| Argentina:
La storia tragica di Estela e Guido |
| dal
manifesto Saturday, Mar. 25, 2006 |
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Normalità spezzata. Estela Carlotto,
nonna di Plaza de Mayo, da 30 anni alla ricerca del
nipote Guido, partorito dalla figlia Laura in un campo
di tortura.
Un comunista vicentino è costretto a scappare in
Argentina con la moglie e i due figli. I fascisti gli
rendono la vita impossibile. Si chiama Giovanni Carlotto. A
progettare la fuga ci pensa suo cugino Guglielmo, anarchico,
che una ventina d'anni prima aveva attraversato l'oceano per
non servire nell'esercito dei Savoia. Gli anni passano e
Guido, il più giovane dei figli, si laurea in chimica e
diventa un piccolo imprenditore. Sposa Estela, maestra di
una scuola sperduta dell'immensa provincia argentina. Hanno
4 figli, Laura, Claudia, Guido Miguel e Remo. Una normale
famiglia argentina di La Plata. Radici italiane, nostalgia e
tango, asado la domenica con i vicini. Tutto cambia quando i
figli decidono di entrare nella Union Estudiantes Secondaria
di orientamento montonero. A vario titolo, a seconda dell'età.
Il golpe del 24 marzo costringe a entrare in clandestinità
Laura e Claudia. Claudia era incinta e sposata con Jorge
Falcone, fratello della desaparecida Maria, una delle
ragazze della notte delle matite spezzate. Una patota
(squadraccia ndr) sequestra Guido Carlotto. Vogliono sapere
dove si nascondono le figlie. Lo torturano e visto che non
parla finisce nella lista del mercoledì, quella che veniva
caricata su un aereo militare per un viaggio senza ritorno
al largo delle coste argentine. Estela lo viene a sapere.
Attraverso un fascista locale riesce a pagare un riscatto e
il marito torna a casa il mese seguente. Claudia partorisce
in clandestinità, attraversa il confine con il Paraguay e
fugge in Spagna. Guido Miguel, minacciato, scappa in
Nicaragua. Remo è troppo giovane per entrare in
clandestinità e poi Estela vuole che almeno un figlio le
rimanga vicino. Tutte le mattine quando va a scuola, Remo si
ritrova a fianco una Ford Falcon con 4 sbirri a bordo. Il
finestrino si abbassa e il capo lo minaccia, lo insulta.
Tutte le mattine. Laura ora è con i montoneros, si occupa
della propaganda. La sequestrano in una pasticceria di
Buenos Aires. Sta mangiando una fetta di torta con il suo
compagno, di cui ancora oggi si ignora il nome. Lei lo
chiamava Chiquito. Estela viene avvertita e per salvare la
figlia bussa a tutte le porte. Sfidando ogni regola chiede
un colloquio con il generale Bignone che la riceve con una
pistola in bella mostra sulla scrivania. Il golpista vuole
sapere se Estela conosce il nome montonero di Laura. Estela
capisce che attraverso le strade ufficiali non otterrà
nulla. Una sopravvissuta del campo di concentramento dove è
prigioniera Laura, le racconta che la figlia sta per
partorire un bambino e che lo chiamerà Guido, come il
padre. Estela allora si rivolge ancora una volta ai fascisti
di La Plata. Questa volta chiedono 150 milioni di pesos.
Guido vende la fabbrica di vernici e consegna il denaro.
Nell'attesa di riabbracciare la figlia, Estela cuce
vestitini e scarpine per il nipote. Una notte una telefonata
li avverte di recarsi in una caserma. Laura e un altro
giovane sono distesi sul cassone di un furgoncino.
Crivellati di proiettili. Laura ha il ventre martoriato di
pallettoni per nascondere la recente maternità.
Estela decide che gli altri figli non moriranno. Lo annuncia
pubblicamente. Claudia, che nel frattempo ha avuto un'altra
bambina, torna dalla Spagna con figlie e marito per
partecipare a un'offensiva guerrigliera contro la dittatura.
Estela è convinta che si trovi sempre a Madrid. Le scrive
spesso ma le lettere fanno il giro del mondo. Estela diventa
una nonna della Plaza de Mayo. Ci sono anche le madri.
Cercano figli e nipoti tra mille difficoltà e minacce. Un
giorno Claudia si fa viva, vuole farle conoscere le
nipotine. Si incontrano in un ristorante della capitale ma
arriva anche una patota. Estela si ribella, affronta quegli
uomini armati. Si mette a urlare, chiama un avvocato. Siamo
agli sgoccioli della dittatura e lo squadrone della morte
rinuncia al sequestro.
Ma la storia non finisce con la dittatura. Anzi. La famiglia
si riunisce. Mancano Laura e suo figlio ed Estela non
smetterà mai di cercarlo. Milita nelle nonne, ne diventa
presidente, gira il mondo per raccontare una storia
collettiva, viene proposta per il nobel e Chirac la
insignisce della Legion d'onore. Il giorno del compleanno di
Guido, Estela gli invia una lettera di auguri attraverso le
pagine di un quotidiano. Più volte le è stato «suggerito»
di poter ritrovare il nipote in cambio del suo ritiro dalla
vita pubblica. Ha sempre ignorato il suggerimento e due anni
fa uno squadrone della morte ha tentato di assassinarla
sparandole raffiche di mitra attraverso le finestre di casa.
Lei ha chiamato un vetraio e non ha cambiato indirizzo. Ora
ha una scorta che sopporta a mala pena. Estela non ha paura
di morire. Teme solo che avvenga prima di aver ritrovato
Guido.
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| La
minaccia della speranza in America Latina - Naomi Klein |
| Ieri, affrontando delle proteste di massa
in Argentina durante il Summit delle Americhe, Gorge Bush ha
mostrato che lo spirito della rivolta latino-americana è
vivo e vegeto. Nonostante Bush non abbia accolto l'offerta
di Hugo Chàvez di tenere un dibattito aperto sui meriti del
"libero commercio", quel dibattito ha già avuto
luogo nelle strade e nelle cabine di voto del continente, e
Bush ha perso.
2 Novembre 2005
The Nation
La minaccia della speranza in America Latina
Bush faccia a faccia con la rivolta di un intero continente
Naomi Klein
Quando Manuel Rozental è tornato a casa lo scorso mese, gli
amici gli hanno detto che due strani uomini avevano fatto
domande su di lui. In questa affiatata comunità indigena
nel sud-ovest della Colombia accerchiata da soldati,
paramilitari di destra e guerriglieri di sinistra non è mai
un buon segno quando degli sconosciuti fanno domande su di
te.
L'Associazione dei Consigli Indigeni del Cauca del nord, che
guida un movimento politico autonomo rispetto a tutte queste
forze armate, ha tenuto una riunione di emergenza,
stabilendo che Rozental, il coordinatore delle
comunicazioni, il quale era stato utile nella campagna per
la riforma agraria e contro l'accordo per il libero
commercio con gli Stati Uniti, doveva lasciare il paese in
fretta.
L'associazione era sicura che quegli stranieri fossero stati
mandati per uccidere Rozental. La sola domanda era: da chi?
Era il governo filo-americano che notoriamente utilizzava
paramilitari di destra per fare il proprio sporco lavoro?
Oppure erano le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC)
- il più antico esercito marxista di guerriglieri
dell'America Latina - a fare lo sporco lavoro da sé?
Curiosamente potevano essere entrambe le possibilità.
Nonostante 41 anni di guerra civile li avessero sempre
trovati su posizioni opposte, il governo di Uribe e le Farc
concordavano sul fatto che la vita sarebbe stata
infinitamente più semplice senza il movimento indigeno di
Cauca, che è parte di una forza politica sempre più forte
in America Latina, abituata a sfidare le strutture
tradizionali del potere dalla Bolivia al Messico.
Esponenti di spicco del nord del Cauca sono stati rapiti o
uccisi dalle FARC che cercano di restare l'unica voce in
rappresentanza dei poveri della Colombia. E le autorità
indigene sono state avvertite che le FARC volevano Rozental
morto. Per mesi su di lui sono circolate voci secondo cui si
trattava di quanto di peggio si possa immaginare di trovare
scritto nei registri di un movimento guerrigliero di
sinistra: un agente della CIA. Ma questo non significa che
gli stranieri fossero assassini delle FARC, perchè erano
circolate anche altre voci su Rozental attraverso i media
ufficiali, secondo le quali costui era quanto di peggio si
possa immaginare di trovare scritto nei registri di un
politico di destra finanziato da Bush: un terrorista
internazionale.
Il 27 ottobre il consiglio indigeno, in rappresentanza di
circa 110.000 indiani Nasa nella regione, ha rilasciato il
seguente comunicato: "Manuel non è un terrorista. Non
è un paramilitare. Non è un agente della CIA. E' parte
della nostra comunità e non deve essere zittito con le
pallottole." I leader della tribù dei Nasa affermano
di sapere perchè Rozental, che adesso vive in esilio in
Canada, sia stato minacciato. E' la stessa ragione per la
quale nell'aprile di quest'anno due pacifici villaggi
indigeni nel nord del Cauca si sono trasformati in zone di
guerra dopo che le FARC hanno attaccato postazioni di
polizia nel centro delle città, fornendo così al governo
una scusa per un'occupazione su larga scala.
Tutto questo accade perché il movimento indigeno in Cauca,
così come in gran parte dell'America Latina, pare
inarrestabile.
L'anno scorso i Nasa del Cauca del nord hanno tenuto le più
grandi manifestazioni antigovernative nella storia recente
della Colombia e hanno organizzato referendum locali contro
il libero commercio che hanno richiamato il 70% della
popolazione, una cifra maggiore di qualunque altra elezione
ufficiale (con un risultato quasi unanime a favore del NO).
E a settembre migliaia di persone hanno occupato due grandi
haciendas, costringendo così il governo a mantenere le
antiche promesse fatte circa l'insediamento di quelle
terre.)
Tutte queste azioni si sono svolte sotto la protezione
dell'unica Guardia Indigena Nasa, che pattuglia il
territorio armata solo di bastoni.
In un paese governato da M16, AK-47, pie-bomb e elicotteri
Black Hawk questa combinazione di militanza e non violenza
è un fatto senza precedenti. Ed ecco il tranquillo miracolo
che hanno compiuto i Nasa: ridare vita alla speranza uccisa
quando i paramilitari hanno massacrato sistematicamente i
politici di sinistra, comprese decine di ufficiali eletti e
due candidati presidenziali dell'Unione Patriotica. Alla
fine della sanguinosa campagna nei primi anni '90, le FARC
avevano comprensibilmente ritenuto che impegnarsi in
politica fosse un suicidio. La chiave per il successo dei
NASA, afferma Rozental, è che non cercano di rovesciare le
istituzioni statali, le quali hanno perso "ogni
legittimazione". Stanno invece costruendo una nuova
legittimità basata su un mandato popolare e locale che si
è sviluppato in seno a congressi, assemblee ed elezioni
partecipative. Il nostro processo e le nostre istituzioni
alternative hanno fatto vergognare la democrazia ufficiale.
Questa è la ragione per cui il governo è così
arrabbiato."
I Nasa hanno ridotto in frantumi l'illusione, cullata da
entrambe le parti, che il conflitto colombiano potesse
essere ridotto a una guerra a due. I loro referendum sul
libero scambio sono stati imitati da sindacati non locali,
studenti, agricoltori e politici locali in tutta la nazione.
La loro conquista della terra ha spronato altri indigeni e
gruppi contadini a fare lo stesso. Un anno addietro 60.000
persone hanno marciato chiedendo pace e autonomia. Lo scorso
mese queste richieste hanno trovato seguito in marce
organizzate contemporaneamente in 32 province della
Colombia. "Ogni azione" spiega Hector Mondragon,
attivista ed economista colombiano assai conosciuto "ha
un suo effetto moltiplicatore".
In America Latina si sta producendo un effetto
moltiplicatore analogo, con movimenti indigeni che stanno
ridisegnando la mappa politica del continente, chiedendo non
soltanto "diritti" ma una nuova definizione dello
stato secondo principi fortemente democratici. In Bolivia e
in Ecuador gruppi indigeni hanno dimostrato di avere il
potere di far cadere i governi.
Affrontando la protesta di massa in Argentina ieri, George
Bush ha sperimentato in prima persona che lo spirito della
rivolta è vivo e vegeto. E nonostante il presidente
statunitense non abbia accettato l'offerta di Hugo Chavez di
affrontare una discussione suoi meriti del "libero
scambio", la verità è che questo dibattito si è già
svolto per le strade del continente e nei sui seggi e Bush
ha perso. Pensate: l'ultima volta che i 34 capi di questi
stati si sono riuniti tutti insieme era l'aprile del 2001 a
Quebec City: era il primo summit di Bush dopo la sua
elezione ed egli aveva annunciato fiducioso che l'area di
libero scambio delle Americhe (FTAA) sarebbe entrata in
vigore entro il 2005. Oggi, a quattro anni di distanza,
molte facce tra i suoi colleghi sono cambiate e Bush non
riesce nemmeno a mettere in agenda l'FTAA, figuriamoci farlo
firmare.
Così come in Colombia, anche nel resto del continente, si
tenta di dipingere come terroristici i movimenti ispirati
dagli indigeni, che sono alla base di questo spostamento
politico. E, senza stupore alcuno, Wasghinton sta offrendo
assistenza sia ideologica che militare. Il congresso ha
accettato di raddoppiare il numero di soldati americani in
Colombia e si è assistito è ad un sostanziale aumento
delle attività delle truppe in Paraguay, pericolosamente
vicino al confine della Bolivia, la quale nelle prossime
elezioni potrebbe spostarsi decisamente a sinistra.
Nel frattempo uno studio condotto recentemente dal Consiglio
Nazionale per la Sicurezza ha lanciato un monito circa i
movimenti indigeni, i quali, benché pacifici allo stato
attuale, potrebbero "passare a mezzi più
drastici" in futuro.
I movimenti indigeni rappresentano in effetti una minaccia
alle ormai logore politiche di libero scambio. Bush al
momento sta mercanteggiando con un numero sempre più basso
di clienti, nell'America Latina. La forza di tali movimenti
non si fonda sul terrore, ma su una nuova forma di speranza
a prova di terrore, così robusta da attecchire in mezzo
alla guerra civile apparentemente disperata in Colombia. E
se può attecchire qui, può farlo ovunque.
Documento originale The Threat of Hope in Latin America
Traduzione di Marina Gamberini e Fabio Sallustro
Naomi Klein è un'attivista di primo piano nel movimento
contro le sweatshop e l'autrice di Recinti e finestre:
dispacci dalle prime linee del dibattito sulla
globalizzazione (Baldini&Castoldi) e di No Logo:
Economia globale e nuova contestazione (Baldini&Castoldi).Visita
il sito web No Logo: http://www.nologo.org,
dove questo articolo è stato pubblicato per la prima volta.
http://www.zmag.org/italy/klein-minacciasperanza.htm
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DA l'UNITà ON LINE: Tortura, il reato che in Italia non esiste
di Wanda Marra
«Ci sono alcune domande alle quali non risponderò», la voce decisa, gli occhi
chiarissimi fermi, in un'affermazione Taha rende il senso della sua prigionia nel carcere
di Abu Ghraib nel 1987 più di tante parole. È impossibile chiedere a quest'uomo di
raccontare quel che subì all'età di appena diciassette anni e mezzo. Il suo sguardo e il
suo silenzio rendono le immagini della violenza forse ancora più visibili e presenti
delle foto delle vittime delle torture americane in quello stesso carcere, che poco più
di un mese fa hanno fatto il giro del mondo. Taha, curdo, era stato portato ad Abu Ghraib
sotto il regime di Saddam Hussein per motivi politici: «Ovviamente non avevo fatto
niente. Ma mio fratello faceva parte del Puk». Quello stesso fratello che sotto tortura
è morto. Taha era a Campo de' Fiori, a Roma, sabato. Partecipava alla
manifestazione-spettacolo indetta dalla sezione italiana di Amnesty International, in
occasione della Giornata Internazionale per le vittime della tortura. Sopra il palco, sul
quale si sono alternati musicisti (tra gli altri Mimmo Locasciulli e Mariella Nava),
attori, rappresentanti delle associazioni. Uno striscione nero, con scritta gialla:
«Diciamo no alla Tortura».
Insieme ad Amnesty, Medici contro la Tortura, Antigone, Comitato Carlo Giuliani, Comitato
Verità e Giustizia per Genova. E le adesioni di tantissimi personaggi del mondo
dell'informazione, della cultura, dello spettacolo e dello sport (da Furio Colombo a Dario
Fo, da Sandro Curzi a don Luigi Ciotti). Per chiedere che il Parlamento italiano approvi,
dopo oltre quindici anni di indugi, una legge che introduca il reato di tortura e lo
punisca con pene adeguate. E al Governo la presentazione di un disegno di legge per la
Ratifica del Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite, che istituisce un
sistema di ispezioni nei centri di detenzione. Le torture subite dai prigionieri iracheni
ad Abu Ghraib hanno ricordato al mondo che questa è una pratica diffusa. In 132 paesi (su
155 analizzati) secondo il rapporto di Amnesty 2003. Tra cui anche il nostro. «In Italia
ci sono condanne per maltrattamenti e lesioni. Pratiche assimilabili alla tortura. Ma
questo reato nel nostro codice penale non esiste», afferma Marco Bertotto, Presidente di
Amnesty Italia. Anzi: l'emendamento della Lega approvato dalla Camera il 22 aprile scorso
stabilisce che una tortura per essere tale debba essere reiterata. «La porta si apre,
sulla soglia appaiono sei uomini. Ti picchiano, ti trascinano nelle loro stanze e ti
picchiano ancora. Faccia al muro, manette... e giù con i martelli di legno»: è
Alessandro Haber a leggere la testimonianza di un ex detenuto di Chernokozovo, carcere di
isolamento in Cecenia. Mentre una testimonianza dello scrittore Luis Sepulveda,
prigioniero durante la dittatura cilena, ha la voce di Massimo Wertmuller: «Nessuno è
capace di precisare quale sia la cosa peggiore del carcere, di essere prigioniero di una
dittatura, e nemmeno io posso indicare se il peggio che ho dovuto sopportare sia stata la
tortura, i lunghi mesi di isolamento in una fossa che mi appestava, il non sapere se fosse
giorno oppure notte... ».
Ma ci sono anche le testimonianze del carcere di Bolzaneto. Come quella di una ragazza,
nella voce di Anna Marchesini: «Accompagnata dalla cella al bagno, costretta a camminare
lungo il corridoio con la testa abbassata e le mani sulla testa, colpita da altri agenti
con calci, derisa e minacciata... costretta a fare il saluto romano e a dire "Viva il
duce"».
Storia: Foibe. Così iniziò la stagione di sangue
Le stragi istriane vanno inserite nel contesto storico della guerra fascista e
nazista alle popolazioni slave. Contro ogni strumentalizzazione, ma anche contro ogni
rimozione
«Si ammazza troppo poco», e «Non dente per dente, ma testa per dente», raccomandavano
nel 1942 i generali italiani Marco Robotti e Mario Roatta. Furono 200.000 i civili
«ribelli» falciati dai plotoni di esecuzione italiani in Slovenia, «Provincia del
Carnaro», Dalmazia, Bocche di Cattaro e Montenegro
Per una giusta comprensione del fenomeno delle foibe istriane - ma comprensione non
significa affatto giustificazione di quei crimini - è assolutamente necessario inserire
la questione nel contesto storico in cui si verificò e nel quadro più ampio del periodo
tra la fine della prima e lo svolgimento della seconda guerra mondiale. Un periodo che fu
particolarmente tragico per una larga parte della popolazione istriana venutasi a trovare
inserita nel territorio di frontiera di un'Italia asservita al regime fascista e perciò
negata a governare con giustizia territori plurietnici, plurilingui e multiculturali,
spinta a realizzare un preciso programma di oppressione e snazionalizzazione dei sudditi
cosiddetti allogeni e alloglotti. Ancor prima della firma del Trattato di Rapallo del 1920
che assegnò definitivamente l'Istria all'Italia, quando la regione era soggetta al regime
di occupazione militare, la popolazione dell'Istria si trovò di fronte allo squadrismo in
camicia nera, importato da Trieste, che si manifestò con particolare aggressività e
ferocia. Gli stessi storici fascisti, tra i quali l'istriano G.A. Chiurco, vantandosi
delle gesta degli squadristi e glorificandole nelle loro opere, hanno abbondantemente
documentato i misfatti compiuti - dagli assassinii di antifascisti italiani quali Pietro
Benussi a Dignano, Antonio Ive a Rovigno, Francesco Papo a Buie, Luigi Scalier a Pola ed
altri - alla distruzione delle Camere del lavoro ed all'incendio delle Case del popolo,
alle sanguinose spedizioni nei villaggi croati e sloveni della penisola, ecc. Questi
misfatti continuarono sotto altra forma dopo la creazione del regime: furono distrutti e/o
aboliti tutti gli enti e sodalizi culturali, sociali e sportivi della popolazione slovena
e croata; sparì ogni segno esteriore della presenza dei croati e sloveni, vennero abolite
le loro scuole di ogni grado, cessarono di uscire i loro giornali, i libri scritti nelle
loro lingue furono considerati materiale sovversivo; con un decreto del 1927 furono
forzosamente italianizzati i cognomi di famiglia; migliaia di persone finirono al confino.
Nelle chiese le messe poterono essere celebrate soltanto in italiano, le lingue croata e
slovena dovettero sparire perfino dalle lapidi sepolcrali, furono cacciate dai tribunali e
dagli altri uffici, bandite dalla vita quotidiana. Alcune centinaia di democratici
italiani, socialisti, comunisti e cattolici che lottarono per la difesa dei più
elementari diritti delle minoranze subirono attentati, arresti, processi e lunghi anni di
carcere inflitti dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato.
La sostituzione delle popolazioni allogene
Mi è capitato per le mani un opuscolo del ministro dei Lavori Pubblici dell'era fascista
Giuseppe Cobolli Gigli. Figlio del maestro elementare sloveno Nikolaus Combol, classe
1863, italianizzò spontaneamente il cognome nel 1928 anche perchè sin dal 1919 si era
dato uno pseudonimo patriottico, Giulio Italico. Divenuto poi un gerarca, prese un secondo
cognome, Gigli, dandosi un tocco di nobiltà. Questo signore, fu autore di opuscoletti
altamente razzisti, fra i quali Il fascismo e gli allogeni, (da «Gerarchia», settembre
1927) in cui sosteneva la necessità della pulizia etnica, attraverso la sostituzione
delle popolazioni «allogene» autoctone con coloni italiani provenienti da altre
provincie del Regno. Tra l'altro volle tramandare ai posteri una canzoncina in voga fra
gli squadristi di Pisino. Il paese sorge sul bordo di una voragine che - scrisse il
Cobol-Cobolli - «la musa istriana ha chiamato Foiba, degno posto di sepoltura per chi,
nella provincia, minaccia con audaci pretese, le caratteristiche nazionali dell'Istria».
Quindi chi, fra i croati, aveva la pretesa, per esempio, di parlare nella lingua materna,
correva il pericolo di trovar sepoltura nella Foiba. La canzoncina di Sua Eccelenza (testo
dialettale e traduzione italiana a fronte) diceva:
A Pola xe l'Arena/ la Foiba xe a Pisin:/ che i buta zo in quel fondo/ chi ga certo morbin.
(A Pola c'è l'Arena,/ a Pisino c'è la Foiba:/ in quell'abisso vien gettato/ chi ha certi
pruriti).
Dal che si vede che il brevetto degli infoibamenti spetta ai fascisti e risale agli inizi
degli anni Venti del XX secolo. Putroppo essi non rimasero allo stato di progetto e di
canzoncine. Riportiamo qui, dal quotidiano triestino Il Piccolo del 5 novembre 2001, la
testimonianza di Raffaello Camerini, ebreo, classe 1924.
«Nel luglio del 1940, ottenuta la licenza scientifica, dopo neanche un mese, sono stato
chiamato al lavoro "coatto", in quanto ebreo, e sono stato destinato alle cave
di bauxite, la cui sede principale era a S. Domenica d'Albona.
Quello che ho veduto in quel periodo, sino al 1941 - poi sono stato trasferito a
Verteneglio - ha dell'incredibile. La crudeltà dei fascisti italiani contro chi parlava
il croato, invece che l'italiano, o chi si opponeva a cambiare il proprio cognome croato o
sloveno, con altro italiano, era tale che di notte prendevano di forza dalle loro
abitazioni gli uomini, giovani e vecchi, e con sistemi incredibili li trascinavano sino a
Vignes, Chersano e altre località limitrofe, ove c'erano delle foibe, e lì, dopo un
colpo di pistola alla nuca, li gettavano nel baratro. Quando queste cavità erano
riempite, ho veduto diversi camion, di giorno e di sera, con del calcestruzzo prelevato da
un deposito di materiali da costruzione sito alla base di Albona, che si dirigevano verso
quei siti e dopo poco tempo ritornavano vuoti. Allora, io abitavo in una casa sita nella
piazza di Santa Domenica d'Albona, adiacente alla chiesa, e attraverso le tapparelle della
finestra della stanza ho veduto più volte, di notte, quelle scene che non dimenticherò
finchè vivrò (...). Mi chiedo sempre, pur dopo 60 anni, come un uomo può avere tanta
crudeltà nel proprio animo. Sono stati gli italiani, fascisti, i primi che hanno scoperto
le foibe ove far sparire i loro avversari. Logicamente, i partigiani di Tito,
successivamente, si sono vendicati usando lo stesso sistema. E che dire dei fascisti
italiani che il 26 luglio 1943 hanno fatto dirottare la corriera di linea - che da Trieste
era diretta a Pisino e Pola - in un burrone con tutto il carico di passeggeri, con esito
letale per tutti. (. . .) Ho lavorato fra Santa Domenica d'Albona, Cherso, Verteneglio
sino all'agosto del `43 e mai ho veduto un litigio fra sloveni, croati e italiani (quelli
non fascisti). L'accordo e l'amicizia era grande e l'aiuto, in quel difficile periodo, era
reciproco. Un tanto per la verità, che io posso testimoniare».
60mila slavi in fuga dall'Istria
Per gli slavi il risultato del ventennio fascista e del triennio bellico 1940-43 fu la
fuga dall'Istria di circa 60.000 persone. Purtroppo a rafforzare il nazionalismo
anti-italiano fu ancora una volta il fascismo mussoliniano che nella seconda guerra
mondiale portò l'Italia ad aggredire i popoli jugoslavi. Quell'aggressione tra il 6
aprile 1941 e l'inizio di settembre 1943 fu caratterizzata dalle brutali annessioni di
larghe fette di Croazia e Slovenia e da una lunga serie di crimini di guerra. Per ordine
dello stesso Mussolini e di alcuni generali si giunse alle scelte più draconiane dei
comandi militari italiani. Ne derivarono «rapine, uccisioni, ogni sorta di violenza
perpetrata a danno delle popolazioni».
Nelle regioni della Croazia annesse all'Italia dopo il 6 aprile `41 si ripetè quanto
avvenuto in Istria dopo la Grande Guerra: si ricorse ad ogni mezzo per la
snazionalizzazione e l'assimilazione, provocando inevitabilmente l'ostilità delle
popolazioni. Nella toponomastica, per cominciare da questo aspetto non cruento
dell'occupazione, fu recitata una vera e propria tragicommedia, avendo come regista il
prefetto della Provincia del Carnaro e dei Territori Aggregati del Fiumano e della Kupa,
Temistocle Testa. Con suo decreto dell'8 settembre 1941 fu ordinato di «adottare senza
indugio i nomi italiani di tutti quei luoghi (comuni, frazioni, località) che erano da
secoli italiani e che la ventennale dominazione jugoslava ha trasformato in denominazioni
straniere». Così località del profondo territorio interno lungo il fiume Kupa e nel
Gorski Kotar divennero: Belica= Riobianco, Bogovic = Bogovi, BruÜic = Brissi, Buzdohanj =
Buso, Crni Lug = Bosconero, Cabar = Concanera, Glavani = Testani, Jelenje = Cervi, Kacjak
= Serpaio, Koziji Vrh= Montecarpino, Medvedek = Orsano, Orehovica = Nocera Inferiore,
Padovo = Padova, Pecine = Grottamare e via traducendo o inventando. Trinajstici, presso
Castua, divenne Sassarino in onore della divisione «Sassari» che vi teneva un reparto.
Ma ben presto, dopo aver battezzato città, comuni, villaggi e frazioni, si passò a
distruggere col fuoco quelli, fra di essi, che non tolleravano l'italianizzazione né
l'occupazione. In data 30 maggio 1942 il Prefetto Testa, rese noto con pubblici manifesti
di aver fatto eseguire l'internamento nei campi di concentramento in Italia di un numero
indeterminato di famiglie di Jelenje dalle cui abitazioni si erano allontanati giovani
maggiorenni senza informarne le autorità. Ma non si limitò alle deportazioni. Con un
manifesto si rendeva noto: «Sono stase rase al suolo le loro case, confiscati i beni e
fucilati 20 componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia». La
rappresaglia continuò.
Il 4 giugno gli uomini del II Battaglione Squadristi di Fiume incendiarono le case dei
villaggi: Bittigne di Sotto (Spodnje Bitinje), Bittigne di Sopra (Gornje Bitnje), Monte
Chilovi (Kilovce), Rattecevo in Monte (Ratecevo). A Kilovce furono fucilate 24 persone.
Non c'è villaggio sul territorio di quelli che furono chiamati Territori Aggregati e/o
Annessi a contatto con l'Istria e la regione del Quarnero, che non abbia avuto case
bruciate o sia stato interamente raso al suolo; non ci fu una sola famiglia che non abbia
avuto uno o più membri deportati oppure fucilati.
Centomila nei campi di concetramento
Ha scritto lo storiografo Carlo Spartaco Capogreco: «In Jugoslavia il soldato italiano,
oltre che quello del combattente ha svolto anche il ruolo dell'aguzzino, non di rado
facendo ricorso a metodi tipicamente nazisti quali l'incendio dei villaggi, le fucilazioni
di ostaggi, le deportazioni in massa dei civili e il loro internamento nei campi di
concentramento». In particolare evidenzia che il numero dei condannati e confinati
«slavi» della Venezia Giulia e dell'Istria fu particolarmente elevato, sicchè dal
giugno 1940 al settembre 1943 la maggioranza degli «ospiti» dei campi di concentramento
italiani era costituita da civili sloveni e croati. Il numero totale dei civili internati
dall'Italia fascista superò di diverse volte quello complessivamente raggiunto dai
detenuti e confinati politici antifascisti in tutti i 17 anni durante i quali rimasero in
vigore le «leggi eccezionali»; più di 800 italiani, fra alti gerarchi civili e
comandanti militari, furono denunciati per crimini di guerra commessi durante la seconda
guerra mondiale alla War Crimes Commission dell'Organizzazione delle Nazioni Unite. I
campi di concentramento nei quali furono rinchiusi più di centomila civili croati,
sloveni, montenegrini ed erzegovesi erano disseminati dall'Albania all'Italia meridionale,
centrale e settentrionale, dall'isola adriatica di Arbe (Rab) fino a Gonars e Visco nel
Friuli, a Chiesanuova e Monigo nel Veneto. Non si contano, poi, i campi «di transito e
internamento» che funzionavano lungo tutta la costa dalmata, sulle isole di Ugliano
(Ugljan) e Melada (Molat). Quest' ultimo fu definito da monsignor Girolamo Mileta, vescovo
di Sebenico, «un sepolcro di viventi». In quei lager italiani morirono 11.606 sloveni e
croati. Nel solo lager di Arbe ne morirono 2.600 circa, fra cui moltissimi vecchi e
bambini per denutrizione, stenti, maltrattamenti e malattie. Il 15 dicembre 1942 l'Alto
Commissario per la Provincia di Lubiana, Emilio Grazioli, trasmise al Comando dell'XI
Corpo d'Armata il rapporto di un medico in visita al campo di Arbe dove gli internati
«presentavano nell'assoluta totalità i segni più gravi dell'inanizione da fame». Sotto
quel rapporto il generale Gastone Gambara scrisse di proprio pugno: «Logico ed opportuno
che campo di concentramento non significhi campo d'ingrassamento. Individuo malato =
individuo che sta tranquillo». Sempre nel 1942, il 4 agosto, il generale Ruggero inviò
un fonogramma al Comando dell'XI Corpo in cui si parlava di «briganti comunisti passati
per le armi» e «sospetti di favoreggiamento» arrestati. In una nota scritta a mano il
generale Mario Robotti impose: «Chiarire bene il trattamento dei sospetti (. . .). Cosa
dicono le norme 4c e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!». Il
generale Mario Roatta, comandante della II Armata italiana in Slovenia e Croazia nel marzo
del 1942 aveva diramato una Circolare 3C nella quale si legge: «Il trattamento da fare ai
ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì da testa per
dente».
Furono circa 200.000 i civili «ribelli» falciati dai plotoni di esecuzione italiani,
dalla Slovenia alla «Provincia del Carnaro», dalla Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro
e Montenegro senza aver subito alcun processo, ma in seguito a semplici ordini di generali
dell'esercito, di governatori o di federali e commissari fascisti. Potremmo citare altri
documenti, centinaia, che ci mostrano il volto feroce dell'Italia monarchica e fascista in
Istria e nei territori jugoslavi annessi o occupati nella seconda guerra mondiale. Gli
stupri, i saccheggi e gli incendi di villaggi si ripetevano in ogni azione di
rastrellamento. Mi limiterò, per l'Istria ad alcuni episodi che precedettero di pochi
mesi i fatti del settembre 1943.
Il 6 giugno 1942 furono deportate nei campi di internamento in Italia 34 famiglie per un
totale di 131 persone di Castua, Marcegli, Rubessi, San Matteo e Spincici; i loro beni,
compreso il bestiame, furono confiscati o abbandonati al saccheggio delle truppe, le loro
case incendiate, dodici persone vennero fucilate.
I deportati in Italia, i villaggi rasi al suolo
Ancora più terribile fu la sorte toccata agli abitanti della zona di Grobnico, a nord di
Fiume. Per ordine del prefetto Temistocle Testa, reparti di camicie nere e di truppe
regolari, irruppero nel villaggio di Podhum all'alba del 13 luglio. Rastrellata l'intera
popolazione, questa fu condotta in una cava di pietra presso il campo di aviazione di
Grobnico, mentre il villaggio veniva prima saccheggiato e poi incendiato. Oltre mille capi
di bestiame grosso e 1300 di bestiame minuto furono portati via, 889 persone
rispettivamente 185 famiglie finirono nei campi di internamento italiani: più di cento
maschi furono fucilati nella cava: il più anziano aveva 64 anni, il più giovane 13 anni
appena.
Con un telegramma spedito a Roma il 13 luglio, Testa informò: «Ierisera tutto l'abitato
di Pothum nessuna casa esclusa est raso al suolo et conniventi et partecipi bande ribelli
nel numero 108 sono stati passati per le armi et con cinismo si sono presentati davanti ai
reparti militari dell'armata operanti nella zona, reparti che solo ultimi dieci giorni
avevano avuto sedici soldati uccisi dai ribelli di Pothum stop Il resto della popolazione
e le donne e bambini sono stati internati stop».
Nel solo Comune di Castua subirono spedizioni punitive diciassette villaggi; furono
passate per le armi 59 persone, altre 2311 furono deportate e precisamente 842 uomini, 904
donne e 565 bambini; furono incendiate 503 case e 237 stalle. Sempre nella zona di Fiume,
il 3 maggio 1943, reparti di Camicie Nere e di fanteria rastrellarono il villaggio di
Kukuljani e alcune sue frazioni, portarono via tutto il bestiame, saccheggiarono le case,
deportarono la popolazione e quindi appiccarono il fuoco alle abitazioni, alle stalle e
agli altri edifici "covi di ribelli". Nei campi di internamento finirono 273
abitanti di Kukuljani e 200 di Zoretici.
Queste sanguinose persecuzioni indiscriminate contro la popolazione civile slava furono
denunciate anche da eminenti personalità politiche italiane di Trieste, tra cui i
firmatari di un Promemoria presentato il 2 settembre 1943 da un "Fronte nazionale
antifascista" al Prefetto Giuseppe Cocuzza. Era passato un mese e mezzo dalla caduta
del regime fascista. Nel documento, si fa una denuncia drammaticamente circostanziata
delle vessazioni, arresti, devastazioni ed esecuzioni sommarie «operate con grande
discrezionalità da bande di squadristi che avevano goduto per troppo tempo della mano
libera e della compiacenza di certe autorità». Nell'iniziativa era evidente, oltretutto,
un «diffuso senso di paura per una vendetta» che avrebbe potuto abbattersi
indiscriminatamente sugli Italiani dell'Istria come reazione «alla tracotanza del Regime
e dei suoi uomini più violenti che in Istria e nella Venezia Giulia avevano usato
strumenti e atteggiamenti fortemente coercitivi nei riguardi delle popolazioni slave».
GIACOMO SCOTTI
Il Manifesto Venerdì, 04 Febbraio 2005
ANTIFASCISTI ISTRIANI CONTRO FILM IL CUORE NEL POZZO
Friday, Feb. 04, 2005 at 7:21 PM da indymedia
ZAGABRIA, 4 FEB - Gli antifascisti croati
dell'Istria si sono detti oggi amareggiati da come il film 'Il
cuore nel pozzo' tematizza la tragedia delle foibe e che
domenica e lunedi' sara' trasmesso dalla Rai in occasione del 10
febbraio, Giornata della memoria dell'esodo. Lo riferisce oggi
l'agenzia di stampa 'Hina'.
Il segretario dell'Associazione dei combattenti antifascisti
della regione istriana Tomislav Ravnic ha detto oggi a una
conferenza stampa tenuta a Pola che ''nella lotta antifascista
in Istria non e' successo un crimine organizzato come con il
film vogliono far credere i neofascisti e la destra italiana''.
Secondo lui il film, firmato dal regista Alberto Negrini e
prodotto dalla Rai, ''e' un'immagine distorta e falsa della
lotta antifascista in cui gli Slavi vengono dipinti come un
popolo genocida, mentre gli italiani sono rappresentati come
vittime dell'espansionismo slavo''.
''Si tratta di una distorsione tendenzosa dei fatti e di un
tentativo di revisionismo storico con lo scopo coprire le
violenze e le responsabilita' del fascismo'', ha aggiunto
Ravinic.
''In ogni conflitto bellico occorono crimini e muoiono
vittime innocenti, ma nella Resistenza in Istria queste vittime
erano solo il frutto di vendette individuali e non di operazioni
pianificate'', ha voluto precisare il suo punto di vista.
Per questa ragione gli antifascisti istriani protestano
contro la messa in onda del 'Cuore nel pozzo', che, come hanno
detto, ''no e' che propaganda diffamatoria con cui si offende il
popolo istriano e che rappresenta una provocazione politica
diretta verso lo stato croato''.
Il vicepresidente dell'associazione istriana, Miljenko
Bencic, ha spiegato che ''il movimento partigiano non aveva
alcuna ragione per uccidere innocenti, a differenza del
nazifascismo nella cui stessa ideologia e' radicato il
genocidio''.
Secondo Bencic ''e' inammissibile che vengano equiparate le
colpe del aggressore e della vittima, il fascismo come
un'ideologia criminale e l'antifascismo come una reazione di
resistenza di tutto il mondo democratico''.
Volendo ricordare i crimini commessi dai fascisti italiani in
sul territorio croato, i dirigenti dell'associazione hanno
organizzato la prima visione in Croazia del documentario della
Bbc, 'L'eredita' fascista'.
L'estate scorsa il film 'Il cuore nel pozzo' aveva scatenato
una simile reazione anche in Slovenia molti lo hanno definito
''un falsificato della storia''.
Brasile - Salvador de Bahia - 04.02.05
Due anni di Lula. Lopinione di un brasiliano,
avvocato e attivista di diritti umani
Scritto per noi da Augusto de Paula*
Sono trascorsi già due anni dallinsediamento di Lula. In questi due
anni molte cose sono già cambiate. È necessario però comprendere le difficoltà
incontrate dal Governo Federale. In Brasile, una federazione composta da 26 grandi Stati,
i cambiamenti avvengono lentamente a causa della grande estensione del suo territorio,
cambiamenti che non sempre vengono percepiti dalla popolazione, sopratutto per quanto
riguarda la sicurezza e la salvaguardia dei diritti individuali. A questo si aggiunge la
condotta individualista degli stati membri della federazione, che per il fatto di essere
in maggioranza diretti da governi di destra, entra in rotta di collisione con la politica
adottata dal governo centrale.
Lula dopo la vittoria alle elezioni del 3 ottobre 2002, fragorosamente
confermata al secondo turno, disse che la speranza ha vinto la paura ed è
questa una grande verità. Continuiamo però ad affermare che è anche vero che i nostri
sogni e le nostre speranze continuano a rimanere in piedi.
Tutte le difficoltà derivate dalla politica economica adottata dal
governo durante i due primi anni non hanno comunque interferito con il proseguimento della
lotta per i diritti umani in Brasile. Il rapporto stabilito dal governo di Lula con i
rappresentanti della società civile organizzata assume adesso una nuova connotazione. La
condotta che esso ha avuto è senzombra di dubbio di impegno e rispetto nei
confronti delle lotte del popolo.
I movimenti sociali sono rispettati e trattati come partner attivi del
governo. Il MST, per esempio, continua la lotta, solleva critiche alla lentezza del
governo per quanto riguarda la messa in atto della riforma agraria, continua con le
occupazioni ma si siede a tavolino con i rappresentanti del nuovo governo per negoziare.
Il Movimento viene ora riconosciuto come organizzazione popolare, rappresentante dei
lavoratori rurali senza terra, e non più come un manipolo di delinquenti, una squadriglia
di banditi. Non viene più considerato, per lo meno dal governo federale e da Lula, come
un caso di polizia. Si tratta di un cambiamento qualitativo del tipo di trattamento che lo
Stato riservava al movimento sociale.
Uno dei primi gesti di Lula subito dopo il suo insediamento nel gennaio
del 2002 in veste di Presidente della Repubblica è stato proprio partecipare al Forum
Sociale di Porto Alegre. In quella sede Lula ha confermato le promesse fatte in campagna
elettorale che sono poi il fulcro del suo intero programma politico, del PT Partido
dos Trabalhadores e dei movimenti sociali.
Durante questi due anni si sono fatti enormi passi in avanti nella lotta,
molte cose sono state conquistate e numerose sono state le vittorie delle organizzazioni e
dei movimenti popolari.
Lula ha creato la Segreteria Nazionale dei Diritti Umani, attribuendo
status di Ministro al Segretario Nazionale. La sua scelta è ricaduta su Nilmário
Miranda. Ex prigioniero politico, Deputato Federale del Partito dei Lavoratori, ha sempre
lottato per i diritti umani. È stato presidente della Commissione dei Diritti Umani del
Congresso Nazionale e comprende quindi molto bene la necessità non solo di appoggiare la
lotta, ma soprattutto di creare una cultura dei Diritti Umani nel Paese.
Il Brasile ha ratificato tutte le convenzioni internazionali per la
salvaguardia della libertà, indipendenza ed autonomia dei popoli. La Dichiarazione
Universale dei Diritti dellUomo, La Dichiarazione dei Diritti del Bambino e
dellAdolescente, La Convenzione Internazionale Contro la Tortura sono alcuni esempi.
Ciò assicura anche la partecipazione ed il rispetto del governo nella lotta interna
contro la violenza e la mancanza di rispetto dei diritti delluomo.
Questa visione del governo ha alimentato le discussioni sulle proposte
avanzate di federalizzazione dei crimini contro i diritti umani e il loro conseguente
passaggio alla giurisdizione della Giustizia Federale, garantendo in questo modo che tali
crimini non rimangano impuniti. La tortura ha cominciato a essere considerata un crimine
orrendo e conseguentemente imprescrittibile e non sottoponibile a cauzione. Si parla
naturalmente dellapertura degli archivi della dittatura militare per poter conoscere
e prender coscienza della lunga notte (1964 a 1985) abbattutasi sul Brasile e sul popolo
brasiliano.
Per la prima volta nella nostra storia si stanno processando dei
poliziotti per crimini di tortura, pratica che era già diventata parte della cultura
poliziesca nel Brasile dopo il colpo di stato militare nel 1964. Sappiamo che la tortura
era utilizzata come metodo di investigazione, entrando a far parte del quotidiano sia nei
commissariati che nelle prigioni di tutto il paese.
Ciò non significa che abbiamo vinto la lotta e la battaglia contro
limpunità e la violazione dei diritti umani. Ci sono tre casi emblematici nello
stato di Bahia, che fanno persino parte di denunce internazionali. Natur de Assis Filho,
ex-prigioniero politico del regime militare, ambientalista, presidente del Partido Verde e
poeta, assassinato dai fratelli Ivan e Laurito Eça Menezes nel 2001. Ariomar Rocha nel
1998 e José Raimundo Aras anchesso nello stesso anno. In tutti questi casi gli
assassini e i mandanti sono noti, ma non sono stati ancora puniti e continuano a rimanere
in libertà, perseguendo coloro che lottano contro la violenza e limpunità. Due
anni or sono, cinquantaquattro milioni di brasiliani hanno deciso che un uomo venuto dal
seno del popolo, originario del nordest del Brasile, migrante e operaio era il vero
rappresentante degli esclusi e dei sognatori. Oggi continua ad essere il Lula, il compagno
di sempre, colui che non ha abbandonato il suo popolo.
Possiamo quindi affermare che, dopo due anni in carica del nuovo governo,
di fatto la speranza ha sconfitto la paura, che molte cose sono cambiate, ma che la lotta
continua e Lula rappresenta ancora i nostri sogni e la nostra speranza in giorni migliori.
Augusto de Paula
Avvocato ed attivista di Diritti Umani Rappresentante di Dounia - Action for Human Rights
Associazione Internazionale per la Tutela dei Diritti Umani
Zapatismo. La storia
non è finita
di Hermann Bellinghausen [Da www.carta.org
21.12.2003]
Il primo gennaio del 1994, un piccolo esercito indigeno, fino ad
allora sconosciuto, prese cinque città dello stato messicano del
Chiapas e lanciò un grido, "Ya basta", che fu ascoltato
in tutto il mondo. Con il volto coperto, armati soltanto di fucili
e pistole, i membri dell’Esercito zapatista di liberazione
nazionale lasciarono il paese col fiato sospeso e dissero: siamo
qui, esistiamo.
L’audacia dell’azione e la forza del messaggio impedirono che
il governo avesse il tempo di sterminarli. L’Ezln insorse la
stessa notte trionfale in cui entrava in vigore il Trattato di
libero commercio con il Nordamerica, quello che prometteva di
portare il Messico nel Primo mondo. Gli insorti, appartenenti ai
popoli maya della regione (tzeltales, tzotziles, tojolabales y
ch’oles), dimostrarono al mondo che milioni di indigeni
messicani vivevano nella miseria, nell’oblio, in un lento
genocidio. E che, almeno loro, avevano deciso di non arrendersi.
Il Chiapas cessò di essere l’ultimo angolo del paese per andare
a occuparne il centro. Quella stessa notte, pochi lo notarono,
cominciava a morire il regime del Pri (il Partito rivoluzionario
istituzionale), che aveva governato il paese quasi
ininterrottamente per settant’anni.
Le forze armate governative lanciarono una grande offensiva per
accerchiare i ribelli nei loro territori: los Altos del Chiapas e
le montagne della Selva Lacandona. I mezzi di comunicazione di
tutto il mondo rivelarono allora che, alla base di questo modesto
esercito contadino che si disinteressava del potere, si
trovavavano centinaia di villaggi e comunità che avevano
mantenuto il segreto per dieci anni, mentre l’Ezln cresceva
nelle montagne e smetteva di essere una guerriglia più o meno
tradizionale per divenire parte del popolo, strumento della sua
lotta. Insieme, l'Ezln e il popolo indigeno, faranno, a partire
dal 1994, un audace salto nella modernità che sorprende e
smaschera un paese che si definiva " contemporaneo", se
non " di tutti gli uomini", come sognava Octavio Paz,
almeno contemporaneo agli Stati uniti. Gli zapatisti segnarono
definitivamente la chiusura del secolo. Le loro domande furono
adottate e legittimate da più di dieci milioni di indigeni
dell'intero paese, e il governo priista si vide costretto a
trattare con gli insorti.
Nel 1995, l’ultimo presidente del Pri violò la tregua, occupò
militarmente le comunità ribelli e riprese la guerra a
"bassa intensità". Da allora, una nuova forma di lotta
si impadronì dei giorni e dei territori di migliaia di donne,
uomini, bambini e anziani: la resistenza.
L’esercito zapatista tornò sulle montagne da cui era venuto e,
dal gennaio del 1994, non ha sparato un solo colpo. A differenza
delle guerriglie latinoamericane tradizionali, l’Ezln offre pace
mentre chiede giustizia e dignità. Centinaia di simpatizzanti e
membri delle basi di appoggio dell’Ezln, tuttavia, sono stati
assassinati durante la fragile tregua e, a migliaia, hanno
sofferto l’esilio, fino oggi senza ritorno.
In un mondo di tradizioni millenarie sempre mutevoli, nel cuore di
un movimento sociale straordinario, i popoli ballano, i giovani si
innamorano, i bambini e le bambine entrano nell’incanto del
mondo delle immense montagne verdi dove sono nati liberi, e dove
oggi sono sotto la minaccia permanente di una guerra di sterminio.
Il mais nasce nei campi. Il Popol Vuh, il loro libro antico, dice
che i popoli maya sono fatti di mais. Nei campi e nei villaggi, la
vita quotidiana fiorisce tra il pericolo e la resistenza attiva, i
modi di vivere che devono imparare i popoli zapatisti. Anche in
questo modo, gli zapatisti insegnano al mondo ad essere loro
contemporaneo. Nessuno in Messico va veloce verso il futuro quanto
loro, " i piccoli, i dimenticati di sempre". Il loro
tempo avanza tanto in fretta da sembrare trattenuto. E’ la
maschera della fretta.
Un altro progresso
In che momento del mondo appare e si sviluppa questo zapatismo? Un
fatto storico tanto ripetuto da farsi paradigma è che il
"progresso" arriva sempre ai popoli in forma di
dominazione, spesso militare e comunque brutale. Perché i confini
del nuovo "progresso" cominciano sempre dal potenziale
bellico. Senza bisogno di generalizzare troppo, il passato mezzo
millennio di "progresso" nel continente americano è
stato sistematicamente dominatore, repressore e, molte volte,
genocida con i popoli nativi.
Ora si vede che la storia umana è un’interminabile sequenza di
finzioni, una sorta di danza letale per i corpi e le menti dei
dominati. Un ballo dove i dominati sembrano silenziosi. Almeno
questo è ciò che ci si aspetta da loro. Per i popoli, le
egemonie nazionali o straniere portano sempre al peggio.
Paradossalmente, nel mondo di oggi, parlare di popoli significa in
ogni caso parlare di nazioni: un concetto più vasto dell’unione
di popoli che la compongono, che così uniti guadagnano poteri e
nomi.
Non bisogna confondere le legittime resistenze di liberazione
nazionale con le regressioni sociali "giustificate" dal
razzismo, dalla religione, o dalla semplice rapina territoriale.
Gli avvenimenti accaduti in Bolivia, Ecuador o Messico, dove i
popoli insorgono per difendere loro stessi e per difendere la
nazione alla quale appartengono, non sono uguali agli orrori del
Congo e della Cecenia, o a quello che è successo in Eritrea,
Somalia o in ex Jugoslavia (regressione, sì, ma balcanizzante e
criminale).
In fondo, tutte le resistenze affrontano oggi una medesima, sola
conquista. Nazioni intere distrutte, come l’Afghanistan o
l’Iraq, o smembrate a carne e fuoco come la Palestina, il
Kurdistan e il Tibet. Con le dovute differenze, per gli indios del
sud, essere alla mercè dell’esercito messicano rappresenta la
stessa offerta di progresso che portano gli eserciti di Israele,
Turchia, Cina, Gran Bretagna, Russia e, prima di tutto e dietro
(quasi) tutti, l’esercito imperiale statunitense. La retorica
post-salinista [da Salinas de Gortari, presidente del Messico
priista ai tempi dell’insurrezione del 1994, ndt], fino ad oggi
vigente nell’amministrazione Fox e nelle forze armate, agita il
vessilo di morte della balcanizzazione per "mettere
ordine", non verso il presunto separatismo ma nella difesa
che i popoli ribelli fanno della sovranità nazionale.
Il ventunesimo secolo arriva calpestato dall’impero di
Washington e dai suoi satelliti, a una dimensione mai vista prima,
una dimensione che per il momento si presume imbattibile. Ma in
America latina, e specialmente in Sud Amrica, nascono resistenze
nazionali che si stanno mostrando vie percorribili, e dico questo
senza eludere il riformismo possibilista. I processi popolari di
Argentina, Brasile, Venezuela, come anche i casi di Ecuador e
Bolivia, essendo dei laboratori ed essendo in pericolo, reagiscono
contro la stessa dominazione globale permessa dalle elites e dal
capitale di ciascun paese. Di questo si tratta anche nel movimento
zapatista del Chiapas e in buona parte del movimento indigeno
messicano. In nome della sovranità, della unità nazionale, gli
zapatisti convertono lo "Ya basta!" in qualcosa di molto
difficile da sconfiggere: uno stile di vita comunitaria che
resiste alla dominazione.
Con la negazione del compimento del minimo di rivendicazioni
contenute negli accordi di San Andrés, i successivi governi
messicani rivelano la loro intenzioni, niente affatto onorevoli e
ancor meno nazionali. I poteri della Unione e delle forze armate
sostengono che l’autodeterminazione (che implica lingua,
credenze, forme di governo e territori ancestrali) minaccerebbe
l’unità nazionale e persino la democrazia. Si tratta di una
cortina fumogena per distrarci dai veri pericoli del
"libero" commercio controllato dalla metropoli, dalle
privatizzazioni, dagli interventi mascherati della mano di
Washington che violano quello che è nostro e ciò che in tutto il
mondo si rispetta come Messico.
Con i loro limiti e con gli occhi neri, i processi latinoamericani
di ribellione, resistenza e autodeterminazione minacciano gli
interessi dell’impero. Per di più, quello che avviene nei
nostri paesi è una speranza che i popoli decidano da soli, e una
lezione per tutti i popoli conquistati del mondo. Un altro
progresso è possibile. L’esperienza contemporanea
dell’America latina è pacifica ed energica. Che alcuni governi
e movimenti alternativi si presentino come esperimenti non
significa che da essi non nasca qualcosa di autentico, forte e
definitivo.
Il ritorno del subcomandante Pedro
"Vent'anni sono molto pochi. Manca…", così conclude
la sua intervista il maggiore Moisés nel libro di Gloria Muñoz
Ramirez. Il comandante Abraham, un altro veterano zapatatista, è
ancora più esplicito: "Sono passati venti anni, ma stiamo
cominciando".
Fa pensare che vedano così le cose alcuni dei più antichi membri
dell'organizzazione indigena politico-militare che dieci anni fa
disse "Ya basta" e fece suonare il suo allarme la stessa
notte che l'"Alto" Messico debuttava in società come
paese "del primo mondo". Il salinismo era al culmine del
suo successo e del suo potere. E se si cade da molto in alto, è
certo che il colpo contro il suolo sarà più forte.
Con una magia mediatica e sociale che essi stessi non immaginavano
e che oggi tuttora non riescono a spiegarsi, i combattenti dell'Ezln
hanno cambiato le cose una volta per sempre, nel corso di una sola
notte di fine anno che si sarebbe prolungata per dodici giorni di
guerra. Dopo un anno di resistenza attiva. Dopo sei anni di
tradimenti e menzogne. Dopo la fine del governo del Pri. Così,
sono passati dieci anni. Quelli della guerra, della resistenza,
dell'autonomia, della mobilitazione nazionale e intergalattica,
dell'installazione definitiva dei popoli indigeni al centro delle
decisioni e della coscienza nazionali.
"Per la verità, non pensavo che avremmo visto tutto questo.
Non siamo morti tutti, siamo qui e manca ancora molto", dice
il maggiore Moises. "Adesso il popolo del Messico è quello
cui tocca decidere che cosa è stato ottenuto e soprattutto cosa
manca da fare", aggiunge.
Sappiamo tutti che si tratta di una storia non finita. I due
anniversari che si stanno festeggiando sono un punto e a capo,
segnato dal caso del calendario gregoriano. Quelli che hanno
fondato l'Ezln hanno protetto il segreto nel seno delle comunità
indigene per dieci incredibili anni, dal 1983 al 1993, e oggi,
dopo altri dieci anni, ancora si meravigliano di essere vivi, e
conservano l'anima intatta. Allora, la notte era loro alleata.
Oggi lo è anche la luce del giorno.
Hanno sviluppato una prolungata successione di giochi di specchi,
che ha cambiato la mappa mentale e fisica della sinistra
messicana. In questi tempi di celebrazione e recupero della
memoria profonda, gli zapatisti dicono che è il momento giusto
per rivelare qualche segreto in più. Ne proteggono ancora molti.
Oggi parlano, con calore, di uno dei loro segreti più cari:
l'esistenza del subcomandante Pedro, quella leggenda viva in tante
delle comunità tojolabales e tzeltales in cui è stato. Un
segreto triste e ispiratore, che si mantiene attivo nel ricordo
dei combattenti dell'Ezln. Quell'uomo alto e scherzoso che le
donne di La Realidad e Guadalupe Tepeyac non riescono a menzionare
senza scoppiare a piangere. I bambini che hanno giocato a calcio
con lui o che da lui hanno imparato a giocare a scacchi (ancora
giocano), oggi sono adulti, padri e madri di famiglia, o
insurgentes.
Il "sub" Pedro cadde il primo gennaio del 1994, nella
presa di Las Margaritas, abbattuto dai poliziotti che proteggevano
il palazzo del municipio che, comunque, venne preso dagli insorti.
Maestro e comandante del maggiore Moises, maestro e fratello del
subcomandante Marcos, fu in misura importante costruttore
dell'esercito indigeno più importante del XX secolo
latinoamericano, e di quel portento di organizzazione civile che
sono state e continuano ad essere le comunità ribelli della Selva
Lacandona, la zona nord, Los Altos e la Frontiera del Chiapas.
Abituati a leggere i comunicati del Comitato clandestino
rivoluzionario indigeno - Comandancia generale (Ccri-Cg)
dell'Esercito zapatista di liberazione nazionale e i diversi
scritti di Marcos, e a seguire le notizie, le denunce, le proteste
e le inizative, forse ci siamo dimenticati che i popoli, vecchi e
nuovi, la loro costruzione di municipi autonomi, le truppe
insorgenti che aspettano e vigilano dalle montagne, sono una cosa
sola. E che così come le comunità sono andate di battaglia in
battaglia, gli insorgenti le hanno seguite, con le armi abbassate,
ma ancora in pugno. Di battaglia in battaglia, attenti.
L'aria di festa e di celebrazione di oggi non toglie nulla al
fatto che i festeggiati, per quanto festeggiando, sono ancora,
minuto per minuto, assediati e minacciati da uno spaventoso
apparato militare del governo federale. Che le loro richieste, che
oggi sono nazionali, restano inascoltate. Che i giorni della
resistenza sono più lunghi dei giorni normali. Che i loro dieci
anni sono molti di più di dieci anni normali. Più intensi. Più
interessanti. Gli indigeni di tutto il paese, con lingue e accenti
diversi, hanno fatto propria la lotta zapatista.
La società della maggioranza messicana, miope e nascosta, non
potrà più chiudere gli occhi davanti alla realtà dei popoli
indigeni, né alla ricchezza artistica, politica e culturale che
portano alla vita nazionale. Né alla loro vita comunitaria, che
è il loro capolavoro.
Il maggiore Moises dice del sub Pedro: "Ha fatto tutto quello
che doveva fare". Rivela così una concezione della morte
che, a ben vedere, è una concezione della vita. La lotta dura
quanto dura. Non è né lunga, né corta. È quel che deve essere.
Questi zapatisti del Chiapas che, alla vigilia del 31 dicembre
sapevano che di lì a pochi giorni sarebbero potuti morire, sono
per la maggior parte ancora lì, e sono cresciuti, in tutti i
diversi significati del termine. Perciò l'abitudine di
festeggiare ballando. Così hanno festeggiato tutte le loro
successive sopravvivenze di questi anni. Non riesco a immaginare
un migliore riconoscimento per un rivoluzionario che quello di un
altro rivoluzionario che dice di lui: "Ha fatto tutto quello
che doveva fare". L'espressione potrebbe essere estesa in
omaggio al piccolo grande esercito di popoli.
L'apparizione dell'Ezln è stata quello che potremmo semplicemente
chiamare uno spartiacque, qualcosa che non si chiude e continua a
inventare. Questa storia in corso è un'esperienza indispensabile
del presente. E del futuro, quando la storia della ribellione
zapatista, anche se continuerà a restare senza conclusione, sarà
arrivata più lontano
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Risposta di esponenti del movimento all'articolo di Bertinotti su
Liberazione
Di fronte al potere violento
non ci basta dirci non violenti
Caro Sandro, cara Rina, la strategia della guerra globale
permanente e preventiva non offre scampo ai popoli, agli uomini e
donne della terra intera inglobati in uno stato di "terrore
permanente" fin dentro gli avamposti occidentali più ricchi
e non più sicuri, gli aeroporti. Ma tale terrore non è solo
espressione della guerra globale: è sempre più fatto immanente
delle società in cui viviamo, espressione di un rapporto di
dominio prodotto dal dispiegarsi delle leggi del capitale a cui
tutto deve soggiacere pena una repressione sempre più
indiscriminata - cosa sono, da ultimi, gli arresti di Roma se non
questo? - anzi, pena l'iscrizione d'ufficio nell'albo dei violenti
di turno, sempre troppo contigui al terrorismo e quindi da
castigare anche con la galera. E' in questa torsione semantica e
politica che risiede il rischio maggiore per le lotte di cui siamo
protagonisti e che il dibattito, così come avviato
dall'intervento di Fausto Bertinotti, contribuisce, purtroppo, ad
alimentare. La violenza come fatto intrinseco al sistema
dominante, espressione di un rapporto di dominio e di potere -
anche quando viene monopolizzata dall'attentato terroristico -
finisce per costituire la cifra identificativa delle lotte stesse
e dei soggetti che si oppongono allo stato di guerra permanente.
Questa torsione è resa possibile da un'idealizzazione dei
concetti che, in luogo di definire ed esprimere fenomeni reali
dotati di variabili e sfumature concrete, finiscono per diventare
pure astrazioni, private del loro contesto e della loro materialità.
Il punto è che il cosiddetto terrorismo, inteso nel senso
classico, è un fenomeno storico non una categoria assoluta. E in
quanto fenomeno esprime a sua volta forme ed espressioni
differenti. Oggi, ad esempio, la sua forma più evidente e
visibile è quella di coloro (Al Qaeda in primo luogo) che,
mediante il massacro feroce di civili, sembrano rispondere alla
guerra permanente con una forma di "guerra a bassa intensità"
altrettanto sporca e spietata, cercando di colpire il
"cuore" dell'occidente ma avendo in realtà come
obiettivo cruciale sopratutto il rivolgimento di alcuni stati
arabi, l'Arabia saudita innanzitutto. Ma questo uso del terrore
indiscriminato, che non colpisce avversari
"militarizzati" e in armi ma per lo più civili inermi,
è cosa ben diversa dall'uso del terrore che ad esempio i kamikaze
palestinesi fanno nei confronti di Israele: uso che, oltretutto,
avviene sotto l'ala oppressiva della sconfitta della lotta
pacifica e di massa. E, a sua volta, quell'uso del terrore si
differenzia ancora rivolgendosi, a volte, in maniera
indiscriminata, contro i civili, ma altre attaccando i coloni,
assai militarizzati e violenti nei confronti del popolo
palestinese, o, in molti casi, scegliendo obiettivi militari o
comunque più classicamente bellici: in questi ultimi casi usare
il termine terrorismo piuttosto che quello di resistenza armata
diviene una scelta ideologica e di schieramento con effetti assai
negativi. E altrettanto ideologico e "di schieramento"
è la scelta di un termine o dell'altro nel caso iracheno dove
agli attentati di ignota matrice si susseguono vere e proprie
azioni militari contro l'occupazione statunitense, o inglese o
italiana, che nulla hanno a che fare con il terrorismo, ma che
divengono espressioni di una resistenza armata. Tanto più in un
contesto che ormai vede veri e propri moti di ribellione di piazza
che avvengono ogni giorno e che segnalano quanto sia esteso il
rifiuto dell'occupazione militare.
Queste analisi concrete non puntano affatto a sostenere l'uso del
terrore, ma servono o aiutano a comprendere la realtà in cui
operare per averne una rappresentazione il più possibile esatta.
Servono a capire, ad esempio, perché Noam Chomsky può dire che
il "terrorista n° 1" sia George Bush e servono a
comprendere il ruolo che, in particolare in Italia, ha avuto il
terrorismo di Stato scagliato contro i movimenti. Ma tale
concretezza di analisi scompare del tutto quando si sceglie la
contrapposizione idealistica tra "la Guerra" e "il
Terrorismo", quando cioè due categorie analitiche
acquisiscono soggettività politica, quasi una vera e propria
personalità e un intero apparato organizzato: e vengono
utilizzate per descrivere non solo l'esistente ma anche il passato
e addirittura l'intero futuro. Così anche il Vietnam diventa un
fatto violento esecrabile, schiacciato sulla deriva autoritaria
dello stato vietnamita svalutando quell'effetto di
"intontimento delle classi dirigente americane", di cui
brillantemente parla Mario Tronti, che allora ebbe: e, perchè no,
magari anche l'intera attività dei rivoluzionari cubani e dello
stesso Che Guevara. La coppia guerra-terrorismo (addirittura come
"spirale"), che ad alcuni sembra così efficace nella
descrizione del presente, invece lo comprime e lo cancella in una
dicotomia astratta. La strategia imperialistica degli Usa punta a
questa dicotomia per costringerci a scegliere tra l'una e l'altra:
e quindi se sei contro la guerra globale sei per il terrorismo. E'
stato così nel caso di Nassirya, anche se abbiamo finito per non
accorgercene. Quell'attacco militare contro il contingente
italiano - di questo si è trattato come ha sottolineato anche un
osservatore non certo a noi vicino, come Sergio Romano - è stato
descritto come un fenomeno terroristico, naturale conseguenza
dell'opposizione alla guerra. Accettare la dicotomia assoluta, la
"spirale" crescente tra i due concetti significa dunque
rischiare di assoggettarsi a questa strategia che in ultima
analisi punta a delegittimare qualsiasi obiezione, qualsiasi
anomalia nella lineare strategia di guerra permanente, qualsiasi
"diserzione" che, automaticamente, diverrebbe un
passaggio da un campo all'altro dello scontro e non un'alternativa
(accusa che infatti Sharon muove ai Refusnik o che, peggio,
sostanzia la direttiva europea sul terrorismo finalizzata a
redigere una lista "nera" di movimenti di opposizione da
considerare fuori legge). Continuare a discernere, a selezionare
gli argomenti, a descrivere i fenomeni per quello che sono e
rappresentano, rifiutare la falsa dicotomia guerra-terrorismo, ci
sembra invece il lavoro più difficile ma anche il più
indispensabile per seguire una strada di opposizione all'ordine
mondiale che gli Stati Uniti ci vogliono imporre.
Si dice, però, che il mezzo per rigettare quella dicotomia - che
nel discorso di Bertinotti non viene smentita, anzi appare
condivisa e persino enfatizzata - e sottrarsi alla morsa micidiale
della presunta "spirale" guerra-terrorismo sarebbe il
rifiuto assoluto della violenza e quindi l'accettazione completa
della pratica nonviolenta. Che l'opposizione alla guerra globale
permanente sia oggi il movimento di massa su scala mondiale è un
fatto ormai acquisito già dalla risposta che questo è stato in
grado di offrire dopo l'11 settembre. Non crediamo però che
questo possa essere riassunto solo nella pratica non violenta.
Intanto anche qui la scelta della terminologia è già una scelta
ideologica, politica e persino di schieramento. Spesso i
movimenti, le opposizioni sociali sono costrette a un uso della
forza che è cosa ben diversa dall'esaltazione della violenza, per
praticare forme di autodifesa e di resistenza alla repressione,
alla barbarie, allo sfruttamento, al sopruso. Se è vero che non
esiste una dicotomia guerra-terrorismo, ma decine di sfumature,
variabili, situazioni concrete diverse di caso in caso (a quale
categoria iscriviamo lo zapatismo o la resistenza colombiana?),
anche per quanto riguarda la scelta di pratiche di lotta esistono
modalità molteplici. Tra violenza e non violenza, lo abbiamo
dimostrato anche qui in Italia nel movimento e imparato l'uno
dall'altro, esiste la disobbedienza, la resistenza, il
boicottaggio, il sabotaggio, ecc. E queste a loro volta si
esprimono in forme differenziate a seconda dei contesti.
Cos'erano, se non questo, via Tolemaide, piazza Da Novi, piazza
Dante, piazza Alimonda il 20 luglio 2001 a Genova? Le
manifestazioni, le lotte e quindi le pratiche scelte si
definiscono in funzione assoluta o invece vanno commisurate agli
obiettivi che si scelgono e ai risultati ottenibili?. Violare le
"zone rosse" - che ormai costituiscono la frontiera
interna della guerra globale - si misura sul tasso di nonviolenza
o sul significato che ciò esprime per le lotte stesse, sulla
fiducia che si accresce, sulla forza che acquista un movimento?
Non si può calare sulle lotte, dall'alto di una definizione
astratta, una categoria, la nonviolenza, che ne cristallizza il
divenire e rischia di paralizzarne l'azione. Insomma, non si può
commettere il rischio opposto a quello degli anni Settanta quando
sembrava che una determinata lotta o processo rivoluzionario
fossero tanto più degni di nota, quanto più facessero uso della
forza (o della violenza). Queste astrazioni vanno lasciate da
parte. Le lotte si commisurano sulla base della capacità di
mobilitazione, sul tasso di partecipazione e di scelta democratica
che sanno garantire; le forme di lotta si definiscono sulla base
degli obiettivi che si sono scelti e, in ultima istanza, si
giudicano su quanto rafforzano la fiducia in sé stessi, nelle
proprie ragioni, su quanto allargano consenso e protagonismo
sociale, su quanto evitano forme di "avanguardismo" e di
pratica separata ed escludente. Ma naturalmente dipendono anche
dall'atteggiamento, e dal grado di violenza dispiegata da chi il
potere gestisce. Perchè se così non fosse, dovremmo dire che
avevano ragione i nazisti a chiamare "banditen" i
partigiani. Mezzi e fini non sono disgiunti nel senso che si
scelgono i mezzi migliori per raggiungere i propri fini. I nostri
fini sono un mondo senza sfruttamento, senza padroni, senza
guerre, democraticamente "governato", in questo senso
pacifico e in cui l'eliminazione della violenza è giocoforza un
processo da acquisire. Per questo il movimento "no global"
non si è mai fatto affascinare dalla violenza gratuita ed è
infinitamente "altro" dal terrorismo. Certamente
aspiriamo a un mondo senza violenza e a un percorso di lotte il più
possibili immuni dalla violenza. Ma l'altro mondo possibile che
vogliamo è costruito giorno per giorno, in scelte quotidiane, in
lotte quotidiane, spesso difficili, in scontri non voluti ma
imposti da leggi ingiuste e dalla repressione. Lotte che non
sempre possono scegliere, pena l'immobilismo, tra violenza e
nonviolenza, avviluppate come sono dalla violenza del potere: e
che in certi casi devono anche autodifendersi. Possono scegliere,
invece, di essere partecipate, co-decise, mezzi consapevoli e
autodeterminati aventi come fine un mondo migliore.
Piero Bernocchi,
Marco Bersani,
Salvatore Cannavò,
Luca Casarini
|
Intervista a San Precario
ilmanifesto.it
- Movimento 23.11.2004
www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Novembre-2004/art96.html
Andata e ritorno nella rete di San Precario
Ha l'aureola in testa e un viso da simpaticone. Si chiama
«San Precario» ed è diventato l'icona dei gruppi di base
che hanno organizzato le tre edizioni della MayDay e la
manifestazione del sei novembre a Roma. Cercare di
comprendere le ragioni di questa galassia ha portato a
cercare di «intervistarlo», attraverso domande inoltrate a
un gruppo di discussione su Internet
Le risposte hanno spaziato dalla crisi della democrazia
al mercato del lavoro, dalla proprietà intellettuale alla
crisi del welfare state. Restituendo lo spaccato di una
realtà che rifiuta l'immagine stereotipata del precario
come marginale e le rappresentazioni esterne. E che sostiene
la necessità di spazi e parola comuni
BENEDETTO VECCHI
«San Precario è uno, trino, molteplice». Comincia così
la risposta di uno strano personaggio che circola da alcuni
mesi su Internet e nelle strade e piazze italiane. Il suo
nome è San Precario ed è diventato l'icona di alcuni
gruppi di base che da anni si sono mobilitati contro la
precarietà, una condizione prima letta e interpretata a
partire dal rapporto di lavoro per poi essere estesa a
quell'insieme di consuetudini, diritti sociali, forme di
vita cresciute e maturate nelle società europee in questi
ultimi quarant'anni. Ma San Precario è solo una figura
scherzosa, sarcastica e volutamente allusiva di una
indisponibilità a considerare la precarietà come una
condizione «naturale» dell'esistenza. E tuttavia è un
personaggio che guarda con sospetto qualsiasi lettura «identitaria»
della sua esistenza. Semmai la sua funzione, ama ripetere,
è di invitare a riflettere su come si vive e si lavora
nell'Italia del nuovo millennio per cercare vie d'uscita per
i precari di nuova e vecchia generazione: vie d'uscita «innovative»
dal punto di vista politico e capaci di sovvertire un
immaginario collettivo dove la figura del «ribelle» è
coccolata dall'industria culturale solo per promuovere merci
culturali di dubbia qualità.
Cercare di intervistarlo è un'operazione che costringe a
fare i conti con sensibilità e punti di vista politici
assai eterogenei, accomunati però dal rifiuto di un
principio assai caro alla cultura politica del movimento
operaio, quello della rappresentatività. Il modello
organizzativo è, infatti, quello della rete, della presa di
parola collettiva, di rifiuto della delega. Fare i conti con
questa galassia, che non esita a proporre una «Grande
alleanza precaria» che condizioni l'agenda politica di
tutte le forze politiche, significa addentrarsi su un
terreno pressoché sconosciuto ai più. Così accade di
trovarsi di fronte a riedizioni inedite del pensiero
libertario, di un marxismo eterodosso, ma mai ossificato, a
un democraticismo radicale, nonché a un terzomondismo
innovato dall'esperienza del «movimento dei movimenti».
Ad esempio, in un gruppo di discussione (neurogreen@liste.rekombinant.org)
che ha avuto a che fare con San Precario, una domanda su
quali testi consigliare per capire la crisi della democrazia
nelle società capitaliste ha prodotto un elenco di libri
che va dalla Ribellione delle élite di Christopher
Lasch (Feltrinelli) alla Postdemocrazia di Colin
Crouch (Laterza), dalla Società in rete di Manuel
Castells a Moltitudine di Michael Hardt e Toni Negri
(Rizzoli), dai testi di Amartya Sen a Grammatica della
moltitudine di Paolo Virno (DeriveApprodi). Insomma, un
insieme variegato di autori che segnalano come San Precario
sia un personaggio curioso e di difficile catalogazione
dentro le coordinate usate da gran parte dei media per
leggere e interpretare i movimenti sociali.
L'intervista è avvenuta in rete, più precisamente nella
mailing list precog@inventati.org. A rispondere sono
stati attivisti milanesi, romani, palermitani, napoletani e
altri per nulla interessati a segnalare la città dove
vivono. Tutti, però, hanno preferito che il nome collettivo
di San Precario fosse usato per dare voce a quella galassia
di collettivi, sindacati di base che da alcuni anni sta
lavorando per costruire una rete nazionale sulla e contro la
precarietà. E', infatti, all'interno di questa galassia che
sono nate le tre edizioni della MayDay milanese e la recente
manifestazione del 6 novembre a Roma. Quella che segue,
dunque, è l'elaborazione delle loro risposte, usando una
tecnica oramai consolidata del cut and paste,
introdotta molti lustri fa dallo scrittore americano William
Burroughs.
C'è chi parla di precarietà solo a partire dalla
crescita numerica dei rapporti di lavoro cosiddetti «atipici».
Mi sembra, invece che preferisci un'altra prospettiva. Nel
tuo discorso emergono piuttosto riferimenti all'assenza di
diritti sociali e una concezione della prestazione
lavorativa molto articolata. Capita, infatti, di leggere che
nel lavoro solo entrate altre facoltà dell'essere umano,
quali il linguaggio, le capacità inventive, lo spirito
innovativo...
Occorre certamente partire dalla constatazione che la
prestazione lavorativa non si è modificata solo
giuridicamente o quantitativamente, ma anche e soprattutto
qualitativamente, investendo tutta la vita. E' per questo
che la condizione di precarietà non solo è universale
(interessa anche chi non è di fatto un precario: ma sino a
quando?), ma esistenziale. Il meccanismo di controllo della
forza lavoro non è più solo disciplinare (meccanismo
necessario quando lo strumento di lavoro è il «corpo
fisico»), ma è sempre più sociale e indiretto. Ciò è
necessario soprattutto quando il lavoro coinvolge tutte le
facoltà umane. Non è certo un azzardo teorico affermare
che la creazione di immagini stereotipate da parte delle
nuove tecnologie comunicative e dai media è di vitale
importanza nel processo di accumulazione capitalista. Se
analizziamo questo fatto all'interno di un dispositivo teso
a far introiettare meccanismi di autocontrollo, il discorso
forse appare più chiaro. La produzione di immaginario è
vitale per definire i meccanismi di controllo dei
comportamenti collettivi, ma allo stesso tempo risponde a
una logica economica profonda. Alcuni studiosi hanno parlato
di «economia dell'attenzione» o di «economia del logo»:
espressioni che indicano che la produzione di immaginario è
un'attività produttiva e, al tempo stesso, un sofisticato
sistema di controllo dei comportamenti collettivi.
Ma torniamo alla domanda. Il trattato di Lisbona
sottoscritto nel 2000 dai paesi dell'Unione europea prevede
che il vecchio continente diventi, entro il 2010, lo spazio
politico e economico in cui sia dominante un modello di
società definito della «conoscenza». Anche se l'Europa
appare molto lontana dal raggiungimento di questa meta
(basti pensare alla riduzione delle risorse destinate alla
formazione), la questione del sapere rimane comunque
centrale nelle politiche dell'Unione europea e degli stati
nazionali. E questo vale anche per gli Stati uniti. Ad
esempio, le grandi imprese statunitensi comprano i «cervelli»
in India pagandoli meno che negli Usa, ma uno dei vincoli
posti è che non lavorino con altre aziende. Questo outsorcing
della conoscenza si basa sulla precarizzazione, un elemento,
quest'ultimo, funzionale a modelli organizzativi flessibili
della produzione come è il noto just in time.
In sintesi, qualunque riflessione sulla precarietà rimane
«monca» se non include tra i suoi presupposti la presa
d'atto che nel sistema economico la dimensione linguistica
della produzione è tanto importante quanto quella «materiale».
In questo senso si fa spesso riferimento a concetti come «lavoro
immateriale» o, come dicevo prima, «economia
dell'attenzione». All'interno di questo tipo di
organizzazione economica, qualunque produzione discorsiva,
innovazione linguistica, pratica sociale o moda culturale
subisce una sorta di «privatizzazione», perché gli viene
sovrapposta un logo per venire rivenduta agli stessi che
l'hanno prodotta. Non è più tanto una questione di
monopolio dei mezzi di produzione, quanto della capacità di
trarre profitto dalla creatività sociale diffusa, di
trasformare in un brand qualunque fenomeno prodotto
dall'immaginario sociale. In questo senso il lavoro creativo
e immateriale diventa un aspetto centrale della produzione.
Ma in virtùù della sua natura particolare il lavoro
creativo è un lavoro socialmente diffuso, collettivo e che
nonostante la riorganizzazione dei luoghi esplicitamente
deputati alla produzione mirata a irreggimentare tale
aspetto, non è collocabile all'interno di un orario di
lavoro predefinito. Si tratta di una produzione collettiva
sistematicamente espropriata dalle imprese senza alcuna
contropartita.
Ed è per questo motivo che il rifiuto della proprietà
intellettuale diventa un tema forte nelle recenti
mobilitazione dei precari?
Partiamo dalla constatazione che è in corso un gigantesco
processo di privatizzazione di ciò che è sempre stato
comune: l'acqua, la conoscenza, l'informazione. Per questo,
la riappropiazione di ciò che era appunto comune passa
attraverso il rifiuto delle norme sui brevetti, sul
copyright per affermare il diritto alla libera circolazione
e condivisione del sapere. E' un rifiuto che prevede la
violazione delle norme e leggi sulla proprietà
intellettuale, ma anche la costruzione di momenti di
produzione decisamente no-copyright. Ultimamente, alcuni
studenti hanno fotocopiato libri e distribuito software
protetti dal diritto d'autore. E' una violazione della
legge, ma afferma il diritto universale alla conoscenza e al
sapere.
Insomma, la violazione della legalità è rivendicata
fino in fondo. Eppure, le azioni condotte il sei novembre a
Roma hanno provocato una reazione negativa da parte delle
forze politiche tutte e dagli organi di informazione.....
Far passare una problematica sociale come un semplice
problema di ordine pubblico, beh è un brutto film che in
Italia è stato proiettato troppe volte. Con quelle azioni
si voleva colpire l'immagine di imprese che fanno profitti
attraverso l'uso intensivo di lavoro precario. L'obiettivo,
vale la pena ripeterlo, era una autoriduzione del 70 per
cento sui prezzi delle merci e dei beni in vendita. Era
stato stabilito anche un «paniere precario» che poteva
essere distribuito come «dono» da parte del supermercato e
della libreria coinvolte nelle azioni. In programma, c'era
anche la volontà di stabilire un rapporto con i lavoratori
che spesso sono precari. Possiamo discutere se questi
obiettivi sono stati raggiunti in maniera ottimale o meno,
ma è altrettanto vero che è accaduto quello che ha scritto
il Corriere della sera: molti si sono gettati sui
beni e merci esposti e se li sono presi.
Il problema, allora, non è la rottura della legalità, ma
la capacità di comunicare i motivi di un'azione,
rivendicandone la legittimità. Se poi qualcuno parla di
sopraffazione o di prevaricazione, dovrebbe informarsi
meglio prima di dare giudizi avventati.
Allora, la precarietà è una condizione che coinvolge
l'esistenza. E cioè una realtà che non può essere
presentata come un bollettino meteorologico: c'è cattivo
tempo (la precarietà), ma domani tornerà il bel tempo
(lavoro a tempo indeterminato). Quale può essere un sistema
di norme che accetti il cambiamento avvenuto nella
produzione della ricchezza?
Bisogna rompere la gabbia del ricatto, rendendo la
flessibilità una scelta. Per far questo, vanno inventate
pratiche di riappropriazione e forme di conflitto
riproducibili, mettendo in piedi nuove alleanze sociali e
percorsi di liberazione che rompano con la ricattabilità
del bisogno. Abbiamo davanti una precarietà esistenziale
contro la quale rivendicare nuovi diritti dentro la
riconfigurazione di un'avanzata cittadinanza sociale. A
partire da un reddito garantito e incondizionato, slegato
dalla prestazione lavorativa, attraverso una quota monetaria
diretta e una indiretta sotto forma di «servizi»: casa,
salute, sapere, trasporti. Un reddito di cittadinanza per
combattere il ricatto e l'emarginazione. Un reddito di mille
euro al mese, per tutti i disoccupati, precari, migranti e
garantiti, per rifiutare il lavoro e scegliere i desideri,
per rifiutare la nocività e scegliere la qualità della
vita, per rifiutare di lavorare per la guerra globale e
scegliere la cooperazione sociale.
Capisco la proposta di un reddito di cittandinanza, ma
tra i precari c'è chi parla della priorità di un sistema,
come è stato definito, di «flexicurity»?
Non è un problema nominale. Quando si parla di
sperimentazione, vuol dire che non c'è una ricetta bella e
pronta all'uso. Si può dunque parlare di obiettivi
intermedi, di un'articolazione delle proposte che tengano
conto di ciò che è già accaduto nella realtà, cioè di
una moltiplicazione di figure lavorative, tipologie
contrattuali. E allora vale la pena di rivendicare garanzia
di reddito diretto e indiretto, di lavorare alla
semplificazione delle tipologie contrattuali del lavoro, di
definire diritti minimi sul lavoro (ferie, maternità,
previdenza, salute, non discriminazione). Ma ciò significa
che è centrale la dimensione «territoriale» delle azioni
di aggregazione dei precari. Recentemente, si è fatta
strada l'idea dei punti di San Precario. Possiamo chiamarli
così o anche in altri modi, come già avviene, ma è certo
che sono luoghi di informazione e consulenza, ma anche
momenti di comunicazione, di trasmissione di esperienze, di
ritrovo ludico dei precari. In ogni caso, possono essere i
luoghi dove è possibile individuare la controparte e i suoi
punti deboli.
Viviamo in anni in cui viene annunciata la cattiva novella
che il welfare state è finito. Invece, va affermato il
valore politico di una nuova, buona novella: il welfare
state va difeso ed esteso. Quando si parla di diritti
sociali di cittadinanza si parla della difesa di una forma
di vita che rifiuta il pensiero dominante secondo il quale
la casa, i trasporti, la salute, la pensione, l'acqua e il
sapere sono merci che si acquistano secondo le leggi del
mercato. Non vogliamo però solo difendere il welfare state
così come è stato costruito nei decenni scorsi. Il
realismo porta a dire che lo stato sociale va allargato,
modificato alla luce dei cambiamenti avvenuti nel mercato
del lavoro e nella forme di vita maturata all'interno di
quella realtà. Provocatoriamente, si potrebbe dire che
bisogna partire dalle promesse di universalità presenti
nelle proposte di Lord Keynes e di Lord Beveridge per
affermare il diritto alla continuità di reddito, livelli
salariali certi - il salario come variabile indipendente -,
indennità di malattia, ferie garantite, congedo di maternità,
accesso al sapere, diritto alla formazione continua. E
l'elenco potrebbe continuare a lungo, perché il diritto da
affermare è all'esistenza.
|
| Niente
è più efficace della tortura |
di Naomi Klein
Come dichiarano i soldati sotto accusa per i
crimini di Abu Ghraib, 'la tortura è lo strumento più
efficace per ottenere il controllo sociale'
Recentemente mi è capitato di intravedere gli effetti
della tortura durante un incontro in onore di Maher
Arar. Si tratta del canadese di origine siriana, più
noto al mondo come vittima della pratica della
‘rendition’ (‘restituzione’), cioè dei nuovi
metodi americani di affidare a stati esteri il compito
di torturare i loro prigionieri. Arar si trovava
all’aeroporto di New York per un cambio di aereo
quando i funzionari USA lo hanno trattenuto e poi
‘restituito’ alla Siria. Lì è rimasto dieci
lunghi mesi, in una cella non più grande di un
loculo, da dove veniva prelevato solo per essere
picchiato.
Il Canadian Council on American-Islamic Relations, che
è una importante organizzazione per la difesa dei
cittadini, lo voleva onorare per il coraggio che aveva
dimostrato. Il pubblico presente gli ha tributato una
lunga e sincera ovazione in piedi, però nell’aria
si respirava anche un certo timore. Molti dirigenti
delle varie organizzazioni si sono tenuti a una certa
distanza da Arar, e gli hanno risposto solo vagamente.
Qualche oratore non è stato capace nemmeno di
pronunciare il nome dell’ospite d’onore, come se
avesse qualcosa di contagioso. Forse avevano ragione:
Arar è finito in una cella infestata dai topi per
l’accusa, sostenuta da una tenue ‘prova’ in
seguito svanita, di “associazione”. E se questo può
capitare ad Arar, un tecnico software di successo e
padre di famiglia, chi può sentirsi al sicuro?
Durante uno dei suoi rari discorsi Arar ha affrontato
direttamente l’argomento paura. Ha affermato che un
commissario indipendente ha cercato di raccogliere le
prove che la polizia non esita a infrangere le regole
quando si tratta di indagare sui Musulmani Canadesi.
Il commissario ha sentito decine di storie di minacce,
molestie e visite domiciliari irregolari. Però, ha
detto Arar: “nessuno si è lamentato pubblicamente.
La paura glielo ha impedito.” La paura di essere il
prossimo Maher Arar.
Negli Stati Uniti, fra i musulmani, la paura è ancora
più forte. Il Patriot Act consente alla polizia di
sequestrare i registri di moschee, scuole, biblioteche
o gruppi associativi qualunque con la semplice scusa
di legami terroristici. Quando questa sorveglianza
continua si affianca all’onnipresente terrore della
tortura il messaggio diventa subito chiaro: siete
sotto sorveglianza, il vostro vicino può essere una
spia, il governo può sapere tutto di voi. Se fate
qualcosa di sbagliato potreste scomparire
all’interno di un aereo diretto in Siria, oppure in
“quel buco nero che è Guantanamo”, per prendere
in prestito una frase di Michael Ratner, il presidente
del Centro per diritti costituzionali.
Però questa paura dev’essere modulata in modo
delicato. La gente da spaventare deve sapere quanto
basta per essere spaventata ma non tanto da pretendere
giustizia. Ecco perché il Ministero della Difesa fa
capire che non tutto quello che avviene a Guantanamo
è regolare, per esempio con le foto dei prigionieri
in gabbia, però non permette che ci siano foto come
quelle sfuggite ad Abu Ghraib. Ecco perché il
Pentagono ha approvato un libro di un ex interprete
militare, consentendogli di parlare degli abusi
sessuali sui prigionieri, ma vietandogli di fare cenno
alla pratica diffusa di far assalire i prigionieri dai
cani lupo. Questa stillicidio studiato delle notizie,
combinato con le smentite ufficiali, produce uno stato
d’animo che in Argentina è stato descritto come:
“sapere/non sapere”, un ricordo della loro
“sporca guerra.”
“Naturalmente, gli agenti dei servizi segreti sono
portati a nascondere i loro metodi illegali, -
riferisce un rappresentante dei diritti civili
americani, Jameel Jaffer, - ma, allo stesso tempo
hanno interesse a farlo sapere, in quanto, in un certo
senso, possono trarre beneficio dal fatto che la gente
sappia che essi sono disposti a contravvenire alle
leggi. Se la gente si rende conto del tipo di minacce
e della loro credibilità, allora essi ne possono
approfittare.”
E le minacce sono arrivate a destinazione. In una
denuncia presentata contro la sezione 215 del Patriot
Act, da parte dell’associazione per la difesa dei
diritti civili, Nazih Hassan, presidente della Comunità
Musulmana di Ann Arbor, Michigan, ha ben illustrato il
nuovo clima che si è creato. Non ci sono più
iscrizioni, la partecipazione è diminuita, i
contributi in denaro sono calati, i membri della
direzione si sono dimessi, secondo Hassan tutti hanno
paura di fare qualcosa che li possa mettere in qualche
elenco di sospetti. Un socio ha testimoniato,
anonimamente, di “aver cessato di parlare di
politica o società” per paura di attirare
l’attenzione su di sè.
Ecco il vero scopo delle torture: spargere il terrore,
non soltanto fra la gente in prigione a Guantanamo, o
nelle celle di isolamento siriane ma anche, e
soprattutto, fra tutti quelli che sentono parlare di
questi abusi. La tortura è un meccanismo concepito
per spezzare la volontà di resistenza, non solo del
singolo individuo in prigione, ma sopratutto della
collettività in genere.
Il punto non è controverso. Nel 2001 è stato
pubblicato uno studio, da parte di una organizzazione
di medici per i diritti umani sui prigionieri
sopravissuti alle torture, nel quale si leggeva: “ i
carnefici spesso tentano di giustificare i loro metodi
di tortura o di maltrattamento con la necessità di
avere delle informazioni. Questa giustificazione
nasconde il vero scopo della tortura… Lo scopo è
quello di disumanizzare la vittima, di spezzare la sua
volontà, e, allo stesso tempo, di fornire degli
esempi spaventosi a coloro che vengono in contatto con
le vittime. In questo modo la tortura può spezzare o
comprometter la volontà e la coesione di intere
comunità.”
Malgrado tutto ciò sia ormai noto, negli Stati Uniti
si continua a dibattere sulla tortura come una
semplice questione morale se sia lecito o meno
ricavare informazioni in quel modo, e non come
strumento di intimidazione e terrore di stato. Però
c’è un problema: nessuno afferma che la tortura sia
un efficace mezzo di interrogatorio, e meno di tutti
quelli che la praticano. Il 16 febbraio scorso il
direttore della CIA, Porter Goss, ha testimoniato
davanti al Senato che la tortura: “non funziona. Ci
sono metodi più efficaci per trattare i
prigionieri.” In una pubblicazione, recentemente
declassificata, un funzionario del FBI in servizio a
Guantanamo afferma che metodi estremi di coercizione
non hanno prodotto “più di quanto l’FBI riesce a
ottenere con le tecniche investigative normali.” Lo
stesso manuale dell’esercito recita che la forza:
“costringe la persona a dire tutto quello che egli
pensa che gli interrogatori vogliano sapere.”
Ed ecco che gli abusi cominciano a moltiplicarsi. L’Uzbekistan
è la nuova meta delle ‘restituzioni’; il
“modello El Salvador” viene importato in Irak.
L’unica spiegazione ragionevole del diffuso e
continuo uso della tortura viene da una fonte a
sorpresa: Lynnie England, il soldato sotto accusa per
gli atti di Abu Ghraib. Quando nell’affazzonato
processo le è stato chiesto perché lei e i suoi
colleghi avevano obbligato i prigionieri a denudarsi e
a costruire una piramide umana, ha risposto: “Era un
mezzo per metterli sotto controllo.”
Proprio così. La tortura come mezzo di interrogatorio
non dà risultati. Ma se si tratta di ottenere il
controllo sociale allora non c'è niente di meglio.
Fonte: http://www.thenation.com/doc.mhtml?i=20050530&s=klein
Traduzione di Vichi per http://www.comedonchisciotte.org
http://www.nuovimondimedia.com/sitonew/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=1216&topic=28
|
da www.selvas.org
MEXICO: La resistenza di OAXACA
Corpulento, barbuto, con i capelli
lunghi, Flavio Sosa è forse il più noto dirigente della
Appo, la Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca.
Sicuramente il più visto in televisione. Quarantenne,
fenotipo perfetto del compagno, si dichiara di discendenza
contadina ed è originario di San Bartolo Coyotepec, un
paesino di ceramisti vicino a Oaxaca famoso per i suoi
oggetti in argilla nera (e per ospitare il “governo in
esilio” di Ulises Ruiz). Ora Flavio, i suoi fratelli e
altri compañeros della direzione collettiva sono stati
arrestati dalla "Polizia Federale Preventiva" con
una grande campagna mediatica, quattro giorni dopo
l'elezione del nuovo "Presidente
dimezzato" del Messico, nel pieno di una
repressione poliziesca senza precedenti. Ecco per i lettori di Selvas.org la versione integrale
dell'intervista, apparsa in forma ridotta il 14 novembre
sul quotidiano Il Manifesto.
Intervista a Flavio Sosa
membro della Direzione Collettiva della APPO
"Il dialogo è urgente, ma
senza una pistola alla tempia"
Di Claudio
Albertani e Gianni Proiettis
(13 novembre 2006)
Flavio Sosa
non ha solo il dono di convincere le assemblee - non sempre,
ride lui - ma anche quello di unire l'azione alle parole.
Malgrado i vari mandati di cattura che pendono sulla sua
testa e le continue minacce dei sicari del governo, non c'è
manifestazione in cui non stia alla testa del corteo. Nella
storica battaglia dell'università, il 2 novembre, lo si è
visto dribblare i lacrimogeni con l'agilità di una
ballerina.
All'appuntamento davanti all'ex-convento di Santo Domingo
arriva con un leggero ritardo, vestito di nero blackblock.
Come è nata la Appo?
Fin dall'epoca preispanica, esiste in Oaxaca una
grande tradizione di assemblee. Nelle comunità, l'assemblea
popolare è la massima autorità. La Appo nasce con la
pretesa di essere l'assemblea delle assemblee, come fra gli
zapotechi, i mixtechi, i mixe e gli altri popoli originari
dello stato. La Appo nasce, dopo la brutale repressione
contro il movimento degli insegnanti del 14 giugno scorso,
come un esercizio di democrazia partecipativa fra diversi
popoli, comunità, organizzazioni interessati a partecipare
nel movimento.
Ê vero che la Appo è formata da più di 350
organizzazioni?
Sì. In un primo momento, hanno aderito
organizzazioni comunitarie e di quartiere, poi sindacati e
confederazioni sindacali, oltre a organizzazioni della
società civile, ong e perfino associazioni di autorità
indigene e unioni di professionisti. Ci sono molte
componenti. Fra il 10 e il 12 novembre abbiamo realizzato il
nostro primo congresso, quello di fondazione della Appo, per
darci una struttura organica e una maggiore solidità, con
una piattaforma di principi. All'origine, la Appo è stata
una risposta popolare all'aggressione scatenata contro gli
insegnanti in sciopero e la ricerca di un obiettivo comune,
che è la caduta del governatore Ulises Ruiz. In seguito, è
maturata l'idea di batterci non solo per abbattere il
governatore, ma per cercare di trasformare la struttura
giuridica del nostro stato, per riformare le leggi vigenti,
costruendo le basi di una nuova relazione società-governo.
In questa prospettiva abbiamo organizzato due incontri molto
interessanti con la partecipazione di intellettuali,
accademici, religiosi, dirigenti di varie organizzazioni per
discutere le riforme di cui Oaxaca ha bisogno, verso dove
deve dirigersi un progetto di nuovo stato, che tipo di
governo vogliamo. Ci sono già state due grandi discussioni
con delle conclusioni, delle proposte. Questo è uno dei
binari su cui corre la Appo. L'altro binario è quello delle
mobilitazioni, che lo hanno trasformato in un movimento
pacifista, ma che ha avuto la capacità di rispondere ad
aggressioni come quella che abbiamo subìto da parte della
Policia Federal Preventiva.

5 dicembre 2006: l'arresto di Flavio
Sosa davanti alle telecamere. Foto tratte da http://nyc.indymedia.org
Come si è formata la sua direzione e in che relazione
sta con la base?
La direzione è emersa da un'assemblea generale,
quella del 20 giugno. Ê una direzione che chiamiamo
“collettiva provvisoria”. Nel congresso che abbiamo
tenuto le abbiamo dato un carattere più stabile. Vi sono
rappresentate sia le diverse regioni che le organizzazioni
più attive nel movimento, perché di fatto ci sono
differenti livelli di partecipazione. C'è chi è presente a
momenti, si ritira per un po' e torna a partecipare quando
ci sono manifestazioni e presidi, a seconda dell'impegno e
delle possibilità di ogni organizzazione. Alcune sono
ubicate in regioni lontane e in quei casi non è facile
rimanere permanentemente in città. La popolazione dello
stato è molto dispersa geograficamente, per arrivare dalla
costa ci vogliono 10 o 12 ore di viaggio, lo stesso per
raggiungere alcune regioni della Sierra. Quelle
organizzazioni non possono mantenere rappresentanti
permanenti qui in città. Si sono fatti molti sforzi, ma la
regionalizzazione della Appo non è ancora molto
consolidata. Stiamo lavorando proprio a questo, a far
arrivare la Appo a tutte le comunità.
Che può dire sul dialogo iniziato in questi giorni
nella biblioteca dell'ex-convento di Santo Domingo?
All'inizio si era pensato a uno spazio di dialogo fra la
Appo e la società civile. L'idea era nata per cercare di
fermare le aggressioni quando è arrivata la Policia Federal
Preventiva e ha cominciato a irrompere nelle case per
arrestare i dirigenti popolari di alcune borgate. Abbiamo
pensato che bisognava fermare l'aggressione, per questo è
sorta l'idea del dialogo, che in un primo momento si pensava
nella cattedrale. Lo abbiamo proposto alle autorità
ecclesiastiche di Oaxaca e loro ci hanno posto delle
condizioni. Malgrado le considerassimo eccessive, abbiamo
accettato, perché la pace a Oaxaca è una necessità
urgente. In un secondo momento, però, dopo la battaglia
dell'università, è cambiato il rapporto di forze, l'animo
della gente e, a livello nazionale, la prospettiva su Oaxaca.
Con la vittoria sulla Policia Federal Preventiva, c'è una
situazione politica che mette in discussione l'esistenza
stessa della PFP. A che serve una polizia antisommossa che
non riesce a controllare una sommossa? Questo ci pone in una
nuova situazione nella lotta politica nazionale e pensiamo
sempre che è urgente la ricerca della pace ma non stiamo più
sulla difensiva. Ora possiamo passare all'offensiva e lo
abbiamo dimostrato con la grande manifestazione di domenica
scorsa.
Che vi aspettate dal dialogo che è appena iniziato?
Pensiamo che è uno spazio importante, che aiuterà
a trovare un cammino verso la pace e la riconciliazione. Ma
non abbandoniamo il terreno della mobilitazione popolare, su
cui continuiamo a premere con forza. Abbiamo anche avanzato
una proposta di dialogo diretto con il presidente Fox ma
esigiamo che i nostri prigionieri siano posti in libertà e
che se ne vada la PFP. La soluzione del conflitto è
vincolata alla destituzione di Ulises Ruiz e agli accordi
che vanno presi per trasformare Oaxaca.
Ha senso dialogare con un presidente agli ultimi
giorni del suo mandato?
Per noi il dialogo è urgente, ma in condizioni di
libertà e senza una pistola alla tempia. Fino all'ultimo
giorno del mandato c'è la possibilità di risolvere il
problema. La nostra esigenza irrinunciabile è che se ne
vada il governatore. In quel momento, si abbasserebbe la
tensione in Oaxaca e si darebbero le condizioni per
dialogare in un ambiente meno conflittivo.
Non credete che se il Pri toglie Ulises Ruiz può
mettere un altro personaggio dello stesso tipo?
Non è possibile, gli oaxaqueños non lo
permetterebbero e il governo lo sa. Il giorno in cui cadrà
Ulises Ruiz a Oaxaca si farà una grande festa. Molta gente
che finora non si è manifestata a nostro favore scenderà
in strada dicendo:”Abbiamo vinto! Io stavo con voi.” È
un fenomeno che abbiamo già osservato in occasione delle
manifestazioni. La gente non partecipa all'inizio ma quando
si vede in quel grande specchio che sono le "mega-marchas"
finisce per aderire.

5 dicembre 2006 - ore 19.30 circa:
Flavio Sosa, con i suoi due fratelli Horacio e Ignacio e il
compañero Marcelino Coache. Foto tratte da http://nyc.indymedia.org
È stata una scelta precisa quella di non utilizzare
armi?
Certo. Abbiamo dato indicazione alla gente di non
usarle. Ma non rinunciamo neanche al diritto all'autodifesa.
Se ci aggrediscono, rispondiamo con quello che abbiamo a
portata di mano.
Quali sono attualmente i rapporti fra la Appo e la
sezione 22 del sindacato degli insegnanti, dopo che
quest'ultima ha firmato un accordo con il governo?
Noi rispettiamo quell'accordo. Che ci piaccia o no,
abbiamo l'obbligo di rispettarlo e lo faremo. Sappiamo che
gli insegnanti sono molto impegnati nel movimento e non lo
tradiranno. Tra l'altro, le lezioni sono riprese in alcune
regioni ma non in tutte.
Come vorreste che si integrasse il tavolo dei
negoziati?
Come uno spazio a cui partecipino organizzazioni,
intellettuali, imprenditori e tutti quelli interessati a
trovare soluzioni ai problemi di Oaxaca. Non vogliamo un
dialogo bilaterale, ma multilaterale. Pretendiamo di dire
quello che pensiamo e che fra tutti si arrivi a una
conclusione su quale è il cammino per cui a Oaxaca ci sia
pace, se ne vada la polizia e Ulises Ruiz. Per lo meno,
questo è il nostro obiettivo. Quello che ci aspettiamo dal
dialogo sono buon senso, proposte e una profonda
riflessione. Nessuno con un minimo di discernimento può
dire che a Oaxaca non c'è bisogno di riforme, di un regime
diverso che smetta di fabbricare poveri. Vedremo se
riusciremo a capirci.
C'è stato un momento in cui la Appo ha avuto una
specie di controllo politico della città. Può raccontare
qualcosa di quella esperienza?
Alcuni sono arrivati a chiamarla “la comune di
Oaxaca”. A fine agosto, inizi settembre si arrivò a
pensare all'esercizio di una sorta di governo popolare. Si
parlava addirittura dell'emissione di bandi di governo,
perché il movimento stava dovunque e si sentiva la sua
forza. Però considerammo che era un processo che, una volta
scatenato, sarebbe stato difficile fermare. In altre parole,
se avessimo cominciato ad assumere il governo in varie sfere
della vita pubblica, la gente poi non sarebbe stata capace
di porsi limiti. Abbiamo pensato che il processo dovesse
essere più solido. C'era un settore molto escluso della
società che stava portando avanti un discorso troppo
radicale, che avrebbe finito per escludere a sua volta altri
settori e noi non condividiamo questo interesse. Noi siamo
per una ripresa della vita istituzionale da un punto di
vista legale, trasformando le leggi.
Vogliamo fare un movimento riformatore che risulti
rivoluzionario grazie alla profondità delle riforme. E
gettare le basi di una nuova relazione società-governo e
nuove basi di sviluppo della società, dandogli un
fondamento giuridico, ma pensiamo che questo non passa
nell'immediato per l'esercizio di un governo popolare e
democratico. La via è quella di riformare la vita giuridica
e, per questo cammino, conquistare il potere attraverso la
mobilitazione e la democrazia diretta e partecipativa.
Parlammo, per esempio, della pubblica sicurezza e della
nettezza urbana, che erano questioni emergenti. Si arrivò a
proporre di riaprire il palazzo di governo ma, dopo una
profonda discussione, si concluse che non era il miglior
momento. Siamo per la caduta del governatore e per le
riforme e, a medio termine, per la conquista del potere
popolare e democratico.
Pensate di trasformarvi in una sorta di partito
politico?
Non sappiamo in che direzione andrà la discussione,
si tratta di ascoltare quello che dice la base. Questo
movimento nasce come una risposta a un'aggressione brutale
ma, subito dopo, comincia a questionare tutto.
Questiona i mezzi di comunicazione e ne fa suoi alcuni.
Questiona le forme tradizionali di fare politica e pretende
di proporne delle nuove. Questiona i partiti politici e non
permette a nessuno di loro di dirigerlo. Questiona perfino i
gruppi dirigenti e genera una direzione collettiva.
Questiona un mal governo e propone di abbatterlo. A quel
punto comincia a conformarsi come un movimento antisistemico
e allarma la classe politica. Come è possibile che una
lotta di piazza metta in questione praticamente tutto lo
status quo, il modo stesso di far politica?
È vero che ci sono mandati di cattura per l'intera
direzione della Appo?
È vero, sembra che siano più di 300 mandati di
cattura. Ultimamente, abbiamo saputo che esiste un nuovo
mandato di perquisizione pronto per Radio Universidad, alla
ricerca di armi e per arrestare alcuni dirigenti. Noi ci
limitiamo a non andare alla radio, per non fornire pretesti.
La repressione è stata permanente, hanno sparato contro le
case dei principali dirigenti della Appo, hanno fatto
irruzioni in vari domicili. È terribile, sembra una novella
nera. Ulises Ruiz ha fatto del terrore una pratica politica.
Agisce sia attraverso la polizia che utilizzando sicari. Usa
anche dei giudici per far imprigionare attivisti con false
imputazioni. C'è una radio, Radio Ciudadana, che noi
chiamiamo Radio Mapache, che esorta a perseguitare i
dirigenti della Appo, ci segnalano, dicono i nostri
indirizzi. Ci sono addirittura due pagine in internet che
pubblicano calunnie contro di noi. La cosa più grave è che
cercano di vincolarci con la guerriglia o con il
narcotraffico. Vogliono relazionarci con attività
criminali, con armi di grosso calibro. Usano perfino
specialisti in propaganda sporca. Ma questo è un movimento
popolare, è come le lotte di strada in qualunque parte del
mondo.
Tale
t
Come pensate di articolare la vostra lotta con gli
altri due grandi movimenti che esistono in Messico, quello
zapatista e quello che appoggia Andrés Manuel Lopez Obrador?
Qui a Oaxaca Amlo ha stravinto. È triste
ammetterlo, ma questo non rientra fra le nostre priorità.
La nostra lotta dura già da sei mesi e la gente vuole che
Oaxaca torni alla normalità. Certo, l'impegno è anche per
la trasformazione democratica del paese e vedremo come
renderlo effettivo, ma la nostra priorità è risolvere la
situazione di Oaxaca. Ulises Ruiz ha lacerato fortemente il
tessuto sociale. La gente ha perso posti di lavoro, gli
insegnanti non sono tornati a scuola, le comunità hanno
gravi problemi, il settore della sanità è fermo. Si sono
danneggiati anche terzi, dobbiamo riconoscerlo. Molte
entrate sono venute meno per via dell'assenza di turismo.
Viviamo in una situazione di emergenza, dobbiamo risolvere
la situazione locale. Questo però non vuol dire che ci
disinteressiamo della problematica nazionale.
Una delle critiche che vi fanno è che vi
accontentereste della caduta del governatore, quando anche
Felipe Calderón è un usurpatore, prodotto di una frode.
È vero, ma non è la nostra principale
responsabilità, è una lotta che riguarda il movimento
nazionale. Non è compito nostro. La gente non è scesa in
strada perché la Appo sia la avanguardia del movimento
nazionale, l`ha fatto per risolvere il conflitto locale. Noi
potremmo impulsarlo ma sarebbe un'irresponsabilità da parte
nostra voler arrivare a una guerra popolare di lunga durata.
Non è nella tradizione della nostra gente.
Anche gli altri movimenti sono pacifici.
Non non neghiamo un vincolo, li rispettiamo. Anzi,
consideriamo necessario relazionarci con la Otra campaña
zapatista e con la Convención Nacional Democrática di
Lopez Obrador. Varie organizzazioni della Appo vi
partecipano, ma quello che più vuole la gente è che a
Oaxaca torni la normalità. La maggioranza della gente ha
interrotto la `sua esistenza quotidiana. La festa dei morti
non è una cosa qualsiasi qui a Oaxaca, è una festa
antichissima e l'abbiamo abbandonata per seguire quello che
stava succedendo. La gente, invece di celebrare il 2
novembre, è andata a combattere nelle strade, ha lasciato
tutto per partecipare alla battaglia dell'università.
Abbiamo trascurato i nostri morti e questo ci pesa. Sono sei
mesi che dura questa storia ed è molto logorante. La gente
non è scesa in strada per fare la guerra. Ha creduto di
avere la possibilità di cacciare un governo e si è mossa
per esigerlo. Ma non voleva la guerra. Sono quelli del Pri,
il gruppo al potere, che sta trasformando questa lotta in
una guerra. Praticamente siamo sotto un esercito di
occupazione, noi che abbiamo una vocazione pacifista. Quello
di Oaxaca è un popolo di feste. Le comunità contadine
vivono per le feste. La gente si compra i vestiti nuovi per
il giorno della festa, le scarpe nuove. I migliori piatti si
preparano per il giorno della festa. Si vive tutto l'anno
per avere migliori condizioni il giorno della festa. Si
pensa con questa logica, abbiamo una concezione circolare
del tempo. Si lavorano i campi per raccogliere il prodotto
alla fine dell'anno, risparmiare qualche soldo per pagare
una bella festa e poi ricominciare il ciclo. La gente non è
convinta della necessità di una lotta a medio o lungo
termine per la democratizzazione del paese. È sicuro che
contribuiremo, che faremo la nostra parte, ma questo lo
deciderà la gente. Quello che più ci importa è ottenere
la democrazia a Oaxaca e per questo non è sufficiente la
caduta di Ulises Ruiz. Ci vorrà un altro processo, ma già
dentro la normalità, senza manifestazioni né presidi,
senza violenza, senza esporre altre vite.
Si dice che il vostro sia un movimento di base, non di
leader.
È vero. È una visione tradizionale quella di
cercare sempre dei leader. Vi sono qui a Oaxaca delle
scritte murali che dicono: «chi crea un leader, crea un
tiranno. Né io né gli altri compagni della direzione
collettiva decidiamo il da farsi. Nel mio caso, io ho
semplicemente la responsabilità di parlare con la stampa.
Nelle assemblee, le mie opinioni non sono più ascoltate di
quelle di altri. Se, ad esempio, io proponessi ai compagni
di smantellare le barricate, mi manderebbero al diavolo. È
importante capire che questo è un movimento di tutta la
società, non di leader e neppure di gruppi.
Perché avete scelto una forma di lotta così antica e
simbolica come le barricate?
Sono sorte in maniera spontanea come una protezione
contro i “convogli della morte”, le auto dei sicari del
governatore che ci sparavano e hanno già fatto 15 vittime.
da www.selvas.org
:: ELEZIONI VENEZUELA ::
Tre dicembre 2006, una domenica particolare in Venezuela,
tra la gente che festeggia la conferma elettorale di Hugo
Chavez come solo in latinoamerica sanno fare. Il reportage
in cammino dal "barrio" a Miraflores.
Es puro amor
Da Caracas Diletta
Varlese inviata per Selvas.org

Nella foto dell'autrice:
Lunghissime, ordinate e tranquille file per giungere ai
seggi
Arriva un maggiolone rosso.
È rincorso da una ventina di ragazzoni tutti muscoli. Ma
chi c'è alla guida? il Presidente Chavez. È l'entrata
trionfale nel quartiere chavista per eccellenza, il barrio
23, dove "El Presidente" esercita il suo diritto
al voto.
Parte a sorpresa, a decibel davvero indecenti, la canzone di
salsa appositamente composta per lui "Uh! Ah! Chavez no
se va!".
È fatta! La gente in visibilio, si calpesta per correre a
salutarlo, tra un passo di salsa e un'esclamazione "que
lindo presidente!", che bel presidente!

Nella foto dell'autrice:
L'arrivo del presidente sul maggiolone rosso
E Chavez ha la classe e lo stile di chi sa di piacere:
scende dal maggiolone rosso, la camicia sbottonata con
disinvoltura, anch'essa rossa, pettinatura impeccabile. Alza
la grande mano e con essa si alza il
grido di risposta della sua gente, che zittisce i decibel
delle casse alle nostre spalle.
Non si sente più nulla, oltre al gioioso inferno sonoro,
sotto un sole caraibico cocente, tutti stipati di fronte al
portone di metallo del seggio. Baldi giovani in basco e
rosso fanno strada ed il presidente
entra.
Chavez segue tutta la procedura, mostra la carta d'identità,
fa la prova dell'impronta digitale, intinge il dito
nell'inchiostro e segnala che ha votato. Inutile chiedersi
per chi.
Due parole rapide -incredibile per lui, grande
chiacchierone- asciutte risposte a due giornalisti, tra cui
un giapponese che gli chiede che tipo di rapporti stringerà
con la Corea del Nord. Risposta diplomatica, "non
disdegno rapporti con nessuno".
Esce, saluta, sale sul maggiolone rosso e se ne va, i
ragazzoni di corsa al seguito.
È lui, questo è il Presidente della gente
"rossa", di coloro che sono stati affascinati e
appassionati dal progetto della Revolucion Bolivarana. Di
quei giovani, uomini donne e bambini che, sì, ci hanno
creduto davvero. Gli hanno dato piena fiducia e devozione e
sono stati ricambiati da risultati inappellabili. Le "missiones
barrio a dentro", assistenza sanitaria gratuita,
educazione, cibo, riduzione della povertà è quello che si
vede qui, più concretamente che non nella grande megalomane
capitale di Caracas, fatta di grattacieli in stile
statunitense.

Nella foto dell'autrice: Donne
del barrio 23 che "tifano" Chavez
Qui si trova la gente di Chavez, quella che sta nascosta e
ingrossa le fila delle periferie. Quella che quando si
tratta di scendere in piazza per difenderlo, come durante
golpe del 2002, non ci pensa due volte e si mette in gioco.
È questa la gente che grida, esulta, qui, nel barrio 23.
Avvicino una signora dal sorriso pacioso e lascio cadere lì
per lì quella che mi sembra una battuta: "lei sarebbe
disposta a dare la vita per il presidente". "Sì -
mi risponde- senza dubbio e senza esitazione".
Un signore, poco più in là, ci ha sentito. Ha pochi denti
e molte rughe, un cappello di flanella stropicciata, mi
guarda, mette le mani sul cuore e con la voce rotta dalla
commozione mi dice "senorita, es puro amor",
signorina, per lui ho puro amore.
Questo è quanto sa quest'uomo con la camicia rossa. Prima
ancora d'essere un politico, è un uomo che sa cosa
rappresenta per questa gente, “qualcosa” che non è
nessun altro personaggio pubblico.
Ed allora, per l'illusione e la speranza che ha saputo
regalare e, persino, concretizzare in 8 anni, trova ragione
la sua rielezione travolgente, questo 61%, ha il suo chiaro
e lampante perché.
Ma negli stessi barrios c'è chi di Chavez non ne può più,
proprio per la sua attitudine arrogante. Così dice il
taxista, che mostra il suo dito mignolo macchiato
d'inchiostro fino alla falangina.
“Io ho votato per Rosales, non voglio che il Venezuela sia
come Cuba”, dice senza sussurrare, perfetto riflesso della
“satanizzazione cubana” perorata della campagna
dell'opposizione...
La notte più importante
Stessa gente "rossa",
però quintuplicata, si accalca fradicia sotto il balcone
del Palazzo di Governo a Miraflores.
Fuochi d' artificio e casse del sound system tolgono il
fiato e feriscono l'udito. Il Consiglio Supremo Elettorale
ha appena dato la notizia ufficiale: Chavez stravince
La gente si riversa nelle strade, continua ad affluire verso
la piazza, incurante del diluvio che bagna la capitale, per
vederlo dal vivo, per esserci in questo momento storico di
un'America Latina che spera, che ha cambiato faccia in un
solo anno, e lo sigilla con questa conferma elettorale che
chiude un anno
mozzafiato.

Nella foto dell'autrice: un
gigantesco gonfiabile ritrae Chavez
La festa continua, c'è chi dice che non dovrebbe mai
finire, fino ed oltre al 2013, quando scadrà il mandato
presidenziale appena riconfermato.
Chavez ci proverà a cambiare la Costituzione e farsi
eleggere fino a che avrà vita. Mossa chiaramente
pericolosa: difficile non farsi lusingare dalla sindrome di
onnipotenza, come tristemente dimostra la storia del mondo e
di questo continente in particolare.
Ma la musica ci assorda, e l'euforia ci contagia. Godiamoci
questo Venezuela, della gente nelle strade
felice, con gli occhi ebbri d'entusiasmo e di speranza, che
abbraccia e brinda con lo sconosciuto a fianco augurando
"salud!".
E finché c'è speranza....
14/12/06 Ecuador - Sguardo sulla "Mitad
del Mundo" Sogni, desideri e prospettive in America
Latina
Il giovane economista di sinistra Rafael
Correa ha vinto il ballottaggio presidenziale svoltosi in
Ecuador lo scorso 25 novembre. Nelle prime dichiarazioni
dopo aver appreso il risultato Correa, 43 anni, ha
assicurato che il suo è un "trionfo della speranza e
della cittadinanza", aggiungendo che ora comincia
un’era di "giustizia sociale, istruzione, salute,
lavoro, casa e dignità per tutte e tutti".
Il clima che si sta vivendo in Ecuador a seguito di questo
risultato elettorale apre diverse prospettive per i
movimenti e le richieste di diritti che vengono portate
avanti.
Contestualizzazione delle
elezioni politiche ecuadoriane all’interno della
geo-politica sudamericana:
Ascolta l’intervista con Sierra Freire Bárbara Natalia
-Sociologa, intellettuale del movimento di Quito sui quattro
punti della piattaforma condivisa dalla sinistra in appoggio
alla candidatura presidenziale di Correa e l’apertura
dell’Assemblea Costituente dei movimenti che chiedono il
cambio delle leggi costituzionali sull’entrata delle
multinazionali nel territorio ecuadoriano, sulle politiche
abitative, sull’acqua e sulla salute. Dentro a questo
clima quali sono le prospettive e gli orizzonti possibili
delle organizzazioni sociali?
[
audio
01 ] (con traduzione)
Ascolta l’intervista con David Suarez -
ricercatore indipendente, Università di Quito sulla
situazione delle realtà indigeno-campesine di resistenza in
Amazzonia. Le comunità indigene chiedono al nuovo governo,
all’interno di un clima di grande aspettative, una riforma
della politica petrolifera in territorio amazzonico e di
conseguenza stiamo promovendo una proposta di
“moratoria” dello sfruttamento petrolifero, attraverso
processi di partecipazione all’interno delle comunità.
Saccheggi, devastazione ambientale e etnocidio delle
minoranze indigene hanno in questi anni rappresentato la
quotidianità.
[
audio
02 ] (con traduzione)
Ascolta l’intervista con Byron Obando,
militante de: "Casa de la cultura Metropolitana, PUKA
YANA". In merito alle condizioni delle realtà
giovanili, dei collettivi universitari e degli spazi
sociali. Promotori della Campagna contro la destra fascista
di Noboa, i militanti del centro sociale Puka Yana
organizzano attività legate alle espressioni delle culture
metropolitane.
[
audio
03 ] (con traduzione)
Ascolta l’intervista con Tania Mendoza –
mediAttivista di Indymedia dedicata alle dinamiche di rete
tra i media alternativi in Ecuador. Tra le richieste dei
media indipendenti la liberazione degli accessi alla
comunicazione, rispetto alle attuali leggi che controllano
l’apertura di radio comunitarie, canali televisivi
pubblici, e giornali locali per le comunità.
[
audio
04 ] (con traduzione)
Per approfondimenti:
Media alternativi
www.ecuador.indymedia.org
www.altercom.org
www.aler.org
www.radiolaluna.org
Organizzazioni Indigene/Ambientaliste
www.conaie.org
www.accionecologica.org
Collettivi Politici
www.colectivonph.com.ar
Organizzazione per i diritti umani
www.cedhu.org
Operaismo e politica
di Mario Tronti
Pubblichiamo il testo della conferenza
tenuta al convegno internazionale "Historical
Materialism 2006. New Directions in Marxist Theory",
Londra 8-10 dicembre 2006.
Intanto, che cos’è “operaismo”.
E’ un’esperienza che ha cercato di unire pensiero e
pratica della politica, in un ambito determinato, quello
della fabbrica moderna. Alla ricerca di un soggetto forte,
la classe operaia, in grado di contestare e di mettere in
crisi il meccanismo della produzione capitalistica.
Sottolineo il carattere di esperienza. Si trattava di
giovani forze intellettuali che si incontravano con le
nuove leve operaie, introdotte soprattutto nelle grandi
fabbriche dalla fase taylorista e fordista
dell’industria capitalistica.
Quello che era avvenuto negli anni Trenta in Usa avveniva
negli anni Sessanta in Italia. Il contesto storico era
proprio quello degli anni Sessanta del Novecento. In
Italia, c’è in quel periodo il decollo di un
capitalismo avanzato, il passaggio da una società
agricolo-industriale a una società industriale-agricola,
con uno spostamento migratorio di forza-lavoro dal sud
contadino al nord industriale. Si disse: neocapitalismo.
Produzione di massa-consumi di massa, modernizzazione
sociale con welfare State, modernizzazione politica con
governi di centro-sinistra, democristiani più socialisti
mutamento di costume, di mentalità, di comportamento. Si
andava verso il ’68 che in Italia sarà ‘68-’69,
contestazione giovanile più autunno caldo degli operai,
quando ci fu un forte cambiamento del rapporto di forza
tra operai e capitale, con il salario che andò a incidere
direttamente sul profitto.
E questo poté avvenire, anche perché c’era stato
l’operaismo, con il richiamo alla centralità della
fabbrica, alla centralità operaia, nel rapporto sociale
generale. L’operaismo è dunque stata un’esperienza
politica che ha contato storicamente, cioè in una
situazione storica determinata.
Si trattava di dare una nuova forma, teorica e pratica,
alla contraddizione fondamentale. Questa veniva
individuata all’interno stesso del rapporto di capitale,
quindi nel rapporto di produzione, quindi in quello che
chiamavamo “il concetto scientifico di fabbrica”. Qui
l’operaio collettivo aveva potenzialmente, se lottava,
se organizzava le sue lotte, una sorta di sovranità sulla
produzione. Era, o meglio, poteva diventare, un soggetto
rivoluzionario. La figura centrale era l’operaio di
linea, l’operaio alla catena di montaggio,
nell’organizzazione fordista del processo produttivo e
nell’organizzazione taylorista del processo lavorativo.
Qui l’alienazione del lavoratore toccava il suo livello
massimo. L’operaio non solo non amava, ma odiava il suo
lavoro.
Il rifiuto del lavoro diventava un’arma mortale contro
il capitale. La forza-lavoro, in quanto parte interna del
capitale, capitale variabile distinto dal capitale
costante, facendosi autonoma, si sottraeva alla funzione
di lavoro produttivo, impiantando una minaccia nel cuore
del rapporto capitalistico di produzione. La lotta contro
il lavoro riassume il senso dell’eresia operaista. Sì,
l’operaismo è un’eresia del movimento operaio.
Bisogna considerarlo rigorosamente dentro la grande storia
del movimento operaio, non fuori, mai fuori. Una delle
tante esperienze, uno dei tanti tentativi, una delle tante
fughe in avanti, una delle tante generose rivolte e una
delle tante gloriose sconfitte. Noi, seguendo
l’indicazione di Marx, che studiava le leggi di
movimento della società capitalistica, andavamo a
studiare le leggi di movimento del lavoro operaio. Le
lotte operaie hanno sempre spinto in avanti lo sviluppo
capitalistico, hanno costretto il capitale
all’innovazione, al salto tecnologico, al mutamento
sociale. La classe operaia non è classe generale. Così
l’hanno voluta rappresentare i partiti della Seconda e
della Terza Internazionale. Era giusta la frase di Marx:
il proletariato, emancipando se stesso, emanciperà tutta
l’umanità.
Questo processo è già avvenuto, limitato al solo
Occidente. Se emancipazione è progresso, modernizzazione,
benessere, democrazia, tutto questo c’è, ma tutto
questo è servito a una grande rivoluzione conservatrice,
a un processo di stabilizzazione del sistema
capitalistico, che oggi, com’era nella sua vocazione
originaria, assume la dimensione dello spazio-mondo,
ordine mondiale di dominio che scende dall’alto
dell’Impero, ma sale anche dal basso, introiettato in
una mentalità borghese maggioritaria. I sistemi politici
democratici sono oggi la tribuna del libero assenso a una
servitù volontaria.
L’operaismo, cioè la rivendicazione della centralità
operaia nella lotta di classe, si è scontrato con il
problema del politico. In mezzo, tra operai e capitale, io
ho trovato la politica: nella forma delle istituzioni, lo
Stato, nella forma delle organizzazioni, il partito, nella
forma delle azioni, tattica e strategia. Il capitalismo
moderno non sarebbe mai nato senza la politica moderna.
Hobbes e Locke vengono prima di Smith e Ricardo.
Non ci sarebbe stata accumulazione originaria di capitale
senza accentramento statale delle monarchie assolute. La
storia d’Inghilterra insegna. La prima rivoluzione
inglese, quella brutta della dittatura di Cromwell, e
quella bella, gloriosa, del Bill of Rights, corrispondono
alle due fasi dettate da Machiavelli: sono due cose
diverse la conquista del potere e la gestione del potere,
per la prima ci vuole la forza, per la seconda ci vuole il
consenso.
Il capitalismo libero-concorrenziale ha avuto bisogno
dello Stato liberale, il capitalismo del welfare ha avuto
bisogno dello Stato democratico. Poi, attraverso la
soluzione, provvisoria, del totalitarismo, fascista e
nazista, la sintesi della democrazia liberale ha
stabilizzato il dominio della produzione capitalistica. E
adesso siamo nella fase della esportazione del modello a
livello mondo. Non tutto funziona secondo i piani del
capitale. La cosa oggi più interessante politicamente è
il mondo.La “grande trasformazione”, per usare
l’espressione di Polanyi, riguarda lo spostamento del
baricentro mondiale da Occidente a Oriente.I nostri paesi
europei, al loro interno, lasciano scarsi motivi di
interesse. E’ difficile appassionarsi alla politica con
i Blair e con i Prodi. Ma il capitalismo è un ordine e
oggi, come aveva previsto Marx, un ordine mondiale che
continuamente rivoluziona se stesso. E’ qui il punto di
interesse. Guardate la rivoluzione che ha portato nel
mondo del lavoro. Per rispondere alla minaccia della
centralità operaia ha deciso di abbattere la centralità
dell’industria, e ha abbandonato, o ha rivoluzionato,
quella società industriale, che era stata la ragione e lo
strumento della sua nascita e del suo sviluppo. Quando
l’isola di montaggio sostituisce la linea, la catena, di
montaggio nella grande fabbrica automatizzata e si entra
nella fase postfordista, tutto il resto del lavoro cambia,
nel classico passaggio dalla fabbrica alla società. La
domanda di oggi: esiste ancora la classe operaia? La
classe operaia come soggetto centrale della critica al
capitalismo. Non quindi come oggetto sociologico ma come
soggetto politico. E le trasformazioni del lavoro, e della
figura del lavoratore, dall’industria ai servizi, dal
lavoro dipendente al lavoro autonomo, dalla sicurezza alla
precarietà, dal rifiuto del lavoro alla mancanza di
lavoro, tutto questo che cosa comporta politicamente?
E’ di questo che dobbiamo discutere.
L’operaismo è stato il contrario dello spontaneismo. E
l’opposto del riformismo. Più vicino, quindi, al
movimento comunista delle origini che alle
socialdemocrazie classiche e contemporanee. Ha coniugato
di nuovo, in modo creativo, Marx con Lenin.
Mi chiedo, se nelle condizioni trasformate del lavoro di
oggi frantumazione, dispersione, individualizzazione,
precarizzazione - delle figure di lavoratori si possa
tornare a coniugare qui e ora analisi del capitalismo e
organizzazione delle forze alternative. E non ho una
risposta.
So per certo che non si dà lotta vera, seria, in grado di
fare conquiste, senza organizzazione. Non si dà conflitto
sociale capace di battere l’avversario di classe senza
forza politica. Questo è quello che abbiamo imparato dal
passato. Se i nuovi movimenti non raccolgono l’eredità
della grande storia del movimento operaio, per portarla
avanti in forme nuove, per essi non c’è futuro. Nuove
pratiche, nuove idee, ma dentro una storia lunga.
Guardate, ai capitalisti fa paura la storia degli operai,
non fa paura la politica delle sinistre. La prima
l’hanno spedita tra i demoni dell’inferno, la seconda
l’hanno accolta nei palazzi di governo. E ai capitalisti
bisogna fare paura.
E’ ora che un altro spettro cominci ad aggirarsi, non
solo in Europa, ma nel mondo. Lo spirito, risorto, del
comunismo.
La base americana vista da Caldogno
I lvo Diamanti
18 gennaio 2007
Di seguito pubblichiamo l'articolo di Ilvo Diamanti
tratto dalla prima pagina de "la Repubblica"
di giovedì 18 gennaio 2007.
"Io abito a Caldogno, a un paio di chilometri
dall'aeroporto Dal Molin. Dove avverà l'ampliamento
della base militare americana, secondo la richiesta
degli Usa, accolta (senza impegni scritti) dal
precedente governo approvata dal comune di Vicenza ( 21
voti su 40) e ora accettata da Romano Prodi. Parlo in
prima persona, per una volta, perchè non intendo
fingere distacco.
Né adottare lo stile analitico con cui traccio le
"mie mappe".
Perchè il mio sguardo è filtrato dal sentimento e dal
coinvolgimento diretto. Io abito a Caldogno, dicevo.
Poco più di diecimila abitanti. Fra cui Roberto Baggio.
E' cresciuta in fretta Caldogno.
La casa dove abito l'ha fatta costruire mio padre negli
anni Settanta. Nel quartiere, allora, c'erano solo due o
tre case, perse in mezzo ai prati. Caldogno: trent'anni
fa contava quattromila abitanti, forse. da allora è
quasi triplicata. Un punto della grande galòassia del
Nordest. Informe. Caldogno, in particolare, è divenuta
il tessuto connettivo fra l'Alto Vicentino e Vicenza. E
la su acrescita massiccia, si deve, soprattutto, al
consueto processo di "evasione" dal capoluogo
di ampi settori di popolazione verso ic omuni dell'
hinterland. E' una città agiata, Caldogno. Le sue
località, i suoi quartieri, accolgono ville, villette,
bifamiliari, case a schiera.
Il Da Molin fa da confine. Lo incontri quando arrivi a
Vicenza dalla strada interna, dopo aver attraversato
Ponte Marchese, che scavalca il "fiume"
Bacchiglione. (confidenzialmente il LIvelon. La
spiaggetta dei vicentini). Il Da Molin. Fra i pochi
spazi verdi quasi un parco, tra Caldogno e Vicenza. Al
di là del fiume sorgono le villette di Lobbia.
L'aeroporto ti accompagna per un tratto, fino a Viale
Dal Verme. Che funge da circonvallazione per una città
che non ha una circonvallazione. Assediata dal traffico
e dall'urbanizzazione.
Da lì al centro, pochi minuti in bici, per chi ha
coraggio (si rischia la vita su quelle strade in bici,
tanto più se devi affrontare una sequenza infinite di
rotatorie). O in auto (semafori permettendo). Quando
accompagno in auto i miei figli, che studiano a Vicenza,
da casa mia ci metto dieci minuti. Il Dal Molin è a metà
strada. Cinque minuti dal centro; di Vicenza e da
Caldogno.
Per questo, qualche anno fa, quando si sparse la voce
che proprio lì sarebbe sorta una nuova base militare
Usa, io non ci ho creduto. E come me, molti altri, che
conoscono il sito.
Tremila militari, sei-settemila tra familiari e
ausilairi. Circa diecimila persone. (Altrettante ne
risiedono, attualmente nel villaggio Ederle. In totale
diverebbero ventimila americani, in una città di
centomila abitanti).
Un base militare proprio lì, a due passi dal centro (e,
lo ammeto, da casa mia). Impossibile. Invece era
ssolutamente vero, Tanto vero che erano stati
predisposti piani particolareggiati, circa gli apetti
urbanistici, immobiliari. E finanziari. Definiti con
cura dal governo americano insieme all'amministrazione
locale. Per cui, come altri che abitano a Caldogno, mi
sono arreso all'evidenza. Ho tentato, fino all'ultimo di
non farmi coinvolgere troppo, emotivamente e
concretamente. Per non compromettere i pochi momenti di
quiete, fra un viaggio e l' altro. E perchè il mio
"mestiere" non lo permette. Però come fai a
non pensare che lì, a metà strada, fra casa tua e
Vicenza, dopo il Ponte Marchese, sorgerà una bae
militare? Che un aeroporto dismesso potrebbe diventare
attivo; anzi "militare"?
Per onestà, gli Usa hanno garantito che non lo
utilizzeranno come aeroporto. Però trattandosi della
173 brigata aiotrasportata e vista la determinazione con
cui gli Usa hanno voluto, preteso, ottenuto proprio il
Dal Molin, rifiutando le alternative proposte dal
governo, qualche dubbio è lecito. Per cui ho cominciato
a seguire la vicenda con maggiore attenzione. Pur
restando defilato. Ho cercato di capire. Ho perfino
marciato insieme ai 15 milache, ai primi di dicembre,
hanno manifestato in modo pacifico. Io prima non ricordo
di avere mai "marciato". Pigro e scettico come
sono.
Ritenevo, tuttavia, che, alla fine, il progetto non
sarebbe stato approvato. Perchè bastava guardare,
conoscere, vedere.... Sbagliavo evidentemente. La base
si farà. In nome delle alleanze internazionali. e dell'intersee
nazionale. Che, naturalmente, non può essere stabilito
dai cittadini del luogo. Ci mancherebbe. Il Bene del
Paese contro il bene del "mio" paese. Non c'è
partita. Tanto più se l'informazione locale, gli
imprenditori, i politici (non solo) di centro-destra
catalogano l'opposizione alla base, tutta insieme, nel
segno dell'antiamericanismo no-global. E l'accusano di
attentare non solo all'occupazione dei 750 della Caserma
Ederle (le cui paure, le cui resistenze, di fronte gli
avversari dell'ampliamento, sono del tutto comprensibili
e legittime). Ma persino all'economia vicentina, nel
complesso. Quasi che lo sviluppo locale dipendesse dalla
presenza amercicana. Le ragioni di chi teme per la sicur
ezza, per il traffico, per le infrastrutture, per il
paesaggio: epolte dall'antimericanismo, dalla minaccia
dell'economia. Nella provincia più americana e più
sviluppata d'Italia.
Così oggi si parla di "scelta obbligata" del
governo. Di ragion di Stato. Come se il Dal Molin
segnasse una nuova cortina di ferro, fra americani e
comunisti. Come se fosse "ragionevole"
costruire una base militare in centro città.
Per questo, oggi, mi sento personalmente stupito,
sconfitto e un poco stupido. Perchè avevo pensato
impensabile ciò che poi è avvenuto. Perchè (come
altri che abitano qui) mi sento circondato. Solo contro
tutti: il Comune di Vicenza, gli americani, il governo
Berlusconi e il governo Prodi. E disarmato. Perchè non
posso fare neppue il no global, globalizzato come sono.
Tanto meno l'estremista antiamericano. Io, che non ho
conosciuto l'ebrezza dell'estremismo.
Io che non sono mai stato marxista. Neppure da giovane.
Mi sento confuso e deluso. E arrabbiato. Lucio
Carracciolo, ieri mattina a "Prima pagina", su
Radiotre) ha detto che il governo non abita a Vicenza.
(Ma l'Amercica sì). Lo sapevamo anche prima qui nel
nordest. Estrema periferia d'Italia. Ora lo sappiamo
anche a Caldogno. Piccola periferia del Dal Molin.
Invisibile. Informe. Senza voce.
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Idrarchia. Verso nuove forme di autogoverno
1. L’Idra è un mostro antico.
Secondo la maggior parte delle leggende, aveva nove teste, di cui la
centrale era immortale. Si parla però anche di cinquanta teste che,
secondo alcuni mitologi, sarebbero state d’oro. Qualsiasi testa
venisse tagliata, subito ne rinascevano due. Il fiato ed il sangue
dell’Idra erano velenosissimi.
2. Nella formazione del Partito
Democratico i due ceti politici di tradizione democristiana e
stalinista si fondono non solo per reggere la concorrenza sul mercato
elettorale e sopravvivere. La nuova fase del governo multipolare,
nella gestione della guerra come della governance interna, impone la
nascita di questo nuovo strumento di amministrazione all’altezza
delle novità globali.
3. Questo ceto politico che ha
gestito la fase internazionale precedente al tentato golpe
nell’Impero di Bush si ricandida alla convivenza concorrenziale con
le strategie unilateraliste americane : se in Iraq gli eserciti di
Bush e Blair rimangono nel pantano e nel disastro dei massacri
quotidiani cercando una ormai improbabile vittoria, in Afghanistan si
sperimenta la vecchia alleanza del Kosovo dando vigore ai
fondamentalisti talebani. Nel frattempo, nel silenzio generale, i
democratici europei stringono forti alleanze economiche e militari con
gli americani, dallo scudo stellare alle basi ai nuovi armamenti.
4. Se nella politica estera i
democratici ripropongono la loro attiva partecipazione alla guerra
globale permanente, la governance interna assume aspetti altrettanto
chiusi e parassitari. I democratici di sinstra, prima di diventare
democratici e basta, stanno lasciando sui territori lo spettacolare
susseguirsi di politiche poliziesche e di accumulazione di profitti
estratti dalle risorse collettive. Copenaghen, Trento, Bologna,
Salerno, i Ds chiudono i centri sociali e attaccano i movimenti
lanciando campagne allarmistiche sulla sicurezza, il controllo, il
proibizionismo moralista. Nel frattempo le loro banche, le loro
cooperative e le loro imprese sfruttano ogni angolo delle città ed
ogni risorsa ambientale per accaparrarsi risorse e profitti da
reinvestire nel mercato delle clientele.
5. Se lo scontro è più duro e più
netto del passato, per i movimenti si apre una fase nuova, magari più
complessa, ma anche più ricca di potenzialità. Se non c’è più
l’alleanza tra il democratico e il ribelle, perchè il democratico
si è arruolato nella guerra globale o dichiarato nonviolento o tutte
e due le cose assieme, allora il movimento senza alleati potrà
esprimere altre potenzialità, altra potenza. Resistere allo sgombero
di un centro sociale, essere assieme alle comunità in lotta contro la
devastazione del territorio, opporsi alla guerra quando ormai tutto il
parlamento la vota senza distinzioni, produrre resistenza contro il
controllo dei migranti, riappropriarsi di reddito e di spazi,
resistere al proibizionismo ed al ripetersi di culture teocratiche e
bigotte, insomma far proliferare la propria capacità di resistere e
di esistere.
6. "C’è un tempo, un kairòs
comune, nel quale si dice: tutti insieme, decidiamo"(Toni Negri).
Senza alleati ci si può sentire più poveri, ma nel comune la povertà
può diventare libertà e quindi produzione. L’elemento della
decisione del conflitto, che anticipa la parola del potere e la
resistenza ad esso, costituisce il percorso che crea le nuove forme di
autogoverno della moltitudine.
7. C’è dunque bisogno di un
grande, decisivo sforzo di immaginazione per produrre gli eventi e le
forme di autogoverno e di conflitto che la moltitudine costruisce
giorno dopo giorno, utilizzando tutti gli strumenti di comunicazione e
di desiderio a disposizione e producendo le cinquanta teste di
un’Idra che è irriducibile al potere e si rigenera se colpita nei
nuovi conflitti. Se nel moderno l’unica forma di governo
interessante era la "democrazia del tumulto", nel
postmoderno l’Idrarchia è la nuova immagine che tende verso nuove
forme di autogoverno.
Un contributo di Global Project Salerno sulla fase
politica attuale, in vista della contestazione a Bush
www.laboratoriodiana.org
Fonte: Il Manifesto
L’ultima chance: sciogliere l’Autorità
nazionale palestinese
Venerdì 15 giugno 2007
La fine dell’Autorità nazionale palestinese è
stata invocata in questi ultimi giorni da esponenti politici ed
intellettuali, tra cui il professor Ali Jirbawi dell’università
di Bir Zeit, come unico percorso per far uscire Fatah e Hamas dal
tunnel della guerra fratricida esplosa per un potere virtuale,
fatto di qualche ministero e un po’ di bandiere che sventolano
sugli edifici pubblici.
Perché lasciar continuare una amministrazione che non ha sovranità
e che sotto le sembianze dell’autogoverno maschera
inconsapevolmente proprio l’occupazione israeliana? E’ questo
l’interrogativo che si è posto più volte Jirbawi e con lui
tanti altri palestinesi che vorrebbero passare la patata bollente
nelle mani dell’occupante e non offrirgli più alibi mantenendo
in vita un organismo paralizzato e agonizzante.
Altri interrogativi sorgono riguardo i motivi che hanno portato
quelli di Hamas e Fatah ad ammazzarsi tra di loro nella «prigione»
di Gaza.
L’elenco è lungo ma basta tornare al 26 gennaio 2006 per
trovare sufficienti spiegazioni. Il giorno dopo le elezioni
legislative vinte da Hamas in modo schiacciante, Abu Mazen e gli
altri leader di Fatah non hanno analizzato con serietà, come
sperava la base dei militanti, la sconfitta subita e non hanno
avviato un processo di profondo rinnovamento finalizzato a
riportare democraticamente al potere un partito che è stato
travolto dagli scandali e dal fallimento del processo di pace con
Israele. Niente congresso, niente dibattito interno, solo
cooptazione degli attivisti ribelli ma sensibili al fascino del
potere.
Fatah ha pensato solo a fornire il suo contributo all’isolamento
e al boicottaggio di Hamas e del suo governo. Ha lavorato per
creare le condizioni per la caduta dell’amministrazione islamica
appena nata. E’ però più corretto dire che non tutto Fatah ma
una sua parte ben precisa si è schierata con il progetto
Usa-Ue-Israele volto a rendere impossibile la vita all’Anp
controllata da Hamas.
E’ indubbiamente ripetitivo fare riferimento a Mohammed Dahlan
eppure non si può non notare il nome dell’ex capo della
sicurezza preventiva ed ex ministro, sulla lista di quei dirigenti
palestinesi convinti che Fatah dovrà impedire con ogni mezzo ad
Hamas di restare al potere. Un atteggiamento che ha generato
proteste nel partito, tra quei leader, come Ahmed Helles, persuasi
che i problemi centrali per i palestinesi siano oggi come
quarant’anni fa l’occupazione e l’assedio di Gaza che non è
cessato dopo il ritiro israeliano di due anni fa.
La corrente guidata da Dahlan, ben finanziata e sostenuta
dall’estero, non si è fermata neppure dopo la formazione del
governo di unità nazionale mentre anche Abu Mazen dava il suo
contributo all’inizio della guerra civile nominando Dahlan suo
vice al Consiglio per la sicurezza nazionale e confermando Rashid
Abu Shabak a capo della sicurezza preventiva. Per Hamas due pugni
allo stomaco.
Il movimento islamico comunque ha le sue responsabilità. I suoi
miliziani si stanno macchiando di crimini gravissimi a Gaza contro
altri palestiensi, contro agenti che sono entrati nei servizi di
sicurezza solo per garantirsi uno stipendio (appena 300 dollari).
Più di tutto, Hamas non ha capito come funziona la
globalizzazione. Vinte le elezioni i suoi leader hanno
ingenuamente creduto che la «solidarietà islamica» avrebbe
sostituito l’aiuto occidentale ai palestinesi. Invece si sono
dovuti rendere conto che i grandi imprenditori musulmani e le
banche, comprese quelle rigidamente islamiche, sono solidali solo
con i capitalisti occidentali e che ai palestinesi non
trasferiranno un dollaro se a volerlo non saranno anche gli Stati
uniti.
Michele Giorgio
| Brasile
- 15.6.2007 |
| Sem
Terra contro Lula |
| L'Mst
dice basta alla politica economica del presidente
operaio e invade il centro di Brasilia |
 |
| da www.peacereporter.net |
|
In migliaia sono scesi per le strade di Brasilia per
dire basta alla politica economica di Lula e
reclamare la riforma agraria, eterna promessa mai
mantenuta del presidente operaio. Sono i Sem terra,
il movimento che cinque anni fa portò Luis Inacio
da Silva alla vittoria, e che, lo scorso anno, con
uno sforzo estremo date le continue delusioni, gli
rinnovarono l'appoggio, imponedogli in cambio il
rispetto della parola data. Adesso però il suo
tempo è scaduto e la manifestazione di ieri,
realizzata alla vigilia della giornata conclusiva
del loro V Congresso nazionale, ne è la
dimostrazione. Gli accaniti rappresentanti del
movimento hanno tracciato le linee programmatiche
dei prossimi cinque anni e, come strategia di punta
hanno scelto di tenere sotto pressione il governo,
fino al raggiungimento di quello che ancora adesso
pare un miraggio: la terra ai contadini.
Prima
tappa. Durante il corteo terminato davanti
al palazzo presidenziale, i Senza terra hanno anche
approfittato per aggiungere benzina sul fuoco della
protesta. Davanti all'ambasciata statunitense, hanno
dichiarato il loro rigetto verso Geroge W. Bush e le
guerre Usa; poi, di fronte al ministero degli
Esteri, hanno protestato per la presenza delle
truppe Onu ad Haiti, definendole forze occupanti.
Nella loro prima tappa, hanno bloccato l'area
antistante l'ambasciata degli Stati Uniti,
piantonata per l'occasione da 116 agenti dei 1100
dispiegati a presidiare il percorso di cinque
chilometri lungo il quale è sfilato il corteo. Una
volta radunati uno per uno, hanno deposto a terra
venti bare coperte da bandiere nere, in memoria dei
“milioni di vittime provocate” dagli Usa nel
mondo. Ogni bara era riferita a un paese in
particolare, fra cui il Nicaragua, Haiti, Panamá,
El Salvador, l'Argentina, il Cile, il Guatemala,
l'Iraq, l'Afghanistan, il Vietnam e la Cambogia.
Seconda
tappa. Erano 17.500 persone, (9 mila per la
polizia), armate di striscioni e bandiere rosse con
lo stemma del movimento. Con compostezza, dopo aver
gridato slogan anti-Bush, si sono quindi diretti
verso la sede del ministero delle Relazioni Estere,
per manifestare il “ripudio” per la presenza
delle truppe straniere nell'isola delle Antille.
“Gli haitiani hanno bisogno della solidarietà dei
popoli, non di interventi militari sotto l'ala
dell'impero”, ha dichiarato Vladimir Martini, uno
dei membri del coordinamento nazionale dell'Mst, che
ha definito una “vergogna” che proprio il
Brasile sia al comando di queste truppe.
Tappa
finale. La marcia si è quindi conclusa
nella piazza che ospita governo, parlamento e
tribunale supremo di giustizia, i tre poteri,
nessuno dei quali è stato risparmiato dai contadini
contestatori. Joao Pedro Stedile, leader del
movimento, ha preso la parola per accusare a gran
voce Lula, il potere legislativo e quello
giudiziario di “mantenere uno Stato borghese”
che chiude le porte a una “vita degna” per i
piccoli contadini. Da qui la condanna del modello
agricolo instaurato dal presidente, che a suo dire
“favorisce solo gli esportatori, i banchieri e le
multinazionali”, e la conferma senza sé e senza
ma del profondo bisogno di una riforma agraria, che
tenga conto dell'agricoltura familiare quale
pilastro dello sviluppo economico e sociale.
E, a futura memoria di quanto ribadito in questa
giornata dalla marea di contadini decisi a non
arrendersi, è stato piantato nel bel mezzo della
piazza un gigantesco cartello che recita:
“Accusiamo i tre poteri di impedire la riforma
agraria”.
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Naomi Klein
Peccato capitale
Lo danno per morto. Ma è un trucco. Il mercato
risorgerà più forte di prima. E tutti pagheremo per
le sue colpe. A meno che non si eserciti una forte
pressione sulla politica. Tornando nelle piazze
La Morgan Stanley
Qualunque cosa stiano a significare gli eventi
accaduti in queste settimane, nessuno dovrebbe
credere alle dichiarazioni esagerate che vedono
nella crisi dei mercati la morte dell'ideologia del
libero mercato. L'ideologia del libero mercato ha
sempre servito gli interessi del capitale e la sua
presenza
ha moti alterni secondo la sua utilità verso tali
interessi.
Durante i periodi di boom economico è utile
predicare il laissez faire, poiché un governo
assente dà modo alle bolle speculative di gonfiarsi,
facendo
lievitare i prezzi. Quando tali bolle esplodono,
l'ideologia diviene un ostacolo, o addirittura un
impedimento, e viene messa da parte mentre i
grandi governi corrono ai ripari. Il resto è
garantito: l'ideologia tornerà a ruggire più forte
di prima una volta terminate le operazioni
di salvataggio finanziario.
I massicci debiti che il settore pubblico sta
accumulando per salvare finanziariamente gli
speculatori diventeranno allora parte di una crisi
di budget globale che comporterà una
razionalizzazione nonché un taglio dei programmi
sociali, insomma una rinnovata spinta a privatizzare
ciò che resta del settore pubblico.
Ci verrà anche detto che le nostre speranze per un
futuro verde sono, purtroppo, troppo costose.
Ciò che non sappiamo è come il settore pubblico
risponderà. Consideriamo che in Nord America tutti
coloro che hanno meno di 40 anni sono cresciuti con
la consapevolezza che il governo non può intervenire
nella propria vita, che il governo è il problema e
non la soluzione, che il laissez faire è l'unica e
la sola
opzione.
Ora, improvvisamente ci troviamo di fronte a un
governo estremamente attivo e fortemente
interventista, apparentemente pronto a
fare qualunque cosa sia necessaria per salvare gli
investitori da loro stessi.
Di fronte a questo scenario una domanda sorge
spontanea: se lo Stato può intervenire per salvare
le società di capitali che corrono
incauti rischi nei mercati immobiliari, perché non
può intervenire per evitare che a milioni di
americani sia tolto il diritto di salvare la casa
dalla requisizione a causa di un'ipoteca?
Allo stesso modo, se 85 miliardi di dollari possono
essere messi subito a disposizione per comprare il
gigante assicurativo Aig,
perché il sistema sanitario per tutti, che
proteggerebbe gli americani dalle pratiche
predatorie delle società di assicurazione sanitaria,
viene fatto apparire come un sogno irraggiungibile?
E se altre società di capitali necessitano di fondi
dei contribuenti per rimanere a galla, perché i
contribuenti non possono fare richieste in cambio,
ad esempio
tetti sugli stipendi dei manager e una garanzia
contro la perdita del posto di lavoro? Ora che è
chiaro che il governo può agire in tempi di
crisi, sarà molto difficile in futuro per il governo
sostenere la propria impotenza.
Un altro possibile cambiamento ha a che fare con le
aspettative del mercato di future privatizzazioni.
Per anni, le banche che si occupano di investimenti
a livello globale hanno esercitato pressioni sui
politici per due nuovi mercati: uno che deriverebbe
dalla privatizzazione delle pensioni pubbliche e
l'altro che scaturirebbe da
una nuova ondata di privatizzazioni dei sistemi
idrico e stradale.
Entrambi questi sogni sono diventati piuttosto
difficili da vendere: gli americani non sono in vena
di affidare i propri beni patrimoniali, individuali
e collettivi, agli speculatori sconsiderati di Wall
Street, specialmente perché è alquanto probabile che
i contribuenti dovranno ricomprare i propri beni
quando esploderà la prossima bolla finanziaria.
Con il fallimento dei negoziati del Wto (World Trade
Organization), questa crisi potrebbe anche
funzionare da catalizzatore per un approccio
radicalmente alternativo alla regolamentazione dei
mercati mondiali e dei sistemi finanziari.
Gia stiamo assistendo a un movimento verso la
'sovranità alimentare' nei paesi in via di sviluppo,
piuttosto che lasciare l'accesso al cibo ai capricci
dei commercianti all'ingrosso. Forse i tempi sono
maturi per idee quali il taxing trading, che
rallenterebbe gli investimenti speculativi e altri
controlli di capitali a livello globale.E ora che la
nazionalizzazione non è più una parolaccia, le
compagnie petrolifere dovranno fare attenzione:
qualcuno deve pagare per il cambiamento verso un
futuro più sostenibile e ha senso ancor più per il
volume di fondi provenienti da un settore altamente
proficuo che è il
maggior responsabile della nostra crisi ambientale e
climatica. Ha certamente più senso che creare
un'altra pericolosa bolla finanziaria nel commercio
del carbone.
Tuttavia la crisi cui stiamo assistendo esige
cambiamenti persino più profondi. A questi mutui
spazzatura è stato permesso di proliferare non solo
perché i moderatori-correttori non ne comprendevano
i rischi, ma anche perché abbiamo un sistema
economico che misura il nostro benessere collettivo
basandosi
esclusivamente sulla crescita del Pil.
Così, finché i mutui spazzatura foraggiavano la
crescita economica, i nostri governi li sostenevano
attivamente. Quindi ciò che veramente viene chiamato
in causa dalla crisi è l'indiscussa dedizione alla
crescita a tutti i costi. Dove questa crisi dovrebbe
condurci è verso un modo radicalmente diverso per
la nostra società di misurare il benessere e il
progresso.
Niente di tutto questo, comunque, accadrà a meno di
un'enorme pressione dell'opinione pubblica sulla
classe politica in questo periodo chiave.
E non una lieve pressione politica, bensì un ritorno
alle piazze e all'azione diretta che negli anni
Trenta inaugurò il New Deal. Senza questa pressione,
ci saranno solo cambiamenti superficiale e un
ritorno, il prima possibile, al business di sempre.
da L'espresso traduzione di
Rosalba Fruscalzo
(25 settembre 2008)
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Di seguito un'articolo
tratto da spazi sociali del network
antagonista torinese distribuito il 6/10 in
piazza a Bologna.
I
centri sociali oggi
La storia dei centri sociali
è una lunga storia di movimento che partendo
dagli anni 80 ci porta oggi, nel 2007, a
Bologna a difenderne l’esistenza mettendo in
pratica atti di riconquista sociale,
legittimi e possibili. E’ una storia di
resistenza quella dei cs, che si è
riprodotta nelle metropoli e nei piccoli
centri abitati, è una storia che non ha
chiuso il suo capitolo perché i centri
sociali esistono ancora e nuovi progetti
prendono forma. Certo oggi più che mai, nel
tempo delle leggi e della sicurezza, i
centri hanno compiti in più oltre a
manifestare il diritto alla propria
esistenza. In territori metropolitani,
desolati, parcellizzati, precari e in guerra
fra gli ultimi, devono riuscire ad essere un
qualcosa di nuovo; devono porsi le giuste
domande su questa società e svolgere quella
funzione che sono chiamati a svolgere,
quella di essere il centro di un sociale in
movimento, di un sociale che resiste, di un
sociale che si cerca e si deve ricomporre.
La fabbrica sociale che sono le metropoli
oggi non lascia tempi morti, non permette
che qualcosa o qualcuno non siano utili
all’accumulazione di capitali. Il
cittadino-consumatore è un lavoratore
arruolato nella grande macchina del
capitalismo in tutte le sue ore di
esistenza: da quelle passate lavorando, dai
minuti di chiamata del suo cellulare, dalla
socialità, dal connettersi in rete e persino
nel suo sonno, perché quasi sicuramente ha
comprato il materasso su cui dorme a rate
dopo averlo visto in una pubblicità
televisiva. Così necessariamente il rapporto
tra produttivo e improduttivo diventa
un’operazione di sottrazione, la produzione
vuole eliminare chi o cosa è un soggetto
improduttivo, l’improduttività cela una
disaffezione alle leggi di produzione e
ordine vigente, non produrre significa
ribellarsi, uscire dal ciclo imposto, o
altre volte esserne messo all’angolo.
La campagna securitaria in realtà è questo;
oltre ad essere quel fumo negli occhi e
nebbia nei cervelli erogata dai tg e dai
giornali, è un puro atto di pulizia
capitalistica che vuole eliminare e
riversare quantità d’odio collettivo, su chi
non serve al grande ciclo dell’accumulazione
nelle metropoli.
Mascherata da legalità, la sicurezza prende
forma nei desideri chi non se la può
prendere con chi li comanda, con chi li
affama e si sfoga su tutto quello che
tendenzialmente è meno forte di se; lo stato
agevola l’operazione espellendo dalla vista
di tutte le “brave persone” chi ai semafori
incarna la povertà, la non garanzia e questo
è vero, anche l’illegalità, perché non-
soggetto inesistente per il diritto e per i
diritti se non in funzione di intruso nello
schema sociale dato.
I centro sociali per questo sono una minaccia
per la politica della sicurezza: incarnano
il problema e hanno intrinseca l’aggravante
non solo di combattere il sistema politico e
social esistente, ma anche di mettere in
pratica forme di conflitto e resistenza
capaci di aggregare e riprodursi. Certo, non
è sempre così, non esiste più un movimento
dei centri sociali, e nella definizione
stessa non tutti si riconoscono più.
Resistono i cs che hanno fatto due scelte
inconciliabili tra loro, che non sono più
come un tempo la legalità o l’illegalità
nell’occupazione, sono il lavoro politico
che svolgono, da un lato chi si è fatto
impresa sociale, mettendo a incasso la
socialità, l’alternativa e a volte
l’antagonismo, e chi continua a resistere
parlando il linguaggio delle lotte, del
radicamento sociale, dei movimenti,
incarnando quell’irriducibilità antagonista
e autonoma che, sebben con alti e bassi, ha
ancora molto da dire in quest’era.
E su quest’ultimi che le giunte si scagliano,
e a Bologna, vero laboratorio politico di
questa sinistra fatta da “sinistri”, si sta
vivendo questo. Difendere Crash! Significa
non solo difendere un centro sociale che lo
merita, significa attaccare la politica
securitaria di Kofferati e della sinistra
istituzionale.
La caratteristica degli anni 90’ che fece
nascere ovunque i CSOA fu quella di
re-inventare un modo di vivere all’interno
delle città, lottando e sperimentando forme
di aggregazione sottratte alla
mercificazione della cultura e della
socialità. Furono in grado di riprodurre
ovunque, nelle metropoli come in piccoli
centri abitati, una forma di alterità tale
da essere riprodotta ovunque.
Oggi andrebbe valorizzato il ruolo dei centri
sociali nelle lotte e nelle vite delle
metropoli. Divenire centri del sociale,
ovvero non isole felici all’interno del mare
( o male) metropolitano, ma centri da cui
partire per modificare la realtà
circostante. Sedi di un altro modo di fare
politica, basi di progetti che mirino a
rivoluzionare l’esistente, punti da cui
partire per assaltare la realtà circostante.
Se la società dell’ordine e del consumo mira
a rendere sempre più individuali i rapporti
di dominio, i centri sociali devono avere la
capacità di catalizzare quanti dimostrano
un’attitudine a percorrere altre strade di
esistenza, mettendo in pratica forme
collettive di resistenza e di contropotere.
Ri-divenire luoghi del conflitto, officine
sociali, centri di una contro-cooperazione
sociale che sappia erodere spazi al potere.
In questo contesto persino l’occupazione in
quanto tale ri-diviene importante se si
pensa alle scelte palazzinare e
privatistiche che le amministrazioni stanno
portando avanti nelle città, dove ogni
stabile in disuso diviene moneta corrente
per lobby politico-bancarie.
Da Bologna si parte nello scontro, faccia a
faccia, tra due modi irriducibili di vivere
l’esistente, da un lato le politiche
securitarie di Kofferati e gli esperimenti
politici tra destre e sinistre nella
gestione-spartizione del potere, e
dall’altro Crash! e i centri sociali, ancora
una volta due modi incompatibili di
esistenza.
150 MILA ALLA
MANIFESTAZIONE CONTRO LA VIOLENZA SULLE
DONNE: CONTESTATE LE PARLAMENTARI, OCCUPATO
IL PALCO DELL'EMITTENTE LA 7
(da www.infoaut.org )

ROMA 24 NOVEMBRE 2007_La giornata
Una partecipazione-fiume quella di oggi a
Roma per la manifestazione nazionale contro
la violenza degli uomini sulle donne. "La
violenza degli uomini contro le donne
comincia in famiglia e non ha confini". Con
questo striscione si è aperto il corteo di
oggi, partito da piazza della Repubblica con
una presenza di più di 150 mila persone:
questa la stima comunicata verso le 16 dal
comitato organizzatore del corteo.
Numerosi gli striscioni e slogan gridati
prendono di mira il 'pacchetto sicurezza'
approvato qualche settimana fa dal governo.
"Se la violenza è in casa ma che ci faccio
con più polizia?". Per questo anche un
gruppo di giovani donne rom residenti hanno
partecipato alla manifestazione esibendosi
in balli tipici tradizionali.
Decisa contestazione delle donne in corteo
nei confronti Stefania Prestigiacomo e Mara
Carfagna, esponenti di Forza Italia. Anche
il ministro per le Politiche Giovanili e le
Attività Sportive, Giovanna Melandri, e
quella per la Salute, Livia Turco, sono
state contestate da alcune manifestanti al
grido di "vergogna, vergogna". Un gruppo di
manifestanti del corteo ha quindi occupato
il palco, allestito in piazza Navona, da
'La7' che stava trasmettendo uno speciale
sul corteo, ma soprattutto stava
intervistando le parlamentari.
L'organizzazione aveva più volte chiesto che
nessuno si facesse portavoce delle tante
donne presenti alla manifestazione.
L'iniziativa è stata salutata con uno
scrosciante applauso delle altri
manifestanti presenti nella piazza.
>>>
Ascolta la diretta con Valentine da Roma
(Faciamo Breccia_Torino): racconto e
considerazioni
_____________________________________________________________________________________
Manifestazione nazionale contro la
violenza sulle donne: la presentazione
Il 24 novembre si terrà a Roma la
manifestazione nazionale contro la violenza
maschile sulle donne. Una scadenza che va ad
assumere una grossa importanza sia per la
denuncia che intende portare in piazza sia
perché va ad inserirsi in un clima di forte
strumentalizzazione politica e mediatica.
Ci troviamo infatti all’interno di un
sistema generalizzato e diffuso che vive e
si nutre di “violenza sulle donne”.
>>>
Ascolta l'intervista con Viviana (Luna e
l'altra/Assemblea femminista di via dei
Volsci 32)
I media sbandierano i casi più eclatanti e
tenaci di violenza alle donne da parte degli
immigrati da un lato per far emergere il
sempre ben accetto “problema sicurezza”,
dall’altro soprattutto negli ultimi anni per
porre la cultura occidentale al di sopra
delle altre, elogiando il grado di “libertà”
che da noi le donne vivono.
Purtroppo è ben risaputo il ruolo che la
donna è costretta a vivere e subire ovunque
nel mondo, anche in quei paesi dove i
movimento delle donne hanno portato ad
effettivi cambiamenti.
Vogliono farci credere, o anche solo far
vedere, che la violenza sulle donne è
esclusivamente di tipo sessuale e da
attribuire nella maggioranza dei casi a
cittadini extracomunitari.
Forse perché la violenza di un maschio
bianco non sta sullo stesso piano della
violenza di un maschio nero africano o
asiatico.
In realtà basterebbe osservare le più
recenti statistiche per avere un quadro
significativo della situazione; sono dati
che non vanno letti come semplici cifre,
questi numeri sono importanti perché sono
donne:
- ogni giorno 7
donne in Italia sono vittima di violenza
sessuale.
- solo il 3,5%
delle violenze avviene fuori casa.
- solo nell’8,6%
dei casi la violenza sessuale viene
praticata in un luogo pubblico. Più
spesso gli stupri avvengono nella
propria abitazione (31,2%), in
automobile (24,4%) o nella casa
dell’aggressore (10%).
Da tali dati si evince che nella stragrande
maggioranza dei casi l’aggressore è una
persona ben conosciuta dalla vittima, che
può essere il marito o il convivente (20,2%
dei casi), un amico (23,8%), il fidanzato
(17,4%), un conoscente (12,3%); solo il 3,5%
dei violentatori non ha mai visto la sua
vittima prima dello stupro.
Successivi dati confutano la tesi per cui
questo tipo di violenze possano essere
ricondotte a problemi di forte disagio
socio-economico o psicologico.

Mettere continuamente l’accento
sull’entità del problema, non significa
cadere nella ripetitività, ridondanza o
relegare il problema a questioni
statistiche; vale la pena porre
sistematicamente la questione in risalto,
perché la prima causa di morte delle donne
nel mondo è proprio la violenza, fisica o
sessuale. Vale la pena continuare ad
interrogarsi, confrontarsi sul problema,
porre le dinamiche uomo-donna come centrali
per una reale crescita della società e degli
individui, per non permettere che la voce
più forte sia quella dei politici e dei mass
media, con le loro strumentalizzazioni.
L’esempio più eloquente è recente. E’ di
poche settimane fa le decisione del governo
di promuovere un decreto espulsioni;
intervento d’emergenza a seguito del
dibattito scatenatosi intorno ad una brutale
violenza eseguita da un rom su una sua
connazionale. La denuncia del fatto ha
portato poi allo sgombero del campo nomadi
in cui viveva la stessa donna rom.
Pensare di poter arginare il problema della
violenza maschile sulla donna con un decreto
che favorisca l’espulsione dei migranti
farebbe quasi ridere se non ci trovassimo in
un contesto drammatico.
Significa non voler affrontare il problema,
strumentalizzare la questione e ricondurla
ad un problema di sicurezza delle città o di
ordine pubblico. Significa dare spazio agli
sfoghi razzisti e legittimarli, fornire alle
destre nuovi spunti per la loro propaganda
xenofoba, ma significa soprattutto ignorare
che le violenze di cui sono
continuamente vittime le donne non hanno
nulla a che fare con l’etnia
dell’aggressore, la sua cultura, religione o
classe sociale.
L’elemento primario da tenere in conto è che
il 90% delle violenze avviene tra le mura di
casa, all’interno dell’istituto
familiare, venerato a destra e a sinistra
come baluardo di civiltà imprescindibile.
Il problema va quindi ricondotto al contesto
socio-culturale di stampo patriarcale in cui
ci ritroviamo, che da sempre pone l’uomo in
una posizione di forza e vantaggio maggiori
rispetto alla donna, la quale,se non si
decide di intraprendere un percorso di
ribaltamento dei ruoli, rischia di rimanere
relegata al ruolo di vittima. Vittima anche
al di fuori del contesto domestico; la
stessa difficoltà che la donna trova
nell’emanciparsi dalla famiglia la ritrova
anche fuori, sotto diverse forme, ad esempio
nel mondo del lavoro, quando non le verrà
riconosciuta la libertà di essere madre (il
datore di lavoro in molti casi tende a non
assumere giovani donne a causa di una loro
possibile maternità…che costa!). Anche
questa è violenza.
Come è violenza la continua ingerenza della
chiesa sui temi riguardanti il corpo delle
donne e le tematiche sessuali, vedi
l’aborto, l’omosessualità, i dico, la
procreazione medicalmente assistita, ecc.,
tutto ciò affiancato ad una continua difesa
del modello di famiglia tradizionale, ormai
in evidente crisi.
Quanto ai media, essi contribuiscono a
perpetuare lo stereotipo di una donna
“oggetto”, nel senso che viene
utilizzata in tutti i programmi
semplicemente come corpo su cui i
telespettatori maschi possano sbavare e far
alzare l’audience. 
Donne che ammiccano e che nell’uomo generano
l’idea che una donna non possa e non voglia
rifiutare le attenzioni maschili.
Questo porta l’uomo a pensare che può
comprare il corpo femminile e se non ci
riesce la frustrazione lo porterà alle
solite considerazioni circa l’universo
femminile.
E’ un circolo vizioso dove molte donne
credono di aver trovato il paradiso ma che
non fa altro che alimentare la loro
dipendenza e sottomissione ad un sistema
maschile/maschilista patriarcale che si
regge sulla limitazione della libertà di
scelta della donna.
Certo la colpa non può essere solo dei
media. Che auspica diverse forme di
(auto)organizzazione sociale non può
prescindere dal prendere parte ad una lotta
di liberazione che non può che liberare
tutti. Il capitalismo vive di maschilismo ed
è sicuramente una lotta che vale la pena di
essere combattuta. Non basta certo
condannare i casi più eclatanti per sviare
le contraddizioni in cui tutti i compagni
maschi sono più o meno immersi.
Persistono infatti atteggiamenti reazionari
quando non di aperta ostilità nei confronti
delle libere scelte di donne e compagne che
fanno fare diversi passi indietro ad un
movimento che dice di voler cambiare le
cose.
La violenza sulle donne è un problema su cui
dovrebbero riflettere anche i maschi che
rifiutano di sentirsi parte in causa.
Ed è proprio la questione maschile che
nell’avvicinarsi alla scadenza del 24 ha
fatto da protagonista in molti dibattiti tra
compagne, donne e femministe.
Le assemblee tenutesi a Roma in preparazione
della manifestazione sulla violenza maschile
contro le donne hanno prodotto la scelta che
si trattasse di un appuntamento “di donne e
per donne”, partendo dalla lettura che ci
fosse una forte esigenza di un protagonismo
al femminile. Si tratta di lanciare il
messaggio che devono essere le donne stesse,
in primis, a denunciare il fenomeno della
violenza maschile, a prendere coscienza
della loro forza e delle proprie
possibilità, con rabbia e rivendicando un
percorso di autodeterminazione.
>>>
Ascolta l'intervista con Valentine (Facciamo
Breccia_Torino)
Dall’altro lato ci sono state donne, tra cui
le compagne torinesi di Facciamo Breccia,
che hanno voluto portare un’altra posizione,
che non va letta in contrapposizione alla
scelta fatta dal coordinamento
organizzatore, bensì come riflessione
aggiuntiva, come un ulteriore contributo.
Donne che avrebbero preferito la possibilità
di una partecipazione mista al corteo,in
quanto un confronto uomo/donna su quello che
ormai viene definito “femminicidio” è forse
la strada migliore da intraprendere per
ridiscutere i ruoli e le contraddizioni
presenti in ognuno/a di noi e nei rapporti
che viviamo.
Perché il confronto, più che l’esclusione,
può portare ad una crescita individuale e
collettiva e tocca al movimento, per primo,
iniziare a ragionare su questa strada.
>>>
Leggi il documento di Facciamo Breccia
Torino
Sito Internet:
www.controviolenzadonne.org
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Sudafrica - 19.12.2007 da
www.peacereporter.net |
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Sudafrica, la guerra è finita.
Jacob Zuma è il nuovo leader dell'Anc |
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Nonostante il Premio
Nobel Desmond Tutu avesse invitato i
delegati presenti a Polokwane a non
scegliere "una persona della quale la
maggior parte di noi si vergognerebbe",
Jacob Zuma è il nuovo presidente
dell'African National Congress: con 2329
voti (contro i 1505 del suo avversario),
il leader della "sinistra" dell'Anc ha
sconfitto il leader uscente Thabo Mbeki,
mettendo così anche una seria ipoteca
sulla carica di capo dello Stato, che lo
stesso Mbeki lascerà libera nel 2009.
Correnti.
Il confronto tra le due
correnti del partito ha fatto registrare
momenti di grande tensione, al punto da
costringere la Commissione disciplinare
interna a richiamare tutti all'ordine
minacciando espulsioni. Ieri, però, le
votazioni si sono svolte in un clima
abbastanza tranquillo, anche se gli
uomini di Mbeki, avrebbero tentato un
colpo di coda, con una campagna
dell'ultimo minuto per convincere i
sostenitori del favoritissimo Zuma a
votare per il leader uscente.
La netta frattura
all'interno del partito, nei giorni
scorsi, aveva fatto dire a Nelson
Mandela di essere "rattristato" per
questa situazione senza precedenti
nell'Anc, il partito al governo dalla
fine dell'apartheid, portandolo anche a
prendere le distanze dai due candidati.
Zuma.
Zuma, delfino di Mbeki nel partito e nel
governo, due anni fa sembrava destinato
a ereditare la guida dell'Anc senza
eccessivi scossoni, poi qualcosa provocò
la frattura tra i due. Le accuse di
corruzione e le altre disavventure
legali di Zuma (un processo per stupro e
uno per corruzione, entrambi archiviati
con due assoluzioni più che controverse)
hanno inasprito il confronto, e così il
passaggio di consegne al vice-presidente
dell'Anc ha assunto i toni di una vera
battaglia.
Secondo il politologo
sudafricano Steven Friedman, comunque,
più che uno scontro personale, Mbeki e
Zuma incarnerebbero le due differenti
anime dell'Anc: una più"'classica”,
quella di Mbeki, che predilige il
rispetto per la classe dirigente,
sacrificando a volte anche la dialettica
interna al partito in nome dell'unità, e
una più "moderna", promossa da Zuma, che
chiede un processo decisionale più vasto
per coinvolgere i movimenti di base e
tutti i soggetti che compongono l'Anc.
Nel 1997, questa corrente criticò
apertamente la centralizzazione del
potere da parte dei dirigenti dell'Anc.
Strategie.
Il 65enne Zuma (di etnia Zulu)
gode dell'appoggio della potente
confederazione sindacale Cosatu e
dell'ala più di sinistra del partito,
dei giovani e delle donne. E' grazie a
queste amicizie, se è riuscito a battere
la concorrenza del coetaneo Mbeki, primo
presidente del dopo-Mandela, troppo
legato al mondo della finanza e
dell'imprenditoria.
Entrambi erano
consapevoli del fatto che, in caso di
vittoria, si sarebbero trovati ad
affrontare le richieste di una
popolazione insofferente per i risultati
delle politiche economiche e sociali
attuate dall'Anc in 13 anni di guida del
Paese. Quale sarà la strategia di Zuma?
Nonostante le critiche alla politica del
suo predecessore, giudicata troppo
indulgente nei confronti
dell'imprenditoria, i mercati non hanno
subito scossoni: gli operatori economici
del Sudafrica attendono le prime mosse
di Zuma, prima di decidere da che parte
stare.
Quello che è certo è
che, con un tasso di disoccupazione
ufficiosamente stimato attorno al 40%,
chi vive nelle baraccopoli sudafricane
ha già da tempo esaurito la pazienza: la
Rainbow Nation sarà anche la locomotiva
dell'economia africana, grazie alla sua
stabilità e a una crescita del 5% negli
ultimi tre anni, ma nessuno, tra i
poveri, sembra essersene accorto.
Futuro.
Secondo i suoi detrattori, Zuma porterà
il Sudafrica troppo a sinistra.
Nonostante la fine dell'apartheid abbia
portato alla nascita di una classe
dirigenziale nera ricca e potente, la
disoccupazione e la percentuale di
sudafricani che vivono al di sotto della
soglia di povertà si sono mantenute
altissime e la riduzione di queste
piaghe sarà la prima sfida del suo
mandato. Intanto, dopo aver liquidato
l'attacco di Tutu ricordandogli che un
uomo di fede dovrebbe pregare per il suo
prossimo, il neo Presidente dell'Anc
rischia di essere chiamato a rispondere
di complicità in una vicenda di
corruzione per una fornitura
multimiliardaria di armi. C'è da
augurarsi che abbia ragione Elen Zille,
sindaco di Cape Town e sua avversaria
alle presidenziali del 2009, che ha
commentato la nomina di Zuma con un
pesantissimo: "E' triste che l'Anc non
sappia trovare niente di meglio".
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India - 10.1.2008
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L'altra faccia della Tata |
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L'indiana Tata presenta
l'utilitaria più economica al
mondo. Ottenuta con la cacciata
di 14mila famiglie contadine |
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La Tata Motors ha presentato
al salone dell'auto di Nuova
Delhi l'utilitaria più
economica del mondo: la
Nano. Il veicolo verrà
venduto a 100mila rupie, o
2.500 dollari Usa, e avrà
cinque posti. Vuole
diventare il mezzo di
trasporto per le famiglie
meno abbienti indiane e
degli altri paesi in via di
sviluppo: niente fronzoli.
Né servosterzo, né
alzacristalli elettrici o
aria condizionata, con un
motore da 600 cc per 33
cavalli di potenza, ma che
garantisce 20 chilometri con
un litro di benzina. Per
adesso la produzione è stata
prevista in 250mila
esemplari annui, ma le
previsioni sono di arrivare
a un milione di pezzi.

Dove
Durante la presentazione Ratan
Tata, presidente del gruppo
automobilistico e membro
della dinastia economica più
potente d'India, non ha
fornito dettagli sulla
fabbrica di produzione della
vettura. Tuttavia da tempo
viene ripetuto, senza
smentite, che il principale
sito di produzione della
Nano sarà lo stabilimento di
Singur, nel Bengala
occidentale. Una fabbrica
che ha attirato l'attenzione
dei media per le lotte
sindacali e civili degli
abitanti di Singur, contro
gli
espropri di mille acri di
terreno
(circa 400 ettari) sui quali
far sorgere l'impianto
industriale. Il governo del
Bengala Occidentale, da
decenni prerogativa del
partito comunista indiano
marxista, ha invocato
ragioni di “pubblica
utilità” per l'esproprio dei
terreni, che colpiscono
circa 14mila nuclei
familiari contadini. Ad
autorizzare l'atto è stata
invocata una legge del
periodo coloniale
britannico, il Land
Acquisition Act del
1894. Ma la pubblica utilità
non dovrebbe coincidere con
gli interessi di un gruppo
privato, che aveva
originariamente annunciato
di voler costruire a Singur
“l'auto più economica del
mondo”.
Come La
rivolta contro la fabbrica
di Singur ha già prodotto
anche delle vittime, come
Tapasi Malik, giovane
attivista della lotta agli
espropri, trovata
carbonizzata in una fossa
nell'area recintata dal
cantiere di costruzione
della fabbrica il 18
dicembre 2006. Per la
polizia locale si tratta di
un suicidio. Una autopsia ha
appurato che le è stato dato
fuoco da viva, dopo che la
ragazza era stata seviziata
e stuprata. I suoi compagni
di lotta hanno incolpato
senza esitazioni alcune
squadre illegali che
difendono gli interessi
della Tata in zona, cercando
di dissuadere i contadini
espropriati dalle proteste
con la violenza. Tapasi
Malik, ormai ribattezzata
'la martire di Singur', è
diventata il simbolo dei
contadini che non vogliono
rinunciare alla loro terra
per 1.600 euro al massimo
d'indennizzo.
Quando
E se dovessero ricevere un
indennizzo. La legge
coloniale invocata dai
marxisti del Bengala prevede
che l'espropriato dia un
assenso all'avocazione delle
terre. Questo non perchè si
abbia diritto a opporsi, ma
solo per ottenere un
risarcimento. Sono comunque
in migliaia i contadini che
sostengono di non aver
firmato nessuna
autorizzazione, o di essere
stati costretti con la
violenza dalla squadre
illegali che imperversano in
zona da quando si deve
costruire lo stabilimento, o
di averlo fatto con la
promessa di un posto di
lavoro nella nuova fabbrica.
E la legge tutela i diritti
di chi può provare il
possesso del terreno. Che
non è il caso di centinaia
di vedove, dei tanti
braccianti o fittavoli o
mezzadri, o di tutti coloro
che non sono stati
registrati per una lacuna
del catasto bengalese.
Perché
Le proteste sono cresciute con
l'ingresso in campo di
alcuni oppositori del
partito comunista marxista
di Bhuddabeb Bhattacharji,
come i naxaliti. I marxisti,
che mirano da decenni
all'instaurazione del
socialismo in India, hanno
protestato associando le
lotte di Singur a quelle del
distretto di Nandigram,
contro un esproprio mirato a
favorire una multinazionale
chimica indonesiana. A loro
si è aggiunta una scissione
bengalese del partito del
Congresso, il Trinamul
Congress party. Proteste
cresciute fino a
manifestazioni durate giorni
nel febbraio 2007, represse
nel sangue dalla polizia
bengalese con un morto e
decine di feriti tra i
sindacalisti. Ma il
progresso industriale
indiano non si può fermare:
le esigenze dei contadini di
ritornare in possesso delle
terre di Singur, tanto
fertili da dare cinque
raccolti l'anno, stanno per
essere dimenticate. La
notizia del momento è
“l'auto più economica del
pianeta”.
da
www.peacereporter.net
|
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[Balcani] A qualche giorno dall'indipendenza del
Kosovo, si rischia una nuova crisi
Intervista con
Giulietto Chiesa
(da
www.infoaut.org
)

Febbario 2008 -
Il Kosovo dichiarerà unilateralmente
l'indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio. I l
primo ministro kosovaro, Hashim Thaci lo ha
annunciato qualche giorno fa (8 febbraio)
invitando i serbi confinati nelle enclavi
superstiti della provincia a maggioranza
albanese a "restare".
L'evento viene pompato mediaticamente come una
vittoria della democrazia e il giusto anelito
al'auto-determinazione della componente
kosovaro-albanese della regione. In pochi
sembrano interrogarsi sugli spiragli di crisi
che questa mossa rischia d'innescare. Il Kosovo
è oggi uno dei nervi sensibili su cui va
riconfigurandosi una nuva "guerra fredda"
post-sovietica.
Le recenti dichiarazioni di Putin sul rilancio
di una "nuova corsa agli armamenti" devono
essere lette anche come risposta alle
macchinazioni che gli Usa stanno tramando sulla
provincia balcanica
Sull´evento aleggia infatti il pressing degli
Usa sull'Ue, soprattutto dopo la pubblicazione
del «Dossier Kosovo», che rivela come la
Slovenia, che detiene al momento la presidenza
di turno dell'Ue, avrebbe "preso ordini" da
Washington. Proprio il macchiavellismo con cui
si delega a un ex-paese yugoslavo di proclamare
l'indipendenza di un'altra provincia della ex
confederazione è indice della vista a corto
raggio di una politica imperiale del dividi
et impera
che rischia di ripetere, quasi alla lettera, i
vari passaggi che, negli ultimi 15 anni, hanno
portato alla distruzione della Yugoslavia.
Forse, è proprio quello che si vuole...
Quello che è certo, è che né la Russia né la
Serbia staranno a guardare.
Secondo Giulietto Chiesa, la
mossa unilaterale è "una
provocazione ordita da Washington, contro la
Russia e contro l'Europa"
> Ascolta l'intervista
(colonna a lato)
>
«Per l'indipendenza di Pristina è pronto il
"Piano di Lubjiana"» (di Giulietto Chiesa)
_________
Vedi anche:
«In Kosovo c'è solo odio» (Intervista a Peter
Handke)
«La verità è che tra gli albanesi kosovari non
c'è alcuna speranza»
>>
E’ la volta del Kosovo…
Il mondo ricorda
Thomas Sankara, ucciso 20 anni fa
(www.informationguerrilla.org )
11 Ott 2007 12:33
di Luca Cumbo
Thomas Sankara è stato
l’eroe della rivoluzione popolare che
nel 1983 cambiò i destini del Burkina
Faso, che da decenni vedeva accrescere
una miseria devastante sotto
l’alternarsi di colpi di Stato. In soli
quattro anni di governo, riuscì a
realizzare riforme sociali epocali
cambiando il volto del Paese, lasciando
un segnale indelebile nelle coscienze
politiche di tutti i popoli africani.
Dal 1896 protettorato
e poi colonia dell’Africa occidentale
francese, il Burkina Faso, col nome di
Alto Volta [la regione conteneva la
parte superiore del bacino idrografico
del Volta], dopo aver subito
smembramenti e riunificazioni, divenne
nel 1947 uno Stato a sé anche se dovette
aspettare il 1958 per inaugurare una
forma di autogoverno all’interno della
Communauté Franco-Africaine. Due anni
dopo ottenne la completa indipendenza.
Gli anni successivi furono segnati, come
accadde in quasi tutte le ex-colonie
europee in Africa, dalla cronica
instabilità politica e dal saccheggio
delle risorse pubbliche da parte della
corrotta classe dirigente.
Nel 1960 l’Alto Volta
era un Paese di sette milioni di
abitanti, di questi sei milioni erano
contadini; aveva un tasso di mortalità
infantile al 180 per 1000 e una
percentuale di analfabetismo del 98%
della popolazione; l’aspettativa di vita
era in media di soli 40 anni; c’era un
medico ogni cinquantamila abitanti.
L’Alto Volta era una nazione
letteralmente assediata dalla
desertificazione, dalla carestia e dal
crescente debito estero. Fino al 1983 è
stato uno dei Paesi più poveri del
mondo, anche per la forte carenza di
materie prime.
Eletto alla presidenza nel 1960, Maurice
Yaméogo instaurò un regime autoritario,
suscitando crescenti controversie. Nel
gennaio del 1966 le misure d’austerità
introdotte dal suo governo provocarono
le grandi proteste dei sindacati e dei
movimenti d’opposizione: Yaméogo venne
costretto a dimettersi. Sangoulé
Lamizana divenne il nuovo leader
promulgando una Costituzione con
aperture democratiche. Per risanare le
finanze statati devastate, adottò una
politica economica estremamente severa e
rigida. Gli effetti della grave carestia
e del conflitto armato con il Mali per
il controllo dei giacimenti minerari
nella Striscia di Agacher, la povertà
estrema delle zone rurali, l’economia in
mano ai poteri neocoloniali, la
corruzione dilagante, le lotte per
accaparrarsi scampoli di potere, uniti
all’aumento dei prezzi e al blocco dei
salari scatenarono nuove forti proteste
di massa e determinarono una prolungata
instabilità politico-istituzionale
perdurata fino ai primi anni Ottanta
finché, nell’agosto del 1983, la
ribellione di un gruppo di militari, che
si autodefinivano “rivoluzionari”, portò
al potere Thomas Sankara: «Non posso
contribuire a servire gli interessi di
una minoranza» disse. «Non è giusto che
qualcuno muoia di fame e privazioni
mentre qualcun altro può permettersi di
sprecare o gozzovigliare». E ancora:
«Crediamo che il mondo sia diviso in due
classi antagoniste: gli sfruttati e gli
sfruttatori; Non possiamo esimerci dalla
ricerca a oltranza della giustizia
sociale». Iniziava così la rivoluzione
burkinabé. Sankara ed il suo Consiglio
nazionale rivoluzionario miravano a un
cambiamento radicale della società. Si
aprì nel Paese un’originalissima fase
politica osservata con interesse da più
parti; venne inaugurata una campagna di
moralizzazione della pubblica
amministrazione e una politica economica
attenta alle esigenze delle popolazioni
rurali, la stragrande maggioranza
[misera] della nazione. Nell’agosto
1984, per primo anniversario della presa
del potere, il nuovo corso fu
sottolineato anche simbolicamente
cambiando la denominazione da Alto
Volta, d’eredità coloniale, in Burkina
Faso che significa più o meno «Paese
degli uomini liberi ed integri».
Il programma di
governo era davvero rivoluzionario per
un Paese africano: in meno di tre
settimane il 60% dei bambini del Paese
fu vaccinato contro la meningite e la
malaria. Ovunque Sankara fece costruite
nuove scuole, presidi sanitari,
magazzini per conservare i raccolti in
vista della razionalizzazione della
produzione agricola. Per la
realizzazione di queste opere, e per
farlo nel più breve tempo possibile,
Sankara puntò al coinvolgimento diretto
della popolazione. Molta gente si
offriva volontaria per realizzare le
opere della rivoluzione, ad altri
invece, come i capi-villaggio, fu
imposto di seguire corsi di formazione
per infermieri di primo soccorso, perché
potessero essere utili agli altri
abitanti, rompendo quindi gli schemi
culturali di tipo feudale che
permettevano, fino ad allora, ai
capi-villaggio di comportarsi come
signorotti locali per sfruttare i
contadini. Sul piano sociale e culturale
Sankara creò una frattura netta col
passato. In questo modo Sankara si era
procurato diversi nemici all’interno del
suo stesso Paese. Pur godendo
dell’appoggio delle masse, entrò sempre
più in contrasto con alcuni gruppi di
potere molto influenti come i
proprietari terrieri, i capi
tradizionali. Per la campagna di
alfabetizzazione rapida delle enormi
zone rurali furono imposti periodi di
lavoro comunitario agli studenti
universitari, impiegati oltre che nella
campagna della vaccinazione di massa
contro le malattie infantili, nella
costruzione di opere pubbliche, nella
creazione e sviluppo di cooperative
agricole [anche i funzionari statali
avevano l’obbligo periodico di
partecipare a queste campagne]. Nel 1986
il Burkina Faso raggiunse
l’autosufficienza alimentare.
Fu ridotto lo
stipendio dei militari, dei dirigenti
pubblici e del governo stesso imponendo
una radicale politica di austerità e
oculatezza a tutti i funzionari
pubblici. Thomas Sankara scelse di
vivere sulla propria pelle il modello di
vita proposto alla sua gente: «Non
possiamo essere la classe dirigente
ricca di un Paese povero» amava ripetere
spesso. Rifiutava di stare al di sopra
delle possibilità della gente comune;
fece vendere le auto blu ministeriali,
sostituendole con semplici utilitarie,
guidava personalmente una Renault 5 o
usava una bicicletta. La denuncia
pubblica e il licenziamento dei
funzionari statali colpevoli di
corruzione era la via praticata da
Thomas Sankara che scelse di ridurre
drasticamente le spese
dell’amministrazione statale, fino ad
allora fonte di sperpero del 70% del
bilancio totale.
Il grande obiettivo
della rivoluzione era far raggiungere al
Paese l’autosufficienza alimentare.
A New York, durante la 39ª sessione
dell’Assemblea generale delle Nazioni
Unite, Sankara affermò che in «un mondo
dove l’umanità è trasformata in circo,
lacerata da lotte fra i grandi e i meno
grandi, attaccata da bande armate e
sottoposta a violenze e saccheggi […]
dove le nazioni agiscono sottraendosi
alla giurisdizione internazionale,
armando gruppi di banditi che vivono di
ruberie e di altri sordidi traffici», la
priorità dei suoi programmi era quella
di restituire la dignità al suo popolo,
strangolato da vecchi e nuovi
colonialismi; egli ricercava la
“felicità” diffusa, intendendo per essa
qualcosa di realmente concreto: pasti
due volte al giorno e almeno dieci litri
d’acqua potabile tutti i giorni per ogni
persona. Si investì nello scavo di pozzi
e nella costruzione di piccole dighe, fu
fornito aiuto economico e tecnico alla
popolazione rurale. Furono favorite
politiche ambientali di salvaguardia del
territorio e di riforestazione, contro
l’avanzare del deserto e a favore di una
agricoltura di sussistenza, non di
depauperamento del territorio a causa di
uno sfruttamento intensivo. «La
distruzione impunita della natura
continua. Noi non siamo contro il
progresso, semplicemente chiediamo che
esso non significhi anarchia criminale e
disprezzo per i diritti degli altri
Paesi». Il pane veniva fatto mischiando
la farina di miglio a quella di mais
perché altrimenti costava troppo e
doveva essere importato con pesanti
ricadute sul debito.
Mangiare quel che si produceva e vestire
con tessuti locali erano due importanti
conquiste volte a garantire la
sussistenza a tutto il popolo del
Burkina Faso, evitare il più possibile
importazioni straniere che incidevano
negativamente non solo sul debito
pubblico: «Dobbiamo accettare di vivere
all’africana, perché è il solo modo di
vivere liberamente, il solo modo di
vivere degnamente».
«Il nostro Paese produce cibo
sufficiente per nutrire tutti i
burkinabè. Ma, a causa della nostra
disorganizzazione, siamo obbligati a
tendere la mano per ricevere aiuti
alimentari, che sono un ostacolo e che
introducono nelle nostre menti le
abitudini del mendicante. Molta gente
chiede dove sia l’imperialismo: guardate
nei piatti in cui mangiate. I chicchi di
riso importato, il mais, ecco
l’imperialismo. Non c’è bisogno di
guardare oltre».
Sankara rifiutava
decisamente gli aiuti internazionali e
le politiche di “aggiustamento” indicate
dal famigerato Fondo monetario
internazionale, più o meno le stesse che
in tempi recenti hanno portato
l’Argentina sull’orlo del baratro:
«L’Africa si salverà da sola. Tutto ciò
di cui abbiamo bisogno sta nella nostra
terra e nelle nostre mani». Bisogna
«restituire l’Africa agli africani»
poiché «dopo essere stati schiavi, siamo
ora schiavi finanziari. Dobbiamo avere
il coraggio di dire ai nostri creditori:
siete voi ad avere ancora dei debiti,
tutto il sangue preso all’Africa».
L’attacco frontale al sistema di
condizionamento politico ed economico
che stava dietro gli aiuti
internazionali spinse Sankara ad
affermare: «Quelli che ci hanno prestato
il denaro sono gli stessi che ci hanno
colonizzato, sono gli stessi che hanno
gestito per tanto tempo i nostri Stati e
le nostre economie. Loro hanno
indebitato l’Africa. Noi siamo estranei
alla creazione di questo debito e dunque
non dobbiamo pagarlo».
Fu avviata allora una
grande campagna contro il debito estero
dei Paesi africani. Nel 1983 il debito
estero del Burkina Faso era il 40% del
Pil (Prodotto interno lordo): «Il debito
nella sua forma attuale è la riconquista
coloniale, il debito non può essere
rimborsato, quello che il Fondo
monetario internazionale chiede lo
abbiamo già fatto». Sankara attuò il
risanamento dei conti pubblici come
chiesto dal Fmi senza seguire però le
loro “ricette”, si rifiutò infatti di
tagliare le spese per lo Stato sociale,
riducendo invece quelle per l’apparato
burocratico e quelle militari: «Potete
citarmi un solo caso in cui il Fmi e il
suo aiuto non abbiano prodotti effetti
negativi? Ci è sembrato di capire che
quello che il Fmi cerca va ben al di là
di un controllo sulla gestione: è un
controllo politico». Un controllo
politico che ha l’imperialismo
occidentale come mandante.
«L’imperialismo è un
sistema di sfruttamento che non si
presenta solo nella forma brutale di
coloro che vengono con dei cannoni a
conquistare un territorio, imperialismo
è più spesso ciò che si manifesta in
forme più sottili, un prestito, un aiuto
alimentare, un ricatto. Noi stiamo
combattendo il sistema che consente ad
un pugno di uomini sulla terra di
comandare tutta l’umanità». Il debito
estero era visto da Sankara quindi come
una forma di usura internazionale
legalizzata, il grimaldello delle
potenze economiche per scassinare i
forzieri africani: «È il nostro sangue
che ha nutrito le radici del
capitalismo, provocando la nostra
attuale dipendenza e consolidando il
nostro sottosviluppo».
A complicare i
rapporti con le potenze occidentali
erano anche le “scandalose amicizie” di
Sankara con Fidel Castro e con il leader
del Frelimo [il Fronte di liberazione
del Mozambico] Samora Machel e
presidente del Mozambico, morto in un
incidente aereo, in circostanze poco
chiare, il 19 ottobre 1986. Il sostegno
esplicito alle lotte dell’America
latina, a fianco dei palestinesi e la
condanna di ogni imperialismo [compreso
quello sovietico] portò all’adesione, in
politica internazionale, al movimento
dei Paesi non allineati. Forti contrasti
si erano creati con alcuni Paesi
occidentali, specialmente con la Francia
e gli Stati Uniti, rispetto ai quali il
Burkina Faso era stato per decenni in
una posizione di servitù politica ed
economica.
Nella realizzazione
del programma rivoluzionario di Sankara
il coinvolgimento di tutto il popolo era
fondamentale: «La nostra rivoluzione è e
deve essere l’azione collettiva di
rivoluzionari per trasformare la realtà
e migliorare concretamente la situazione
delle masse del nostro Paese»; le donne
in particolare rivestivano un ruolo
importante e raro per un Paese africano:
«Se la rivoluzione perde la lotta per la
liberazione della donna, avrà perso il
diritto a una trasformazione positiva
della società». Il divorzio divenne un
diritto che poteva essere chiesto dalla
donna anche senza il consenso del
marito; fu favorita la partecipazione
attiva e produttiva delle donne alla
vita politica della società. «Il peso
delle tradizioni secolari della nostra
società ha relegato le donne al rango di
bestie da soma. Le donne subiscono due
volte le conseguenze nefaste della
società neo-coloniale: provano le stesse
sofferenze degli uomini e, inoltre, sono
sottoposte dagli uomini ad ulteriori
sofferenze. La nostra rivoluzione si
rivolge a tutti gli oppressi e gli
sfruttati e quindi si rivolge anche alle
donne».
Il controllo dello
Stato sulla cooperazione internazionale,
veniva effettuato in maniera capillare
in modo da evitare la creazione di
condizioni tali da trasformare gli aiuti
umanitari in aiuti inutili o quasi
“imposti”, come una sorta di «protezione
di stampo mafioso», per dirla come Luigi
Cavallaro ne
Il modello mafioso e la società globale
[Manifestolibri, Roma, 2004], che rende
di fatto schiavi delle grandi potenze
finanziarie e militari. «L’imperialismo,
attraverso le multinazionali, il grande
capitale e la potenza economica è un
mostro senza pietà, dotato di artigli,
corna e denti velenosi. E’ spietato e
senza cuore». Le grandi potenze «ci
rimandano in un mondo di schiavitù in
abiti moderni»; bisogna ricercare solo
«l’aiuto che aiuta a far velocemente a
meno dell’aiuto» e non quello che serve
alle imprese del ricco Nord del mondo e
a presunti esperti pagati con cifre da
capogiro. «Con lo stipendio di un
dipendente della Fao [Food and
agricolture organization, struttura
delle Nazioni Unite per l’alimentazione
e l’agricoltura] possiamo costruire una
scuola […] Non c’è salvezza per il
nostro popolo se non voltiamo
completamente le spalle a tutti i
modelli che ciarlatani di tutti i tipi
hanno cercato di venderci per vent’anni.
Non ci sarà salvezza per noi al di fuori
da questo rifiuto, né sviluppo fuori da
una tale rottura».
Non tutte le campagne
ebbero il tempo di dare i propri frutti,
del resto quattro anni sono pochissimi
rispetto a decenni di sfruttamento e
devastazione, tuttavia va ricordato che
durante gli anni della rivoluzione il
Burkina Faso intraprese una via che
sembrò davvero andare nella direzione di
vera alternativa alla miseria e alla
dominazione straniera culturale ed
economica.
L’esperimento
rivoluzionario, unico di questo tipo in
Africa, terminò il 15 ottobre 1987
quando un altro colpo di Stato pose fine
alla vita di Thomas Sankara. A guidare
il golpe fu un vecchio compagno di lotta
di Sankara, Blaise Compaoré, che da
quella data è presidente del Burkina
Faso.
Il nuovo presidente
disse che la morte di Sankara fu un
«incidente», così come un «intoppo
temporaneo» venne considerato il vecchio
programma rivoluzionario che necessitava
di presunti aggiustamenti. Molte delle
riforme portate avanti nel passato
quadriennio furono cancellate, si
attuarono privatizzazioni, si seguirono
con rigorosa precisione i “consigli” del
Fmi; non mancarono ovviamente le
epurazioni, gli arresti indiscriminati e
si tentò in ogni modo di cancellare ogni
traccia e memoria della rivoluzione.
Oggi il Burkina Faso è
ai primi posti nella classifica dei
Paesi più poveri del mondo. Un paese
globalizzato, aperto al libero mercato e
quindi alle multinazionali
agroalimentari degli Ogm [organismi
geneticamente modificati], l’acqua
potabile per tutti non è più un diritto
e la gente ha ripreso a morire di fame.
L’economia nazionale è fondata
principalmente sugli aiuti esteri che,
come un cappio al collo, continuano a
ricattare il popolo intero. La parvenza
democratica del potere odierno tenta di
mascherare l’immensa miseria che si
aggrava anno dopo anno, mentre la classe
dominante si arricchisce sulla pelle del
popolo senza alcun ritegno. Il Burkina
Faso è tornato quindi a essere un Paese
africano “normale”, cioè poverissimo,
socialmente devastato. La corruzione
dilaga, gli sperperi dello Stato sono
tornati a crescere ai livelli, e anche
più, pre-rivoluzionari, così come il
debito estero è diventato stratosferico.
Nel 2004 il debito estero ha raggiunto i
tredici miliardi di dollari. A
completare il quadro ci ha pensato la
sempre maggiore diffusione dell’Aids che
colpisce il 4% della popolazione.
L’enorme tasso di disoccupazione provoca
un pesante fenomeno di emigrazione che
va a ingrossare i capitali delle mafie
trafficanti di uomini.
A 20 anni dalla sua
morte, in Italia sono stati promossi
seminari, convegni, spettacoli; la
sorella Odile è stata in questi giorni a
Roma, con la Carovana Sankara «Mèmoire
de braises et futurs Tom Sank 2007» per
raccontare l’opera rivoluzionaria del
presidente burkinabè, della sua eredità
anche per il movimento di emancipazione
femminile. La Carovana è partita da
Città del Messico l’8 settembre,
attraversando l’Italia, quindi giungerà
il 14 ottobre a Ouagadougou, capitale
del Burkina Faso, dove il Comitato
nazionale d’organizzazione
dell’anniversario ha preparato, dall’11
al 14 ottobre, il «Simposio
internazionale sul pensiero e l’azione
del presidente Thomas Sankara» [il
programma è su www.thomassankara.net].
L’incontro vedrà la folta partecipazione
di delegati provenienti da tutta
l’Africa, dall’America Latina e
dall’Europa.
La Campagna
internazionale giustizia per Sankara
negli ultimi anni ha promosso vari
procedimenti giuridici locali ed
internazionali per ottenere giustizia.
Un primo risultato si è avuto
nell’aprile 2006 quando il Comitato per
i diritti umani delle Nazioni Unite ha
condannato il Burkina Faso per il
fallimento dell’inchiesta sulla morte di
Sankara. Il presidente Compaoré da un
lato ha proposto una «Riconciliazione
nazionale» che non ha trovato supporto
nell’opposizione, dall’altro non ha
mancato di minacciare gli organizzatori
degli eventi in ricordo di Sankara.
Tutte le citazioni
di Sankara sono tratte dal discorso
tenuto a New York, il 4 ottobre 1984,
durante la 39ª sessione dell’Assemblea
generale delle Nazioni Unite, e dal
libro Thomas Sankara, I discorsi e le
idee, a cura di Marinella Correggia,
Edizioni Sankara, Roma, 2006.
Per saperne di più si consiglia anche “L’africa
di Thomas Sankara. Le idee non si
possono uccidere“, di Carlo
Batà, prefazione di Alex Zanotelli,Edizioni
Achab, Verona, 2003
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Povera Europa, le
piazze in fiamme
(la stampa)
Il governo dell’Islanda
vacilla sotto le pietre dei cortei. Ma
l’effetto domino si propaga a Riga,
Sofia, Vilnius
MARCO ZATTERIN
BRUXELLES
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200901articoli/40339g...
Non c’è il Quarto stato in piazza, si
contano sulle dita di una mano gli
operai fra i tanti che da giorni tirano
pietre, carta igienica, e - moda che
s’afferma - scarpe, contro i palazzi del
potere di Reykjavik. L’anima della
rivolta sono coloro che hanno perso la
ricchezza, non quelli che non l’hanno
mai avuta. L’Islanda era sino a due anni
fa regina in ogni classifica di sviluppo
e benessere, un Bengodi che cresceva
senza sosta. Poi c’è stata la crisi
finanziaria, la bancarotta
generalizzata, il prodotto interno lordo
previsto in flessione di 10 punti. Il
popolo della piccola tigre
dell’Atlantico del Nord, terra di
geyser, di banche e di Suv, teme di
perdere tutto e protesta sull’orlo di
una crisi di nervi. Da martedì i cortei
sfilano davanti all’Althing, il
parlamento islandese. Giovedì, per la
prima volta dal 1949, anno dell’adesione
alla Nato, sono intervenuti i reparti
antisommossa coi gas lacrimogeni per
disperdere la folla. Erano due-tremila
anime, ma sull’isola fredda fanno l’un
per cento della popolazione. Hanno
bersagliato con uova e lattine persino
l’auto del premier Geir Haarde, che ieri
ha annunciato elezioni anticipate per il
9 maggio. Vogliono che la politica si
rimbocchi le maniche, risolva la crisi,
allontani i corrotti.
La gente comune non si sente
colpevole della crisi e non intende
pagarne il prezzo. Tocca a deputati e
banchieri. Per questo è pronta a tutto.
Capita però che non siano i soli. E che
all’insofferenza islandese se ne
accompagni una diffusa nei Paesi del
Baltico, nell’Europa dell’Est e, madre
di tutte le recenti proteste, in Grecia.
Gli osservatori cominciano a segnalare
un’ondata circolare di disordini latenti
in numerosi stati. La diagnosi diffusa è
che la crisi economica provocherà presto
altri sommovimenti. «Può succedere quasi
dappertutto - ha detto alla Bbc il
direttore del Fondo monetario
internazionale, Dominique Strauss Kahn
-, può capitare da noi come nei Paesi
emergenti. Sinora abbiamo avuto scioperi
che sembrano normali, ma credo che la
situazione possa peggiorare in fretta».
E’ un quadro «molto, molto serio»,
stigmatizza il francese di Washington.
Ha motivo di essere preoccupato. Una
settimana fa se le sono date di santa
ragione a Sofia. Duemila persone si sono
raccolte davanti al parlamento bulgaro
spinte dal desiderio, dicevano gli
organizzatori, «di non essere più il
Paese più povero e corrotto dell’Ue».
Fianco a fianco hanno sfilato gli
agricoltori, preoccupati per il basso
valore dei loro prodotti, e gli
studenti, infuriati per la troppa
criminalità e insicurezza. Le forze
dell’ordine ci sono andate pesanti.
Botte e arresti. Gli analisti fanno
notare che il male bulgaro è una
questione di malcostume politico, non di
crisi economica, perché il Paese non è
in recessione (Pil 2009 previsto a
+1,8%). L’insofferenza è però abile a
colpire nel debole ogni volta che varca
un confine. Ed è contagiosa. Ne sa
qualcosa il governo lettone. A Riga si
sono avuti i disordini più violenti
dalla caduta della Cortina di ferro. Un
corteo di 10 mila persone ha sfidato
apertamente la polizia per chiedere
un’azione di rilancio economico al
governo. Quest’anno la crescita nello
Stato baltico sarà negativa di 7 punti e
la disoccupazione raddoppierà al 10%.
«E’ crollata la fiducia nelle
istituzioni», concede il presidente
Valdis Zatlers, ormai rassegnato a
spingere per le elezioni anticipate.
Pochi giorni prima la capitale lituana
Vilnius è stata teatro di uno spettacolo
simile: manifestanti che lanciano uova e
pietre, polizia in assetto antisommossa,
lacrimogeni. «Sono segnali seri e non
ancora gravi - spiega una fonte
diplomatica di Bruxelles -. Il problema
è se la scintilla dovesse reinnescarsi
nei grandi Paesi, anzitutto in Grecia».
E l’Italia? «E’ tranquilla, per il
momento». Ad Atene, in effetti, i
sindacati minacciano nuovi scioperi
«probabili» dopo l’ondata di violenza di
dicembre. Gli economisti stimano che il
barometro della tensione si muoverà in
parallelo con l’andamento della
disoccupazione. Vuol dire che Francia,
Spagna e Irlanda sono sul livello di
guardia. «C’è una crescente convinzione
che le autorità pubbliche hanno perso il
controllo della situazione», puntualizza
Robert Wade, un economista della London
School of Economics. Occorre una sana
iniezione di fiducia nel momento in cui
la crisi picchia più duro. «In caso
contrario - si sottolinea a Bruxelles -
sarà la piazza a parlare. Con
conseguenza realmente difficili da
prevedere».
|
La via d’uscita
alle dismissioni: licenziare il
padrone!
di Naomi
Klein e Avi Lewis
Mercoledì 27 ma
Nel 2004,
abbiamo realizzato un
documentario "The Take - La
presa" sul movimento argentino
delle fabbriche occupate e
autogestite dai lavoratori. D’un
tratto, nel 2001, l’Argentina si
risvegliò nel pieno di un
drammatico disastro economico e
migliaia di lavoratori entrarono
nelle fabbriche abbandonate e le
rimisero in funzione
organizzandosi in cooperative.
Abbandonati da padroni e
politici, gli operai riuscirono
allora a recuperare stipendi non
retribuiti e liquidazioni. E
insieme, nel rivendicare i
propri diritti, non hanno mai
smesso di pretendere il proprio
posto di lavoro.
Nel promuovere
il nostro lavoro in Europa e in
Nord America, ogni dibattito
terminava con la domanda: «tutto
quello che è successo in
Argentina, come potrebbe mai
accadere qui?»
Oggi che
l’economica mondiale assomiglia
incredibilmente a quella
argentina del 2001 (e molte
delle cause sono le medesime)
tra i lavoratori dei paesi
ricchi si sta sviluppando una
nuova ondata di mobilitazione. E
di nuovo le cooperative
diventano una concreta
alternativa ai continui
licenziamenti. I lavoratori
statunitensi e europei iniziano
a porsi la stessa domanda che si
sono posti i colleghi
latino-americani: «perché ci
devono licenziare? Perché non
possiamo noi licenziare i
padroni? Perché le banche
possono mandare in fallimento la
nostra azienda pur prendendosi
milioni di dollari che sono di
fatto soldi nostri?».
Domani notte (il
15 maggio) alla Cooper Union di
New York parteciperemo a un
confronto pubblico - «Licenziare
il padrone: il controllo dei
lavoratori come soluzione da
Buenos Aires a Chicago» - che
affronta questo fenomeno.
Con noi ci
saranno esponenti del movimento
argentino e lavoratori in lotta
della Republic Window and Doors
di Chicago (il 4 dicembre 2008
l’azienda produttrice di porte e
finestre più importante degli
Usa ha annunciato che in 3
giorni avrebbe lasciato a casa
300 dipendenti, i lavoratori
hanno occupato la fabbrica, ndt).
Dar voce a
quanti cercano di ricostruire
economie dal basso, e che hanno
bisogno di sostegno pubblico,
politico e governativo, è
secondo noi il modo migliore per
affrontare la questione. Per chi
non riuscisse a esserci domani,
qui di seguito una sintesi degli
sviluppi in mondo di questo
fenomeno, ossia dei lavoratori
che riprendono il controllo
della situazione.
Argentina:
In Argentina, prima fonte di
ispirazione per molte azioni
attuali dei lavoratori, ci sono
state più occupazioni negli
ultimi quattro mesi che nei
precedenti quattro anni. Un
esempio:
Arrufat, ditta produttrice di
cioccolato con 50 anni di
storia, è stata chiusa senza
preavviso alla fine dell’anno
scorso. Trenta operai hanno
occupato la fabbrica e
nonostante una quantità enorme
di debiti contratta dalla
proprietà sono riusciti a
produrre cioccolatini alla luce
del giorno usando generatori.
Con un prestito
inferiore ai 5 mila dollari
elargito da The Working World,
una ong che si occupa di
finanziamenti creata da un
ammiratore di The Take, gli
operai sono riusciti a produrre
17 mila uova pasquali. Hanno
guadagnato 75 mila dollari, di
cui mille sono andati a ciascun
lavoratore e il rimanente è
stato messo da parte per le
produzioni future.
Gran Bretagna:
Visteon è una fabbrica
manifatturiera che produce
ricambi d’auto e che è stata
tagliata fuori dalla Ford nel
2000. Nell’aprile 2009, a
centinaia di lavoratori è stato
comunicato il licenziamento con
decorrenza immediata. E duecento
di loro a Belfast sono saliti
sul tetto della fabbrica, altri
duecento a Enfield (Londra) li
hanno seguiti il giorno
seguente.
Nelle settimane successive
Visteon ha aumentato il fondo di
liquidazione di dieci volte
dall’offerta iniziale, ma
l’impresa si rifiuta di
depositare il denaro nel conti
correnti degli operai fintanto
che la vertenza continua. Ma i
lavoratori non mollano.
Irlanda:
Una fabbrica dove si producono i
leggendari cristalli Waterfront
è stata a inizio anno occupata
per sette settimane. A scatenare
l’occupazione, l’amministrazione
straordinaria per liquidazione
attività della casa madre
Waterfront Wedgewood, dopo
l’acquisizione da parte di
un’impresa statunitense.
I compratori americani oggi
hanno trasferito 10 milioni di
euro in un fondo di liquidazione
e le trattative per mantenere
alcuni posti di lavoro
proseguono.
Canada:
Dal fallimento dell’azienda
d’automobili Big Three ci sono
state quattro occupazioni. Gli
operai canadesi dall’inizio del
2009 si sono mobilitati contro
la chiusura e la perdita dei
propri diritti acquisiti. Sono
entrati in occupazione per
evitare che i macchinari fossero
portati via e hanno usato questo
mezzo per obbligare l’impresa a
sedersi attorno a un tavolo a
trattare. Che poi è quello che
hanno fatto i lavoratori in
Argentina.
Francia:
In Francia c’è stata un’ondata
di «sequestri di padroni»
quest’anno. I lavoratori
arrabbiati hanno trattenuto i
padroni nelle fabbriche a
rischio chiusura. E’ successo
alla Caterpilla, alla 3M, alla
Sony e alla Hewlett Packard.
Ai dirigenti di
3M gli operai hanno offerto un
pasto di cozze e patatine fritte
(specialità belga, ndt) durante
la loro permanenza notturna.
In Francia poi
un film satirico, «Louise-Michel»,
ha avuto grande risonanza
mediatica e di pubblico. Nella
commedia un gruppo di
lavoratrice assume un killer per
uccidere il proprio padrone
perché ha chiuso la fabbrica
senza preavviso.
Un sindacalista
a marzo ha quindi dichiarato,
«chi semina misera raccoglie
furia. Violenti sono quelli che
taglia posti di lavoro, non chi
li difendono».
Questa
settimana, mille metalmeccanici
hanno interrotto i lavori
societari della ArcelorMittal,
la più grande produttrice
d’acciaio nel mondo. Hanno
invaso il quartier generale
della società nel Lussemburgo,
sfondando cancelli, rompendo
finestre e scontrandosi con la
polizia.
Polonia:
Sempre questa settimana, nel sud
della Polonia, migliaia di
lavoratori si sono barricati
negli uffici amministrativi
della più importante compagnia
carbonifera europea in protesta
contro i tagli negli stipendi.
Usa:
Qui c’è la storia ormai
leggendaria della Republic
Windows and Doors.
Duecentosessanta lavoratori
hanno occupato la fabbrica per
sei giorni che hanno scosso
Chigaco a dicembre. Con una
sagace campagna contro il
maggior creditore dell’azienda,
niente po’ po’ di meno della
Banca d’America («A voi hanno
aiutato, voi ci mettete in
vendita!», il loro slogan) e con
un’incredibile solidarietà
internazionale, i lavoratori
hanno ottenuto la liquidazione
che spettava loro. E c’è di più:
la fabbrica ora riapre con nuovi
proprietari e con la produzione
di finestre eco-compatibili
tutti i lavoratori sono stati
riassunti allo stesso salario.
Questa stessa
settimana, l’esperienza di
Republic sta facendo scuola.
Hartmax è un’impresa con 122
anni di storia nella
realizzazione di vestiti da
uomo, compresi lo spezzato blu
che Barack Obama aveva addosso
la sera della sua elezione e lo
smoking e il soprabito della sua
serata inaugurale.
L’impresa è in
bancarotta. Il suo maggior
creditore è Wells Fargo, la
quarta banca d’America che ha
ottenuto un finanziamento
pubblico di 25 miliardi di
dollari per il suo salvataggio.
E mentre ci sono due offerte per
rilevare la società e mantenere
le produzioni, la Wells Fargo la
vuole liquidare. Lunedì 650
lavoratori hanno votato per
l’occupazione della fabbrica di
Chicago in caso la banca non
faccia dietrofront.
E non è che l’inizio...
Articolo
pubblicato sul sito
www.naomiklein.org
(14.05.09)
In spagnolo su
www.rebelion.org
Traduzione di
Gloria Bertasi.
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Un'intervista con Michael
Hardt
Il ritorno dell'Impero
e le lotte per il comune
Il G.8 e Obama, le moltitudini e la
crisi: che cosa è cambiato? Che cosa
cambierà?
21 / 7 / 2009
intervista a cura di Giuliano
Santoro
Michael Hardt ha 49 anni e
insegna alla Duke University, nel
North Carolina. Lo intervistiamo
mentre a dato alle stampe «Commonwealth»,
il terzo capitolo dell'opera che ha
cominciato nel 2000 insieme a Toni
Negri con «Impero» [pubblicato in
Italia nell'autunno del 2001, solo
qualche settimana dopo il luglio del
G8 genovese] e che è proseguita con
«Moltitudine». Adesso il G8 torna in
Italia ed è un'occasione per
discutere del «nuovo ordine
mondiale» e dei cambiamenti di
questi anni.
«Tutto ciò che avevamo visto nel
periodo del movimento di Genova e di
quello globale, cioè la costruzione
di un nuovo ordine mondiale con
nuove forme di organizzazione
reticolare, oggi funziona a pieno
regime – ci dice Michael - In questi
anni, dopo Genova e l'11 settembre,
ci sono stati momenti in cui poteva
sembrare che gli Stati uniti erano
davvero capaci di gestire il mondo
secondo lo schema dell'imperialismo,
in maniera unilaterale. La guerra in
Iraq, ad esempio, era concepita
dagli architetti della Casa bianca
come una dimostrazione
dell'esistenza di un ordine mondiale
che andava contro l'ipotesi che
avevamo descritto con Toni in
'Impero' e che aveva descritto il
movimento in generale. Volevamo
sottolineare che il nemico non era
più uno stato-nazione. Ci opponevamo
invece a tanti stati più le
istituzioni sovranazionali come il
Fondo monetario internazionale o il
G8, oltre ovviamente ai grandi
capitalisti. Si trattava di una rete
di collaborazione in formazione, con
diversi poteri di diversi tipi e con
diverse gerarchie tra loro. Il
fallimento dell'operazione
unilateralista di George W.Bush non
è solo militare. È anche economico e
politico. È stato il fallimento
dell'imperalismo. Per questo non ci
troviamo allo stesso punto di otto
anni fa, ma abbiamo la stessa
necessità di capire il nuovo ordine
in formazione, che corrisponde
all'Impero. Il termine non m'importa
molto, m'interessa il concetto. Mi
interessa capire i lineamenti e la
forma di questo nuovo potere. Il
nostro compito, quindi, è ancora
quello degli anni di Genova.
Dobbiamo capire qual è il nostro
nemico, analizzare il potere che si
sta formando, trovare i modi per
confrontarci con esso e gestire una
resistenza efficace. Scrivendo
'Impero' ritenevamo che
l'antiamericanismo tradizionale non
fosse più adeguato al livello delle
dominazioni mondiali. Questo fatto
oggi è evidente a tutti».
Quando uscì «Impero» dovreste
confrontarvi con due critiche,
soprattutto. La prima proveniva dai
marxisti più ortodossi, che vi
accusavano di negare l'esistenza
dell'imperialismo tradizionale. La
seconda, molto più acuta, sosteneva
che la vostra teoria rischiava di
cadere, come aveva fatto il marxismo
storicista, in una concezione
lineare e progressiva del tempo.
Rischiavate di ripetere lo schema
secondo cui l'accumularsi delle
contraddizioni cresce col tempo e
porta necessariamente il capitalismo
al collasso. Negli anni successivi
avete sventato questa trappola
teorica incrociando i vostri studi
con i pensatori del sud del mondo e
con l'archivio degli studi
postcoloniali.
Le lotte anticoloniali e gli
studi postcoloniali hanno il merito
di analizzare il potere che viene
dopo il colonialismo ma mantiene
ancora forme di dominazione molto
forti. Riconosco il pericolo di
cadere in una nozione del progresso
automatica, secondo cui il capitale
stesso automaticamente sviluppa
alternative economiche e sociali. La
storia non è progressiva, è un misto
di diversi tempi. Penso però che
bisogna mantenere un'idea di
progresso come esito delle lotte.
Abbiamo una tradizione di lotte per
la libertà, per la democrazia, per
l'uguaglianza. Non stiamo parlando
di una teleologia astratta, della
«marcia di libertà della storia»,
come diceva Hegel, che si sviluppa
oggettivamente. Tuttavia, dobbiamo
riconoscere una marcia di libertà
che viene da un'accumulazione di
lotte, che costruiscono una specie
di teleologia materiale.
Ma la coesistenza di più
«tempi storici» e più «modi di
produzione» dentro la
globalizzazione e persino dentro lo
stesso territorio di cui parlano i
teorici postcoloniali ci evita di
cadere in semplificazioni e
schematismi.
Il concetto di «moltitudine» che
preferisco è proprio quello che
sottolinea l'eterogeneità di cui
parli. Non si tratta solo di
etereogenità sociale, cioè di
diversi soggetti sociali che hanno
diversi bisogni, ma anche di
eterogeneità di tempi e di
obiettivi. Per questo la lotta per
la libertà non è unica e non pone il
soggetto unificato. Non c'è una
sintesi di tutte le lotte. Credo che
questa eterogeneità di soggettività
sia importante. L'Impero da questo
punto di vista è più una domanda che
una risposta. Lo stesso per la
moltitudine. Come si fa a concepire
in questa eterogeneità di
soggettività di tempi e di società,
un modo di lottare comune, in cui
partecipiamo insieme? È la sfida che
abbiamo imparato in questi anni sia
dagli studi postcoloniali che,
almeno per me negli Usa, dagli studi
che arrivano dagli afroamericani e
dalle femministe.
In questi anni è cambiata la
situazione sociale italiana ed
europea. Essa fornisce indicazioni
sul fatto che non necessariamente
questo soggetto multiplo che voi
chiamate moltitudine produca effetti
positivi? L'ossessione per la
«sicurezza» non indica il fatto che
una società irrappresentabile in
senso tradizionale a causa delle sue
ricchezze e delle sue differenze non
si riconosca automaticamente in uno
spazio comune e possa produrre
gerarchie, razzismi, violenze?
La moltitudine non è solo un
concetto empirico, come le masse o
la folla. Io e Toni cerchiamo di
capire il concetto di moltitudine
come organizzazione. Non bisogna
«essere moltitudine», bisogna «fare
moltitudine». Ciò che vogliamo
nominare per moltitudine è un modo
di organizzazione. Per questo sono
d'accordo con Paolo Virno quando
parla delle ambiguità della
moltitudine. La folla può produrre
cose mostruose, come sappiamo. Ma
noi guardiamo la cosa da un altro
punto di vista, non parliamo di un
processo spontaneo. Il nostro
concetto di moltitudine non ha nulla
a che fare con l'anarchia. La
moltitudine è una nuova forma di
organizzazione, e in questo mi sento
comunista, alternativa alla
tradizione che ci arriva dai
partiti. L'ambiguità della
moltitudine si combatte con nuove
forme di organizzazione politica.
Qui ci ricolleghiamo alla questione
precedente: pensare che il progresso
scaturisca automaticamente dalle
condizioni date è un po' come
pensare che da una moltitudine che
origina dalle nuove forme di lavoro
nascano spontaneamente effetti
positivi. È necessaria una buona
dose di allenamento politico per
«fare moltitudine».
Nel 2000 concludevate Impero
con tre punti per un programma
politico: il reddito di
cittadinanza, la libera circolazione
dei migranti e la riappropriazione
dei mezzi di produzione, che nel
caso della produzione intellettuale
era inteso come lotta al copyright.
Sono rivendicazioni ancora attuali?
Non erano intuizione nostre.
Raccoglievamo quello che sentivamo
dai movimenti e dalla gente che
avevamo attorno. Ci sembrava un buon
modo per concludere un libro
teorico. Un lettore poteva dire?
«Adesso cosa si può fare?». Tanti
giornalisti ci dicevano la stessa
cosa che dicevano ai movimenti:
«Questi non hanno nulla da proporrre
in pratica». E invece allora come
oggi c'erano tantissime proposte
ragionevoli. Anche dieci anni dopo,
quei punti indicano un campo di
lotta politica attuale che
corrisponde alle idee del libro.
Se ripensiamo al 2001,
l'altro cambiamento riguarda il
paese in cui vivi, gli Stati uniti.
Antiamericanista o no, il militante
di sinistra europeo aveva una certa
spocchia nei confronti dell'America.
Dalle ultime elezioni europee viene
fuori che il Vecchio Continente si
sposta a destra. E invece gli Usa di
Obama sono un laboratorio delle
nuove forme della politica. Tuttavia
i movimenti che hanno contribuito
alle'elezione di Obama, come quello
dei migranti, sono in crisi.
Non sono un sostenitore di Barack
Obama, ma credo che la sua
amministrazione stia facendo
un'operazione molto intelligente.
Stanno sperimentando una nuova
possibilità politica, anche se
nell'ambito tradizionale statale.
Come analista politico mi interessa.
Quanto ai movimenti, credo soffrano
una crisi di orientamento. Fare
politica nei movimenti contro Bush e
la guerra era facile. Adesso il
governo non è «nemico» allo stesso
modo. I movimenti sono vittime di
uno schema: o decidono di trattare
Obama come Bush, e quindi continuano
a fare quello che facevano prima, o
appoggiano il governo contro la
destra. Non hanno ancora scoperto
altre possibilità. In senso più
generale, la situazione è analoga a
quella che si vive in tanti paesi
con governi di sinistra dell'America
latina. Certamente, Obama non è di
sinistra alla maniera di Chavez o
Lula. Ma la situazione è simile per
il fatto che i movimenti non hanno
capito come attraversare
quest'empasse, l'alternativa tra
resistenza o appoggio. Per questo, i
movimenti statunitensi possono
imparare molto da movimenti
latinamericani. In Bolivia e Brasile
ci sono diversi esempi di movimenti
che vanno oltre l'empasse del
governo di sinistra. Questo non è un
momento di grandi numeri e grandi
attività per i movimenti
statunitensi, invece ci sarebbe la
possibilità di fare molte cose. Non
siamo più costretti a combattere le
idiozie di Bush come la tortura o
l'unilateralismo. Possiamo fare cose
molto più importanti e più belle.
Non bisogna per forza scegliere tra
resistenza e appoggio. Dobbiamo
trovare il modo di essere contro il
governo, ma in modo diverso
dall'epoca Bush.
Fino a che punto Obama è
cosciente del fatto che lui è frutto
della crisi della rappresentanza e
che deve molto ai movimenti?
Di sicuro nell'amministrazione Obama
ci sono molti esponenti che vengono
da una tradizione di lotte. I
latinos, la lunga storia delle lotte
afroamericane, persino i no global:
alcuni uomini della staff di Obama
non vengono dai quei movimenti ma
sicuramente dall'onda di quei
movimenti. Ovviamente questo non
significa che continuino il lavoro
di quei movimenti. Del resto,
nessuno pensa che Evo Morales in
Bolivia prosegua in maniera diretta
l'azione dei movimenti. Il punto è
scoprire come essere critici del
governo.
In autunno esce negli Stati
uniti il nuovo libro che hai scritto
con Toni Negri. Di cosa vi occupate
questa volta?
Il libro si intitola «Commonwealth»,
una parola che ha un doppio senso:
si riferisce sia alla ricchezza
comune che al governo della
tradizione inglese del Seicento. Non
so come potremmo rendere questo
gioco in italiano, forse con
«comune». È interessante che in
italiano questa parola indichi anche
il governo della città. Una delle
cose di cui parliamo è il rapporto
tra i due sensi del comune. Da un
lato c'è quello che potremmo
chiamare il «comune naturale», cioè
la terra e tutto ciò che gli
appartiene: acqua, terra e aria,
tutto ciò che abbiamo e dobbiamo
usare in comune. Questo è l'aspetto
ecologico del comune. L'altro senso,
di cui ci interessiamo di più, è il
comune creato dall'attività umana,
che è sempre più centrale nella
produzione capitalistica: la
produzione di idee, affetti,
immagini, comunicazione, conoscenza.
Ogni volta che questa sfera si fa
proprietà privata o statale diventa
meno produttiva. Ogni idea che
diventa proprietà è meno produttiva,
per questo la necessità del capitale
di convertire il comune in proprietà
distrugge la produttività stessa...
... ti interrompo solo per un
chiarimento terminologico, visto che
parli di «produzione». Dopo che i
movimenti di questi anni hanno
liberato dalle loro definizioni
liberali i concetti di «libertà» e
«democrazia» pensi sia il momento di
riappropriarsi anche di questa
parola?
Intanto voglio dire che [se ci
riusciamo, ma non è scontato]
dobbiamo liberare anche la parola
«comunismo». Quanto alla produzione,
per noi è centrale la produzione di
soggettività. Ma la produzione di
soggettività è centrale anche nella
produzione capitalistica. Il
capitalismo contemporaneo punta
soprattutto a produrre rapporti
sociali, affetti, idee. Sono
completamente d'accordo con chi dice
che si debba fermare la macchina che
distrugge la terra e la vita
sociale. Tuttavia, non so fino a che
punto la teoria della decrescita
riesca a tenere presente un concetto
di produzione non industriale e non
materiale.
Forse si tratta di
abbandonare le pretese di unità di
misura capitalistiche che ormai sono
del tutto arbitrarie, a cominciare
dalla pretesa di misurare il salario
in ore di lavoro e la ricchezza in
profitti. Quindi anche il concetto
di «crescita» arbitrario. La crisi,
in fondo è crisi dell'unità di
misura capitalistica e del suo
ultimo appiglio, la finanza. Il
capitale non riesce più a contenere
la vita.
Certamente. La vecchia misura
capitalistica non funziona più. Ma
il capitale è capace di trovare
nuove unità di misura? Penso di no.
Con la finanza abbiamo assistito a
modi allucinanti di misurare la vita
delle persone. Tuttavia, non penso
che si debba semplicemente fissare
una nuova unità di misura, magari
più umana. Dobbiamo concepire la
vita e il comune come qualcosa che
non ha misura, che non è misurabile.
Del resto, la crisi economica
ha mostrato quanto si intrecci il
tema dei biocombustibili, che
riguarda i beni comuni, con quello
della speculazione finanziaria, dei
mutui e delle assicurazioni, che
riguardano la monetizzazione del
comune, della vita e dei servizi.
La crisi impone questo confronto. È
importante capire quali sono i
rapporti tra le due facce del
comune, quello naturale e quello
artificiale, tra l'accesso all'acqua
e la libera circolazione delle idee.
Sono entrambi cruciali, e i legami
tra di essi vanno sviluppato. In
dicembre, a Copenaghen c'è il
vertice sul postKyoto per i
cambiamenti climatici. Quello
potrebbe essere il momento di
tessere meglio la relazione tra i
movimenti contro il cambiamento
climatico, che in generale non hanno
molto sviluppato la prospettiva
anticapitalistica, e quelli
anticapitalistici che non hanno
ancora elaborato una visione
ecologista. Il tema del comune è un
terreno su cui sviluppare questi
conflitti. Dobbiamo occuparci del
comune, di come governarlo senza
distruggerlo. Dobbiamo capire come
funziona il comune nella produzione
capitalistica, come fondare
istituzioni del comune, come
costruire una società fondata né
sulla proprietà privata né su quella
pubblica. Si tratta di sviluppare
una critica della proprietà, sia
pubblica che privata, come forma del
potere. Ciò che la proprietà privata
è per il capitalismo e quella
pubblica è per il socialismo, il
comune dovrebbe essere per una nuova
idea di comunismo.
4 luglio 2009 - da "Carta"
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