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DIGITALE, COMPUTER,SOFTWARE...

                              

 

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17.12.2009

Bisogna difendere la rete - da www.infoaut.org

Il copione che si sta recitando in questi giorni in merito alla rete è qualcosa di già visto negli ultimi mesi, la cui stesura è stata meditata ed elaborata a lungo dopo diverse figuracce e fallimenti. Un copione gradito e recitato con uguale foga e passione da attori e comparse degli schieramenti di centro-destra e centro-sinistra.
La lente di ingrandimento mediatica che in un primo momento si era posata sulla possibilità di implementare non meglio precisati filtri nell'infrastruttura di rete italiana non focalizzava però il vero traguardo che si sta provando a tagliare in queste ore. È difficile dire se la morfologia dell'internet italiana si presti effettivamente ad una perimetrazione, ad una blindatura à la Teheran. Probobilmente per motivi tecnici ed interessi economici stranieri in ballo (come il fatto che Fastweb sia di proprietà di SwissComm), un'opzione di questo tipo risulterebbe non immediatamente praticabile. Ma soffermarsi esclusivamente su questo aspetto del problema vorrebbe dire imboccare una strada sbagliata.

Intanto perché l'informazione in rete può essere controllata a vari livelli geografici e non solo tramite la censura, ma ostacolandone la circolazione con misure amministrative o soffocando le notizie in assordante rumore di fondo, con l'intento di rendere difficoltosa quell'operazione di ricomposizione dei tasselli del mosaico che si chiama fare giornalismo.Ci sembra allora ben più importante tratteggiare la china politico-culturale che sta assumendo questa vicenda.

In queste comiziali giornate vengono gettati in pasto agli elettori gustosi bocconi politici, capaci di soddisfare, con il loro retrogusto autoritario, anche gli appetiti più neri. La Russa gioca a fare il soldatino a salvaguardia della democrazia ponendone a presidio un recinto di limitazioni alla libertà di manifestare. Nel frattempo si incendia il dibattito fra "liberalissime" compagini politiche su come difendere la libertà di espressione proponendo l'elaborazione e la promulgazione di nuove norme in grado di scalzare anche quelle che sono le già minime garanzie che tutelano la comunicazione in rete.
Con un colpo di scena dal sapore gesuitico, Maroni coglie due piccioni con una fava. Il ministro dopo aver fomentato un clima infuocato, additando a destra e a manca terroristi e fiancheggiatori e prefigurando scenari da guerra civile, trasforma la sua immagine in quella di pacificatore e garante, riesumando dall'armadio il DDL D'Alia-Pecorella-Levi-Prodi che equipara la stampa tradizionale al mondo on-line e mette la mordacchia a nodi scomodi d'informazione e voci non allineate, sotto la minaccia di pesanti sanzioni pecuniarie. Se ne rallegrerà certo Carlo De Benedetti, che dopo l'aspra diatriba con Google dei giorni passati forse avrà modo di riconquistare parte del mercato pubblicitario sul web a causa dello sfoltirsi della concorrenza.

Dunque dopo la prova generale fatta ad ottobre si sta mettendo in atto un vero e proprio assalto mediale alla rete, cioè ad un territorio, che pur con tutte le sue innegabili contraddizioni, sembra rimanere immune alle dinamiche di costruzione di consenso e unificazione sociale operate dal network imprenditoriale, mediatico e politico capeggiato da Mediaset-Rai-PDL-Lega.
Dipinto con pennellate frenetiche, l'affresco terrorizzante di una rete in cui si annida un coacervo d'odio (contrapposto ai colori rasserenanti e tenui della TV generalista), vuole ribaltare gli assetti culturali e politici di Internet in Italia. Socialità ed informazione che la attraversano, devono collocarsi una volta per tutte nella sfera circoscritta dai canoni della società legittima e non permettersi di dettare alla politica con la P maiuscola l'agenda setting. Sul filo di lana della linea gotica di un digital divide che ancora spacca in due l'Italia, si gioca in ultima istanza un tentativo di richiamare il dibattito pubblico ai canoni dell'ordine mediatico-giornalistico tradizionale per riaffermarne supremazia ed egemonia culturale.
Una messinscena cui non poteva mancare certo il segretario del PD, eterno candidato all'Oscar come attore non-protagonista. Sgomitando per guadagnare spazio sul palcoscenico, potete ammirarlo mentre recita con volto contrito la parte strappalacrime dell'amico leale e declama l'importanza di "ristabilire la civiltà politica della buona educazione": lo "scontro" deve insomma ridursi allo sdolcinato e languido corteggiamento tra Letta e la Gelmini ed i suoi luoghi non sono la rete o le piazze, ma i salotti televisivi e di tanto in tanto, quando il capo è indisposto ed il consiglio dei ministri non può riunirsi, il parlamento.
Altrimenti lo spettacolo della paura perde audience: senza quella rimane solo uno stanzone vuoto e non si va più in scena.

A conferma di tutto questo c'è da rilevare come Facebook per una prima volta sia stato chiamato in causa dai Tg nazionali, non solo per essere oggetto di invettive ed anatemi, ma anche per essere esposto come un trofeo di guerra laddove masse e code lunghe erano sorte "popolosissime" in solidarietà a Berlusconi (in realtà nient'altro che patetici accrocchi ultra-minoritari o gruppi con nome e scopo cambiati all'insaputa di migliaia di utenti ignari).

Su quest'onda emotiva hanno trovato legittimità mai sopite intenzioni di rappresaglia, covate evidentemente da lungo tempo contro organi di informazione fastidiosi come Indymedia o Senza Soste, e non ci sorprenderebbe se altri ancora venissero aggiunti presto alla lista nera dei siti proibiti.

Fa molto riflettere anche la scelta di Facebook di assecondare in modo salomonico la tesi bipartisan della necessità di una normalizzazione politica della vita in rete. Probabilmente intimorita dalle pressioni del governo di uno dei paesi più importanti nel suo mercato europeo, la società californiana ha censurato tanto i gruppi schierati in supporto sia di Tartaglia che del premier. Un'ennesima riprova del ruolo sempre più centrale dei grandi aggregatori di informazione nei processi di disciplinamento e gerarchizzazione della rete che mette categoricamente a tacere, e speriamo una volta per tutte, qualsiasi figuro profetizzante società open-source libertarie magicamente autogenerantesi in seno alla rivoluzione digitale.

Saranno senz'altro felici anche i supporter dei comitati pro-Franceschini che durante le primarie di fronte all'ipotesi di chiusura del gruppo "Uccidiamo Berlusconi", sostennero la necessità di oscurare coloro che si ripromettevano di fare la festa all'ex-segretario PD. Contenti ora? Finalmente un'intesa con il governo si sta materializzando, proprio come auspicavate! Solo che non è sulle tanto aspirate riforme, ma sulla repressione e se vi va bene magari anche sulle leggi speciali. Dopo i sacrifici potete aggiungere al vostro invidiabile pedigré politico anche la censura.

Tutto questo per noi non è che una conferma del fatto che la rete è un campo di battaglia, e che come tale va agita, conquistandone il territorio millimetro dopo millimetro. Un territorio che ci appartiene e che la nostra voce, fieramente di parte e schierata come quella di migliaia di bloggers indomabili, contribuisce a rendere altro ed antitetico, nelle forme e nelle intenzioni, al grottesco carrozzone cornice di talk show razzisti e animato da grandi fratelli perbenisti.

Quello dei media broadcast.

Quello che byte dopo byte poco alla volta spegneremo.


InfoFreeFlow Crew

C’era una volta la libertà di informazione in Rete

 

Una proposta di legge per sottoporre alla disciplina sulla stampa tutti i siti Internet che abbiano natura editoriale. Qualsiasi cosa ciò significhi Roma - Il 14 settembre scorso è stato assegnato alla Commissione Giustizia della Camera un disegno di legge a firma degli Onorevoli Pecorella e Costa attraverso il quale si manifesta l’intenzione di rendere integralmente applicabile a tutti i "siti internet aventi natura editoriale" l’attuale disciplina sulla stampa.

di Guido Scorza

Una proposta di legge per sottoporre alla disciplina sulla stampa tutti i siti Internet che abbiano natura editoriale. Qualsiasi cosa ciò significhi Roma - Il 14 settembre scorso è stato assegnato alla Commissione Giustizia della Camera un disegno di legge a firma degli Onorevoli Pecorella e Costa attraverso il quale si manifesta l’intenzione di rendere integralmente applicabile a tutti i "siti internet aventi natura editoriale" l’attuale disciplina sulla stampa.

Sono bastati 101 caratteri, spazi inclusi, all’On. Pecorella per surclassare il Ministro Alfano che, prima dell’estate, aveva inserito nel DDL intercettazioni una disposizione volta ad estendere a tutti i "siti informatici" l’obbligo di rettifica previsto nella vecchia legge sulla stampa e salire, così, sulla cima più alta dell’Olimpo dei parlamentari italiani che minacciano - per scarsa conoscenza del fenomeno o tecnofobia - la libertà di comunicazione delle informazioni ed opinioni così come sancita all’art. 11 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e all’art. 21 della Costituzione. Con una previsione di straordinaria sintesi e, ad un tempo, destinata - se approvata - a modificare, per sempre, il livello di libertà di informazione in Rete, infatti, l’On. Pecorella intende aggiungere un comma all’art. 1 della Legge sulla stampa - la legge n. 47 dell’8 febbraio 1948, scritta dalla stessa Assemblea Costituente - attraverso il quale prevedere che l’intera disciplina sulla stampa debba trovare applicazione anche "ai siti internet aventi natura editoriale".

Si tratta di un autentico terremoto nella disciplina della materia che travolge d’un colpo questioni che impegnano da anni gli addetti ai lavori in relazione alle condizioni ed ai limiti ai quali considerare applicabile la preistorica legge sulla stampa anche alle nuove forme di diffusione delle informazioni in Rete. Ma andiamo con ordine. Quali sono i "siti internet aventi natura editoriale" cui l’On. Pecorella vorrebbe circoscrivere l’applicabilità della disciplina sulla stampa? Il DDL non risponde a questa domanda, creando così una situazione di pericolosa ed inaccettabile ambiguità. Nell’Ordinamento, d’altro canto, l’unica definizione che appare utile al fine di cercare di riempire di significato l’espressione "sito internet avente natura editoriale" è quella di cui al comma 1 dell’art. 1 della Legge n. 62 del 7 marzo 2001 - l’ultima riforma della disciplina sull’editoria - secondo la quale "Per «prodotto editoriale» (...) si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici". Si tratta, tuttavia, di una definizione troppo generica perché essa possa limitare effettivamente ed in modo puntuale il novero dei siti internet definibili come "aventi natura editoriale".

Tutti i siti internet attraverso i quali vengono diffuse al pubblico notizie, informazioni o opinioni, dunque, appaiono suscettibili, in caso di approvazione del DDL Pecorella-Costa, di dover soggiacere alla vecchia disciplina sulla stampa. Ce n’è già abbastanza per pensare - ritengo a ragione - che nulla nel mondo dell’informazione in Rete, all’indomani, sarebbe uguale a prima. Ma c’è di più.

Il DDL Pecorella Costa, infatti, si limita a stabilire con affermazione tanto lapidaria nella formulazione quanto dirompente negli effetti che "le disposizioni della presente legge (n.d.r. quella sulla stampa) si applicano altresì ai siti internet aventi natura editoriale". La vecchia legge sulla stampa, scritta nel 1948 dall’Assemblea Costituente, naturalmente utilizza un vocabolario e categorie concettuali vecchie di 50 anni rispetto alle dinamiche dell’informazione in Rete. Quali sono dunque le conseguenze dell’equiparazione tra stampa e web che i firmatari del DDL sembrano intenzionati a sancire?

Se tale equiparazione - come suggerirebbe l’interpretazione letterale dell’articolato del DDL - significa che attraverso la nuova iniziativa legislativa si intende rendere applicabili ai siti internet tutte le disposizioni contenute nella legge sulla stampa, occorre prepararsi al peggio ovvero ad assistere ad un fenomeno di progressivo esodo di coloro che animano la blogosfera e, più in generale, l’informazione online dalla Rete. Basta passare in rassegna le disposizioni dettate dalla vecchia legge sulla stampa per convincersene. I gestori di tutti i siti internet dovranno, infatti, pubblicare le informazioni obbligatorie di cui all’art. 2 della Legge sulla stampa, procedere alla nomina di un direttore responsabile (giornalista) in conformità a quanto previsto all’art. 3, provvedere alla registrazione della propria "testata" nel registro sulla stampa presso il tribunale del luogo ove "è edito" il sito internet così come previsto all’art. 5, aver cura di comunicare tempestivamente (entro 15 giorni) ogni mutamento delle informazioni obbligatorie pubblicate e/o richieste in sede di registrazione (art. 6), incorrere nella "sanzione" della decadenza della registrazione qualora non si pubblichi il sito entro sei mesi dalla registrazione medesima o non lo si aggiorni per un anno (art. 7), soggiacere alle norme in tema di obbligo di rettifica così come disposto dall’art. 8 che il DDL Pecorella intende modificare negli stessi termini già previsti nel DDL Alfano e, soprattutto, farsi carico dello speciale regime di responsabilità aggravata per la diffusione di contenuti illeciti che, allo stato, riguarda solo chi fa informazione professionale. Sono proprio le disposizioni in materia di responsabilità a costituire il cuore del DDL Pecorella e converrà, pertanto, dedicargli particolare attenzione.

Cominciamo dalla responsabilità civile. L’art. 11 della Legge 47/1948 prevede che "Per i reati commessi col mezzo della stampa sono civilmente responsabili, in solido con gli autori del reato e fra di loro, il proprietario della pubblicazione e l’editore". Non è chiaro come il DDL Pecorella incida su tale previsione ma qualora - come appare nelle intenzioni del legislatore - con l’espressione "a mezzo della stampa", domani, si dovrà intendere "o a mezzo sito internet", ciò significherebbe che i proprietari di qualsivoglia genere di piattaforma rientrante nella definizione di "sito internet avente natura editoriale" sarebbero sempre civilmente responsabili, in solido con l’autore del contenuto pubblicato, per eventuali illeciti commessi a mezzo internet. Fuor di giuridichese questo vuol dire aprire la porta ad azioni risarcitorie a sei zeri contro i proprietari delle grandi piattaforme di condivisione dei contenuti che si ritrovino ad ospitare informazioni o notizie "scomode" pubblicate dai propri utenti. Il titolare della piattaforma potrebbe non essere più in grado di invocare la propria neutralità rispetto al contenuto così come vorrebbe la disciplina europea, giacché la nuova legge fa discendere la sua responsabilità dalla sola proprietà della piattaforma. Si tratta di una previsione destinata inesorabilmente a cambiare per sempre il volto dell’informazione online: all’indomani dell’approvazione del DDL, infatti, aggiornare una voce su Wikipedia, postare un video servizio su un canale YouTube o pubblicare un pezzo di informazione su una piattaforma di blogging potrebbe essere molto più difficile perché, naturalmente, la propensione del proprietario della piattaforma a correre un rischio per consentire all’utente di manifestare liberamente il proprio pensiero sarà piuttosto modesta.

Non va meglio, d’altro canto, sul versante della responsabilità penale. Blogger e gestori di siti internet, infatti, da domani, appaiono destinati ad esser chiamati a soggiacere allo speciale regime aggravato di responsabilità previsto per le ipotesi di diffamazione a mezzo stampa o radiotelevisione. A nulla, sotto questo profilo, sembrano essere valsi gli sforzi di quanti, negli ultimi anni, hanno tentato di evidenziare come non tutti i prodotti informativi online meritino di essere equiparati a giornali o telegiornale.

Si tratta di un approccio inammissibile che non tiene in nessun conto della multiforme ed eterogenea realtà telematica e che mescola in un unico grande calderone liberticida blog, piattaforme di UGC, siti internet di dimensione amatoriale e decine di altri contenitori telematici che hanno, sin qui, rappresentato una preziosa forma di attuazione della libertà di informazione del pensiero. Ci sarebbe molto altro da dire ma, per ora, mi sembra importante iniziare a discutere di questa nuova iniziativa legislativa per non dover, in un futuro prossimo, ritrovarci a raccontare che c’era una volta la libertà di informazione in Rete.

Guido Scorza Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione www.guidoscorza.it


domenica 20 settembre 2009

I parassiti della rete perdono colpi (da www.globalproject.info )

1 / 8 / 2009

Nel grande risiko per il controllo della Rete, l'accordo tra Microsoft e Yahoo! può essere equiparato alla proposta di alleanza contro un terzo più forte e agguerrito giocatore in vista dello scontro diretto.  Non è infatti la fusione tanto inseguita da Microsoft diciotto mesi fa, quando il colosso di Redmond puntò al controllo di Yahoo!. Non è però neppure una alleanza significativa sul piano tecnologico. L'unico vero interesse è il fatto che il motore di ricerca Bingo sviluppato dagli eredi di Bill Gates diventerà la piattaforma tecnologica di Yahoo!, creando così le condizioni di una verifica di massa delle sue potenzialità. Per il resto è solo una carta di intenti per condividere risorse e quote di mercato, garantendo a tutte e due le società l'autonomia gestionale e imprenditoriale. E tuttavia è una notizia che non può lasciare indifferenti le realtà dell'attivismo in Rete.  

In primo luogo, perché la logica dell'accordo punta a definire una rigida gerarchia di potere nel web.  Su internet devono comandare due, tre imprese multinazionali e chi persegue una cultura non mercantile deve diventare un passivo spettatore o accettare il ruoto di un altrettanto passivo utente che diventa attivo solo quando deve cedere gratuitamente consigli e segnalazioni alle imprese sulle innovazioni da apportare ai loro software. L'accordo tra Microsoft e Yahoo! nasconde questa politicità, che va contrastata non appellandosi tuttavia a Google,  ma sviluppando esperienza produttive – di software e di informazione – indipendenti da quelle delle multinazionali del software e dell'entertainment. Indipendenti perché fondanti sulla convinzione che la condivisione del sapere, della conoscenza, delle proprie capacità garantisca la libertà collettiva e dunque anche di quella individuale. Da qui la necessità di sviluppare un punto di vista autonomo assieme al mondo dei produttori di free software e open source.

Per le grandi multinazionali dell'High-tech, la posta in gioco nella Rete non è più solo lo sviluppo di un potente microprocessore o di un sistema operativo migliore di quello della Microsoft, ma la definizione di un modello di business capitalistico basato proprio sulla condivisione del sapere e della conoscenza e sulla capacità di sviluppare relazioni sociali da parte degli internauti. In altri termini, è il social network la materia prima che Google, Microsoft e Yahoo! vogliono piegare alla logica dominante nella produzione della ricchezza attraverso una divisione oligopolistica dei mercati nella Rete.

Un obiettivo strategico che vede Google in posizione  migliore rispetto ai suoi concorrenti per la storia dei suoi fondatori e per la vision sulla rete espressa fin dagli esordi, cioè dal 1998, periodo nel quale il cosiddetto «paradigma informazionalista» afferma la sua egemonia nel capitalismo contemporaneo.  Va ricordato che Larry Page e Sergej Brin sono cresciuti on-line perché Internet era già allora un medium di massa e nel cyberspazio la cultura hacker era soprattuto una  attitudine  che  segna il ritmo della Rete.

La condivisione delle informazioni, la critica alla proprietà intellettuale, la propensione a autorganizzare il proprio lavoro, rifiutando così le gerarchie delle grandi imprese sono elementi così diffusi che i due fondatori di Google si pongono il problema di come trasformarli in un modello di business vincente e alternativo a quello di Microsoft. La società di Bill Gates, seppur produca quella merce immateriale che sono sistemi operativi e programmi informatici applicativi, è infatti una società tradizionale che sfrutta il regime di proprietà intellettuale come barriera protettiva al mercato. E quando i due giovani ragazzi devono decidere quale sia il programma di ricerca da presentare alla Stanford University Microsoft è uscita con la ossa rotte dal lungo processo avviato da una denuncia del ministero del commercio statunitense per pratiche monopolistiche. Inoltre Bill Gates sta cercando di recuperare il tempo perduto su Internet dopo che per anni ha ritenuto, presuntuosamente e con arroganza, Internet un gioco per nerds frustrati, mentre le cose serie erano quelle, ovviamente, sfornate dalla sede di Redmond.

Larry Page e Sergej Brin si pongono un problema all'altezza dei tempi. Il web è così diffuso e usato che è sempre più difficile trovare le informazioni volute.

La computer science  ha in passato sviluppato algoritmi e programma di ricerca, ma sempre relativi a quantità limitate di dati. Per Internet serve un programma che accetti la sfida di una crescita costante nel tempo delle informazione. Alla Stanford University esiste un programma brevettato, ma con limiti abbastanza evidenti. Larry Page e Sergej Brin lo migliorano e fanno una proposta all'università californiana: noi vi cediamo le innovazioni apportate, ma voi ci date in concessione l'uso dell'algoritmo.

Nasce così PageRank e il relativo motore di ricerca Google. Ma i due ricercatori novelli imprenditori sono convinti che deve essere usato gratuitamente. Il business sta nel far pagare pochi centesimi inserzioni pubblicitarie.

La gratuità dei programmi e il pagamento della pubblicità è il modello di business che Larry Page e Sergej Brin riescono ad affermare. Da lì allo sviluppo dell'attuale Google la strada è breve. A Mountain View decidono di offrire gratis lo spazio per la posta elettronica personale, l'uso di Google Earth, la connessione via cellulare alla rete, mentre intraprendono la strada, in salita,   di digitalizzare libri, acquistando nel frattempo YouTube, cioè acquistano uno strumento che consente di scaricare e rendere pubblici spezzoni di video. Per loro è l'ingresso in una virtual community, che può trasformarsi in un potenziale pressoché illimitato di inserzioni pubblicitarie.L'innovazione di Google sta proprio nel aver compreso che in Rete la gallina delle uova d'oro sono i contenuti e le reti sociali che si costruiscono attraverso la comunicazione on line. Un orizzonte imprenditoriale distante anni luce da quello di Microsoft, che infatti arranca e perde potere. L'accordo di alcuni giorni fa non cambierà il capitalismo mondiale. Piuttosto è l'ulteriore segnale che l'hardware è un accessorio più o meno importante, mentre il software e la cooperazione sociale sono gli elementi strategici, usando la terminologia di Manuel Castells, del capitalismo informazionale.

Al di là del contesto in cui collocare l'accordo tra Microsoft e Yahoo! Ben altra rilevanza ha proprio la cooperazione sociale. Da questo punto di vista le grandi multinazionali possono, con realismo, essere considerate parassiti di ciò che viene prodotto, in termini di contenuti e di software, proprio dalla cooperazione sociale. L'innovazione nasce proprio in una dimensione collettiva, di relazioni alla pari. Il sociologo Richard Merton indicava nel «comunismo dei ricercatori» l'elemento irrinunciabile della ricerca scientifica. Con realismo, anche la cooperazione e la condivisione della rete è l'elemento di qualsiasi innovazione tecnologica, che non contempla più e solo i manufatti prodotti, ma anche i dispositivi comunicativi e i contenuti prodotti dalla cooperazione sociale.

Il lettore avvertito della Rete sa che non siamo all'interno di un superamento del capitalismo attraverso la diffusione di un virus chiamato cooperazione. La logica dominante è sempre quella capitalistica, ma la cooperazione on-line è un elemento conflittuale rispetto alle gerarchie di potere che di volta in volta sono definite attraverso le strategie delle imprese e dei governi nazionali e degli organismi internazionali. La cooperazione non tollera infatti l'istituzionalizzazione delle gerarchie, perché si alimenta ancora di quell'attitudine hacker del passato. Per questo il pensiero critico deve distogliere lo sguardo della affascinante medusa che racconta di imprenditoria fai da te e di anarcocapitalismo. Rischia infatti di restare pietrificato da una narrazione che, enfatizza sì la cooperazione sociale ma per ricondurla all'ordine capitalistico. Occorre semmai continua a sviluppare momenti di aggregazione e di produzione di contenuti indipendenti dal discorso dominante. Per questo l'attivismo on line ha un compagno di strada nel variegato mondo della produzione di freesoftware e open source. Stessa è l'insofferenza per le pratiche monopolistiche e oligopolistiche; stessa è la critica alla colonizzazione della rete da parte del mercato; stessa, inoltre,  l'alterità al regime della proprietà intellettuale. Stessa, infine, la passione a immaginare e sperimentare organizzazioni e produzioni di contenuti indipendenti. E' su questa passione che l'incontro può trovare terreno fertile per sovvertire l'ordine del discorso dominante e far crescere istituzioni e esperienze produttive legate a quella dimensione  che è la produzione del comune.   


Fonte: peacelink.it

 Perché neanche Nichi Vendola vira verso il pinguino?

 Quando la rivoluzione ti passa sotto gli occhi e tu non te ne accorgi

   Global Project Bari - Venerdì 13 giugno 2008

Il sistema operativo Windows Vista (versione Home Basic) costa 188 euro iva inclusa.

La versione più economica di Office (Office Standard 2007) viene ben 476 euro.

Facciamo i conti: per far funzionare un computer (sistema operativo più programmi per scrivere, elaborare dati, ecc.) siamo arrivati a 664 euro da pagare alla Microsoft.

Poi ci stupiamo del perché c’è chi usa il software della Microsoft copiato. Ma qui non ci interessa ragionare se sia giustificato o meno copiare il software Microsoft. Il dato di fondo che emerge è che questo software è veramente caro.

Recentemente una nota azienda ha lanciato un piccolo computer portatile che fa completamente a meno del software della Microsoft. Infatti ha Linux, il sistema operativo libero e gratuito.

Pesa meno di un chilo, è grande quanto un libro, si collega ad Internet senza fili e ha programmi equivalenti a Office: si può scrivere, gestire database, fogli di calcolo, presentare diapositive elettroniche. In più si può telefonare con Skype, chattare, registrare suoni, fare videoconferenze con una piccola videocamera, ecc. Su questo portatile c’è tutto quello che fa Windows con i suoi programmi applicativi avendo già preinstallata la versione Open Office per Linux.

Quanto costa questo portatile?

Solo 299 euro.

Ossia costa meno della metà del sofware Microsoft.

Un’azienda ha dimostrato in modo evidentissimo il vantaggio di un taglio netto dei costi Microsoft. E quel portatile è praticamente immune da virus perché Linux è così sicuro che non ha bisogno di antivirus.

Quanti utenti di Windows hanno avuto problemi di infezioni di virus? Quanti utenti di Linux hanno avuto infezioni di virus? Basterebbe questa semplice comparazione per portare in tutti gli uffici pubblici Linux, se non altro per tutelare i dati archiviati.

E in Italia la "sinistra" che fa? Si fa passare la rivoluzione sotto il naso.

Non ha la capacità o la voglia di fare una rivoluzione gentile nelle scuole e negli uffici. Avrebbe il potere di farci pagare meno tasse, di "rubare" (legalmente) ai ricchi per dare ai poveri, di fare del software una lotta di principio per indebolire il monopolio della più grande multinazionale dell’informatica.

Ma niente... Ci sono rivoluzioni che si fanno solo a colpi di parole e poi nei fatti si evitano quando si va al governo e quando si esercita di fatto un potere determinante nelle scelte.

La semplice evidenza, unita al risparmio di denaro, non sembra essere sufficiente per cambiare le cose. Abbiamo una sinistra "di governo" che non è capace neppure di cambiare i computer nonostante cambiare tipo di informatica sia non solo possibile ma anche economico e sicuro. Perché allora non si fa? Perché ad esempio Nichi Vendola non dà priorità a Linux negli uffici della Regione Puglia? Come sarebbe stata gioiosa una rivoluzione informatica al grido di "tutto il potere al Pinguino" (che è il simbolo di Linux).

Ed ecco un’altra cosa che la sinistra ha dimenticato di fare: richiedere la libertà di scelta del sistema operativo. Dobbiamo poter scegliere il sistema operativo all’atto dell’acquisto del computer. Del tipo: "Vuole questo computer con Windows o vuole quest’altro con Linux che le costa di meno? Cosa sceglie, gentile cliente?"

Immaginaiamo solo per un momento Linux già preinstallato su milioni di computer senza l’impazzimento di doverselo installare da soli. E immaginiamo (ecologicamente) la possibilità di recuperare milioni di computer vecchi oggi resuscitabili solo con Linux, mentre Windows Vista li condanna alla discarica.

La sinistra ha perso le elezioni, l’ala radicale è scomparsa dal parlamento. E c’è da chiedersi: perché?

Concludiamo con una buona notizia: collegandoci a http://elezioni.softwarelibero.it/visualizza/partiti troviamo i candidati che nelle ultime elezioni politiche si sono dimostrati sensibili a Linux e al "software libero".

14 maggio 2008 - Alessandro Marescotti


Assistenti personali artificiali

Vita con il robot

I ricercatori, che hanno tirato fuori i robot dal laboratorio per inserirli in un ambiente domestico normale, vogliono capire come le persone interagiscano con robot di differente aspetto e "carattere"
PAROLE CHIAVE

Come si vive con un robot in casa? A questa domanda vuole rispondere il progetto europeo LIREC (Living with Robots and Interactive Companions) che si propone di creare una nuova generazione di tecnologie per "assistenti di casa" interattivi ed emozionalmente intelligenti, in grado di intrattenere rapporti di lungo temine con gli esseri umani. LIREC è un un consorzio internazionale europeo, finanziato con oltre otto milioni di euro, che vede coinvolti nove centri di ricerca e che nell'arco di quattro anni intende studiare una varietà di robot e di altre apparecchiature interattive.

"Siamo interessati a capire come le persone possano sviluppare un rapporto di lunga durata con creature artificiali, in qualsiasi possibile situazione", ha detto Peter McOwan, dell'Università di Hertfordshire, uno dei coordinatori dello studio.

"Forse ora non potete trovare un robot che vi aiuti a lavare i piatti tutti i giorni, ma speriamo di esplorare come possa svilupparsi una simile tecnologia 'amichevole', e a prevedere come potrebbero apparire le macchine intelligenti del futuro, e come trattarle."

I ricercatori, che hanno tirato fuori i robot dal laboratorio per inserirli in un ambiente domestico normale, vogliono in particolare capire come le persone interagiscano con robot di differente aspetto e come una "mente" robotica possa essere fatta migrare in altri robot o su computer.

"Oltre a conseguire progressi nella tecnologia robotica in LIREC, vogliamo sviluppare anche una prospettiva critica e porre problemi etici e psicologici rispetto a questo tipo di compagnia", ha spiegato Kerstin Dautenhahn, un altro dei coordinatori.

"E' un aspetto essenziale in un campo in cui le persone possono legarsi e sviluppare reali relazioni con macchine che non sono in grado di corrispondere in modo significativo e profondo a queste emozioni. Gli uomini, i cani e altri esseri viventi hanno emozioni reali. Quale che sia il modo in cui un robot appaia o si comporti, non dobbiamo confondere macchine e persone. Vorremmo evitare situazioni in cui una persona si leghi profondamente a un robot, ma il robot ovviamente non se ne cura." (gg)


Il rapporto dell'associazione consumatori Usa

Per salvare il pianeta serve la banda larga

Se tutti usassero le connessioni veloci si eviterebbero 1 miliardo di tonnellate di emissioni nocive

(da Gizmodo.com)
La banda larga salverà il pianeta.
In attesa che l'industria sviluppi fonti di energia rinnovabile non inquinante, qualcosa si può già fare anche in questa epoca così dipendente dal petrolio, e un grosso aiuto può venire dalle connessioni a banda larga. Questo almeno è quanto emerge dalla relazione presentata dall'American Consumer Institute, l'associazione a tutela dei consumatori Usa. Secondo i calcoli effettuati, il risparmio di inquinamento realizzabile grazie alle autostrade digitali è notevole: 1 miliardo di tonnellate di emissioni che causano l'effetto serra in dieci anni. Ovvero l'11% del totale prodotto dagli Stati Uniti. Un dato non trascurabile, soprattutto per un'economia come quella Usa fondata largamente sul petrolio. I vantaggi della banda larga sono tutti vantaggi indiretti, perché sono i servizi abilitati dalle connessioni superveloci a generare il vero risparmio di emissioni dannose all'atmosfera. Quattro le principali voci in cui si articolano i servizi che puliscono l'aria di CO2: l'e-commerce, il telelavoro, la teleconferenza e la digitalizzazione di molti beni di intrattenimento.

LAVORO - Telelavoro e teleconferenza sono le voci più immediatamente comprensibili in ottica di emissioni. Ridurre gli spostamenti su mezzi alimentati a petrolio elimina indubbiamente l'inquinamento e, nel caso dei manager che spesso sono in viaggio e utilizzano preferibilmente l'aereo quale mezzo di trasporto, i vantaggi sono ben evidenti. Secondo i calcoli dell'associazione consumatori a stelle e strisce, il risparmio per i trasporti garantito dal telelavoro è quantificabile in 248 milioni di tonnellate di emissioni nocive. A questo vantaggio va anche sommato il risparmio delle aziende che non devono più ospitare tutti i dipendenti e quindi possono ridurre uffici e spese di riscaldamento. Per quanto riguarda le videoconferenze, si stima che se adeguatamente utilizzate potrebbero comportare una riduzione del 10% dei voli aerei nazionali, con conseguente minor consumo di energia inquinante.

COMMERCIO - Altra importante voce per il futuro sostenibile dell'umanità è il commercio elettronico (e-commerce) e quello di beni digitali. Queste nuove forme di business permettono un risparmio nel trasporto delle merci e nel magazzino che incidono sulle emissioni per 206 milioni di tonnellate di emissioni nocive, cui devono aggiungersi i 67 milioni risparmiati per i beni digitali, come cd, libri, film e videogiochi che perdendo la loro fisicità perdono anche la necessità di energia per essere confezionati, spediti e immagazzinati. Un ruolo importante in questa lista dei beni digitalizzati è giocato anche dalla posta elettronica, che riduce in questo caso oltre ai trasporti anche l'abbattimento di foreste per produrre carta da lettera.

SERVIZIO UNIVERSALE - Il rapporto dei consumatori statunitensi indica chiaramente le condizioni necessarie perché le proprie previsioni si realizzino: tutto questo risparmio avverrà solo se le connessioni a banda larga saranno diffuse su tutto il territorio. La condizione quindi per non immettere 1 miliardo di tonnellate di emissioni nocive per l'atmosfera è che negli Usa tutti - aziende e privati - abbiano una connessione a banda larga. Attualmente negli Usa il 95% della popolazione è raggiunto da connessioni veloci, ma solo il 45% le utilizza.


Ansia alla Microsoft, in 400 milioni scelgono Mozilla come browser  (www.lastampa.it )

ROMA
Esattamente tre anni fa, nel dicembre 2004, 12 milioni di utenti nel mondo avevano scaricato Firefox, il browser di Mozilla, dopo un mese dal rilascio della prima versione.
Oggi, dopo tre anni, «Mozilla Foundation ha vinto la scommessa dell’open source: le copie scaricate sono state in totale 400 milioni», stando ai dati di settembre 2007. A tracciare lo scenario dei competitors dell’elettronica mondiale è il periodico di informatica «Pc Professionale» che sottolinea le «cifre da capogiro, che hanno consentito a Mozilla Foundation di acquisire un market share a livello mondiale pari al 15%, sufficiente a far traballare il monopolio di Microsoft con il suo Internet Explorer».

A livello europeo, secondo il periodico, le cose «vanno ancora meglio: Mozilla Firefox ha una quota di mercato intorno al 28%, pari a un utente su tre che ha installato il browser sulla propria macchina».

Per indagare sui futuri sviluppi di Firefox e Thunderbird, il mensile di informatica diretto da Giorgio Panzeri, ha intervistato Tristan Nitot, presidente e fondatore di Mozilla Europe. «Insieme alle strategie di prodotto è emerso – riferisce - un modello di business vincente diverso dal modello proprietario tipico di Microsoft. I ricavi del gruppo fanno sperare in un futuro ancora più roseo: il fatturato ufficiale di Mozilla Corporation per il 2006 è stato di 66,8 milioni di dollari».

«Ci piacerebbe molto incrementare la diffusione di Firefox sul mercato attraverso accordi di distribuzione -ammette Nitot nell’intervista- ma il punto è che, se si vuole che qualche costruttore preinstalli il nostro browser sul pc, bisogna pagare. Ma noi siamo un ente no profit, e generiamo profitti mandando traffico ai siti web e non attraverso la vendita di licenze software». Un modello di business non proprietario dunque, ma che si basa, sottolinea il giornale, «su introiti di altro genere, ad esempio grazie alla partnership con Google. Un altro settore di business prioritario è quello della creazione di software per i cellulari».

«Dal blog di Mike Schroepfer, vice presidente di Mozilla Corporation, si legge che è ormai certo il rilascio della versione mobile di Firefox per il 2008. Tale versione - spiega il periodico - consentirà di far girare le estensioni del browser sui cellulari e sviluppare nuove applicazioni tramite Xul (Extensible User Interface Language), il linguaggio creato per supportare le applicazioni basate su Mozilla. Mozilla sta inoltre investendo cifre consistenti su Thunderbird, il client di posta, e sullo sviluppo della web-mail».

«Abbiamo scelto - dice il presidente e fondatore di Mozilla Europe - lo sviluppo di un’applicazione residente sul desktop perchè è ancora la soluzione preferita dagli utenti. Ma oggi sulla rete si sono diffusi fenomeni come il VoIp, l’instant messaging, le applicazioni di agenda e calendario: vogliamo lavorare affinchè tutti questi ambienti vengano integrati all’interno di Thunderbird».

«La nostra è una piattaforma di grande successo - precisa il presidente e fondatore di Mozilla Europe - ci sono dai 5 ai 10 milioni di utenti che la utilizzano, e considerato che si basa su Linux sono numeri molto significativi». «Stiamo preparando entro la fine dell’anno la nuova versione beta di Firefox - prosegue Nitot dalle pagine del giornale - la 3.0. La sua principale novità è la possibilità di far girare le applicazioni web-based anche quando si è off-line, senza quindi aver bisogno di mantenere attiva una connessione web. La seconda novità riguarderà i bookmarks, il modo con cui l’utente salva e memorizza i siti preferiti».

Secondo il periodico, inoltre, «La sfida di Nitot, presidente e fondatore di Mozilla Europe, è quella di convertire anche Microsoft a un modello di business di tipo open source anziché proprietario, dal momento che il colosso di Redmond non è mai stato interessato al mercato dei browser. Internet Explorer fu infatti lanciato da Microsoft solo per far morire Netscape, ma la sua tecnologia risulta oramai nettamente superata».

«Stando ai fatti - conclude il giornale - sembra proprio che la libertà di scelta sul web sia la chiave di successo di Firefox, e soprattutto che la caratteristica di essere open migliori di fatto l’usabilità e le prestazioni del prodotto».


Reclaim Your Magenta (da indy toscana) 

category internazionale | diritti e libertà | feature author domenica 18 novembre, 2007 00:00author by Imc Toscana - 1 of CMI Toscana Editorial Group

CTM 00253477. Con questo codice la Deutsche Telekom / T-Mobile ha registrato il colore presente nella T del suo marchio.
Il logo e' noto in Germania a tutti (un po' come i colori di telecom in italia)  e siccome tutti associano il colore alla compagnia,
Deutsche Telekom ha pensato bene di appropriarsi di quella tinta e farla diventare *sua*  usando il  diritto d'autore.
D. Telecome e' in buona compagnia, infatti pure Red Bull ha deciso di accaparrarsi il  blu/silver ( 000F75 / A6ABB5) usato nel brand
della sua bevanda (registrazione: 002534774). Stranamente i tedeschi si sono innervositi quando tentando di utilizzare quel colore
si vedevano comparire il seguente messaggio di errore: "Attenzione: stai usando un colore non tuo".



Cosi come chi e' stato citato per danni per aver utilizzato il magenta all'interno di una campagna pubblicitaria. Al momento le due cause
intentate da Deutsche Telekom sono state vinte dalla compagnia telefonica. E almeno la Comunita' Europea si e' accorta dell'assurdita' della cosa,
definendo le registrazioni illegali. Infatti, stando all'articolo 4 del Regolamento UE per la registrazione dei marchi, e' possibile depositare solo marchi
graficamente rappresentati e non i colori usati per realizzarli. Intanto movimenti spontanei di utenti si stanno sviluppando e moltiplicando in rete, con
una moltitudine di iniziative all'interno di siti web e di boicottaggio dei prodotti Deutsche Telecom da parte di utenti tedeschi.

 


17 Set. 18.33 - CONFERMATA LA CONDANNA DA PARTE DELL'U.E. A MICROSOFT
La Corte di giustizia europea ha confermato la condanna emessa dalla Commissione Europea nel 2004 nei confronti della Microsoft. L'azienda leader mondiale nel software ha avuto confermata la condanna per abuso di posizione dominante e la relativa multa di 497 milioni di euro. L'indagine era stata avviata nel 1998 dall'Ue per verificare se il colosso statunitense operava in condizioni di monopolio . Il commento di Alessandro del Circolab
[Scarica il contributo audio, durata: 1'.39'']


Finanziaria e ICT, il Governo ci prova (da http://punto-informatico.it/) 28/12/2006 

Open source, protocollo informatico, banda larga, DTT, trasparenza e competitività: molti gli interventi previsti. Obiettivo: cambiare la cultura e i metodi delle amministrazioni. Ne parla a PI il sottosegretario Magnolfi

Roma - Lo chiedono da lungo tempo e ora alle associazioni di imprese ICT, che spingono per maggiori e più pregnanti investimenti nell'innovazione da parte del Governo, la Finanziaria 2007 tenta di rispondere. Come? Punto Informatico ne ha parlato con Beatrice Magnolfi, sottosegretario all'Innovazione nella PA. Che ha descritto un progetto composto da investimenti mirati e distribuiti a tutti i livelli della pubblica amministrazione destinati, secondo il Governo, non solo ad impattare sull'operatività, la trasparenza e l'offerta di servizi al cittadino ma anche a causare un cambio paradigmatico di cultura adeguato alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie.

A segnalare la presenza in Finanziaria di qualcosa di nuovo è l'attenzione speciale all'open source. L'idea è quella di agevolare la produzione di ambienti ed applicativi aperti fondati su software libero e standard aperti. Non si tratta di mettere all'angolo il software proprietario ma di considerare di maggiore peso i plus associati tradizionalmente al codice aperto. "È una scelta dovuta - spiega Magnolfi - perché l'accessibilità e l'ispezionabilità del codice sorgente è un criterio guida per la pubblica amministrazione. Non solo la Finanziaria ne parla per la prima volta, è anche uno strumento che ci consente di trasferire i costi dalle licenze d'uso alla formazione di risorse umane. In altre parole si investe sulle competenze, sulle persone". "Quello che vogliamo dare - puntualizza - è anche un messaggio culturale".

Il crescente uso di soluzioni aperte consentirà la messa a punto del già annunciato portale della pubblica amministrazione che sarà interamente dedicato a rendere noti e condividere i progetti aperti in essere nelle diverse amministrazioni, al fine di fare cultura e allo stesso tempo evidentemente consentire a tutte le amministrazioni un facile e rapido accesso ad applicativi e sistemi che possano far crescere i propri servizi. "Si tratta - sottolinea Magnolfi - di una sorta di marketplace dedicato agli applicativi open source. C'era già stata una direttiva su questo fronte ma con l'inserimento in Finanziaria si segnala quanto oggi il Governo intenda puntarci".

Tra i molti esempi di spesa per l'innovazione che potrebbero essere scelti, Magnolfi cita i 75 milioni di euro per la Società dell'Informazione che saranno investiti nella PA centrale e in quella locale, i 90 milioni per la didattica nonché i 100 milioni per l'innovazione nelle aziende sanitarie e negli ospedali.

All'industria che chiede più impegni, il Governo risponde con investimenti per 1100 milioni di euro nel fondo competitività e sviluppo, in cui la priorità fondamentale verte intorno all'ICT. "Un paese in cui non cresce questa industria del futuro - spiega il sottosegretario - è un paese destinato al declino. Se guardiamo ad altri paesi, non solo Cina o India ma anche quelli del nord Europa, la crescita della competitività è legata allo sviluppo tecnologico. In Italia la crescita è ridotta ed è chiaro che servono politiche pubbliche, che investano in ICT in settori chiave come i beni culturali, la sanità, la scuola".

Ma le voci sono tante e comprendono anche cose come 310 milioni di euro per la promozione della competitività in settori ad alto tasso tecnologico come quello areonautico, o 125 milioni per l'infomobilità. Tra le voci più interessanti, quella sulla banda larga.

In Finanziaria si parla di un complesso di investimenti nel triennio 2007-2009 per il broad band di 80 milioni di euro (20 nei primi due anni e 60 nel terzo), triennio in cui verranno completati gli investimenti pregressi e si spingerà verso l'obiettivo già delineato di portare la banda larga a tutto il paese entro fine legislatura. "Siamo consapevoli - sottolinea Magnolfi - della distanza tra i bisogni e le possibilità. Confidiamo nell'esito positivo della trattativa con il ministero della Difesa sul WiMax, perché abbiamo bisogno di un mix tecnologico che ci consenta di raggiungere tutto il territorio nazionale anche con strumenti diversi, che comprenda sì ADSL, fibra ma anche il wireless".

"Quel che ci appare chiaro - continua il sottosegretario - è che da solo il mercato non ce la fa, per la scarsa redditività di molte aree. Mi è capitato di partecipare qualche tempo addietro ad una assemblea in un piccolo paese della montagna pistoiese: se un tempo al Governo avrebbero chiesto strade più affidabili o uffici postali, oggi chiedono banda larga. È evidente per tutti che oggi è un diritto, una necessità". "Come ministero - specifica - siamo molto preoccupati del divide digitale dei piccoli comuni: 5 su 10 non sono coperti dal broad band. Questo significa molte cose, come una pubblica amministrazione a doppia velocità".

Nel triennio, con 40 milioni di euro per ogni anno, si spingerà anche sulla televisione digitale terrestre. L'investimento è pensato per incentivare la produzione di contenuti per il DTT, servizi di pubblica utilità, sensibilizzazione ai vantaggi dell'uso della tecnica digitale.

"I bonus sulle Tv abilitate al DTT - sottolinea Magnolfi - non sono oggi quantificabili, così come non sono quantificabili interventi rilevanti come sconti per i PC dei co.co.co, per i docenti delle scuole e delle università e altro ancora".

Tra le norme richieste a gran voce ed integrate alla Finanziaria anche quelle che consentono di utilizzare le risorse confiscate per reati contro la PA. "Sono risorse non banali - spiega Magnolfi - e si potranno finalmente usare: il 50 per cento sarà dedicato all'informatizzazione dei processi giudiziari". Il rimanente per la formazione.

"Ma - dice il sottosegretario a Punto Informatico - tra le pieghe della Finanziaria vi sono molte misure che mettono al centro la tecnologia per obiettivi primari, come il controllo dei flussi finanziari nella pubblica amministrazione e la trasparenza amministrativa. La tecnologia viene concepita come strumento per misurare il risanamento della PA". È un passaggio culturale, sostiene Magnolfi. "Sì, perché l'utilizzo di strumenti tecnologici diventa prassi, non siamo più alle sperimentazioni, che sono ormai mature e devono diventare prassi ed essere messe a regime".

Il ricorso agli strumenti tecnologici come previsto in Finanziaria è amplissimo, spiega il sottosegretario, "dagli acquisti telematici della pubblica amministrazione (il cosiddetto e-procurement, ndr.) alla carta di acquisto nella PA per pagamenti di importo limitato, dal cedolino elettronico per lo stipendio alle compensazioni IVA trasmesse per via telematica, dalla trasmissione digitale dei dati relativi alle compensazioni per le strutture sanitarie private ai dati doganali e fiscali, fino allo scontrino fiscale digitale". A detta di Magnolfi, dunque, "con questa Finanziaria si assiste ad una scelta: la modalità tecnologica diventa prassi, è la via ordinaria con cui si muove la PA nei propri rapporti interni e anche con i propri rapporti con il cittadino. La PA come grande sistema di comunicazione e informazione migra massicciamente sulle nuove piattaforme tecnologiche". "Se oggi dovessimo progettare da zero la PA sarebbe tutto molto più facile - sottolinea - qui si tratta di migrare le infrastrutture ma soprattutto la cultura precedente ad un mondo nuovo".

In questa direzione, dunque, si muove l'istituzione del sistema integrato delle banche dati in materia tributaria e finanziaria. "Si intravede - spiega a PI il sottosegretario - l'architettura dell'integrazione tra le grandi anagrafi del paese. L'anagrafe catastale insieme a quelle dei cittadini, quelle dei comuni. Questo può consentire un cambiamento sostanziale". Ancora una volta l'innovazione è culturale: "Le singole amministrazioni devono passare dalla cultura del possesso dei dati del cittadino a quella dell'accesso, perché i dati sono del cittadino, che non dovrà più fornirli ad amministrazioni che potranno interagire". In questo senso il problema non sono mai le tecnologie, spiega Mangolfi. "Sì, ci sarà da lavorare sul fronte dell'interoperabilità, per rimuovere gli ostacoli che impediscono un dialogo efficiente tra le basi dati, ma il problema non è quello, è culturale".

Cultura che a volte si deve promuovere con azioni energiche contro le amministrazioni inadempienti. "Nel disegno di legge Nicolais che speriamo sia approvato nei prossimi mesi - spiega Magnolfi - ci sono norme come l'obbligo per le amministrazioni di adottare il protocollo elettronico. In caso di mancanza sarà nominato un commissario ad acta".



Il Venezuela boccia Microsoft e passa a LINUX


Tutto il sistema informatico di proprietà del governo venezuelano entro due anni passerà a Linux. La disposizione arriva per decreto del presidente Chavez.
di Fabrizio Frattini
( 3-01-2005 )

Il Venezuela migrerà tutta il sistema informatico governativo su Linux. Un decreto in questo senso è stato pronunciato a fine dicembre dal presidente Hugo Chavez. Il ministero della scienza e tecnologia entro tre mesi predisporrà il piano di migrazione che dovrà essere completato entro due anni.

La scelta del Venezuela è la più radicale dell'intera america Latina dove pure esistono forti spinte verso l'open source a livello governativo. Il Brasile ad inizio anno aveva già attuato scelte in questo senso, in Argentina esiste un forte movimento di base per l'utilizzo di Linux (il 42% delle imprese usa il sistema operativo del Pinguino), ma nessuna nazione aveva mai disposto per legge in ambito governativo la migrazione dai sistemi operativi proprietari verso quelli di libero utilizzo.


Da L'unità.it:

09.01.2005 Il cd è morto, e anche il dvd non sta bene
di Toni De Marchi

 «Il Dvd? Sarà obsoleto al massimo tra dieci anni. Pensateci, è ridicolo che oggi ci si debba portare dietro la musica e i film su dei dischetti argentei e per poi infilarli nel computer per usarli». Era metà luglio dello scorso anno quando Bill Gates affidò alla penna di un giornalista del quotidiano tedesco Bild questa riflessione sul futuro di quello che gli americani chiamano home entertainment. Bill Gates è l'uomo più ricco del mondo (si dice) ma è soprattutto il presidente e chief software architect di Microsoft, il più gigantesco conglomerato informatico del pianeta.

 

Non sono stati molti a commentare questa affermazione dell'uomo che sta dietro il 90 per cento dei computer del mondo e che da qualche anno ha capito che il vero business sta nel gigantesco mare dello svago domestico: dall' Xbox al recentissimo Media Center. Nei giorni scorsi, aprendo il Consumer Electronics Show di Las Vegas, Gates ha delineato la strategia di Microsoft per quello che chiama il digital lifestyle, lo stile di vita digitale. Una definizione resa popolare tre anni fa da Steve Jobs, amministratore delegato di Apple, quando presentò il digital hub, il crocevia digitale e multimediale domestico.

Ma si sa, Gates riesce meglio nel seguire le tendenze che nel metterle in moto. Il suo Windows copia la metafora della scrivania elettronica introdotta nel personal computer dal Macintosh. E nel 1995, quando Internet era agli inizi, Gates predisse che la Rete non avrebbe avuto un grande futuro e sarebbe rimasta un fenomeno riservato a pochi. Mai smentita fu più netta e per di più senza che si dovesse attendere il lento giudizio della storia.

Ma per quanto riguarda il disco, forse Mr. Microsoft questa volta non ha torto. E non solo perché è il rincorrersi delle acquisizioni tecnologiche, sempre più ravvicinate e sempre più performanti e convenienti dal punto di vista dell'utilizzatore, a dirlo, ma perché ci sono potentissimi interessi economici che premono per un cambiamento.

Quando nel 1935 Walter Benjamin scrisse «L'opera d'arte all'epoca della sua riproducibilità tecnica», non immaginava forse quanto il destino della creazione artistica potesse essere condizionato dal passaggio da un concetto di riproducibilità, che lasciava tutto sommato all'autore la scelta sui modi e i numeri della copia, a quello della clonabilità dell'opera d'arte. Il digitale ha sostituito la copia con il clone, non una riproduzione dell'opera, ma la sua pura e semplice moltiplicazione, esatta bit dopo bit.

Le majors della musica e del cinema cominciarono a prenderne coscienza quando Philips e Sony, ormai più di vent'anni fa, lanciarono sul mercato il Cd. Lungi dall'essere il miglior supporto possibile per la riproduzione musicale (il disco di vinile mantenne ancora per molto la sua superiorità musicale), era tuttavia il più pratico. Gli mancava solo la possibilità di essere registrabile, come allora era per la musicassetta. Oggi il Cd, e il suo successore, il Dvd, sono anche riproducibili facilmente da chiunque, o meglio clonabili. Il computer moltiplica all'infinito l'opera musicale o cinematografica e la diffonde immutata e perfetta. La rete ha reso tangibile e alla portata di tutti quella che Paul Valéry chiamò la «conquista dell'ubiquità», un'idea che fu alla base dell'opera di Benjamin. E che oggi, ridotta per così dire al suo osso materiale e smembrata dalle sue valenze creative e filosofiche, è il nemico che combattono con più accanimento e determinazione proprio quelle stesse majors che accolsero il Cd come una grande opportunità di mercato.

Cosa c'entra tutto questo con la previsione di Mr. Microsoft? C'entra perché finché film e musica continueranno ad essere distribuite su un supporto fisico digitale, nessuno potrà mai impedirne la clonazione ad infinitum. A dire il vero le hanno provate tutte: filtri digitali, scrambling («pasticciamento») del contenuto per essere ricreato solo al momento della riproduzione, schemi di protezione che hanno avuto come unico risultato quello di rendere inutilizzabili i Cd o i Dvd su molti riproduttori. Nessuna soluzione ha retto a lungo all'attacco delle moltitudini di copiatori. Oggi copiare un Dvd è facile come fare una fotocopia: basta avere gli strumenti giusti.

Alle majors viene però in soccorso la rete, quella stessa rete che accusano di averle messe in ginocchio per colpa dei programmi P2P (peer-to-peer, distribuzione da computer a computer). Le connessioni Internet ad alta velocità ormai alla portata di quasi tutti (Tiscali ha recentemente lanciato in Italia l'Adsl2 che permette velocità di connessione fino a 15 megabit al secondo, venti volte di più di una normale linea Adsl) rendono possibili modi di distribuzione che tendono a superare il supporto fisico.

La parola d'ordine oggi è streaming, cioè la trasmissione dei contenuti digitali, siano essi musica, film o quant'altro. Lo streaming è ancora un bambino in fasce: ha le gambe ma ancora non cammina. Lo streaming è una realtà per relativamente pochi: bisogna avere computer adeguati e connessioni veloci, e il passaggio dal computer al televisore del salotto è ancora un'eccezione. Ma ha un vantaggio, agli occhi delle majors: è impossibile copiare la musica o il film streamato perché arriva sul computer poco alla volta e ciascun pezzo viene sostituito dal successivo. E Microsoft vede nello streaming il ritorno della centralità dei suoi software: per questo il gigante statunitense cerca di imporre suoi formati proprietari che obbligano ad usare i propri programmi per riprodurre i film o la musica.

E mentre il Cd muore perché il Dvd porta cinque, dieci volte i suoi dati, l'orizzonte del Dvd è oscurato più che dalla tecnologia dagli appetiti degli oligopoly del divertimento. E a dirlo è Bill Gates, non il Forum sociale.


Da www.carta.org

Rodotà: "La centralizzazione delle banche dati minaccia la privacy"

3 febbraio 2005

''I progetti di centralizzazione delle banche dati vanno valutati uno ad uno e ciò che più ci preoccupa è che in casi come questo, in cui è prevista dal governo la consultazione del garante, ciò non è avvenuto. L'interconnessione tra banche dati pubbliche e private non è un passaggio scontato e non si può procedere in questa direzione senza darsi o rispettare alcuna regola''. E' quanto dichiara il presidente dell'autorità garante della privacy, Stefano Rodotà, in un'intervista rilasciata a 'L'Espresso', a proposito del progetto 'Amanda', che prevede la creazione di una centrale unica di intercettazione presso Telecom. ''Un alternativa alla banca dati centralizzata spesso c'è, piuttosto la questione è l'uso che una società fa dei dati che raccoglie. Servono ad erogare un servizio? Allora quando non c'è più giustificazione per la loro conservazione vanno distrutti. Recentemente -prosegue Rodotà- siamo intervenuti per Telepass, che chiedeva la possibilità di utilizzare i dati raccolti per fini diversi da quelli del pedaggio autostradale. Sono dati sensibili che riguardano la libertà di movimento sancita dalla Costituzione''.
Sui progetti come Matrix negli Usa o Super Amanda in Italia il presidente dell'autorità garante per la privacy afferma che ''quando vengono raccolte informazioni su di me e confrontate con quelle di altre banche dati, io sono stato espropriato della mia autonomia, della mia intimità, in qualche caso dei miei diritti civili. Non basta dire che questo rende più efficiente il controllo di un'impresa o il controllo sui cittadini. Quando noi riteniamo che qualsiasi informazione può essere raccolta per finalità di mercato o di polizia, entriamo in una logica no dissimile da sistemi totalitari come l'Unione Sovietica: lì tutti erano costretti a dire tutto sui loro vicini, perchè questo era negli interesse supremi dello Stato''. ''La successiva scoperta degli archivi della Germania dell'est ha dimostrato quali possono essere i guasti sociali nei costumi e nella democrazia davanti a una raccolta di dati personali senza confini. Se poi -conclude Rodotà- riterremo prevalenti le ragioni del mercato e della sicurezza, dovremo anche rivedere i principi di libertà e di democrazia. Se dobbiamo accettare quello che ha detto Blair e cioè che cinquemila e più criminali inglesi dovranno essere etichettati e seguiti elettronicamente, dovremo anche rivedere il concetto di fine pena''.

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