpe, contro i palazzi del potere di Reykjavik. L’anima della rivolta sono coloro che hanno perso la ricchezza, non quelli che non l’hanno mai avuta. L’Islanda era sino a due anni fa regina in ogni classifica di sviluppo e benessere, un Bengodi che cresceva senza sosta. Poi c’è stata la crisi finanziaria, la bancarotta generalizzata, il prodotto interno lordo previsto in flessione di 10 punti. Il popolo della piccola tigre dell’Atlantico del Nord, terra di geyser, di banche e di Suv, teme di perdere tutto e protesta sull’orlo di una crisi di nervi. Da martedì i cortei sfilano davanti all’Althing, il parlamento islandese. Giovedì, per la prima volta dal 1949, anno dell’adesione alla Nato, sono intervenuti i reparti antisommossa coi gas lacrimogeni per disperdere la folla. Erano due-tremila anime, ma sull’isola fredda fanno l’un per cento della popolazione. Hanno bersagliato con uova e lattine persino l’auto del premier Geir Haarde, che ieri ha annunciato elezioni anticipate per il 9 maggio. Vogliono che la politica si rimbocchi le maniche, risolva la crisi, allontani i corrotti.

La gente comune non si sente colpevole della crisi e non intende pagarne il prezzo. Tocca a deputati e banchieri. Per questo è pronta a tutto. Capita però che non siano i soli. E che all’insofferenza islandese se ne accompagni una diffusa nei Paesi del Baltico, nell’Europa dell’Est e, madre di tutte le recenti proteste, in Grecia. Gli osservatori cominciano a segnalare un’ondata circolare di disordini latenti in numerosi stati. La diagnosi diffusa è che la crisi economica provocherà presto altri sommovimenti. «Può succedere quasi dappertutto - ha detto alla Bbc il direttore del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss Kahn -, può capitare da noi come nei Paesi emergenti. Sinora abbiamo avuto scioperi che sembrano normali, ma credo che la situazione possa peggiorare in fretta». E’ un quadro «molto, molto serio», stigmatizza il francese di Washington. Ha motivo di essere preoccupato. Una settimana fa se le sono date di santa ragione a Sofia. Duemila persone si sono raccolte davanti al parlamento bulgaro spinte dal desiderio, dicevano gli organizzatori, «di non essere più il Paese più povero e corrotto dell’Ue».

Fianco a fianco hanno sfilato gli agricoltori, preoccupati per il basso valore dei loro prodotti, e gli studenti, infuriati per la troppa criminalità e insicurezza. Le forze dell’ordine ci sono andate pesanti. Botte e arresti. Gli analisti fanno notare che il male bulgaro è una questione di malcostume politico, non di crisi economica, perché il Paese non è in recessione (Pil 2009 previsto a +1,8%). L’insofferenza è però abile a colpire nel debole ogni volta che varca un confine. Ed è contagiosa. Ne sa qualcosa il governo lettone. A Riga si sono avuti i disordini più violenti dalla caduta della Cortina di ferro. Un corteo di 10 mila persone ha sfidato apertamente la polizia per chiedere un’azione di rilancio economico al governo. Quest’anno la crescita nello Stato baltico sarà negativa di 7 punti e la disoccupazione raddoppierà al 10%.

«E’ crollata la fiducia nelle istituzioni», concede il presidente Valdis Zatlers, ormai rassegnato a spingere per le elezioni anticipate. Pochi giorni prima la capitale lituana Vilnius è stata teatro di uno spettacolo simile: manifestanti che lanciano uova e pietre, polizia in assetto antisommossa, lacrimogeni. «Sono segnali seri e non ancora gravi - spiega una fonte diplomatica di Bruxelles -. Il problema è se la scintilla dovesse reinnescarsi nei grandi Paesi, anzitutto in Grecia». E l’Italia? «E’ tranquilla, per il momento». Ad Atene, in effetti, i sindacati minacciano nuovi scioperi «probabili» dopo l’ondata di violenza di dicembre. Gli economisti stimano che il barometro della tensione si muoverà in parallelo con l’andamento della disoccupazione. Vuol dire che Francia, Spagna e Irlanda sono sul livello di guardia. «C’è una crescente convinzione che le autorità pubbliche hanno perso il controllo della situazione», puntualizza Robert Wade, un economista della London School of Economics. Occorre una sana iniezione di fiducia nel momento in cui la crisi picchia più duro. «In caso contrario - si sottolinea a Bruxelles - sarà la piazza a parlare. Con conseguenza realmente difficili da prevedere».


La via d’uscita alle dismissioni: licenziare il padrone!

di Naomi Klein e Avi Lewis

Mercoledì 27 ma

Nel 2004, abbiamo realizzato un documentario "The Take - La presa" sul movimento argentino delle fabbriche occupate e autogestite dai lavoratori. D’un tratto, nel 2001, l’Argentina si risvegliò nel pieno di un drammatico disastro economico e migliaia di lavoratori entrarono nelle fabbriche abbandonate e le rimisero in funzione organizzandosi in cooperative. Abbandonati da padroni e politici, gli operai riuscirono allora a recuperare stipendi non retribuiti e liquidazioni. E insieme, nel rivendicare i propri diritti, non hanno mai smesso di pretendere il proprio posto di lavoro.

Nel promuovere il nostro lavoro in Europa e in Nord America, ogni dibattito terminava con la domanda: «tutto quello che è successo in Argentina, come potrebbe mai accadere qui?»

Oggi che l’economica mondiale assomiglia incredibilmente a quella argentina del 2001 (e molte delle cause sono le medesime) tra i lavoratori dei paesi ricchi si sta sviluppando una nuova ondata di mobilitazione. E di nuovo le cooperative diventano una concreta alternativa ai continui licenziamenti. I lavoratori statunitensi e europei iniziano a porsi la stessa domanda che si sono posti i colleghi latino-americani: «perché ci devono licenziare? Perché non possiamo noi licenziare i padroni? Perché le banche possono mandare in fallimento la nostra azienda pur prendendosi milioni di dollari che sono di fatto soldi nostri?».

Domani notte (il 15 maggio) alla Cooper Union di New York parteciperemo a un confronto pubblico - «Licenziare il padrone: il controllo dei lavoratori come soluzione da Buenos Aires a Chicago» - che affronta questo fenomeno.

Con noi ci saranno esponenti del movimento argentino e lavoratori in lotta della Republic Window and Doors di Chicago (il 4 dicembre 2008 l’azienda produttrice di porte e finestre più importante degli Usa ha annunciato che in 3 giorni avrebbe lasciato a casa 300 dipendenti, i lavoratori hanno occupato la fabbrica, ndt).

Dar voce a quanti cercano di ricostruire economie dal basso, e che hanno bisogno di sostegno pubblico, politico e governativo, è secondo noi il modo migliore per affrontare la questione. Per chi non riuscisse a esserci domani, qui di seguito una sintesi degli sviluppi in mondo di questo fenomeno, ossia dei lavoratori che riprendono il controllo della situazione.

Argentina:
In Argentina, prima fonte di ispirazione per molte azioni attuali dei lavoratori, ci sono state più occupazioni negli ultimi quattro mesi che nei precedenti quattro anni. Un esempio:
Arrufat, ditta produttrice di cioccolato con 50 anni di storia, è stata chiusa senza preavviso alla fine dell’anno scorso. Trenta operai hanno occupato la fabbrica e nonostante una quantità enorme di debiti contratta dalla proprietà sono riusciti a produrre cioccolatini alla luce del giorno usando generatori.

Con un prestito inferiore ai 5 mila dollari elargito da The Working World, una ong che si occupa di finanziamenti creata da un ammiratore di The Take, gli operai sono riusciti a produrre 17 mila uova pasquali. Hanno guadagnato 75 mila dollari, di cui mille sono andati a ciascun lavoratore e il rimanente è stato messo da parte per le produzioni future.

Gran Bretagna:
Visteon è una fabbrica manifatturiera che produce ricambi d’auto e che è stata tagliata fuori dalla Ford nel 2000. Nell’aprile 2009, a centinaia di lavoratori è stato comunicato il licenziamento con decorrenza immediata. E duecento di loro a Belfast sono saliti sul tetto della fabbrica, altri duecento a Enfield (Londra) li hanno seguiti il giorno seguente.
Nelle settimane successive Visteon ha aumentato il fondo di liquidazione di dieci volte dall’offerta iniziale, ma l’impresa si rifiuta di depositare il denaro nel conti correnti degli operai fintanto che la vertenza continua. Ma i lavoratori non mollano.

Irlanda:
Una fabbrica dove si producono i leggendari cristalli Waterfront è stata a inizio anno occupata per sette settimane. A scatenare l’occupazione, l’amministrazione straordinaria per liquidazione attività della casa madre Waterfront Wedgewood, dopo l’acquisizione da parte di un’impresa statunitense.
I compratori americani oggi hanno trasferito 10 milioni di euro in un fondo di liquidazione e le trattative per mantenere alcuni posti di lavoro proseguono.

Canada:
Dal fallimento dell’azienda d’automobili Big Three ci sono state quattro occupazioni. Gli operai canadesi dall’inizio del 2009 si sono mobilitati contro la chiusura e la perdita dei propri diritti acquisiti. Sono entrati in occupazione per evitare che i macchinari fossero portati via e hanno usato questo mezzo per obbligare l’impresa a sedersi attorno a un tavolo a trattare. Che poi è quello che hanno fatto i lavoratori in Argentina.

Francia:
In Francia c’è stata un’ondata di «sequestri di padroni» quest’anno. I lavoratori arrabbiati hanno trattenuto i padroni nelle fabbriche a rischio chiusura. E’ successo alla Caterpilla, alla 3M, alla Sony e alla Hewlett Packard.

Ai dirigenti di 3M gli operai hanno offerto un pasto di cozze e patatine fritte (specialità belga, ndt) durante la loro permanenza notturna.

In Francia poi un film satirico, «Louise-Michel», ha avuto grande risonanza mediatica e di pubblico. Nella commedia un gruppo di lavoratrice assume un killer per uccidere il proprio padrone perché ha chiuso la fabbrica senza preavviso.

Un sindacalista a marzo ha quindi dichiarato, «chi semina misera raccoglie furia. Violenti sono quelli che taglia posti di lavoro, non chi li difendono».

Questa settimana, mille metalmeccanici hanno interrotto i lavori societari della ArcelorMittal, la più grande produttrice d’acciaio nel mondo. Hanno invaso il quartier generale della società nel Lussemburgo, sfondando cancelli, rompendo finestre e scontrandosi con la polizia.

Polonia:
Sempre questa settimana, nel sud della Polonia, migliaia di lavoratori si sono barricati negli uffici amministrativi della più importante compagnia carbonifera europea in protesta contro i tagli negli stipendi.

Usa:
Qui c’è la storia ormai leggendaria della Republic Windows and Doors. Duecentosessanta lavoratori hanno occupato la fabbrica per sei giorni che hanno scosso Chigaco a dicembre. Con una sagace campagna contro il maggior creditore dell’azienda, niente po’ po’ di meno della Banca d’America («A voi hanno aiutato, voi ci mettete in vendita!», il loro slogan) e con un’incredibile solidarietà internazionale, i lavoratori hanno ottenuto la liquidazione che spettava loro. E c’è di più: la fabbrica ora riapre con nuovi proprietari e con la produzione di finestre eco-compatibili tutti i lavoratori sono stati riassunti allo stesso salario.

Questa stessa settimana, l’esperienza di Republic sta facendo scuola. Hartmax è un’impresa con 122 anni di storia nella realizzazione di vestiti da uomo, compresi lo spezzato blu che Barack Obama aveva addosso la sera della sua elezione e lo smoking e il soprabito della sua serata inaugurale.

L’impresa è in bancarotta. Il suo maggior creditore è Wells Fargo, la quarta banca d’America che ha ottenuto un finanziamento pubblico di 25 miliardi di dollari per il suo salvataggio. E mentre ci sono due offerte per rilevare la società e mantenere le produzioni, la Wells Fargo la vuole liquidare. Lunedì 650 lavoratori hanno votato per l’occupazione della fabbrica di Chicago in caso la banca non faccia dietrofront.

E non è che l’inizio...

Articolo pubblicato sul sito www.naomiklein.org (14.05.09)

In spagnolo su www.rebelion.org

Traduzione di Gloria Bertasi.


Un'intervista con Michael Hardt

Il ritorno dell'Impero e le lotte per il comune

Il G.8 e Obama, le moltitudini e la crisi: che cosa è cambiato? Che cosa cambierà?

21 / 7 / 2009

intervista a cura di Giuliano Santoro

Michael Hardt ha 49 anni e insegna alla Duke University, nel North Carolina. Lo intervistiamo mentre a dato alle stampe «Commonwealth», il terzo capitolo dell'opera che ha cominciato nel 2000 insieme a Toni Negri con «Impero» [pubblicato in Italia nell'autunno del 2001, solo qualche settimana dopo il luglio del G8 genovese] e che è proseguita con «Moltitudine». Adesso il G8 torna in Italia ed è un'occasione per discutere del «nuovo ordine mondiale» e dei cambiamenti di questi anni.


«Tutto ciò che avevamo visto nel periodo del movimento di Genova e di quello globale, cioè la costruzione di un nuovo ordine mondiale con nuove forme di organizzazione reticolare, oggi funziona a pieno regime – ci dice Michael - In questi anni, dopo Genova e l'11 settembre, ci sono stati momenti in cui poteva sembrare che gli Stati uniti erano davvero capaci di gestire il mondo secondo lo schema dell'imperialismo, in maniera unilaterale. La guerra in Iraq, ad esempio, era concepita dagli architetti della Casa bianca come una dimostrazione dell'esistenza di un ordine mondiale che andava contro l'ipotesi che avevamo descritto con Toni in 'Impero' e che aveva descritto il movimento in generale. Volevamo sottolineare che il nemico non era più uno stato-nazione. Ci opponevamo invece a tanti stati più le istituzioni sovranazionali come il Fondo monetario internazionale o il G8, oltre ovviamente ai grandi capitalisti. Si trattava di una rete di collaborazione in formazione, con diversi poteri di diversi tipi e con diverse gerarchie tra loro. Il fallimento dell'operazione unilateralista di George W.Bush non è solo militare. È anche economico e politico. È stato il fallimento dell'imperalismo. Per questo non ci troviamo allo stesso punto di otto anni fa, ma abbiamo la stessa necessità di capire il nuovo ordine in formazione, che corrisponde all'Impero. Il termine non m'importa molto, m'interessa il concetto. Mi interessa capire i lineamenti e la forma di questo nuovo potere. Il nostro compito, quindi, è ancora quello degli anni di Genova. Dobbiamo capire qual è il nostro nemico, analizzare il potere che si sta formando, trovare i modi per confrontarci con esso e gestire una resistenza efficace. Scrivendo 'Impero' ritenevamo che l'antiamericanismo tradizionale non fosse più adeguato al livello delle dominazioni mondiali. Questo fatto oggi è evidente a tutti».

Quando uscì «Impero» dovreste confrontarvi con due critiche, soprattutto. La prima proveniva dai marxisti più ortodossi, che vi accusavano di negare l'esistenza dell'imperialismo tradizionale. La seconda, molto più acuta, sosteneva che la vostra teoria rischiava di cadere, come aveva fatto il marxismo storicista, in una concezione lineare e progressiva del tempo. Rischiavate di ripetere lo schema secondo cui l'accumularsi delle contraddizioni cresce col tempo e porta necessariamente il capitalismo al collasso. Negli anni successivi avete sventato questa trappola teorica incrociando i vostri studi con i pensatori del sud del mondo e con l'archivio degli studi postcoloniali.

Le lotte anticoloniali e gli studi postcoloniali hanno il merito di analizzare il potere che viene dopo il colonialismo ma mantiene ancora forme di dominazione molto forti. Riconosco il pericolo di cadere in una nozione del progresso automatica, secondo cui il capitale stesso automaticamente sviluppa alternative economiche e sociali. La storia non è progressiva, è un misto di diversi tempi. Penso però che bisogna mantenere un'idea di progresso come esito delle lotte. Abbiamo una tradizione di lotte per la libertà, per la democrazia, per l'uguaglianza. Non stiamo parlando di una teleologia astratta, della «marcia di libertà della storia», come diceva Hegel, che si sviluppa oggettivamente. Tuttavia, dobbiamo riconoscere una marcia di libertà che viene da un'accumulazione di lotte, che costruiscono una specie di teleologia materiale.

Ma la coesistenza di più «tempi storici» e più «modi di produzione» dentro la globalizzazione e persino dentro lo stesso territorio di cui parlano i teorici postcoloniali ci evita di cadere in semplificazioni e schematismi.


Il concetto di «moltitudine» che preferisco è proprio quello che sottolinea l'eterogeneità di cui parli. Non si tratta solo di etereogenità sociale, cioè di diversi soggetti sociali che hanno diversi bisogni, ma anche di eterogeneità di tempi e di obiettivi. Per questo la lotta per la libertà non è unica e non pone il soggetto unificato. Non c'è una sintesi di tutte le lotte. Credo che questa eterogeneità di soggettività sia importante. L'Impero da questo punto di vista è più una domanda che una risposta. Lo stesso per la moltitudine. Come si fa a concepire in questa eterogeneità di soggettività di tempi e di società, un modo di lottare comune, in cui partecipiamo insieme? È la sfida che abbiamo imparato in questi anni sia dagli studi postcoloniali che, almeno per me negli Usa, dagli studi che arrivano dagli afroamericani e dalle femministe.

In questi anni è cambiata la situazione sociale italiana ed europea. Essa fornisce indicazioni sul fatto che non necessariamente questo soggetto multiplo che voi chiamate moltitudine produca effetti positivi? L'ossessione per la «sicurezza» non indica il fatto che una società irrappresentabile in senso tradizionale a causa delle sue ricchezze e delle sue differenze non si riconosca automaticamente in uno spazio comune e possa produrre gerarchie, razzismi, violenze?


La moltitudine non è solo un concetto empirico, come le masse o la folla. Io e Toni cerchiamo di capire il concetto di moltitudine come organizzazione. Non bisogna «essere moltitudine», bisogna «fare moltitudine». Ciò che vogliamo nominare per moltitudine è un modo di organizzazione. Per questo sono d'accordo con Paolo Virno quando parla delle ambiguità della moltitudine. La folla può produrre cose mostruose, come sappiamo. Ma noi guardiamo la cosa da un altro punto di vista, non parliamo di un processo spontaneo. Il nostro concetto di moltitudine non ha nulla a che fare con l'anarchia. La moltitudine è una nuova forma di organizzazione, e in questo mi sento comunista, alternativa alla tradizione che ci arriva dai partiti. L'ambiguità della moltitudine si combatte con nuove forme di organizzazione politica. Qui ci ricolleghiamo alla questione precedente: pensare che il progresso scaturisca automaticamente dalle condizioni date è un po' come pensare che da una moltitudine che origina dalle nuove forme di lavoro nascano spontaneamente effetti positivi. È necessaria una buona dose di allenamento politico per «fare moltitudine».

Nel 2000 concludevate Impero con tre punti per un programma politico: il reddito di cittadinanza, la libera circolazione dei migranti e la riappropriazione dei mezzi di produzione, che nel caso della produzione intellettuale era inteso come lotta al copyright. Sono rivendicazioni ancora attuali?


Non erano intuizione nostre. Raccoglievamo quello che sentivamo dai movimenti e dalla gente che avevamo attorno. Ci sembrava un buon modo per concludere un libro teorico. Un lettore poteva dire? «Adesso cosa si può fare?». Tanti giornalisti ci dicevano la stessa cosa che dicevano ai movimenti: «Questi non hanno nulla da proporrre in pratica». E invece allora come oggi c'erano tantissime proposte ragionevoli. Anche dieci anni dopo, quei punti indicano un campo di lotta politica attuale che corrisponde alle idee del libro.

Se ripensiamo al 2001, l'altro cambiamento riguarda il paese in cui vivi, gli Stati uniti. Antiamericanista o no, il militante di sinistra europeo aveva una certa spocchia nei confronti dell'America. Dalle ultime elezioni europee viene fuori che il Vecchio Continente si sposta a destra. E invece gli Usa di Obama sono un laboratorio delle nuove forme della politica. Tuttavia i movimenti che hanno contribuito alle'elezione di Obama, come quello dei migranti, sono in crisi.

 
Non sono un sostenitore di Barack Obama, ma credo che la sua amministrazione stia facendo un'operazione molto intelligente. Stanno sperimentando una nuova possibilità politica, anche se nell'ambito tradizionale statale. Come analista politico mi interessa. Quanto ai movimenti, credo soffrano una crisi di orientamento. Fare politica nei movimenti contro Bush e la guerra era facile. Adesso il governo non è «nemico» allo stesso modo. I movimenti sono vittime di uno schema: o decidono di trattare Obama come Bush, e quindi continuano a fare quello che facevano prima, o appoggiano il governo contro la destra. Non hanno ancora scoperto altre possibilità. In senso più generale, la situazione è analoga a quella che si vive in tanti paesi con governi di sinistra dell'America latina. Certamente, Obama non è di sinistra alla maniera di Chavez o Lula. Ma la situazione è simile per il fatto che i movimenti non hanno capito come attraversare quest'empasse, l'alternativa tra resistenza o appoggio. Per questo, i movimenti statunitensi possono imparare molto da movimenti latinamericani. In Bolivia e Brasile ci sono diversi esempi di movimenti che vanno oltre l'empasse del governo di sinistra. Questo non è un momento di grandi numeri e grandi attività per i movimenti statunitensi, invece ci sarebbe la possibilità di fare molte cose. Non siamo più costretti a combattere le idiozie di Bush come la tortura o l'unilateralismo. Possiamo fare cose molto più importanti e più belle. Non bisogna per forza scegliere tra resistenza e appoggio. Dobbiamo trovare il modo di essere contro il governo, ma in modo diverso dall'epoca Bush.

Fino a che punto Obama è cosciente del fatto che lui è frutto della crisi della rappresentanza e che deve molto ai movimenti?

 
Di sicuro nell'amministrazione Obama ci sono molti esponenti che vengono da una tradizione di lotte. I latinos, la lunga storia delle lotte afroamericane, persino i no global: alcuni uomini della staff di Obama non vengono dai quei movimenti ma sicuramente dall'onda di quei movimenti. Ovviamente questo non significa che continuino il lavoro di quei movimenti. Del resto, nessuno pensa che Evo Morales in Bolivia prosegua in maniera diretta l'azione dei movimenti. Il punto è scoprire come essere critici del governo.

In autunno esce negli Stati uniti il nuovo libro che hai scritto con Toni Negri. Di cosa vi occupate questa volta?


Il libro si intitola «Commonwealth», una parola che ha un doppio senso: si riferisce sia alla ricchezza comune che al governo della tradizione inglese del Seicento. Non so come potremmo rendere questo gioco in italiano, forse con «comune». È interessante che in italiano questa parola indichi anche il governo della città. Una delle cose di cui parliamo è il rapporto tra i due sensi del comune. Da un lato c'è quello che potremmo chiamare il «comune naturale», cioè la terra e tutto ciò che gli appartiene: acqua, terra e aria, tutto ciò che abbiamo e dobbiamo usare in comune. Questo è l'aspetto ecologico del comune. L'altro senso, di cui ci interessiamo di più, è il comune creato dall'attività umana, che è sempre più centrale nella produzione capitalistica: la produzione di idee, affetti, immagini, comunicazione, conoscenza. Ogni volta che questa sfera si fa proprietà privata o statale diventa meno produttiva. Ogni idea che diventa proprietà è meno produttiva, per questo la necessità del capitale di convertire il comune in proprietà distrugge la produttività stessa...

... ti interrompo solo per un chiarimento terminologico, visto che parli di «produzione». Dopo che i movimenti di questi anni hanno liberato dalle loro definizioni liberali i concetti di «libertà» e «democrazia» pensi sia il momento di riappropriarsi anche di questa parola?


Intanto voglio dire che [se ci riusciamo, ma non è scontato] dobbiamo liberare anche la parola «comunismo». Quanto alla produzione, per noi è centrale la produzione di soggettività. Ma la produzione di soggettività è centrale anche nella produzione capitalistica. Il capitalismo contemporaneo punta soprattutto a produrre rapporti sociali, affetti, idee. Sono completamente d'accordo con chi dice che si debba fermare la macchina che distrugge la terra e la vita sociale. Tuttavia, non so fino a che punto la teoria della decrescita riesca a tenere presente un concetto di produzione non industriale e non materiale.

Forse si tratta di abbandonare le pretese di unità di misura capitalistiche che ormai sono del tutto arbitrarie, a cominciare dalla pretesa di misurare il salario in ore di lavoro e la ricchezza in profitti. Quindi anche il concetto di «crescita» arbitrario. La crisi, in fondo è crisi dell'unità di misura capitalistica e del suo ultimo appiglio, la finanza. Il capitale non riesce più a contenere la vita.

Certamente. La vecchia misura capitalistica non funziona più. Ma il capitale è capace di trovare nuove unità di misura? Penso di no. Con la finanza abbiamo assistito a modi allucinanti di misurare la vita delle persone. Tuttavia, non penso che si debba semplicemente fissare una nuova unità di misura, magari più umana. Dobbiamo concepire la vita e il comune come qualcosa che non ha misura, che non è misurabile.

Del resto, la crisi economica ha mostrato quanto si intrecci il tema dei biocombustibili, che riguarda i beni comuni, con quello della speculazione finanziaria, dei mutui e delle assicurazioni, che riguardano la monetizzazione del comune, della vita e dei servizi.

 
La crisi impone questo confronto. È importante capire quali sono i rapporti tra le due facce del comune, quello naturale e quello artificiale, tra l'accesso all'acqua e la libera circolazione delle idee. Sono entrambi cruciali, e i legami tra di essi vanno sviluppato. In dicembre, a Copenaghen c'è il vertice sul postKyoto per i cambiamenti climatici. Quello potrebbe essere il momento di tessere meglio la relazione tra i movimenti contro il cambiamento climatico, che in generale non hanno molto sviluppato la prospettiva anticapitalistica, e quelli anticapitalistici che non hanno ancora elaborato una visione ecologista. Il tema del comune è un terreno su cui sviluppare questi conflitti. Dobbiamo occuparci del comune, di come governarlo senza distruggerlo. Dobbiamo capire come funziona il comune nella produzione capitalistica, come fondare istituzioni del comune, come costruire una società fondata né sulla proprietà privata né su quella pubblica. Si tratta di sviluppare una critica della proprietà, sia pubblica che privata, come forma del potere. Ciò che la proprietà privata è per il capitalismo e quella pubblica è per il socialismo, il comune dovrebbe essere per una nuova idea di comunismo.

4 luglio 2009 - da "Carta"




 

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