Viviamo un'epoca davvero travolgente. Il ritmo
della tragedia storica travolge ogni capacità di governo
ed ogni principio di universalità etica o politica.
Gruppi di criminali che posseggono aziende petrolifere o
corporation mediatiche hanno preso il potere sul pianeta
e lo trascinano verso la catastrofe. L'equilibrio
psichico delle nuove generazioni è lacerato
dall'esasperazione competitiva e dalla depressione. La
guerra e il terrore si alimentano reciprocamente. Il
suicidio diviene una scelta inevitabile per un numero
sempre più grande di giovani, non solo islamici.
Questo è l'attuale scenario del mondo, e i nostri neuroni
sono impegnati a trovare una via d'uscita o almeno una
linea di fuga.
Figuriamoci se ce ne può fregare di ravanare
nostalgicamente tra le foto in bianco e nero degli anni
'70.
Se andate a vedere il film di Guido Chiesa che si chiama
Lavorare con lentezza (è il titolo di una canzone di
Enzo del Re che andava in onda ogni mattina a Radio
Alice), non aspettatevi un film storico sul '77, o sulla
radio bolognese a cui Guido Chiesa ha già dedicato un
documentario di grande intensità.
Lavorare con lentezza non è un film storico, è un film
pazzoide. E' un film sulla potenza del paradosso, del
gioco di linguaggio, è un film sulla tenerezza
collettiva. Mentre sulla scena planetaria tutto accelera
spaventosamente, divorando il nostro tempo di vita per
trasformarlo in lavoro, consumo e guerra, questo film
lancia l'unico messaggio (politico? culturale? estetico?
terapeutico? che ne so) l'unico messaggio forse che oggi
possa avere qualche efficacia. Rilassiamo la tensione
muscolare, respiriamo profondamente, riduciamo il
consumo aumentiamo il godimento. Creiamo le condizioni
per sopravvivere fuori dal predominio dell'economia.
Lavorare con lentezza parla di oggi, parla di quello che
dovremmo fare. Parla del contagio che si dovrebbe
diffondere, oggi, nell'immaginario collettivo: il
contagio della lentezza. Il contagio della tenerezza.
Rallenta il ritmo, fregatene della gara, digli di andare a
farsi fottere, digli che tu non ci stai, non ci sei, non
ne vuoi neppure sentire parlare. Diserta. E' il partito
della diserzione generalizzata quello che viene chiamato
a raccolta da questo film. La sceneggiatura del resto
l'hanno scritta i Wu Ming che della diserzione hanno
fatto il loro programma politico-letterario, fino al
punto di disertare la loro stessa identità.
Quando ho visto questo film, un paio di mesi fa, mi ha
trasmesso un'energia folle, delirante. E' ciò di cui
abbiamo bisogno: smorfie e sberleffi per scongiurare
l'abisso.
Trovandomi a Barcellona per il mayday, ho avuto
l'occasione di assistere alla prima europea del film di
Avi Lewis e Naomi Klein, La Toma, che in spagnolo
significa l'occupazione, la presa di possesso...
Argentina, primi anni 2000. L'imposizione delle politiche
liberiste del FMI, e la politica di privatizzazione
mafiosa gestita dal presiidente Carlos Menem hanno
portato il paese al collasso. Il paese che un tempo
aveva creduto di aver raggiunto il benessere occidentale
si trovò rapidamente a sprofondare verso la miseria
generalizzata. I risparmiatori defraudati dei loro
risparmi, la disoccupazione dilagante, il debito
incontrollabile. Negli ultimi mesi del 2001 il
fallimento finanziario del paese divenne inarrestabile.
I principali responsabili, i dirigenti del FMI, iniziarono
a preoccuparsi, ma di una cosa soltanto: potrà
l'Argentina restituire i soldi che deve alle banche
internazionali?
Lo strumento locale della devastazione, Menem, che aveva
personalmente lucrato sulla svendita sottoprezzo del
patrimonio argentino alle multinazionali, si ripresentò
alle elezioni.
Ma nel frattempo stava succedendo qualcosa di nuovo nella
società. I lavoratori, gettati sul lastrico dalla
devastazione liberista, disoccupati perché i padroni
avevano lasciato il paese e chiuso le fabbriche,
cominciarono ad occupare gli stabilimenti abbandonati, e
cominciarono a riattivarli, per rimettere in moto una
dinamica produttiva, autogestita.
In alcuni casi, grazie a una legge del governo Peron, i
lavoratori riuscirono ad ottenere la proprietà degli
stabilimenti, in altri casi (come la Brockman,
un'industria tessile occupata ed autogestita da trecento
operaie) intervenne la polizia, su richiesta dei
proprietari, e sgomberò con la violenza i locali
occupati. Poi, dopo il primo turno delle elezioni, Menem
che aveva raggiunto una percentuale del 22%, si ritirò,
valutando che al ballottaggio non sarebbe riuscito a
vincere. Il nuovo eletto Nestor Kirchner, mostrò di
essere molto più capace e molto più determinato di
quanto molti avessero pensato. Le occupazioni vennero
per gran parte legalizzate, e l'autogestione si è
impadronita di una parte significativa dell'economia
argentina (si calcola che al momento attuale le
fabbriche autogestite siano tra le 150 e le 200). Il FMI
e le banche internazionali stanno cercando di ottenere
da Kirchner quello che Kirchner non gli può dare. Il
giudizio di Klein-Lewis sull'operato di Kirchner a
questo proposito non è del tutto positivo, ma gli viene
comunque riconosciuto il coraggio di tentare una
resistenza contro le leggi implacabili del mercato
finanziario globale.
Il film di Lewis-Klein racconta questa vicenda dal punto
di vista degli operai che decidono di occupare, e
ricostruisce le battaglie di strada e la battaglia
elettorale. Il colore teso, drammatico, l'emozione dei
volti e delle parole riesce a ricostruire in maniera
fortissima la tragedia a cui la dittatura globale del
profitto ha portato gran parte dell'umanità.
Ma la prospettiva che emerge dal film (che, ribadisco, è
comunque un bellissimo promo per il movimento
alterglobalista) rischia di essere un po' retro. La
pratica dell'autogestione operaia appare (ed è) una
pratica molto parziale, legata a forme di lavoro
protoindustriali, e comunque incapace di rompere il
dominio, che si fonda sui processi di controllo
finanziario globale.
Gli operai autogestionari, con tutto il loro carico di
umanità, di coscienza, di generosità, sono i
rappresentanti di una composizione sociale passata. Non
vediamo se non marginalmente comparire sulla scena i
piqueteros, le figure precarie che possono trovare una
dimensione politica soltanto in un processo che vada al
di là dei limiti industriali. La grana stessa del film,
con i suoi colori calienti allude ad una industrialità
un po' demode. Ma non vorrei che questa apparisse come
una critica malevola. Il film mi ha commosso, mi ha
convinto, e spero che si possa presto vederlo in Italia.
Tanto più che a noi che viviamo in questo paese il film ci
parla di quello che sta per succedere, qui. Ieri la
Parmalat oggi l'Alitalia, domani la Telecom, la FIAT, e
la lista è lunga.
Un gruppo di mafiosi ha lanciato la svendita del
patrimonio nazionale. La pratica delle privatizzazioni,
che ha già prodotto catastrofi sociali, non si è affatto
rallentata a o interrotta. Proprio ieri leggevo della
lotta che i dipendenti del trasporto pubblico stanno
conducendo contro la privatizzazione totale dei
trasporti cittadini.
Il nostro Carlos Menem nazionale, dopo avere rimpinguato
clamorosamente le casse delle sue molte aziende (a spese
dei suoi concorrenti, ma soprattutto a spese della
società), si prepara a trasformarsi nel nostro Juan
Peron. Quando, fra qualche mese, la situazione
precipiterà, vedremo probabilmente Berlusconi alla testa
delle truppe dei risparmiatori che protestano contro i
politici ladri e contro le banche, e contro il
permissivismo sociale, e gli immigrati, e contro gli
insegnanti e contro gli operai ed i drogati, accusando
le vittime di essere causa della disfatta. Le premesse
della guerra civile sono tutte ben disegnate nella
società italiana. E non c'è un Nestor Kirchner (per quel
che vale). Forse occorre cominciare a prepararsi ad una
lunga battaglia, che non sarà sempre pacifica, credo.Che
lo si voglia o no.
Fandango Doc
presenta
DIARIO DEL
SACCHEGGIO (MEMORIA DEL SAQUEO)
di Fernando Solanas
Orso d’oro alla carriera al Festival di Berlino
2004
Regia: Fernando E. Solanas Sceneggiatura, testi e voce fuori campo:
Fernando E. Solanas
Fotografia: Alejandro Fernàndez Moujàn, Fernando
E. Solanas
Montaggio: Juan C. Macìas, Fernando E. Solanas Assistente al montaggio: Sebastiàn
Mignona Musiche: Gerardo Gandini Suono: Jorge A. Kuschnir, Marcos
Dickinson, Eric Vaucher Ricerche Alcira Argumedo Montaggio del suono: Jurg Von Allmen,
Gaspar Scheuer
Missaggio: Bruno Tarrière
Navi ribelli
UN AVVINCENTE affresco
delle rivolte di schiavi, di marinai e di
portuali che accompagnarono la costituzione dello «Stato marittimo» britannico e che portarono alla formazione
di comunità «meticce» nell'America del Nord e nei
Caraibi. «I
ribellidell'Altlantico. La storia perduta di un'utopia libertaria» di
Peter Linebaugh e Marcus Rediker Una prospettiva analitica in cui viene negata la
«tirannia del nazionale» nell'affermazione del
capitalismo e
dell'impero inglese. Un insieme eterogeneo di
razze e generi che i funzionari della Regina inglese considerano un'«idra dalle molte teste» da
domare.
SANDRO MEZZADRA
Il 22 febbraio 1803 John MacNamara
salì sul patibolo a Londra, accusato di aver preso parte
a una vasta cospirazione per abbattere la monarchia
inglese e instaurare la repubblica. Si trovò accanto
Edward Marcus Despard, un ufficiale dell'esercito accusato di aver tirato le fila
quella cospirazione. Dopo un rapido sguardo rivolto al
boia, MacNamara si girò verso Despard e gli disse: «ho
paura, colonnello, che ci siamo cacciati in una brutta
situazione». Raccontano i giornali dell'epoca che Despard così gli rispose: «ce ne
sono di migliori, e qualcuna peggiore». Si girò poi
verso il boia, e al momento di infilare la testa nel
cappio gli disse: «fa molto freddo, credo che avremo
pioggia». Il colonnello Despard sapeva di che cosa
parlava: aveva imparato a leggere i segni del tempo in
lunghi anni di navigazione. In Giamaica, una
delle maggiori società schiaviste del mondo, e
poi in Nicaragua (dove aveva combattuto con Lord Nelson,
il futuro eroe di Trafalgar), e nel Belize, aveva visto
con i suoi occhi situazioni peggiori di quella in cui
egli stesso si era cacciato, finendo sul patibolo. Nato
e cresciuto nell'Irlanda devastata dalle carestie e dal
colonialismo inglese, Despard si era arruolato
giovanissimo nell'esercito, e aveva partecipato
all'epopea della costruzione dello «Stato
marittimo» britannico. Una biografia non certo
straordinaria, per l'epoca: ma con il passare del tempo,
lo sguardo del colonnello aveva cominciato a distrarsi
dai fasti dell'impero e dell'accumulazione capitalistica su scala
atlantica. Aveva cominciato a fissarsi su altre storie:
la resistenza degli schiavi e le comunità dei maroons
(gli schiavi fuggiaschi), la solidarietà tra i marinai e
le forme di organizzazione comunitaria degli indigeni.
Quando tornò a Londra, nel 1790, portò
con sé, oltre alla moglie Catherine, un'afroamericana,
la memoria dello sfruttamento e delle lotte all'interno del movimento
abolizionista, tra i lavoratori e i proletari che
avrebbero dovuto rappresentare la base del moto
insurrezionale del 1803. La portò anche sul patibolo,
dove proruppe nel vibrante appello alla libertà della «razza umana» che pronunciò prima dell'esecuzione, una vera e propria eresia in
anni in cui i confini dell'impero
stavano cominciando a essere cementati da ideologie
razziste. E infatti lo sceriffo lo interruppe
precipitosamente, mettendolo in guardia dall'usare «un
linguaggio così incendiario».
Quella del colonnello Despard è una delle tante storie che si possono leggere nel
formidabile libro di Peter Linebaugh e Marcus Rediker,
I ribellidell'Atlantico. La storia perduta di un'utopia libertaria,
che fin dalla sua pubblicazione nel 2000 (ne diede conto
su il manifesto
Ferruccio Gambino, il 25 ottobre 2001) sta animando il
dibattito storiografico internazionale e che ora
l'editore Feltrinelli propone meritoriamente in
traduzione italiana (pp. 430, € 30). Nato all'interno della grande
tradizione inglese della
history from below , il lavoro di
Linebaugh e Rediker si propone di mettere in discussione
il predominio del canone nazionale all'interno della storia del
lavoro e dei suoi movimenti. La loro è una prospettiva
atlantica che sfida alcuni degli assunti di base sui
quali è stata costruita l'immagine storiografica della «classe
operaia» e apporta altresì un contributo di prim'ordine
ad alcuni dei più significativi dibattiti contemporanei
sulle prospettive dei movimenti di contestazione del
capitalismo globale.
Si prenda ad esempio la categoria di moltitudine. Sappiamo bene che
all'origine del pensiero politico moderno, tra Cinque e
Seicento, questo concetto sembrò indicare un'alternativa
radicale, repubblicana, al paradigma teorico che stava
contemporaneamente costruendosi attorno al nesso tra
popolo e sovranità. E siamo abituati a cercare le tracce
di questa alternativa nei testi di Spinoza, o al più di
Machiavelli. Non avevamo pensato di andare a leggere in
questa chiave Francesco Bacone, il celebrato fondatore
del moderno spirito scientifico che per decenni ricoprì
cariche politiche di primissimo piano nella monarchia
inglese. Eppure ne vale la pena, a condizione di saper
scegliere i testi giusti: non
la Nuova Atlantide, uno dei
grandi classici del pensiero utopico moderno, ma ad
esempio An Advertisement Touching an Holy War
del 1622. Qui, in un testo che mobilita il lessico della mostruosità
denso di riferimenti biblici e mitologici di cui Bacone
era appassionato cultore, l'appello alla «guerra santa»
non si rivolge tanto contro nazioni nemiche quanto
contro coloro che delle nazioni del mondo sono gli scarti,
«moltitudini soltanto, e sciami di persone»: indigeni
americani e altri «selvaggi», contadini cacciati dalle
terre comuni e in via di proletarizzazione, pirati dei
mari e «corsari di terra» (vagabondi e banditi di
strada), «amazzoni», regicidi e «anabattisti» di ogni
sorta.
Ecco una buona descrizione
«sociologica» dei protagonisti del libro di Linebaugh e
Rediker. Al centro del loro studio, straordinariamente
documentato, c'è la moltitudine del lavoro vivo sul cui
sfruttamento (e spesso sul cui sterminio) si è fondato
lo sviluppo capitalistico tra la «cosiddetta
accumulazione originaria» e
la Rivoluzione industriale. Siamo
dunque in un'epoca che precede quella in cui la storia
del lavoro si incrocia con la storia della nazione, costituendo la materia per quella
storiografia delle classi
operaie nazionali
i cui limiti - è questa una delle tesi fondamentali dei due autori - non
sono stati messi in discussione neppure dalla storia
sociale «dal basso» fiorita in Inghilterra a partire
dagli anni Sessanta del Novecento. The Making of the
English Working Class si intitola appunto lo stesso
capolavoro di E. P. Thompson che nel 1964 inaugurò
quella stagione, comunque straordinaria, di rinnovamento
storiografico.
La prospettiva atlantica, secondo
modalità che all'interno dei cultural studies britannici erano già state seguite
all'inizio degli anni Novanta da Paul Gilroy nel suo
The Black Atlantic (Meltemi, 2003), funziona
precisamente come criterio di provincializzazionedelle storiografie nazionali del lavoro: fin
dalle sue origini il modo di produzione capitalistico
viene sviluppandosi all'interno di uno spazio che eccede
ogni dimensione nazionale e che proprio nell'Atlantico
ha il suo centro. Assumendo questo angolo visuale,
Linebaugh e Rediker studiano così l'intreccio tra
commercio, conquista e schiavitù, tra recinzione delle terre comuni, proletarizzazione e sistema
di piantagione che segna di sé l'origine del
capitalismo. Riprendendo una tesi già compiutamente
esposta nel precedente lavoro di Markus Rediker (Sulle
tracce dei pirati, Piemme, 1996), gli autori
scoprono uno degli archetipi della fabbrica
moderna nell'organizzazione del lavoro prevalente
all'interno della grande nave transoceanica. Ma al tempo
stesso riportano alla luce la «storia nascosta dell'Atlantico
rivoluzionario»: l'impressionante sequenza di rivolte
degli schiavi e insurrezioni proletarie nei grandi
centri portuali sulle due rive dell'Atlantico, la formazione di comunità meticcie
nell'America del nord e nei Caraibi, la stessa pirateria
interpretata come forma di esodo democratico-radicale
dall'ordine dispotico della nave e dell'impero in via di formazione.
Le pratiche di cooperazione che si
svilupparono all'interno dell'Atlantico
rivoluzionario erano dunque originariamente ibride e
meticce, irriducibili alla «tirannia del nazionale», ed
erano spesso segnate da un inedito protagonismo
femminile. Ai funzionari dell'impero e del capitale questa congerie di
«razze» e di generi, questa moltitudine di donne e di
uomini appariva come una minacciosa «idra dalle molte
teste», e l'imperativo di domarla - di ricondurre alle
norme del comando e della valorizzazione il suo lavoro - configurava
un'impresa «erculea», in cui molte di quelle teste
andavano necessariamente mozzate. Il libro di Linebaugh
e Rediker è il racconto di questo epico scontro,
intessuto di fonti letterarie e di materiali d'archivio.
Ma è anche qualcosa di più: ispirandosi a un altro
capolavoro della storiografia sociale inglese, Il mondo
alla rovescia di Christopher Hill (1972), i due
autori coniugano magistralmente storia sociale e storia
intellettuale, presentando l'Atlantico
come uno spazio in cui non solo corpi individuali e
collettivi, ma anche le idee, migrando, si ibridano.
La storia dell'Atlantico
rivoluzionario è dunque anche la storia di una corrente
rimossa di pensiero radicale, in cui un filo sotterraneo
unifica le rivolte contadine del Cinquecento europeo e
lo sviluppo del movimento abolizionista, in cui le
posizioni dei Livellatori e degli Zappatori, le anime
rivoluzionarie della guerra
civile inglese degli anni Quaranta del XVII secolo,
rivivono nelle petizioni di schiavi e marinai nonché
nelle sommosse che accompagnarono
la Rivoluzione americana, per essere «reimportate»
nella terra in cui erano state originariamente formulate
con un segno nuovo, atlantico, che si imprime su rivolte come quella di
cui fu protagonista il colonnello Despard agli inizi del
XIX secolo.
I
ribellidell'Atlantico
è un libro che vale davvero la pena leggere. Appassionarsi
alle storie che vi sono raccontate, del resto, non
significa necessariamente chiudere gli occhi di fronte
ai limiti che, tanto dal punto di vista prettamente
storiografico quanto dal punto di vista delle categorie impiegate, possono essere
rinvenuti nel lavoro di Linebaugh e Rediker e che sono
stati puntualmente sottolineati nell'ampio dibattito
internazionale a cui si faceva cenno in precedenza. Non
si può negare, in particolare, una certa «unilateralità»
nel modo in cui vengono ricostruite una storia di
insorgenza e una tradizione di pensiero radicale in cui
la convergenza tra «razze», generi e lavori appare non
di rado un po' troppo semplice e spontanea. I pirati,
per limitarci a un solo esempio, non furono certo
soltanto comunità democratico-radicali e accolite di ribelli, parteciparono spesso alla tratta degli
schiavi e fecero strage di innocenti. Ma un certo grado
di parzialità, in fondo, connota necessariamente opere
che si propongono di sfidare paradigmi «scientifici»
consolidati e di aprire alla ricerca nuovi «continenti»,
e può dunque essere ben perdonato ai due autori: se la
loro provocazione, come da molti segni pare stia
accadendo, sarà raccolta, vi sarà tempo e modo di
correggerne gli eccessi e di pervenire a
rappresentazioni più equilibrate della storia dell'«Atlantico
rivoluzionario».
Per intanto, godetevi questo libro,
leggetelo come un'opera storiografica che molto spesso,
in fondo, sembra parlare anche del nostro presente: non
solo perché apporta un contributo di fondamentale
importanza alla conoscenza delle genealogie della globalizzazione capitalistica, ma anche
perché, nel tracciare i contorni del suo antagonista
(l'«idra dalle molte teste» che si batté per affermare
un cosmopolitismo differente da quello che andavano
prefigurando i movimenti delle merci e dei capitali), non nasconde la
speranza di rivolgersi ai movimenti contemporanei, in
un'epoca in cui la mobilità e il «meticciato» sono di
nuovo con ogni evidenza caratteri costitutivi di quello
che Marx chiama «lavoro vivo».
Il sapiente,
il mercante, il guerriero
Bifo - Libri & Riviste 02.06.2004
Dal rifiuto del lavoro all'emergere del cognitariato. E'
un libro di Franco Berardi, edizioni Derive Approdi.
Il libro ripercorre alcuni dei concetti essenziali che
sono serviti ad interpretare la storia sociale dagli
anni sessanta ad oggi, e hanno funzionato come strumenti
di intervento e di trasformazione, decennio dopo
decennio.
Al centro della scena ci stanno tre figure: il sapiente,
portatore delle conoscenze che rendono possibile un
aumento della produttività del lavoro ed una progressiva
liberazione del tempo di vita dal lavoro salariato. Il
mercante, colui che trasforma i prodotto del lavoro e
dell'intelligenza in merce, e vuole sottomettere le
leggi del sapere ai soli criteri dell'economia. E il
guerriero, espressione della violenza che regola i
rapporti tra intelligenza e merce, tra tecnica e
capitale. Attraverso la storia dei rapporti tra queste
tre figure, il libro ricostruisce la genesi del
capitalismo digitale, la diffusione delle psicopatologie
identitarie che portano alla guerra permanente, e
l'emergere del cognitariato dall'interno dei movimenti
sociali che si oppongono al predominio dispotico del
capitalismo di guerra.
Questa è la grande novità che si è affermata dai giorni di
Seattle: i mercanti non hanno diritto di decidere della
vita di miliardi di persone sulla base della priorità
del loro profitto. Soltanto un movimento dei
ricercatori, un movimento del lavoro cognitivo che si
organizza in forma autonoma può bloccare la dittatura
dell'economia sul sapere.
Non ha senso alcun progetto di riforma o di cambiamento se
non siamo capaci di ridefinire radicalmente la direzione
della corsa. E la direzione della corsa non la può
decidere né il guerriero né il mercante. Solo il
sapiente può stabilirla. Solo la conoscenza umana,
seguendo le sue regole, le sue priorità e le sue linee
di ossiblità ha il diritto di ridefinire le regole della
produzione e dello scambio. Solo le donne e gli uomini
in quanto soggetti di conoscenza possono decidere in che
direzione deve andare il mondo.
Sessanta: filosofia e lavoro
Filosofia e lavoro negli anni sessanta
il salario il potere la scienza
Settanta: Crisi e comunsmo
Uno slittamento gigantesco
Comunismi
Ottanta: autonomia deregulation e ossessione identitaria
Deterritorializzazione
Riterritorializzazione
Novanta: il collasso della mente globale
L'accelerazione
Skizo-economia
2k: potenza potere automatismi
Prozac.crash
Automatismi totalitaria
Altri futuri forse
Dal rifiuto del lavoro all'emergere del cognitariato
Il movimento globale
Fraternità sapere non sapere
Sull'orlo dell'abisso
Verdugo Patricia
SALVADOR ALLENDE
Un resoconto,
appassionato e puntiglioso, delle trame ordite dalla Cia,
su precise indicazioni del presidente Nixon e del suo
potentissimo consigliere per la sicurezza nazionale
Henry Kissinger, per impedire l’ascesa al potere del
leader socialista cileno Salvador Allende, vittorioso
alle elezioni del 4 settembre 1970, e per rovesciarlo
con tutti i mezzi una volta insediatosi alla Moneda.
Patricia Verdugo, nota giornalista e scrittrice di
Santiago, autrice di apprezzati volumi sul golpe
militare, ha il merito di aver attinto a piene mani dai
documenti della Commissione Church, declassificati in
parte durante l’Amministrazione di Bill Clinton. Sono
documenti nuovi e illuminanti, che permettono di seguire
giorno dopo giorno – e a volte perfino ora dopo ora –
l’attività frenetica degli agenti della Cia a Santiago e
dei loro superiori nella sede centrale in Virginia
contro Allende e i suoi alleati. Minute di riunioni,
comprese quelle tenute alla Casa Bianca alla presenza di
Nixon e di Kissinger, memorandum che vanno e vengono tra
Washington e Santiago, messaggi in chiaro e cifrati,
trascrizioni di telefonate e dichiarazioni giurate,
gettano una nuova luce sui drammatici mesi che
precedettero l’elezione di Allende e sui circa tre anni
della sua travagliatissima permanenza al potere.
«"Il nostro D-day è stato pressoché perfetto". Con queste
parole l’addetto navale dell’ambasciata degli Stati
Uniti in Cile, Patrick Ryan, membro della Marina
americana, informò il Pentagono. Si riferiva al golpe
militare dell’11 settembre 1973. Era – nelle
comunicazioni tra militari statunitensi – "il nostro
D-day"».
Dispiace perfino scrivere queste parole sulla tastiera del
computer. Ma è un modo per cominciare questo racconto
che avrà il presidente Salvador Allende come
protagonista e la Casa Bianca come antagonista.
Perché questa è la storia di un uomo che sapeva, ma non
poté evitare che succedesse quello di cui era a
conoscenza. La storia di un uomo che incarnò un processo
sociale, un processo portato avanti, nel corso di più di
mezzo secolo, da milioni di cileni che sognavano un
Paese più libero e più giusto. E fu per questo che non
poté fare nulla per evitare la tragedia che ebbe inizio
con il suo sacrificio.»
Ashwin Desai Noi siamo i poveri
La nuova apartheid e i suoi protagonisti
Prefazione di Naomi Klein
pp. 180
Euro 13,00
Il testo
Noi siamo i poveri ci trasporta nei sobborghi delle
megalopoli del Sudafrica. Nella situazione politica ed
economica del dopo apartheid, descrive l’inedita
formazione di una comunità di lotta che ha saputo
opporsi, con nuovi linguaggi e nuove forme di
resistenza, alle misure di impoverimento imposte dalle
multinazionali.
Noi siamo i poveri è il commovente ritratto di un’altra
Africa. Lontano dall’immagine consolidata di un
continente oppresso da miseria e povertà, questo libro
descrive le inimmaginabili capacità di resistenza delle
comunità più marginali. Ci racconta la storia di come
disperazione e indigenza si sono rivoltate in
un’opposizione organizzata e imprevista.
Ripercorre le tappe di formazione di un movimento che ha
saputo dare un comune terreno alle minoranze più
variegate. Ben lungi dal rappresentare un fenomeno
locale, l’esempio delle lotte nel Sudafrica
post-apartheid costituisce un modello senza precedenti
per le lotte contro le politiche della globalizzazione
su scala mondiale.
Noi siamo i poveri è contemporaneamente una delle
riflessioni più lucide del pensiero post-coloniale e una
delle più belle descrizioni del Sudafrica contemporaneo.
Ashwin Desai è uno dei più noti attivisti sudafricani. È
docente universitario a Durban.
Manuale per un
consumo responsabile Dal boicottaggio al commercio equo
e solidale
Francesco Gesualdi
Collana: Universale Economica Saggi
Pagine: 203
Prezzo: Euro 6,5
In breve
Il consumo può diventare un'arma formidabile per far
cambiare il corso della storia e i consumatori possono
avere potere di vita e di morte sulle imprese. Si
mettono a nudo gli artifici che si nascondono dietro
l'immagine immacolata di molte imprese e si illustrano
gli strumenti di boicottaggio, il consumo critico, le
campagne di denuncia, il commercio equo e solidale.
Il libro
Comprare un pacchetto di spaghetti al supermercato può
voler dire finanziare l’industria degli armamenti e
acquistare un barattolo di pelati può contribuire allo
sfruttamento dei braccianti africani da parte di una
multinazionale: ogni acquisto non consapevole può
trasformare il consumatore in complice di imprese che
possiedono fabbriche di armi, piantagioni o industrie
dove si sfruttano i più svantaggiati, aziende
inquinanti, oppure che evadono le tasse o maltrattano
gli animali. Scegliere un prodotto con la consapevolezza
che dal punto di vista sociale e ambientale non sia
condannabile significa chiedersi, ad esempio, se la
tecnologia impiegata per farlo sia ad alto o basso
consumo energetico, quanti e quali veleni siano stati
usati durante la sua fabbricazione, quanti ne
produrranno poi il suo utilizzo e il suo smaltimento, in
quali condizioni di lavoro sia stato ottenuto e che
prezzo sia stato pagato alla manodopera. Invece di farsi
semplicemente condizionare dalla pubblicità, i
consumatori possono influenzare il comportamento delle
imprese. Con opportune strategie (come l’attenzione al
commercio equo e solidale o ai marchi di garanzia, fino
alle pratiche di boicottaggio) possono riappropriarsi
del proprio potere decisionale ed esercitare un consumo
critico.
Approfondimento
Lavoro minorile, percosse, negazione dei diritti
sindacali, scarichi abusivi, ecco cosa può nascondersi
dietro a molti prodotti che compriamo ogni giorno. Ma la
casistica è tutt'altro che esaurita: produzione di armi,
evasione fiscale, ricorso ai paradisi fiscali,
pubblicità ingannevole, finanziamento dei regimi
oppressivi, manipolazione genetica. Se i nostri consumi
ci rendono involontari complici di tutto questo,
sappiamo anche che il consumo può diventare un'arma
formidabile per far cambiare il corso della storia e che
i consumatori possono avere potere di vita o di morte
sulle imprese.
Ecco il messaggio di denuncia e speranza di questo libro,
che mette a nudo gli artifici che si nascondono dietro
l'immagine immacolata di molte imprese e illustra
strumenti di azione quali il boicottaggio, il consumo
critico, le campagne di denuncia, il commercio equo e
solidale. Conciliare sobrietà e benessere sociale è
possibile a patto di mettere in atto, oltre che una
rivoluzione tecnologica, una rivoluzione economica per
ricreare, secondo una nuova gerarchia di valori, il
rapporto tra essere umano e denaro.
Scritto con la precisione del ricercatore e la passione
del militante, questo manuale del consumatore critico
documenta i comportamenti contestati a imprese come Nike,
McDonald's, Nestlè, gli iniqui meccanismi internazionali
che il commercio equo e solidale tenta di cambiare; la
storia del boicottaggio, del consumo critico, del
commercio equo, le iniziative concrete da assumere per
organizzare la resistenza. Un ultimo capitolo, dedicato
agli stili di vita, affronta il tema della sostenibilità
ambientale e sociale.
"Impero" di Antonio Negri
Recensione di Antonio Visone
L'ultimo libro di Negri, Impero,
scritto recentemente in collaborazione con Hardt, ha
riscosso un ampio consenso in tutto l'Occidente,
soprattutto in ambito universitario.
Il linguaggio, non più sulla falsariga della precedente
produzione politica, caratterizzata da una forma di
scrittura a tratti criptica oppure ristretta ad un
pubblico specializzato, si presenta aperto e di non
difficoltosa comprensione. Accanto al nuovo taglio del
linguaggio, un'altra significativa divaricazione
rispetto al recente passato, gli anni '70, la si
riscontra nell'analisi teorica proposta e nelle
tematiche che da essa scaturiscono. Si nota l'ampia
influenza che nell'elaborazione del pensiero di Negri
viene apportata dal marxismo francese contemporaneo,
dalle personalità di Deleuze e Guattari nonché
dall'imponente impianto teorico proposto da Michel
Foucault. Quest'ultimo autore, in maniera preponderante,
ha influito sulla concezione politica di Negri.
Infatti secondo lo studioso francese non esiste un
elemento, sia esso il politico, l'economico, il sociale,
rispetto al quale tutti gli altri elementi sono
sottoordinati. Non esiste perciò un punto gerarchico nei
confronti del quale tutti gli altri punti ruotano
intorno.Un momento cruciale dell'analisi di Negri verte
proprio su un nuovo concetto, quello di biopolitica
intesa come produzione della stessa vita. E nell'attuale
momento storico ciò che si produce in maniera
preponderante è la dimensione sia corporea, sia sociale
che comunicativa dell'individuo inteso come singolo e
come collettività. Diventa essenziale nell'analisi di
Negri il passaggio che avviene dall'ambito della
produzione industriale, relegata attualmente ai margini
del mondo del lavoro, alla produzione immateriale ed a
quella dell'affettività. A dare ampio respiro a queste
nuove dimensioni produttive sono state sia l'emergere
dell'informatizzazione che dei nuovi modelli della
comunicazione.
L'autore inquadra l'attuale momento storico ponendolo a
raffronto con l'antico impero romano, anzi scoprendo
notevoli analogie fra le due diverse epoche storiche. Ed
infatti il titolo del libro ,Impero, vuole indicare una
lettura in chiave postmoderna dell'antico impero romano.
A formare una piramide dall'alto verso il basso si
presentano gli Stati Uniti - questa potente nazione che
opera sotto l'egida dell'ONU, e che impone un equilibrio
mondiale fatto di pace, per conseguire la quale
occorrono operazioni di polizia militare - dotati del
monopolio della forza. A seguire troviamo un
gruppo di stati che determinano le politiche monetarie
come è il caso del G8. Nella parte sottostante di questa
piramide, al cui vertice ha sede il comando globale, c'è
un secondo livello che fa capo alle multinazionali le
quali strutturano i territori e le popolazioni e
distribuiscono tecnologie. Le associazioni, soprattutto
le ONG, hanno il compito di rappresentare gli interessi
popolari in termini universali ed in difesa della vita.
Si delinea anche una perdita della centralità della
singola nazione a favore di una nuova entità, l'Impero,
che si avvicina sempre più all'antico modello imperiale
romano dove la monarchia è la massima espressione del
potere imperiale, l'aristocrazia rappresenta il momento
della giustizia e della virtù e la democrazia
rappresenta e soddisfa i bisogni del popolo. La
monarchia, in questo schema, si identifica con gli Stati
Uniti, l'aristocrazia viene ad identificarsi con le
multinazionali mentre la democrazia coincide con le ONG.
Nello scenario contemporaneo, secondo l'autore, diventa
anacronistico parlare di imperialismo poiché nella
dimensione attuale non vi è un assoggettamento delle
popolazioni e dei territori in termini di violenza e di
scambio di merci ineguali. Invece l'Impero, di cui gli
Stati Uniti rappresentano il vertice non gerarchico, si
è sempre espresso attraverso una relazione di
assorbimento non violento dell'Altro. Infatti le altre
popolazioni devono godere tutte di diritti in termini di
democrazia e di sviluppo economico. E' proprio questo il
senso caratteristico della democrazia espansiva degli
Stati Uniti.
Gli obiettivi più immediati dei quali si fa promotore
l'autore ruotano intorno ai concetti del diritto di
cittadinanza libera ed universale per tutti gli uomini,
estensione di un salario sociale a tutta la popolazione
soprattutto a quella coinvolta indirettamente nel mondo
del lavoro e la comunione dei mezzi produttivi proprio
perché esiste un forte senso di cooperazione lavorativa
di tutti gli individui.
a cura di Sergio Bianchi e Lanfranco
Caminiti
Settantasette
La rivoluzione che viene
Derive Approdi pp. 432
euro 20,00
88-88738-57-6
Il libro
In Italia il movimento politico, sociale, culturale,
esistenziale del 1977 è stato artefice, non di una
rivolta effimera ed estremistica, ma di una rivoluzione
che ha annunciato la fine del Novecento e, insieme, il
presente che stiamo vivendo. Quel movimento, infatti, in
un brevissimo arco di tempo ha consumato definitivamente
tutto il repertorio dell’immaginario storico della
sinistra a fronte di una trasformazione epocale,
produttiva e politica, delle società occidentali. Di
quel movimento, prima represso nel sangue e nel carcere,
poi imploso nella droga, è rimasta nella memoria
collettiva una flebile eco nella truce ruvidità della
lotta armata. Rimozioni, omissioni e falsificazioni lo
hanno perseguitato per quasi trent’anni negandogli
l’intelligente lungimiranza che aveva invece saputo
esprimere. Questo libro, accostando documentazione
d’epoca a interpretazioni attuali da parte di alcuni
suoi protagonisti, vuole contribuire a ristabilire la
verità.
Sergio Bianchi ha curato i saggi: L’Orda d’oro.
1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa,
politica ed esistenziale (Feltrinelli); La sinistra
populista (Castelvecchi).
Lanfranco Caminiti è studioso di questioni meridionaliste.
Attualmente dirige il mensile culturale e letterario
«accattone – cronache romane».
Un assaggio…
Questo libro fu pubblicato la prima volta in occasione del
ventennale del movimento del ’77. Il sottotitolo apparve
ai più eccessivamente ottimista. Comprensibile, dato che
era alquanto difficile immaginare quel che solo due anni
dopo sarebbe esploso a Seattle. Eppure, per tutto il
decennio Novanta si potevano registrare, sia a livello
locale che internazionale, piccoli e grandi segnali
della gestazione di quel movimento globale ora
esplicitamente dispiegato.
Non si vuole con ciò sostenere la tesi di un rapporto
diretto tra il movimento del ’77 e il movimento globale.
Piuttosto che nelle pieghe del primo si celavano alcuni
elementi anticipatori e fondanti del secondo. Ma è bene,
prima di approfondire la questione, sottolineare le
differenze.
Il movimento del ’77 visse la brevità e l’intensità di una
meteora, e come tale illuminò per alcuni attimi il cupo
cielo della teoria e della politica del «sistema dei
partiti» italiano e della sua propaggine
extraparlamentare. Poi, in contemporanea, esplose
nell’impatto con la repressione statuale e implose
nell’incapacità di darsi sbocchi di mediazione e di
rappresentanza. Infatti, una parte cospicua e ricca del
suo tessuto militante imboccò, più o meno
consapevolmente, i tragici e suicidi destini della droga
e delle armi.
Inoltre, il ’77 fu un movimento, nei suoi
lineamenti politici, peculiarmente italiano e
rappresentò la fase terminale del lungo e ininterrotto
ciclo di lotte operaie, studentesche e sociali, iniziate
nel nostro paese nei primi anni Sessanta. Repentinamente
e definitivamente consumò il repertorio delle «grandi
narrazioni», dell’immaginario storico della sinistra in
tutte le sue varianti ideologiche, sia riformiste che
rivoluzionarie.
A fronte, l’attuale movimento globale appare quanto di più
distante da tutto ciò. Intanto è, appunto, movimento
dispiegato sul piano internazionale e quindi con più
legittima parentela con il movimento del ’68 piuttosto
che con quello del ’77. Secondariamente non si nutre,
nelle sue teorie e pratiche di massa, di alcuna
reminiscenza ideologica novecentesca.
Ma del ’77 l’attuale movimento è debitore per una
straordinaria manifestazione anticipatoria di quel
soggetto sociale materialisticamente prodotto dalla
trasformazione epocale del lavoro. È, questa, un’ottima
ragione per i militanti (o attivisti che dir si voglia)
del movimento globale di analizzare a fondo le vicende
del ’77 italiano, soprattutto le espressioni della sua
componente teorica più rilevante di derivazione «operaista»
(dall'Introduzione alla seconda edizione).
Communitas
n. 6 - Nuda vita, vita nuda, il
corpo nell'epoca della biopolitica, [interventi di
Riccardo Bagnato, Pietro Barcellona, Fausto Bertinotti,
Aldo Bonomi, Roberto Esposito, Natalino Irti, Serge
Latouche, Luigi Manconi e Giulio Tremonti], Milano,
Società editoriale Vita, novembre 2005 Si tratta del
numero 6 del mensile
Communitas, dedicato al
tema del corpo (secondo volume), alle implicazione
economiche, sociali, politiche, che la sua
trasformazione o il suo utilizzo comportano nella nostra
società. Di seguito l'indice:
Biopolitica. Il
potere sui corpi
(Roberto Esposito); Per
un'altropologia ai tempi della biopolitica
(Aldo Bonomi);
Decolonizzare l'immaginario
(Serge Latouche); La
giuridificazione del bíos
(Natalino Irti); Dalla
morale alle morali
(Luigi Manconi); La
politica pratichi l'ignoranza scientifica
(dialogo con Giulio Tremonti di Riccardo Bonacina);
Precarietà, un furto di
futuro e di figli
(dialogo con Fausto Bertinotti di Sara De Carli); Biopolitica e diritti
(Pietro Barcellona);
L'Unione europea e la corsa alla genetica
(Riccardo Bagnato); La
giurisdizione dell'innumerevole
(Riccardo Bagnato).
Il volume è in vendita nelle librerie Feltrinelli.
Non è solo un grande libro su una vicenda
censurata e accantonata, sulla Rivoluzione di Santo
Domingo come parte fondamentale, interna, della
Rivoluzione francese. È anche, con Benjamin, un «balzo
di tigre nel passato» in grado di riattivare l’attualità
di un tempo della liberazione che balena dal passato
come ciò che scuote e spacca il presente
"Goodbye Mr Socialism"
di Antonio Negri
"Siamo in una fase
intermedia che ha proprio le caratteristiche
dell’interregno inglese tra il 1648 e il 1688 …
Goodbye Mr. Socialism, esattamente come i
rivoluzionari di quel periodo dicevano Goodbye
Gothic Empire!" Toni Negri, ‘Goodbye Mr.Socialism’
Oggi il comando si identifica con il
piano della "governance", la quale è continuamente
costretta e sollecitata dalle pulsioni sociali: su
quali basi è possibile pensare ad una politica di
sinistra capace di racogliere questa sfida?
Quali sono le trasformazioni sociali che sono alla
base degli attuali conflitti sociali?
Questi ed altri sono gli interrogativi ai quali
Goodbye Mr. Socialism, l’ultimo libro di Toni Negri,
curato da Raf Valvola Scelsi, prova a dare risposta.
La sinistra istituzionale e/o radicale sembra incapace
di comprendere le tensioni e le mutazioni che
attraversano la società in cui viviamo, preoccupata
di perseguire una "ragion di stato" che poco ha a
che vedere con la realtà in cui siamo immersi.
Vecchie categorie come popolo o classe operaia
impallidiscono quando tentano di introdursi nel
dibattito attuale, altre, come partito e
rappresentanza, dimostrano tutta la loro
inadeguatezza, mentre la "moltitudine" affronta i
nuovi interrogativi del presente: come può
organizzarsi?
Come può determinare la sua esistenza come processo di
liberazione dallo sfruttamento?
Scrivere una nuova agenda post-socialista! Questa è la
sfida.
Per farlo abbiamo bisogno di essere da un’altra parte,
convinti che una nuova ipotesi rivoluzionaria possa
vivere solo nelle possibilità che oggi ci si
presentano sul piano dei conflitti. Un nuovo
orizzonte sovversivo da costruire quotidianamente,
insieme, nel comune. Discuterne attiene a questo
processo, che immaginiamo non tanto legato al
consenso, ma continuamente sottoposto alla verifica
della realtà sociale e alla condivisione.
Di seguito ascolta l’intervista di Raf
"Valvola" Scelsi (curatorte del libro) ad Antonio
Negri. [
audio 01 ]
Ascolta lo speciale sul libro “Goodbye Mr Socialism” a
cura di Federica Pennelli. [
audio 02 ]
Prezzo: Euro 20,50L’ascesa del
capitalismo dei disastri E’ possibile che la filosofia del Libero
Mercato metta a rischio l’idea e il futuro stesso di una
società libera?
Naomi Klein oppone questa domanda all’imperante
ideologia friedmaniana dell’economia come scienza
perfetta, basata su una presunta non interferenza dei
poteri politici. In un viaggio che è cronologico e
geografico attraversa l’Indonesia di Suharto, i golpe
militari nel cono Sud dell’America Latina, Cile,
Argentina, Uruguay e poi Brasile e Bolivia, passa dalle
miniere inglesi piegate dalla Lady di ferro per arrivare
in Cina durante le Riforme di Deng e la rivolta di
Piazza Tien Ammen, ma cerca di capire anche le
rivoluzioni fallite o fermate, come i sogni di giustizia
sociale e libertà dell’Afrikan National Congress in
SudAfrica e l’economia cooperativa di Solidarnosc in
Polonia, così come la libertà in tutto l’ex "Impero
sovietico".
Ovunque trova gli stessi protagonisti, primi quei
Chicago Boys, cresciuti intorno al vangelo di Milton
Friedman, che controllano per tutti gli anni ’80 e ’90
la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale,
subito dopo la povertà estrema e la crescita delle
disparità sociali, l’abbassamento della speranza di vita
e l’espropriazione di tutte le risorse strategiche dei
paesi "liberalizzati", a fronte di meravigliosi profitti
per pochi. Spesso a fianco dei protagonisti vi è la Cia
che sostiene dittatori spietati e diffonde i manuali
Kubark della moderna tortura a base di scosse
elettriche, umiliazione e disorientamento (impiegata da
Buenos Aires ad Abu Grahib) , altre volte è
l’iperinflazione o la crisi provocata dal debito estero
ad aprire la porta ai "riformatori". Più si inoltra
nella sua indagine più sembra inevitabile il legame tra
i disastri, la violenza, la crisi e le risposte
autoritarie ed emergenziali e il mercato libero da ogni
vincoli.
Il libro finisce ai nostri giorni in Iraq e in
Medioriente, sulle spiagge colpite dallo Tsunami e a New
Orleans, dove, con le parole di un senatore
Repubblicano, "Dio ha fatto per noi ciò che non sapevamo
come fare. Ha smantellato il sistema delle case popolari
a New Orleans".
"Senso Contrario" - di Luis
Hernandez Navarro
Le recensioni del libro e gli
appuntamenti per la presentazione in tutta Italia
SENSO CONTRARIO Vita e miracoli di ribelli
contemporanei Di Luis Hernandez Navarro
May Brooks. José
Ramòn Espinoza Juàrez, David Pintado Espinoza,
Javier Cortés, Valentìna Palma e Alexis Benhumea.
Noam Chomsky. Pablo Gonzàlez Casanova. Floriberto
Dìaz. Subcomandante Insurgente Marcos. Comandante
Ramona, Amado Avendaño e Antelmo Robledo. Rosario
Ibarra. Zohelio Jaimes. John Berger. Brad Will,
Flavio Sosa e Ismael Cruz Caballero. José Bové. Evo
Morales. Annette Aurélie Desmarais. Robert Fisk.
Paco Ignacio Taibo II. Edward Said. Manu Chao.
Fermìn Muguruza. Àlvaro Rìos, Efrén Capìz, Ramiro
Taboada y Aureliano Estrada. Horacio Labastida.
Manuel Vàzquez Montalbàn. Lee Hyung Hae e Julio
Macossay. Misael Nùñez Acosta. El pobresor e la
señorita ¡no! Tomàs Segovia. Juan Bañuelos.
Francisco Lòpez Bàrcenas. Jorge Acevedo. Heberto
Castillo. Gritòn. Arundathi Roy.
Milioni di persone
anonime hanno un’esistenza intensa. Anche se non
appaiono sullo schermo e sulle riviste, la loro
sopravvivenza quotidiana è un gesto eroico contro
l’assurdità.
Migliaia di uomini e donne resistono ogni giorno
allo schiavizzante avanzare della logica mercantile
ed all’autoritarismo.
Non sono in vendita.
In molte occasioni la loro resistenza non trionfa.
Ma il solo fatto di esistere, di non piegarsi a
forze molto più potenti, é già un piccolo trionfo.
Vanno in senso contrario.
Questo libro parla di gente così.
Autore: Arundhati
Roy Traduzione di Giovanni Garbellini €
13.00 Saggistica Collana: Le fenici rosse In
libreria dal: 11 Giugno 2009 Pagg
180
IL LIBRO
L’India di Arundhati Roy,
scrittrice coraggiosa e reporter implacabile, è
molto diversa dall’immagine luccicante offerta dalle
fonti ufficiali. In questa nuova raccolta di saggi
ci si trova di fronte ad avvenimenti e situazioni
scottanti: apparati dello Stato deviati che
inscenano falsi attentati e un «11 settembre
asiatico», magistrati corrotti e più attenti al bene
delle multinazionali che a quello della giustizia,
giornalisti asserviti ai poteri forti, poliziotti
che non esitano a scatenare pogrom contro le
minoranze etniche e religiose, un’intera area — il
Kashmir — dove i diritti civili sono sospesi e la
guerra contro il Pakistan è una minaccia perenne,
con ricorrenti scoppi di violenze.
Un quadro cupo e inquietante ma non privo di
speranze, perché tanti, come la Roy, lottano in nome
della libertà, della verità, della pace. Con il suo
consueto stile acuto e, allo stesso tempo, venato di
una sottile ironia, Arundhati Roy cerca di guidare
il lettore occidentale nel complesso intrico di
politica, religione, società ed economia della «più
grande democrazia del mondo».
I GIUDIZI
"Nelle mani di Arundhati, le parole diventano armi,
le armi dei movimenti di massa." Naomi Klein
UN BRANO "Ciò di cui abbiamo bisogno
oggi, per la sopravvivenza del pianeta, è un
progetto a lungo termine. Possono i governi
democratici, la cui stessa sopravvivenza dipende da
risultati immediati, dallo sfruttamento a breve
scadenza, offrire questo progetto? Non potrebbe
darsi che la democrazia, sacra risposta alle nostre
speranze e preghiere a breve termine, baluardo delle
nostre libertà individuali e nutrice dei nostri
sogni più avidi, si riveli uno scacco matto per il
genere umano? Non potrebbe darsi che la democrazia
abbia tanto successo tra l’umanità moderna proprio
perché ne rispecchia la più grande pecca: la miopia?
La nostra incapacità di vivere nel presente, e al
tempo stesso di guardare molto in là nel futuro, ci
rende strani esseri «di mezzo», né bestie né
profeti. La nostra intelligenza strabiiante sembra
averci privato dell’istinto di sopravvivenza.
Saccheggiamo la terra nella speranza di accumulare
surplus materiali che compensino quella cosa
profonda e indicibile che abbiamo perduto."
Now we'll give no more brave young lives
Bring 'em home, bring 'em home
For the gleam in someone's eyes
Bring 'em home, bring 'em home
Bruce Springsteen - Bring 'em home