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CULTURA

 

INTERVISTE:                    Luis Sepulveda - L'ombra di quel che eravamo

                                                               

 

FILM:

lavorare con lentezza.jpg (21062 byte) Lavorare con lentezza
commento di Bifo (da www.rekombinant.org ) 30.09.2004   

Viviamo un'epoca davvero travolgente. Il ritmo della tragedia storica travolge ogni capacità di governo ed ogni principio di universalità etica o politica. Gruppi di criminali che posseggono aziende petrolifere o corporation mediatiche hanno preso il potere sul pianeta e lo trascinano verso la catastrofe. L'equilibrio psichico delle nuove generazioni è lacerato dall'esasperazione competitiva e dalla depressione. La guerra e il terrore si alimentano reciprocamente. Il suicidio diviene una scelta inevitabile per un numero sempre più grande di giovani, non solo islamici.
Questo è l'attuale scenario del mondo, e i nostri neuroni sono impegnati a trovare una via d'uscita o almeno una linea di fuga.
Figuriamoci se ce ne può fregare di ravanare nostalgicamente tra le foto in bianco e nero degli anni '70.

Se andate a vedere il film di Guido Chiesa che si chiama Lavorare con lentezza (è il titolo di una canzone di Enzo del Re che andava in onda ogni mattina a Radio Alice), non aspettatevi un film storico sul '77, o sulla radio bolognese a cui Guido Chiesa ha già dedicato un documentario di grande intensità.
Lavorare con lentezza non è un film storico, è un film pazzoide. E' un film sulla potenza del paradosso, del gioco di linguaggio, è un film sulla tenerezza collettiva. Mentre sulla scena planetaria tutto accelera spaventosamente, divorando il nostro tempo di vita per trasformarlo in lavoro, consumo e guerra, questo film lancia l'unico messaggio (politico? culturale? estetico? terapeutico? che ne so) l'unico messaggio forse che oggi possa avere qualche efficacia. Rilassiamo la tensione muscolare, respiriamo profondamente, riduciamo il consumo aumentiamo il godimento. Creiamo le condizioni per sopravvivere fuori dal predominio dell'economia. Lavorare con lentezza parla di oggi, parla di quello che dovremmo fare. Parla del contagio che si dovrebbe diffondere, oggi, nell'immaginario collettivo: il contagio della lentezza. Il contagio della tenerezza.
Rallenta il ritmo, fregatene della gara, digli di andare a farsi fottere, digli che tu non ci stai, non ci sei, non ne vuoi neppure sentire parlare. Diserta. E' il partito della diserzione generalizzata quello che viene chiamato a raccolta da questo film. La sceneggiatura del resto l'hanno scritta i Wu Ming che della diserzione hanno fatto il loro programma politico-letterario, fino al punto di disertare la loro stessa identità.
Quando ho visto questo film, un paio di mesi fa, mi ha trasmesso un'energia folle, delirante. E' ciò di cui abbiamo bisogno: smorfie e sberleffi per scongiurare l'abisso.

 

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Avi Lewis e Naomi Klein, The Take /La Toma...

di Bifo (da www.rekombinant.org )


Trovandomi a Barcellona per il mayday, ho avuto l'occasione di assistere alla prima europea del film di Avi Lewis e Naomi Klein, La Toma, che in spagnolo significa l'occupazione, la presa di possesso...

Argentina, primi anni 2000. L'imposizione delle politiche liberiste del FMI, e la politica di privatizzazione mafiosa gestita dal presiidente Carlos Menem hanno portato il paese al collasso. Il paese che un tempo aveva creduto di aver raggiunto il benessere occidentale si trovò rapidamente a sprofondare verso la miseria generalizzata. I risparmiatori defraudati dei loro risparmi, la disoccupazione dilagante, il debito incontrollabile. Negli ultimi mesi del 2001 il fallimento finanziario del paese divenne inarrestabile.
I principali responsabili, i dirigenti del FMI, iniziarono a preoccuparsi, ma di una cosa soltanto: potrà l'Argentina restituire i soldi che deve alle banche internazionali?
Lo strumento locale della devastazione, Menem, che aveva personalmente lucrato sulla svendita sottoprezzo del patrimonio argentino alle multinazionali, si ripresentò alle elezioni.
Ma nel frattempo stava succedendo qualcosa di nuovo nella società. I lavoratori, gettati sul lastrico dalla devastazione liberista, disoccupati perché i padroni avevano lasciato il paese e chiuso le fabbriche, cominciarono ad occupare gli stabilimenti abbandonati, e cominciarono a riattivarli, per rimettere in moto una dinamica produttiva, autogestita.

In alcuni casi, grazie a una legge del governo Peron, i lavoratori riuscirono ad ottenere la proprietà degli stabilimenti, in altri casi (come la Brockman, un'industria tessile occupata ed autogestita da trecento operaie) intervenne la polizia, su richiesta dei proprietari, e sgomberò con la violenza i locali occupati. Poi, dopo il primo turno delle elezioni, Menem che aveva raggiunto una percentuale del 22%, si ritirò, valutando che al ballottaggio non sarebbe riuscito a vincere. Il nuovo eletto Nestor Kirchner, mostrò di essere molto più capace e molto più determinato di quanto molti avessero pensato. Le occupazioni vennero per gran parte legalizzate, e l'autogestione si è impadronita di una parte significativa dell'economia argentina (si calcola che al momento attuale le fabbriche autogestite siano tra le 150 e le 200). Il FMI e le banche internazionali stanno cercando di ottenere da Kirchner quello che Kirchner non gli può dare. Il giudizio di Klein-Lewis sull'operato di Kirchner a questo proposito non è del tutto positivo, ma gli viene comunque riconosciuto il coraggio di tentare una resistenza contro le leggi implacabili del mercato finanziario globale.

Il film di Lewis-Klein racconta questa vicenda dal punto di vista degli operai che decidono di occupare, e ricostruisce le battaglie di strada e la battaglia elettorale. Il colore teso, drammatico, l'emozione dei volti e delle parole riesce a ricostruire in maniera fortissima la tragedia a cui la dittatura globale del profitto ha portato gran parte dell'umanità.
Ma la prospettiva che emerge dal film (che, ribadisco, è comunque un bellissimo promo per il movimento alterglobalista) rischia di essere un po' retro. La pratica dell'autogestione operaia appare (ed è) una pratica molto parziale, legata a forme di lavoro protoindustriali, e comunque incapace di rompere il dominio, che si fonda sui processi di controllo finanziario globale.
Gli operai autogestionari, con tutto il loro carico di umanità, di coscienza, di generosità, sono i rappresentanti di una composizione sociale passata. Non vediamo se non marginalmente comparire sulla scena i piqueteros, le figure precarie che possono trovare una dimensione politica soltanto in un processo che vada al di là dei limiti industriali. La grana stessa del film, con i suoi colori calienti allude ad una industrialità un po' demode. Ma non vorrei che questa apparisse come una critica malevola. Il film mi ha commosso, mi ha convinto, e spero che si possa presto vederlo in Italia.
Tanto più che a noi che viviamo in questo paese il film ci parla di quello che sta per succedere, qui. Ieri la Parmalat oggi l'Alitalia, domani la Telecom, la FIAT, e la lista è lunga.
Un gruppo di mafiosi ha lanciato la svendita del patrimonio nazionale. La pratica delle privatizzazioni, che ha già prodotto catastrofi sociali, non si è affatto rallentata a o interrotta. Proprio ieri leggevo della lotta che i dipendenti del trasporto pubblico stanno conducendo contro la privatizzazione totale dei trasporti cittadini.
Il nostro Carlos Menem nazionale, dopo avere rimpinguato clamorosamente le casse delle sue molte aziende (a spese dei suoi concorrenti, ma soprattutto a spese della società), si prepara a trasformarsi nel nostro Juan Peron. Quando, fra qualche mese, la situazione precipiterà, vedremo probabilmente Berlusconi alla testa delle truppe dei risparmiatori che protestano contro i politici ladri e contro le banche, e contro il permissivismo sociale, e gli immigrati, e contro gli insegnanti e contro gli operai ed i drogati, accusando le vittime di essere causa della disfatta. Le premesse della guerra civile sono tutte ben disegnate nella società italiana. E non c'è un Nestor Kirchner (per quel che vale). Forse occorre cominciare a prepararsi ad una lunga battaglia, che non sarà sempre pacifica, credo.Che lo si voglia o no.

 

Fandango Doc

presenta

DIARIO DEL SACCHEGGIO
(MEMORIA DEL SAQUEO)

di  Fernando Solanas

Orso d’oro alla carriera al Festival di Berlino 2004

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>>> NOTE SUL FILM di Fernando Solanans

        + FOTO

Cast Tecnico 

Regia: Fernando E. Solanas
Sceneggiatura, testi e voce fuori campo: Fernando E. Solanas
Fotografia: Alejandro Fernàndez Moujàn, Fernando E. Solanas
Montaggio: Juan C. Macìas, Fernando E. Solanas
Assistente al montaggio: Sebastiàn Mignona
Musiche: Gerardo Gandini
Suono: Jorge A. Kuschnir, Marcos Dickinson, Eric Vaucher
Ricerche Alcira Argumedo
Montaggio del suono: Jurg Von Allmen, Gaspar Scheuer
Missaggio: Bruno Tarrière


Documentario
Argentina, 2004
Durata: 120 minuti

 

 

LIBRI:

ribelliatlantico.jpg (5420 byte)

da www.ilmanifesto.it

STORIE CORSARE
Gli irregolari
nei mari dell'impero


I ribelli dell'Atlantico - Marinai e rinnegati: la storia perduta di un’utopia libertaria - Feltrinelli

Peter  Linebaugh
Marcus  Rediker
Pagine: 392
Prezzo: Euro 30


Navi ribelli UN AVVINCENTE affresco delle rivolte di schiavi, di marinai e di portuali che accompagnarono la costituzione dello «Stato marittimo» britannico e che portarono alla formazione di comunità «meticce» nell'America del Nord e nei Caraibi. «I ribelli dell'Altlantico. La storia perduta di un'utopia libertaria» di Peter Linebaugh e Marcus Rediker
Una prospettiva analitica in cui viene negata la «tirannia del nazionale» nell'affermazione del capitalismo e dell'impero inglese. Un insieme eterogeneo di razze e generi che i funzionari della Regina inglese considerano un'«idra dalle molte teste» da domare.

SANDRO MEZZADRA


Il 22 febbraio 1803 John MacNamara salì sul patibolo a Londra, accusato di aver preso parte a una vasta cospirazione per abbattere la monarchia inglese e instaurare la repubblica. Si trovò accanto Edward Marcus Despard, un ufficiale dell'esercito accusato di aver tirato le fila quella cospirazione. Dopo un rapido sguardo rivolto al boia, MacNamara si girò verso Despard e gli disse: «ho paura, colonnello, che ci siamo cacciati in una brutta situazione». Raccontano i giornali dell'epoca che Despard così gli rispose: «ce ne sono di migliori, e qualcuna peggiore». Si girò poi verso il boia, e al momento di infilare la testa nel cappio gli disse: «fa molto freddo, credo che avremo pioggia». Il colonnello Despard sapeva di che cosa parlava: aveva imparato a leggere i segni del tempo in lunghi anni di navigazione. In Giamaica, una delle maggiori società schiaviste del mondo, e poi in Nicaragua (dove aveva combattuto con Lord Nelson, il futuro eroe di Trafalgar), e nel Belize, aveva visto con i suoi occhi situazioni peggiori di quella in cui egli stesso si era cacciato, finendo sul patibolo. Nato e cresciuto nell'Irlanda devastata dalle carestie e dal colonialismo inglese, Despard si era arruolato giovanissimo nell'esercito, e aveva partecipato all'epopea della costruzione dello «Stato marittimo» britannico. Una biografia non certo straordinaria, per l'epoca: ma con il passare del tempo, lo sguardo del colonnello aveva cominciato a distrarsi dai fasti dell'impero e dell'accumulazione capitalistica su scala atlantica. Aveva cominciato a fissarsi su altre storie: la resistenza degli schiavi e le comunità dei maroons (gli schiavi fuggiaschi), la solidarietà tra i marinai e le forme di organizzazione comunitaria degli indigeni.

Quando tornò a Londra, nel 1790, portò con sé, oltre alla moglie Catherine, un'afroamericana, la memoria dello sfruttamento e delle lotte all'interno del movimento abolizionista, tra i lavoratori e i proletari che avrebbero dovuto rappresentare la base del moto insurrezionale del 1803. La portò anche sul patibolo, dove proruppe nel vibrante appello alla libertà della «razza umana» che pronunciò prima dell'esecuzione, una vera e propria eresia in anni in cui i confini dell'impero stavano cominciando a essere cementati da ideologie razziste. E infatti lo sceriffo lo interruppe precipitosamente, mettendolo in guardia dall'usare «un linguaggio così incendiario».

Quella del colonnello Despard è una delle tante storie che si possono leggere nel formidabile libro di Peter Linebaugh e Marcus Rediker, I ribelli dell'Atlantico. La storia perduta di un'utopia libertaria, che fin dalla sua pubblicazione nel 2000 (ne diede conto su il manifesto Ferruccio Gambino, il 25 ottobre 2001) sta animando il dibattito storiografico internazionale e che ora l'editore Feltrinelli propone meritoriamente in traduzione italiana (pp. 430, € 30). Nato all'interno della grande tradizione inglese della history from below , il lavoro di Linebaugh e Rediker si propone di mettere in discussione il predominio del canone nazionale all'interno della storia del lavoro e dei suoi movimenti. La loro è una prospettiva atlantica che sfida alcuni degli assunti di base sui quali è stata costruita l'immagine storiografica della «classe operaia» e apporta altresì un contributo di prim'ordine ad alcuni dei più significativi dibattiti contemporanei sulle prospettive dei movimenti di contestazione del capitalismo globale.


Si prenda ad esempio la categoria di moltitudine. Sappiamo bene che all'origine del pensiero politico moderno, tra Cinque e Seicento, questo concetto sembrò indicare un'alternativa radicale, repubblicana, al paradigma teorico che stava contemporaneamente costruendosi attorno al nesso tra popolo e sovranità. E siamo abituati a cercare le tracce di questa alternativa nei testi di Spinoza, o al più di Machiavelli. Non avevamo pensato di andare a leggere in questa chiave Francesco Bacone, il celebrato fondatore del moderno spirito scientifico che per decenni ricoprì cariche politiche di primissimo piano nella monarchia inglese. Eppure ne vale la pena, a condizione di saper scegliere i testi giusti: non la Nuova Atlantide, uno dei grandi classici del pensiero utopico moderno, ma ad esempio An Advertisement Touching an Holy War del 1622. Qui, in un testo che mobilita il lessico della mostruosità denso di riferimenti biblici e mitologici di cui Bacone era appassionato cultore, l'appello alla «guerra santa» non si rivolge tanto contro nazioni nemiche quanto contro coloro che delle nazioni del mondo sono gli scarti, «moltitudini soltanto, e sciami di persone»: indigeni americani e altri «selvaggi», contadini cacciati dalle terre comuni e in via di proletarizzazione, pirati dei mari e «corsari di terra» (vagabondi e banditi di strada), «amazzoni», regicidi e «anabattisti» di ogni sorta.

Ecco una buona descrizione «sociologica» dei protagonisti del libro di Linebaugh e Rediker. Al centro del loro studio, straordinariamente documentato, c'è la moltitudine del lavoro vivo sul cui sfruttamento (e spesso sul cui sterminio) si è fondato lo sviluppo capitalistico tra la «cosiddetta accumulazione originaria» e la Rivoluzione industriale. Siamo dunque in un'epoca che precede quella in cui la storia del lavoro si incrocia con la storia della nazione, costituendo la materia per quella storiografia delle classi operaie nazionali i cui limiti - è questa una delle tesi fondamentali dei due autori - non sono stati messi in discussione neppure dalla storia sociale «dal basso» fiorita in Inghilterra a partire dagli anni Sessanta del Novecento. The Making of the English Working Class si intitola appunto lo stesso capolavoro di E. P. Thompson che nel 1964 inaugurò quella stagione, comunque straordinaria, di rinnovamento storiografico.

La prospettiva atlantica, secondo modalità che all'interno dei cultural studies britannici erano già state seguite all'inizio degli anni Novanta da Paul Gilroy nel suo The Black Atlantic (Meltemi, 2003), funziona precisamente come criterio di provincializzazione delle storiografie nazionali del lavoro: fin dalle sue origini il modo di produzione capitalistico viene sviluppandosi all'interno di uno spazio che eccede ogni dimensione nazionale e che proprio nell'Atlantico ha il suo centro. Assumendo questo angolo visuale, Linebaugh e Rediker studiano così l'intreccio tra commercio, conquista e schiavitù, tra recinzione delle terre comuni, proletarizzazione e sistema di piantagione che segna di sé l'origine del capitalismo. Riprendendo una tesi già compiutamente esposta nel precedente lavoro di Markus Rediker (Sulle tracce dei pirati, Piemme, 1996), gli autori scoprono uno degli archetipi della fabbrica moderna nell'organizzazione del lavoro prevalente all'interno della grande nave transoceanica. Ma al tempo stesso riportano alla luce la «storia nascosta dell'Atlantico rivoluzionario»: l'impressionante sequenza di rivolte degli schiavi e insurrezioni proletarie nei grandi centri portuali sulle due rive dell'Atlantico, la formazione di comunità meticcie nell'America del nord e nei Caraibi, la stessa pirateria interpretata come forma di esodo democratico-radicale dall'ordine dispotico della nave e dell'impero in via di formazione.

Le pratiche di cooperazione che si svilupparono all'interno dell'Atlantico rivoluzionario erano dunque originariamente ibride e meticce, irriducibili alla «tirannia del nazionale», ed erano spesso segnate da un inedito protagonismo femminile. Ai funzionari dell'impero e del capitale questa congerie di «razze» e di generi, questa moltitudine di donne e di uomini appariva come una minacciosa «idra dalle molte teste», e l'imperativo di domarla - di ricondurre alle norme del comando e della valorizzazione il suo lavoro - configurava un'impresa «erculea», in cui molte di quelle teste andavano necessariamente mozzate. Il libro di Linebaugh e Rediker è il racconto di questo epico scontro, intessuto di fonti letterarie e di materiali d'archivio. Ma è anche qualcosa di più: ispirandosi a un altro capolavoro della storiografia sociale inglese, Il mondo alla rovescia di Christopher Hill (1972), i due autori coniugano magistralmente storia sociale e storia intellettuale, presentando l'Atlantico come uno spazio in cui non solo corpi individuali e collettivi, ma anche le idee, migrando, si ibridano.

La storia dell'Atlantico rivoluzionario è dunque anche la storia di una corrente rimossa di pensiero radicale, in cui un filo sotterraneo unifica le rivolte contadine del Cinquecento europeo e lo sviluppo del movimento abolizionista, in cui le posizioni dei Livellatori e degli Zappatori, le anime rivoluzionarie della guerra civile inglese degli anni Quaranta del XVII secolo, rivivono nelle petizioni di schiavi e marinai nonché nelle sommosse che accompagnarono la Rivoluzione americana, per essere «reimportate» nella terra in cui erano state originariamente formulate con un segno nuovo, atlantico, che si imprime su rivolte come quella di cui fu protagonista il colonnello Despard agli inizi del XIX secolo.

I ribelli dell'Atlantico è un libro che vale davvero la pena leggere. Appassionarsi alle storie che vi sono raccontate, del resto, non significa necessariamente chiudere gli occhi di fronte ai limiti che, tanto dal punto di vista prettamente storiografico quanto dal punto di vista delle categorie impiegate, possono essere rinvenuti nel lavoro di Linebaugh e Rediker e che sono stati puntualmente sottolineati nell'ampio dibattito internazionale a cui si faceva cenno in precedenza. Non si può negare, in particolare, una certa «unilateralità» nel modo in cui vengono ricostruite una storia di insorgenza e una tradizione di pensiero radicale in cui la convergenza tra «razze», generi e lavori appare non di rado un po' troppo semplice e spontanea. I pirati, per limitarci a un solo esempio, non furono certo soltanto comunità democratico-radicali e accolite di ribelli, parteciparono spesso alla tratta degli schiavi e fecero strage di innocenti. Ma un certo grado di parzialità, in fondo, connota necessariamente opere che si propongono di sfidare paradigmi «scientifici» consolidati e di aprire alla ricerca nuovi «continenti», e può dunque essere ben perdonato ai due autori: se la loro provocazione, come da molti segni pare stia accadendo, sarà raccolta, vi sarà tempo e modo di correggerne gli eccessi e di pervenire a rappresentazioni più equilibrate della storia dellAtlantico rivoluzionario».

Per intanto, godetevi questo libro, leggetelo come un'opera storiografica che molto spesso, in fondo, sembra parlare anche del nostro presente: non solo perché apporta un contributo di fondamentale importanza alla conoscenza delle genealogie della globalizzazione capitalistica, ma anche perché, nel tracciare i contorni del suo antagonista (l'«idra dalle molte teste» che si batté per affermare un cosmopolitismo differente da quello che andavano prefigurando i movimenti delle merci e dei capitali), non nasconde la speranza di rivolgersi ai movimenti contemporanei, in un'epoca in cui la mobilità e il «meticciato» sono di nuovo con ogni evidenza caratteri costitutivi di quello che Marx chiama «lavoro vivo».

 

 

Il sapiente, il mercante, il guerriero
Bifo - Libri & Riviste 02.06.2004

Dal rifiuto del lavoro all'emergere del cognitariato. E' un libro di Franco Berardi, edizioni Derive Approdi.


Il libro ripercorre alcuni dei concetti essenziali che sono serviti ad interpretare la storia sociale dagli anni sessanta ad oggi, e hanno funzionato come strumenti di intervento e di trasformazione, decennio dopo decennio.
Al centro della scena ci stanno tre figure: il sapiente, portatore delle conoscenze che rendono possibile un aumento della produttività del lavoro ed una progressiva liberazione del tempo di vita dal lavoro salariato. Il mercante, colui che trasforma i prodotto del lavoro e dell'intelligenza in merce, e vuole sottomettere le leggi del sapere ai soli criteri dell'economia. E il guerriero, espressione della violenza che regola i rapporti tra intelligenza e merce, tra tecnica e capitale. Attraverso la storia dei rapporti tra queste tre figure, il libro ricostruisce la genesi del capitalismo digitale, la diffusione delle psicopatologie identitarie che portano alla guerra permanente, e l'emergere del cognitariato dall'interno dei movimenti sociali che si oppongono al predominio dispotico del capitalismo di guerra.
Questa è la grande novità che si è affermata dai giorni di Seattle: i mercanti non hanno diritto di decidere della vita di miliardi di persone sulla base della priorità del loro profitto. Soltanto un movimento dei ricercatori, un movimento del lavoro cognitivo che si organizza in forma autonoma può bloccare la dittatura dell'economia sul sapere.
Non ha senso alcun progetto di riforma o di cambiamento se non siamo capaci di ridefinire radicalmente la direzione della corsa. E la direzione della corsa non la può decidere né il guerriero né il mercante. Solo il sapiente può stabilirla. Solo la conoscenza umana, seguendo le sue regole, le sue priorità e le sue linee di ossiblità ha il diritto di ridefinire le regole della produzione e dello scambio. Solo le donne e gli uomini in quanto soggetti di conoscenza possono decidere in che direzione deve andare il mondo.


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Indice

L'ultima notte


Sessanta: filosofia e lavoro
Filosofia e lavoro negli anni sessanta
il salario il potere la scienza

Settanta: Crisi e comunsmo
Uno slittamento gigantesco
Comunismi

Ottanta: autonomia deregulation e ossessione identitaria
Deterritorializzazione
Riterritorializzazione

Novanta: il collasso della mente globale
L'accelerazione
Skizo-economia

2k: potenza potere automatismi
Prozac.crash
Automatismi totalitaria

Altri futuri forse
Dal rifiuto del lavoro all'emergere del cognitariato
Il movimento globale

Fraternità sapere non sapere
Sull'orlo dell'abisso

 

 

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Verdugo Patricia
SALVADOR ALLENDE

Un resoconto, appassionato e puntiglioso, delle trame ordite dalla Cia, su precise indicazioni del presidente Nixon e del suo potentissimo consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger, per impedire l’ascesa al potere del leader socialista cileno Salvador Allende, vittorioso alle elezioni del 4 settembre 1970, e per rovesciarlo con tutti i mezzi una volta insediatosi alla Moneda.
Patricia Verdugo, nota giornalista e scrittrice di Santiago, autrice di apprezzati volumi sul golpe militare, ha il merito di aver attinto a piene mani dai documenti della Commissione Church, declassificati in parte durante l’Amministrazione di Bill Clinton. Sono documenti nuovi e illuminanti, che permettono di seguire giorno dopo giorno – e a volte perfino ora dopo ora – l’attività frenetica degli agenti della Cia a Santiago e dei loro superiori nella sede centrale in Virginia contro Allende e i suoi alleati. Minute di riunioni, comprese quelle tenute alla Casa Bianca alla presenza di Nixon e di Kissinger, memorandum che vanno e vengono tra Washington e Santiago, messaggi in chiaro e cifrati, trascrizioni di telefonate e dichiarazioni giurate, gettano una nuova luce sui drammatici mesi che precedettero l’elezione di Allende e sui circa tre anni della sua travagliatissima permanenza al potere.

«"Il nostro D-day è stato pressoché perfetto". Con queste parole l’addetto navale dell’ambasciata degli Stati Uniti in Cile, Patrick Ryan, membro della Marina americana, informò il Pentagono. Si riferiva al golpe militare dell’11 settembre 1973. Era – nelle comunicazioni tra militari statunitensi – "il nostro D-day"».
Dispiace perfino scrivere queste parole sulla tastiera del computer. Ma è un modo per cominciare questo racconto che avrà il presidente Salvador Allende come protagonista e la Casa Bianca come antagonista.
Perché questa è la storia di un uomo che sapeva, ma non poté evitare che succedesse quello di cui era a conoscenza. La storia di un uomo che incarnò un processo sociale, un processo portato avanti, nel corso di più di mezzo secolo, da milioni di cileni che sognavano un Paese più libero e più giusto. E fu per questo che non poté fare nulla per evitare la tragedia che ebbe inizio con il suo sacrificio.»

 

noisiamoipoveriT.jpg (9579 byte) Ashwin Desai
Noi siamo i poveri
La nuova apartheid e i suoi protagonisti

Prefazione di Naomi Klein

pp. 180
Euro 13,00

Il testo

Noi siamo i poveri ci trasporta nei sobborghi delle megalopoli del Sudafrica. Nella situazione politica ed economica del dopo apartheid, descrive l’inedita formazione di una comunità di lotta che ha saputo opporsi, con nuovi linguaggi e nuove forme di resistenza, alle misure di impoverimento imposte dalle multinazionali.
Noi siamo i poveri è il commovente ritratto di un’altra Africa. Lontano dall’immagine consolidata di un continente oppresso da miseria e povertà, questo libro descrive le inimmaginabili capacità di resistenza delle comunità più marginali. Ci racconta la storia di come disperazione e indigenza si sono rivoltate in un’opposizione organizzata e imprevista.
Ripercorre le tappe di formazione di un movimento che ha saputo dare un comune terreno alle minoranze più variegate. Ben lungi dal rappresentare un fenomeno locale, l’esempio delle lotte nel Sudafrica post-apartheid costituisce un modello senza precedenti per le lotte contro le politiche della globalizzazione su scala mondiale.
Noi siamo i poveri è contemporaneamente una delle riflessioni più lucide del pensiero post-coloniale e una delle più belle descrizioni del Sudafrica contemporaneo.

Ashwin Desai è uno dei più noti attivisti sudafricani. È docente universitario a Durban.
 

 

 

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Manuale per un consumo responsabile Dal boicottaggio al commercio equo e solidale

Francesco  Gesualdi

Collana: Universale Economica Saggi
Pagine: 203
Prezzo: Euro 6,5

In breve
Il consumo può diventare un'arma formidabile per far cambiare il corso della storia e i consumatori possono avere potere di vita e di morte sulle imprese. Si mettono a nudo gli artifici che si nascondono dietro l'immagine immacolata di molte imprese e si illustrano gli strumenti di boicottaggio, il consumo critico, le campagne di denuncia, il commercio equo e solidale.

Il libro
Comprare un pacchetto di spaghetti al supermercato può voler dire finanziare l’industria degli armamenti e acquistare un barattolo di pelati può contribuire allo sfruttamento dei braccianti africani da parte di una multinazionale: ogni acquisto non consapevole può trasformare il consumatore in complice di imprese che possiedono fabbriche di armi, piantagioni o industrie dove si sfruttano i più svantaggiati, aziende inquinanti, oppure che evadono le tasse o maltrattano gli animali. Scegliere un prodotto con la consapevolezza che dal punto di vista sociale e ambientale non sia condannabile significa chiedersi, ad esempio, se la tecnologia impiegata per farlo sia ad alto o basso consumo energetico, quanti e quali veleni siano stati usati durante la sua fabbricazione, quanti ne produrranno poi il suo utilizzo e il suo smaltimento, in quali condizioni di lavoro sia stato ottenuto e che prezzo sia stato pagato alla manodopera. Invece di farsi semplicemente condizionare dalla pubblicità, i consumatori possono influenzare il comportamento delle imprese. Con opportune strategie (come l’attenzione al commercio equo e solidale o ai marchi di garanzia, fino alle pratiche di boicottaggio) possono riappropriarsi del proprio potere decisionale ed esercitare un consumo critico.
Approfondimento
Lavoro minorile, percosse, negazione dei diritti sindacali, scarichi abusivi, ecco cosa può nascondersi dietro a molti prodotti che compriamo ogni giorno. Ma la casistica è tutt'altro che esaurita: produzione di armi, evasione fiscale, ricorso ai paradisi fiscali, pubblicità ingannevole, finanziamento dei regimi oppressivi, manipolazione genetica. Se i nostri consumi ci rendono involontari complici di tutto questo, sappiamo anche che il consumo può diventare un'arma formidabile per far cambiare il corso della storia e che i consumatori possono avere potere di vita o di morte sulle imprese.
Ecco il messaggio di denuncia e speranza di questo libro, che mette a nudo gli artifici che si nascondono dietro l'immagine immacolata di molte imprese e illustra strumenti di azione quali il boicottaggio, il consumo critico, le campagne di denuncia, il commercio equo e solidale. Conciliare sobrietà e benessere sociale è possibile a patto di mettere in atto, oltre che una rivoluzione tecnologica, una rivoluzione economica per ricreare, secondo una nuova gerarchia di valori, il rapporto tra essere umano e denaro.
Scritto con la precisione del ricercatore e la passione del militante, questo manuale del consumatore critico documenta i comportamenti contestati a imprese come Nike, McDonald's, Nestlè, gli iniqui meccanismi internazionali che il commercio equo e solidale tenta di cambiare; la storia del boicottaggio, del consumo critico, del commercio equo, le iniziative concrete da assumere per organizzare la resistenza. Un ultimo capitolo, dedicato agli stili di vita, affronta il tema della sostenibilità ambientale e sociale.

 

 

 

"Impero" di Antonio Negri


Recensione di Antonio Visone

L'ultimo libro di Negri, Impero, scritto recentemente in collaborazione con Hardt, ha riscosso un ampio consenso in tutto l'Occidente, soprattutto in ambito universitario.
Il linguaggio, non più sulla falsariga della precedente produzione politica, caratterizzata da una forma di scrittura a tratti criptica oppure ristretta ad un pubblico specializzato, si presenta aperto e di non difficoltosa comprensione. Accanto al nuovo taglio del linguaggio, un'altra significativa divaricazione rispetto al recente passato, gli anni '70, la si riscontra nell'analisi teorica proposta e nelle tematiche che da essa scaturiscono. Si nota l'ampia influenza che nell'elaborazione del pensiero di Negri viene apportata dal marxismo francese contemporaneo, dalle personalità di Deleuze e Guattari nonché dall'imponente impianto teorico proposto da Michel Foucault. Quest'ultimo autore, in maniera preponderante, ha influito sulla concezione politica di Negri.
Infatti secondo lo studioso francese non esiste un elemento, sia esso il politico, l'economico, il sociale, rispetto al quale tutti gli altri elementi sono sottoordinati. Non esiste perciò un punto gerarchico nei confronti del quale tutti gli altri punti ruotano intorno.Un momento cruciale dell'analisi di Negri verte proprio su un nuovo concetto, quello di biopolitica intesa come produzione della stessa vita. E nell'attuale momento storico ciò che si produce in maniera preponderante è la dimensione sia corporea, sia sociale che comunicativa dell'individuo inteso come singolo e come collettività. Diventa essenziale nell'analisi di Negri il passaggio che avviene dall'ambito della produzione industriale, relegata attualmente ai margini del mondo del lavoro, alla produzione immateriale ed a quella dell'affettività. A dare ampio respiro a queste nuove dimensioni produttive sono state sia l'emergere dell'informatizzazione che dei nuovi modelli della comunicazione.
L'autore inquadra l'attuale momento storico ponendolo a raffronto con l'antico impero romano, anzi scoprendo notevoli analogie fra le due diverse epoche storiche. Ed infatti il titolo del libro ,Impero, vuole indicare una lettura in chiave postmoderna dell'antico impero romano. A formare una piramide dall'alto verso il basso si presentano gli Stati Uniti - questa potente nazione che opera sotto l'egida dell'ONU, e che impone un equilibrio mondiale fatto di pace, per conseguire la quale occorrono operazioni di polizia militare - dotati del monopolio della forza. A seguire troviamo un gruppo di stati che determinano le politiche monetarie come è il caso del G8. Nella parte sottostante di questa piramide, al cui vertice ha sede il comando globale, c'è un secondo livello che fa capo alle multinazionali le quali strutturano i territori e le popolazioni e distribuiscono tecnologie. Le associazioni, soprattutto le ONG, hanno il compito di rappresentare gli interessi popolari in termini universali ed in difesa della vita. Si delinea anche una perdita della centralità della singola nazione a favore di una nuova entità, l'Impero, che si avvicina sempre più all'antico modello imperiale romano dove la monarchia è la massima espressione del potere imperiale, l'aristocrazia rappresenta il momento della giustizia e della virtù e la democrazia rappresenta e soddisfa i bisogni del popolo. La monarchia, in questo schema, si identifica con gli Stati Uniti, l'aristocrazia viene ad identificarsi con le multinazionali mentre la democrazia coincide con le ONG. Nello scenario contemporaneo, secondo l'autore, diventa anacronistico parlare di imperialismo poiché nella dimensione attuale non vi è un assoggettamento delle popolazioni e dei territori in termini di violenza e di scambio di merci ineguali. Invece l'Impero, di cui gli Stati Uniti rappresentano il vertice non gerarchico, si è sempre espresso attraverso una relazione di assorbimento non violento dell'Altro. Infatti le altre popolazioni devono godere tutte di diritti in termini di democrazia e di sviluppo economico. E' proprio questo il senso caratteristico della democrazia espansiva degli Stati Uniti.
Gli obiettivi più immediati dei quali si fa promotore l'autore ruotano intorno ai concetti del diritto di cittadinanza libera ed universale per tutti gli uomini, estensione di un salario sociale a tutta la popolazione soprattutto a quella coinvolta indirettamente nel mondo del lavoro e la comunione dei mezzi produttivi proprio perché esiste un forte senso di cooperazione lavorativa di tutti gli individui.

 

 

 

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a cura di Sergio Bianchi e Lanfranco Caminiti
Settantasette
La rivoluzione che viene

Derive Approdi
pp. 432
euro 20,00
88-88738-57-6

Il libro
In Italia il movimento politico, sociale, culturale, esistenziale del 1977 è stato artefice, non di una rivolta effimera ed estremistica, ma di una rivoluzione che ha annunciato la fine del Novecento e, insieme, il presente che stiamo vivendo. Quel movimento, infatti, in un brevissimo arco di tempo ha consumato definitivamente tutto il repertorio dell’immaginario storico della sinistra a fronte di una trasformazione epocale, produttiva e politica, delle società occidentali. Di quel movimento, prima represso nel sangue e nel carcere, poi imploso nella droga, è rimasta nella memoria collettiva una flebile eco nella truce ruvidità della lotta armata. Rimozioni, omissioni e falsificazioni lo hanno perseguitato per quasi trent’anni negandogli l’intelligente lungimiranza che aveva invece saputo esprimere. Questo libro, accostando documentazione d’epoca a interpretazioni attuali da parte di alcuni suoi protagonisti, vuole contribuire a ristabilire la verità.

Interventi di: Alquati, Ambrosi, Amendola, Asor Rosa, Balestrini, Berardi (Bifo), Bianchi, Caminiti, Carcano, Castellano, Colotti, Costantino, D’Aguanno, Deiana, Del Bello, Fachinelli, Fraire, Guattari, Infante, Lazzarato, Lolli, Manconi, Masi, Melandri, Modugno, Moretti, Moroni, Negri, Orsini, Ortoleva, Pifano, Piperno, Pivetta, Pozzi, Rivolta, Rossanda, Sanguineti, Sbancor, Sciascia, Segio, Sinibaldi, Tripodi, Tronti, Trotta, Zangheri.

Sergio Bianchi ha curato i saggi: L’Orda d’oro. 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale (Feltrinelli); La sinistra populista (Castelvecchi).
Lanfranco Caminiti è studioso di questioni meridionaliste. Attualmente dirige il mensile culturale e letterario «accattone – cronache romane».

Un assaggio…
Questo libro fu pubblicato la prima volta in occasione del ventennale del movimento del ’77. Il sottotitolo apparve ai più eccessivamente ottimista. Comprensibile, dato che era alquanto difficile immaginare quel che solo due anni dopo sarebbe esploso a Seattle. Eppure, per tutto il decennio Novanta si potevano registrare, sia a livello locale che internazionale, piccoli e grandi segnali della gestazione di quel movimento globale ora esplicitamente dispiegato.
Non si vuole con ciò sostenere la tesi di un rapporto diretto tra il movimento del ’77 e il movimento globale. Piuttosto che nelle pieghe del primo si celavano alcuni elementi anticipatori e fondanti del secondo. Ma è bene, prima di approfondire la questione, sottolineare le differenze.
Il movimento del ’77 visse la brevità e l’intensità di una meteora, e come tale illuminò per alcuni attimi il cupo cielo della teoria e della politica del «sistema dei partiti» italiano e della sua propaggine extraparlamentare. Poi, in contemporanea, esplose nell’impatto con la repressione statuale e implose nell’incapacità di darsi sbocchi di mediazione e di rappresentanza. Infatti, una parte cospicua e ricca del suo tessuto militante imboccò, più o meno consapevolmente, i tragici e suicidi destini della droga e delle armi.

Inoltre, il ’77 fu un movimento, nei suoi lineamenti politici, peculiarmente italiano e rappresentò la fase terminale del lungo e ininterrotto ciclo di lotte operaie, studentesche e sociali, iniziate nel nostro paese nei primi anni Sessanta. Repentinamente e definitivamente consumò il repertorio delle «grandi narrazioni», dell’immaginario storico della sinistra in tutte le sue varianti ideologiche, sia riformiste che rivoluzionarie.
A fronte, l’attuale movimento globale appare quanto di più distante da tutto ciò. Intanto è, appunto, movimento dispiegato sul piano internazionale e quindi con più legittima parentela con il movimento del ’68 piuttosto che con quello del ’77. Secondariamente non si nutre, nelle sue teorie e pratiche di massa, di alcuna reminiscenza ideologica novecentesca.
Ma del ’77 l’attuale movimento è debitore per una straordinaria manifestazione anticipatoria di quel soggetto sociale materialisticamente prodotto dalla trasformazione epocale del lavoro. È, questa, un’ottima ragione per i militanti (o attivisti che dir si voglia) del movimento globale di analizzare a fondo le vicende del ’77 italiano, soprattutto le espressioni della sua componente teorica più rilevante di derivazione «operaista» (dall'Introduzione alla seconda edizione).

 

 

 

Communitas n. 6

 
Communitas n. 6 - Nuda vita, vita nuda, il corpo nell'epoca della biopolitica, [interventi di Riccardo Bagnato, Pietro Barcellona, Fausto Bertinotti, Aldo Bonomi, Roberto Esposito, Natalino Irti, Serge Latouche, Luigi Manconi e Giulio Tremonti], Milano, Società editoriale Vita, novembre 2005

Si tratta del numero 6 del mensile Communitas, dedicato al tema del corpo (secondo volume), alle implicazione economiche, sociali, politiche, che la sua trasformazione o il suo utilizzo comportano nella nostra società. Di seguito l'indice: Biopolitica. Il potere sui corpi (Roberto Esposito); Per un'altropologia ai tempi della biopolitica (Aldo Bonomi); Decolonizzare l'immaginario (Serge Latouche); La giuridificazione del bíos (Natalino Irti); Dalla morale alle morali (Luigi Manconi); La politica pratichi l'ignoranza scientifica (dialogo con Giulio Tremonti di Riccardo Bonacina); Precarietà, un furto di futuro e di figli (dialogo con Fausto Bertinotti di Sara De Carli); Biopolitica e diritti (Pietro Barcellona); L'Unione europea e la corsa alla genetica (Riccardo Bagnato); La giurisdizione dell'innumerevole (Riccardo Bagnato).

Il volume è in vendita nelle librerie Feltrinelli.

 

 

 

 

“I giacobini neri. La prima rivolta contro l’uomo bianco” di Cyril Lionel Robert James (DeriveApprodi)

12/12/06 19:35 | tag: , , | correlati

12 Dic 2006 19:35

Non è solo un grande libro su una vicenda censurata e accantonata, sulla Rivoluzione di Santo Domingo come parte fondamentale, interna, della Rivoluzione francese. È anche, con Benjamin, un «balzo di tigre nel passato» in grado di riattivare l’attualità di un tempo della liberazione che balena dal passato come ciò che scuote e spacca il presente

 

 

 

 

"Goodbye Mr Socialism" di Antonio Negri

"Siamo in una fase intermedia che ha proprio le caratteristiche dell’interregno inglese tra il 1648 e il 1688 … Goodbye Mr. Socialism, esattamente come i rivoluzionari di quel periodo dicevano Goodbye Gothic Empire!"
Toni Negri, ‘Goodbye Mr.Socialism’

 

Oggi il comando si identifica con il piano della "governance", la quale è continuamente costretta e sollecitata dalle pulsioni sociali: su quali basi è possibile pensare ad una politica di sinistra capace di racogliere questa sfida?
Quali sono le trasformazioni sociali che sono alla base degli attuali conflitti sociali?
Questi ed altri sono gli interrogativi ai quali Goodbye Mr. Socialism, l’ultimo libro di Toni Negri, curato da Raf Valvola Scelsi, prova a dare risposta.
La sinistra istituzionale e/o radicale sembra incapace di comprendere le tensioni e le mutazioni che attraversano la società in cui viviamo, preoccupata di perseguire una "ragion di stato" che poco ha a che vedere con la realtà in cui siamo immersi.
Vecchie categorie come popolo o classe operaia impallidiscono quando tentano di introdursi nel dibattito attuale, altre, come partito e rappresentanza, dimostrano tutta la loro inadeguatezza, mentre la "moltitudine" affronta i nuovi interrogativi del presente: come può organizzarsi?
Come può determinare la sua esistenza come processo di liberazione dallo sfruttamento?
Scrivere una nuova agenda post-socialista! Questa è la sfida.
Per farlo abbiamo bisogno di essere da un’altra parte, convinti che una nuova ipotesi rivoluzionaria possa vivere solo nelle possibilità che oggi ci si presentano sul piano dei conflitti. Un nuovo orizzonte sovversivo da costruire quotidianamente, insieme, nel comune. Discuterne attiene a questo processo, che immaginiamo non tanto legato al consenso, ma continuamente sottoposto alla verifica della realtà sociale e alla condivisione.

Di seguito ascolta l’intervista di Raf "Valvola" Scelsi (curatorte del libro) ad Antonio Negri.
-  [ audio 01 ]
Ascolta lo speciale sul libro “Goodbye Mr Socialism” a cura di Federica Pennelli.
-  [ audio 02 ]

   

 

Naomi Klein - The Shock Economy 

Editore: Rizzoli

Prezzo: Euro 20,50L’ascesa del capitalismo dei disastri
E’ possibile che la filosofia del Libero Mercato metta a rischio l’idea e il futuro stesso di una società libera?
Naomi Klein oppone questa domanda all’imperante ideologia friedmaniana dell’economia come scienza perfetta, basata su una presunta non interferenza dei poteri politici. In un viaggio che è cronologico e geografico attraversa l’Indonesia di Suharto, i golpe militari nel cono Sud dell’America Latina, Cile, Argentina, Uruguay e poi Brasile e Bolivia, passa dalle miniere inglesi piegate dalla Lady di ferro per arrivare in Cina durante le Riforme di Deng e la rivolta di Piazza Tien Ammen, ma cerca di capire anche le rivoluzioni fallite o fermate, come i sogni di giustizia sociale e libertà dell’Afrikan National Congress in SudAfrica e l’economia cooperativa di Solidarnosc in Polonia, così come la libertà in tutto l’ex "Impero sovietico".
Ovunque trova gli stessi protagonisti, primi quei Chicago Boys, cresciuti intorno al vangelo di Milton Friedman, che controllano per tutti gli anni ’80 e ’90 la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, subito dopo la povertà estrema e la crescita delle disparità sociali, l’abbassamento della speranza di vita e l’espropriazione di tutte le risorse strategiche dei paesi "liberalizzati", a fronte di meravigliosi profitti per pochi. Spesso a fianco dei protagonisti vi è la Cia che sostiene dittatori spietati e diffonde i manuali Kubark della moderna tortura a base di scosse elettriche, umiliazione e disorientamento (impiegata da Buenos Aires ad Abu Grahib) , altre volte è l’iperinflazione o la crisi provocata dal debito estero ad aprire la porta ai "riformatori". Più si inoltra nella sua indagine più sembra inevitabile il legame tra i disastri, la violenza, la crisi e le risposte autoritarie ed emergenziali e il mercato libero da ogni vincoli.
Il libro finisce ai nostri giorni in Iraq e in Medioriente, sulle spiagge colpite dallo Tsunami e a New Orleans, dove, con le parole di un senatore Repubblicano, "Dio ha fatto per noi ciò che non sapevamo come fare. Ha smantellato il sistema delle case popolari a New Orleans".

 

"Senso Contrario" - di Luis Hernandez Navarro

Le recensioni del libro e gli appuntamenti per la presentazione in tutta Italia

SENSO CONTRARIO
Vita e miracoli di ribelli contemporanei
Di Luis Hernandez Navarro

May Brooks. José Ramòn Espinoza Juàrez, David Pintado Espinoza, Javier Cortés, Valentìna Palma e Alexis Benhumea. Noam Chomsky. Pablo Gonzàlez Casanova. Floriberto Dìaz. Subcomandante Insurgente Marcos. Comandante Ramona, Amado Avendaño e Antelmo Robledo. Rosario Ibarra. Zohelio Jaimes. John Berger. Brad Will, Flavio Sosa e Ismael Cruz Caballero. José Bové. Evo Morales. Annette Aurélie Desmarais. Robert Fisk. Paco Ignacio Taibo II. Edward Said. Manu Chao. Fermìn Muguruza. Àlvaro Rìos, Efrén Capìz, Ramiro Taboada y Aureliano Estrada. Horacio Labastida. Manuel Vàzquez Montalbàn. Lee Hyung Hae e Julio Macossay. Misael Nùñez Acosta. El pobresor e la señorita ¡no! Tomàs Segovia. Juan Bañuelos. Francisco Lòpez Bàrcenas. Jorge Acevedo. Heberto Castillo. Gritòn. Arundathi Roy.

Milioni di persone anonime hanno un’esistenza intensa. Anche se non appaiono sullo schermo e sulle riviste, la loro sopravvivenza quotidiana è un gesto eroico contro l’assurdità.
Migliaia di uomini e donne resistono ogni giorno allo schiavizzante avanzare della logica mercantile ed all’autoritarismo.
Non sono in vendita.
In molte occasioni la loro resistenza non trionfa.
Ma il solo fatto di esistere, di non piegarsi a forze molto più potenti, é già un piccolo trionfo.
Vanno in senso contrario.
Questo libro parla di gente così.

Le recensioni del libro "Senso Contrario":

- Foro Político: Misael Núñez nunca se vendió; Luis Hernández Navarro da testimonio de ello en su libro “Sentido Contrario”.

- Sentido contrario, tributo a luchadores sociales del mundo

- Por entrar a la lucha electoral, la izquierda se ha desarmado: Hernández Navarro

- Viable, la resistencia contra el autoritarismo - Intervista a Luis Hernandez Navarro

Appuntamenti in tutta Italia per la presentazione del libro "Senso Contrario" insieme all’autore Luis Hernandez Navarro:

- Napoli, 7 e 8 aprile 2008 - ¿Cosa succede in Chiapas e in Messico?

- Trento, 9 aprile 2008 - Incontro con Luis Hernandez Navarro

- Venezia, 10 aprile 2008 - Presentazione del libro "Senso contrario"

- Padova, 10 aprile 2008 - ¿Cosa succede in Chiapas e in Messico?

 

 


Dall'India al modo

Quando arrivano le cavallette

IL nuovo libro di Arundhaty Roy

15 / 9 / 2009

QUANDO ARRIVANO LE CAVALLETTE

Autore: Arundhati Roy Traduzione di Giovanni Garbellini € 13.00 Saggistica Collana: Le fenici rosse In libreria dal: 11 Giugno 2009 Pagg 180

IL LIBRO

L’India di Arundhati Roy, scrittrice coraggiosa e reporter implacabile, è molto diversa dall’immagine luccicante offerta dalle fonti ufficiali. In questa nuova raccolta di saggi ci si trova di fronte ad avvenimenti e situazioni scottanti: apparati dello Stato deviati che inscenano falsi attentati e un «11 settembre asiatico», magistrati corrotti e più attenti al bene delle multinazionali che a quello della giustizia, giornalisti asserviti ai poteri forti, poliziotti che non esitano a scatenare pogrom contro le minoranze etniche e religiose, un’intera area — il Kashmir — dove i diritti civili sono sospesi e la guerra contro il Pakistan è una minaccia perenne, con ricorrenti scoppi di violenze.
Un quadro cupo e inquietante ma non privo di speranze, perché tanti, come la Roy, lottano in nome della libertà, della verità, della pace. Con il suo consueto stile acuto e, allo stesso tempo, venato di una sottile ironia, Arundhati Roy cerca di guidare il lettore occidentale nel complesso intrico di politica, religione, società ed economia della «più grande democrazia del mondo».

I GIUDIZI
"Nelle mani di Arundhati, le parole diventano armi, le armi dei movimenti di massa."
Naomi Klein

UN BRANO
  "Ciò di cui abbiamo bisogno oggi, per la sopravvivenza del pianeta, è un progetto a lungo termine. Possono i governi democratici, la cui stessa sopravvivenza dipende da risultati immediati, dallo sfruttamento a breve scadenza, offrire questo progetto? Non potrebbe darsi che la democrazia, sacra risposta alle nostre speranze e preghiere a breve termine, baluardo delle nostre libertà individuali e nutrice dei nostri sogni più avidi, si riveli uno scacco matto per il genere umano? Non potrebbe darsi che la democrazia abbia tanto successo tra l’umanità moderna proprio perché ne rispecchia la più grande pecca: la miopia? La nostra incapacità di vivere nel presente, e al tempo stesso di guardare molto in là nel futuro, ci rende strani esseri «di mezzo», né bestie né profeti. La nostra intelligenza strabiiante sembra averci privato dell’istinto di sopravvivenza. Saccheggiamo la terra nella speranza di accumulare surplus materiali che compensino quella cosa profonda e indicibile che abbiamo perduto."

Scheda e altri testi

 

 

MUSICA:  
   
Patti Smith:Qana MP3  

"Qana was an atrocity not only against the people but against the land. I find it really unforgivable."
Patti Smith -video by pterron

 VIDEO: http://stopwar.org.uk/index.php?option=com_content&task=view&id=286&Itemid=196 

 

 

 
Bruce Springsteen - Bring 'em home    

VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=ZK1g69iHu1Q 

Now we'll give no more brave young lives
Bring 'em home, bring 'em home
For the gleam in someone's eyes
Bring 'em home, bring 'em home
Bruce Springsteen - Bring 'em home 

   
Manu Chao
Guarda il video di "Rainin in paradize"