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17.12.2009
Bisogna difendere la rete - da
www.infoaut.org
Il copione che si sta recitando in questi giorni in
merito alla rete è qualcosa di già visto negli ultimi mesi, la cui stesura è
stata meditata ed elaborata a lungo dopo diverse figuracce e fallimenti. Un
copione gradito e recitato con uguale foga e passione da
attori e comparse degli schieramenti di centro-destra e centro-sinistra.
La lente di ingrandimento mediatica che in un primo momento si era posata
sulla possibilità di implementare non meglio precisati filtri
nell'infrastruttura di rete italiana non focalizzava però il vero traguardo
che si sta provando a tagliare in queste ore. È difficile dire se la
morfologia dell'internet italiana si presti effettivamente ad una
perimetrazione, ad una blindatura à la Teheran. Probobilmente per motivi
tecnici ed interessi economici stranieri in ballo (come il fatto che Fastweb
sia di proprietà di SwissComm), un'opzione di questo tipo risulterebbe non
immediatamente praticabile. Ma soffermarsi esclusivamente su questo aspetto
del problema vorrebbe dire imboccare una strada sbagliata.
Intanto perché l'informazione in rete può essere controllata a vari
livelli geografici e non solo tramite la censura, ma ostacolandone
la circolazione con misure amministrative o soffocando le notizie in
assordante rumore di fondo, con l'intento di rendere
difficoltosa quell'operazione di ricomposizione dei tasselli del mosaico che
si chiama fare giornalismo.Ci sembra allora ben più importante tratteggiare
la china politico-culturale che sta assumendo questa vicenda.
In queste comiziali giornate vengono gettati in pasto agli elettori gustosi
bocconi politici, capaci di soddisfare, con il loro retrogusto
autoritario, anche gli appetiti più neri. La Russa gioca a fare il
soldatino a salvaguardia della democrazia ponendone a presidio un recinto di
limitazioni alla libertà di manifestare. Nel frattempo si incendia il
dibattito fra "liberalissime" compagini politiche su come difendere la
libertà di espressione proponendo l'elaborazione e la promulgazione di nuove
norme in grado di scalzare anche quelle che sono le già minime
garanzie che tutelano la comunicazione in rete.
Con un colpo di scena dal sapore gesuitico, Maroni coglie due piccioni con
una fava. Il ministro dopo aver fomentato un clima infuocato, additando a
destra e a manca terroristi e fiancheggiatori e prefigurando scenari da
guerra civile, trasforma la sua immagine in quella di pacificatore e
garante, riesumando dall'armadio il DDL D'Alia-Pecorella-Levi-Prodi che
equipara la stampa tradizionale al mondo on-line e mette la
mordacchia a nodi scomodi d'informazione e voci non allineate, sotto la
minaccia di pesanti sanzioni pecuniarie. Se ne rallegrerà certo Carlo De
Benedetti, che dopo l'aspra diatriba con Google dei giorni passati forse
avrà modo di riconquistare parte del mercato pubblicitario sul web a causa
dello sfoltirsi della concorrenza.
Dunque dopo la prova generale fatta ad ottobre si sta mettendo in atto un
vero e proprio assalto mediale alla rete, cioè ad un territorio, che pur con
tutte le sue innegabili contraddizioni, sembra rimanere immune alle
dinamiche di costruzione di consenso e unificazione sociale operate dal
network imprenditoriale, mediatico e politico capeggiato da
Mediaset-Rai-PDL-Lega.
Dipinto con pennellate frenetiche, l'affresco terrorizzante
di una rete in cui si annida un coacervo d'odio (contrapposto ai colori
rasserenanti e tenui della TV generalista), vuole ribaltare gli assetti
culturali e politici di Internet in Italia. Socialità ed informazione che la
attraversano, devono collocarsi una volta per tutte nella sfera circoscritta
dai canoni della società legittima e non permettersi di dettare alla
politica con la P maiuscola l'agenda setting. Sul filo di lana della linea
gotica di un digital divide che ancora spacca in due
l'Italia, si gioca in ultima istanza un tentativo di richiamare il dibattito
pubblico ai canoni dell'ordine mediatico-giornalistico tradizionale
per riaffermarne supremazia ed egemonia culturale.
Una messinscena cui non poteva mancare certo il segretario del PD, eterno
candidato all'Oscar come attore non-protagonista. Sgomitando per guadagnare
spazio sul palcoscenico, potete ammirarlo mentre recita con volto contrito
la parte strappalacrime dell'amico leale e declama l'importanza di
"ristabilire la civiltà politica della buona educazione": lo "scontro" deve
insomma ridursi allo sdolcinato e languido corteggiamento tra Letta e la
Gelmini ed i suoi luoghi non sono la rete o le piazze, ma i salotti
televisivi e di tanto in tanto, quando il capo è indisposto ed il
consiglio dei ministri non può riunirsi, il parlamento.
Altrimenti lo spettacolo della paura perde audience: senza
quella rimane solo uno stanzone vuoto e non si va più in scena.
A conferma di tutto questo c'è da rilevare come Facebook
per una prima volta sia stato chiamato in causa dai Tg nazionali, non solo
per essere oggetto di invettive ed anatemi, ma anche per essere esposto come
un trofeo di guerra laddove masse e code lunghe erano sorte "popolosissime"
in solidarietà a Berlusconi (in realtà nient'altro che patetici accrocchi
ultra-minoritari o gruppi con nome e scopo cambiati all'insaputa di migliaia
di utenti ignari).
Su quest'onda emotiva hanno trovato legittimità mai sopite intenzioni di
rappresaglia, covate evidentemente da lungo tempo contro organi di
informazione fastidiosi come
Indymedia
o
Senza Soste, e non ci sorprenderebbe se altri ancora venissero
aggiunti presto alla lista nera dei siti proibiti.
Fa molto riflettere anche la scelta di Facebook di assecondare
in modo salomonico la tesi bipartisan della necessità di una
normalizzazione politica della vita in rete. Probabilmente intimorita dalle
pressioni del governo di uno dei paesi più importanti nel suo mercato
europeo, la società californiana ha censurato tanto i gruppi schierati in
supporto sia di Tartaglia che del premier. Un'ennesima riprova del
ruolo sempre più centrale dei grandi aggregatori di informazione nei
processi di disciplinamento e gerarchizzazione della rete che mette
categoricamente a tacere, e speriamo una volta per tutte, qualsiasi figuro
profetizzante società open-source libertarie magicamente autogenerantesi in
seno alla rivoluzione digitale.
Saranno senz'altro felici anche i supporter dei comitati pro-Franceschini
che durante le primarie di fronte all'ipotesi di chiusura del gruppo
"Uccidiamo Berlusconi", sostennero la necessità di oscurare coloro che si
ripromettevano di fare la festa all'ex-segretario PD. Contenti ora?
Finalmente un'intesa con il governo si sta materializzando, proprio come
auspicavate! Solo che non è sulle tanto aspirate riforme, ma sulla
repressione e se vi va bene magari anche sulle leggi speciali. Dopo i
sacrifici potete aggiungere al vostro invidiabile pedigré politico anche la
censura.
Tutto questo per noi non è che una conferma del fatto che la rete è
un campo di battaglia, e che come tale va agita, conquistandone il
territorio millimetro dopo millimetro. Un territorio che ci
appartiene e che la nostra voce, fieramente di parte e schierata come quella
di migliaia di bloggers indomabili, contribuisce a rendere altro ed
antitetico, nelle forme e nelle intenzioni, al grottesco carrozzone cornice
di talk show razzisti e animato da grandi fratelli perbenisti.
Quello dei media broadcast.
Quello che byte dopo byte poco alla volta spegneremo.
InfoFreeFlow Crew
C’era una volta la libertà di informazione in Rete
Una proposta di legge per sottoporre alla disciplina sulla stampa tutti i
siti Internet che abbiano natura editoriale. Qualsiasi cosa ciò significhi Roma
- Il 14 settembre scorso è stato assegnato alla Commissione Giustizia della
Camera un disegno di legge a firma degli Onorevoli Pecorella e Costa attraverso
il quale si manifesta l’intenzione di rendere integralmente applicabile a tutti
i "siti internet aventi natura editoriale" l’attuale disciplina sulla stampa.
di Guido Scorza
Una proposta di legge per sottoporre alla disciplina sulla stampa tutti i
siti Internet che abbiano natura editoriale. Qualsiasi cosa ciò significhi
Roma - Il 14 settembre scorso è stato assegnato alla Commissione Giustizia
della Camera un disegno di legge a firma degli Onorevoli Pecorella e Costa
attraverso il quale si manifesta l’intenzione di rendere integralmente
applicabile a tutti i "siti internet aventi natura editoriale" l’attuale
disciplina sulla stampa.
Sono bastati 101 caratteri, spazi inclusi, all’On. Pecorella per
surclassare il Ministro Alfano che, prima dell’estate, aveva inserito nel
DDL intercettazioni una disposizione volta ad estendere a tutti i "siti
informatici" l’obbligo di rettifica previsto nella vecchia legge sulla
stampa e salire, così, sulla cima più alta dell’Olimpo dei parlamentari
italiani che minacciano - per scarsa conoscenza del fenomeno o tecnofobia -
la libertà di comunicazione delle informazioni ed opinioni così come sancita
all’art. 11 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del
Cittadino e all’art. 21 della Costituzione. Con una previsione di
straordinaria sintesi e, ad un tempo, destinata - se approvata - a
modificare, per sempre, il livello di libertà di informazione in Rete,
infatti, l’On. Pecorella intende aggiungere un comma all’art. 1 della Legge
sulla stampa - la legge n. 47 dell’8 febbraio 1948, scritta dalla stessa
Assemblea Costituente - attraverso il quale prevedere che l’intera
disciplina sulla stampa debba trovare applicazione anche "ai siti internet
aventi natura editoriale".
Si tratta di un autentico terremoto nella disciplina della materia che
travolge d’un colpo questioni che impegnano da anni gli addetti ai lavori in
relazione alle condizioni ed ai limiti ai quali considerare applicabile la
preistorica legge sulla stampa anche alle nuove forme di diffusione delle
informazioni in Rete. Ma andiamo con ordine. Quali sono i "siti internet
aventi natura editoriale" cui l’On. Pecorella vorrebbe circoscrivere
l’applicabilità della disciplina sulla stampa? Il DDL non risponde a questa
domanda, creando così una situazione di pericolosa ed inaccettabile
ambiguità. Nell’Ordinamento, d’altro canto, l’unica definizione che appare
utile al fine di cercare di riempire di significato l’espressione "sito
internet avente natura editoriale" è quella di cui al comma 1 dell’art. 1
della Legge n. 62 del 7 marzo 2001 - l’ultima riforma della disciplina
sull’editoria - secondo la quale "Per «prodotto editoriale» (...) si intende
il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su
supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla
diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche
elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con
esclusione dei prodotti discografici o cinematografici". Si tratta,
tuttavia, di una definizione troppo generica perché essa possa limitare
effettivamente ed in modo puntuale il novero dei siti internet definibili
come "aventi natura editoriale".
Tutti i siti internet attraverso i quali vengono diffuse al pubblico
notizie, informazioni o opinioni, dunque, appaiono suscettibili, in caso di
approvazione del DDL Pecorella-Costa, di dover soggiacere alla vecchia
disciplina sulla stampa. Ce n’è già abbastanza per pensare - ritengo a
ragione - che nulla nel mondo dell’informazione in Rete, all’indomani,
sarebbe uguale a prima. Ma c’è di più.
Il DDL Pecorella Costa, infatti, si limita a stabilire con affermazione
tanto lapidaria nella formulazione quanto dirompente negli effetti che "le
disposizioni della presente legge (n.d.r. quella sulla stampa) si applicano
altresì ai siti internet aventi natura editoriale". La vecchia legge sulla
stampa, scritta nel 1948 dall’Assemblea Costituente, naturalmente utilizza
un vocabolario e categorie concettuali vecchie di 50 anni rispetto alle
dinamiche dell’informazione in Rete. Quali sono dunque le conseguenze
dell’equiparazione tra stampa e web che i firmatari del DDL sembrano
intenzionati a sancire?
Se tale equiparazione - come suggerirebbe l’interpretazione letterale
dell’articolato del DDL - significa che attraverso la nuova iniziativa
legislativa si intende rendere applicabili ai siti internet tutte le
disposizioni contenute nella legge sulla stampa, occorre prepararsi al
peggio ovvero ad assistere ad un fenomeno di progressivo esodo di coloro che
animano la blogosfera e, più in generale, l’informazione online dalla Rete.
Basta passare in rassegna le disposizioni dettate dalla vecchia legge sulla
stampa per convincersene. I gestori di tutti i siti internet dovranno,
infatti, pubblicare le informazioni obbligatorie di cui all’art. 2 della
Legge sulla stampa, procedere alla nomina di un direttore responsabile
(giornalista) in conformità a quanto previsto all’art. 3, provvedere alla
registrazione della propria "testata" nel registro sulla stampa presso il
tribunale del luogo ove "è edito" il sito internet così come previsto
all’art. 5, aver cura di comunicare tempestivamente (entro 15 giorni) ogni
mutamento delle informazioni obbligatorie pubblicate e/o richieste in sede
di registrazione (art. 6), incorrere nella "sanzione" della decadenza della
registrazione qualora non si pubblichi il sito entro sei mesi dalla
registrazione medesima o non lo si aggiorni per un anno (art. 7), soggiacere
alle norme in tema di obbligo di rettifica così come disposto dall’art. 8
che il DDL Pecorella intende modificare negli stessi termini già previsti
nel DDL Alfano e, soprattutto, farsi carico dello speciale regime di
responsabilità aggravata per la diffusione di contenuti illeciti che, allo
stato, riguarda solo chi fa informazione professionale. Sono proprio le
disposizioni in materia di responsabilità a costituire il cuore del DDL
Pecorella e converrà, pertanto, dedicargli particolare attenzione.
Cominciamo dalla responsabilità civile. L’art. 11 della Legge 47/1948
prevede che "Per i reati commessi col mezzo della stampa sono civilmente
responsabili, in solido con gli autori del reato e fra di loro, il
proprietario della pubblicazione e l’editore". Non è chiaro come il DDL
Pecorella incida su tale previsione ma qualora - come appare nelle
intenzioni del legislatore - con l’espressione "a mezzo della stampa",
domani, si dovrà intendere "o a mezzo sito internet", ciò significherebbe
che i proprietari di qualsivoglia genere di piattaforma rientrante nella
definizione di "sito internet avente natura editoriale" sarebbero sempre
civilmente responsabili, in solido con l’autore del contenuto pubblicato,
per eventuali illeciti commessi a mezzo internet. Fuor di giuridichese
questo vuol dire aprire la porta ad azioni risarcitorie a sei zeri contro i
proprietari delle grandi piattaforme di condivisione dei contenuti che si
ritrovino ad ospitare informazioni o notizie "scomode" pubblicate dai propri
utenti. Il titolare della piattaforma potrebbe non essere più in grado di
invocare la propria neutralità rispetto al contenuto così come vorrebbe la
disciplina europea, giacché la nuova legge fa discendere la sua
responsabilità dalla sola proprietà della piattaforma. Si tratta di una
previsione destinata inesorabilmente a cambiare per sempre il volto
dell’informazione online: all’indomani dell’approvazione del DDL, infatti,
aggiornare una voce su Wikipedia, postare un video servizio su un canale
YouTube o pubblicare un pezzo di informazione su una piattaforma di blogging
potrebbe essere molto più difficile perché, naturalmente, la propensione del
proprietario della piattaforma a correre un rischio per consentire
all’utente di manifestare liberamente il proprio pensiero sarà piuttosto
modesta.
Non va meglio, d’altro canto, sul versante della responsabilità penale.
Blogger e gestori di siti internet, infatti, da domani, appaiono destinati
ad esser chiamati a soggiacere allo speciale regime aggravato di
responsabilità previsto per le ipotesi di diffamazione a mezzo stampa o
radiotelevisione. A nulla, sotto questo profilo, sembrano essere valsi gli
sforzi di quanti, negli ultimi anni, hanno tentato di evidenziare come non
tutti i prodotti informativi online meritino di essere equiparati a giornali
o telegiornale.
Si tratta di un approccio inammissibile che non tiene in nessun conto
della multiforme ed eterogenea realtà telematica e che mescola in un unico
grande calderone liberticida blog, piattaforme di UGC, siti internet di
dimensione amatoriale e decine di altri contenitori telematici che hanno,
sin qui, rappresentato una preziosa forma di attuazione della libertà di
informazione del pensiero. Ci sarebbe molto altro da dire ma, per ora, mi
sembra importante iniziare a discutere di questa nuova iniziativa
legislativa per non dover, in un futuro prossimo, ritrovarci a raccontare
che c’era una volta la libertà di informazione in Rete.
Guido Scorza Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
www.guidoscorza.it
domenica 20 settembre 2009
1 / 8 / 2009
Nel grande risiko per il controllo della Rete, l'accordo tra Microsoft e
Yahoo! può essere equiparato alla proposta di alleanza contro un terzo più
forte e agguerrito giocatore in vista dello scontro diretto. Non è
infatti la fusione tanto inseguita da Microsoft diciotto mesi fa, quando il
colosso di Redmond puntò al controllo di Yahoo!. Non è però neppure una
alleanza significativa sul piano tecnologico. L'unico vero interesse è il
fatto che il motore di ricerca Bingo sviluppato dagli eredi di Bill Gates
diventerà la piattaforma tecnologica di Yahoo!, creando così le condizioni
di una verifica di massa delle sue potenzialità. Per il resto è solo una
carta di intenti per condividere risorse e quote di mercato, garantendo a
tutte e due le società l'autonomia gestionale e imprenditoriale. E tuttavia
è una notizia che non può lasciare indifferenti le realtà dell'attivismo in
Rete.
In primo luogo, perché la logica dell'accordo punta a definire una rigida
gerarchia di potere nel web. Su internet devono comandare due, tre
imprese multinazionali e chi persegue una cultura non mercantile deve
diventare un passivo spettatore o accettare il ruoto di un altrettanto
passivo utente che diventa attivo solo quando deve cedere gratuitamente
consigli e segnalazioni alle imprese sulle innovazioni da apportare ai loro
software. L'accordo tra Microsoft e Yahoo! nasconde questa politicità, che
va contrastata non appellandosi tuttavia a Google, ma sviluppando
esperienza produttive – di software e di informazione – indipendenti da
quelle delle multinazionali del software e dell'entertainment.
Indipendenti perché fondanti sulla convinzione che la condivisione del
sapere, della conoscenza, delle proprie capacità garantisca la libertà
collettiva e dunque anche di quella individuale. Da qui la necessità di
sviluppare un punto di vista autonomo assieme al mondo dei
produttori di free software e open source.
Per le grandi multinazionali dell'High-tech, la posta in gioco nella Rete
non è più solo lo sviluppo di un potente microprocessore o di un sistema
operativo migliore di quello della Microsoft, ma la definizione di un
modello di business capitalistico basato proprio sulla condivisione del
sapere e della conoscenza e sulla capacità di sviluppare relazioni sociali
da parte degli internauti. In altri termini, è il social network la materia
prima che Google, Microsoft e Yahoo! vogliono piegare alla logica dominante
nella produzione della ricchezza attraverso una divisione oligopolistica dei
mercati nella Rete.
Un obiettivo strategico che vede Google in posizione migliore
rispetto ai suoi concorrenti per la storia dei suoi fondatori e per la
vision sulla rete espressa fin dagli esordi, cioè dal 1998, periodo nel
quale il cosiddetto «paradigma informazionalista» afferma la sua egemonia
nel capitalismo contemporaneo. Va ricordato che Larry Page e Sergej
Brin sono cresciuti on-line perché Internet era già allora un medium di
massa e nel cyberspazio la cultura hacker era soprattuto una
attitudine che segna il ritmo della Rete.
La condivisione delle informazioni, la critica alla proprietà
intellettuale, la propensione a autorganizzare il proprio lavoro, rifiutando
così le gerarchie delle grandi imprese sono elementi così diffusi che i due
fondatori di Google si pongono il problema di come trasformarli in un
modello di business vincente e alternativo a quello di Microsoft. La società
di Bill Gates, seppur produca quella merce immateriale che sono sistemi
operativi e programmi informatici applicativi, è infatti una società
tradizionale che sfrutta il regime di proprietà intellettuale come barriera
protettiva al mercato. E quando i due giovani ragazzi devono decidere quale
sia il programma di ricerca da presentare alla Stanford University Microsoft
è uscita con la ossa rotte dal lungo processo avviato da una denuncia del
ministero del commercio statunitense per pratiche monopolistiche. Inoltre
Bill Gates sta cercando di recuperare il tempo perduto su Internet dopo che
per anni ha ritenuto, presuntuosamente e con arroganza, Internet un gioco
per nerds frustrati, mentre le cose serie erano quelle, ovviamente,
sfornate dalla sede di Redmond.
Larry Page e Sergej Brin si pongono un problema all'altezza dei tempi. Il
web è così diffuso e usato che è sempre più difficile trovare le
informazioni volute.
La computer science ha in passato sviluppato algoritmi e
programma di ricerca, ma sempre relativi a quantità limitate di dati. Per
Internet serve un programma che accetti la sfida di una crescita costante
nel tempo delle informazione. Alla Stanford University esiste un programma
brevettato, ma con limiti abbastanza evidenti. Larry Page e Sergej Brin lo
migliorano e fanno una proposta all'università californiana: noi vi cediamo
le innovazioni apportate, ma voi ci date in concessione l'uso
dell'algoritmo.
Nasce così PageRank e il relativo motore di ricerca Google. Ma i due
ricercatori novelli imprenditori sono convinti che deve essere usato
gratuitamente. Il business sta nel far pagare pochi centesimi inserzioni
pubblicitarie.
La gratuità dei programmi e il pagamento della pubblicità è il
modello di business che Larry Page e Sergej Brin riescono ad affermare.
Da lì allo sviluppo dell'attuale Google la strada è breve. A Mountain View
decidono di offrire gratis lo spazio per la posta elettronica personale,
l'uso di Google Earth, la connessione via cellulare alla rete, mentre
intraprendono la strada, in salita, di digitalizzare libri,
acquistando nel frattempo YouTube, cioè acquistano uno strumento che
consente di scaricare e rendere pubblici spezzoni di video. Per loro è
l'ingresso in una virtual community, che può trasformarsi in un
potenziale pressoché illimitato di inserzioni pubblicitarie.L'innovazione di
Google sta proprio nel aver compreso che in Rete la gallina delle uova d'oro
sono i contenuti e le reti sociali che si costruiscono attraverso la
comunicazione on line. Un orizzonte imprenditoriale distante anni luce da
quello di Microsoft, che infatti arranca e perde potere. L'accordo di alcuni
giorni fa non cambierà il capitalismo mondiale. Piuttosto è l'ulteriore
segnale che l'hardware è un accessorio più o meno importante, mentre il
software e la cooperazione sociale sono gli elementi strategici, usando la
terminologia di Manuel Castells, del capitalismo informazionale.
Al di là del contesto in cui collocare l'accordo tra Microsoft e Yahoo!
Ben altra rilevanza ha proprio la cooperazione sociale. Da questo punto di
vista le grandi multinazionali possono, con realismo, essere considerate
parassiti di ciò che viene prodotto, in termini di contenuti e di software,
proprio dalla cooperazione sociale. L'innovazione nasce proprio in una
dimensione collettiva, di relazioni alla pari. Il sociologo Richard Merton
indicava nel «comunismo dei ricercatori» l'elemento irrinunciabile della
ricerca scientifica. Con realismo, anche la cooperazione e la condivisione
della rete è l'elemento di qualsiasi innovazione tecnologica, che non
contempla più e solo i manufatti prodotti, ma anche i dispositivi
comunicativi e i contenuti prodotti dalla cooperazione sociale.
Il lettore avvertito della Rete sa che non siamo all'interno di un
superamento del capitalismo attraverso la diffusione di un virus chiamato
cooperazione. La logica dominante è sempre quella capitalistica, ma la
cooperazione on-line è un elemento conflittuale rispetto alle gerarchie di
potere che di volta in volta sono definite attraverso le strategie delle
imprese e dei governi nazionali e degli organismi internazionali. La
cooperazione non tollera infatti l'istituzionalizzazione delle gerarchie,
perché si alimenta ancora di quell'attitudine hacker del passato. Per questo
il pensiero critico deve distogliere lo sguardo della affascinante medusa
che racconta di imprenditoria fai da te e di anarcocapitalismo. Rischia
infatti di restare pietrificato da una narrazione che, enfatizza sì la
cooperazione sociale ma per ricondurla all'ordine capitalistico. Occorre
semmai continua a sviluppare momenti di aggregazione e di produzione di
contenuti indipendenti dal discorso dominante. Per questo l'attivismo on
line ha un compagno di strada nel variegato mondo della produzione di
freesoftware e open source. Stessa è l'insofferenza per le pratiche
monopolistiche e oligopolistiche; stessa è la critica alla colonizzazione
della rete da parte del mercato; stessa, inoltre, l'alterità al regime
della proprietà intellettuale. Stessa, infine, la passione a immaginare e
sperimentare organizzazioni e produzioni di contenuti indipendenti. E' su
questa passione che l'incontro può trovare terreno fertile per sovvertire
l'ordine del discorso dominante e far crescere istituzioni e esperienze
produttive legate a quella dimensione che è la produzione del comune.
Fonte: peacelink.it
Perché neanche Nichi Vendola
vira verso il pinguino?
Quando la rivoluzione ti
passa sotto gli occhi e tu non te ne accorgi
Il sistema operativo Windows Vista
(versione Home Basic) costa 188 euro iva inclusa.
La versione più economica di Office
(Office Standard 2007) viene ben 476 euro.
Facciamo i conti: per far funzionare un
computer (sistema operativo più programmi per scrivere,
elaborare dati, ecc.) siamo arrivati a 664 euro da
pagare alla Microsoft.
Poi ci stupiamo del perché c’è chi usa
il software della Microsoft copiato. Ma qui non ci
interessa ragionare se sia giustificato o meno copiare
il software Microsoft. Il dato di fondo che emerge è che
questo software è veramente caro.
Recentemente una nota azienda ha
lanciato un piccolo computer portatile che fa
completamente a meno del software della Microsoft.
Infatti ha Linux, il sistema operativo libero e
gratuito.
Pesa meno di un chilo, è grande quanto
un libro, si collega ad Internet senza fili e ha
programmi equivalenti a Office: si può scrivere, gestire
database, fogli di calcolo, presentare diapositive
elettroniche. In più si può telefonare con Skype,
chattare, registrare suoni, fare videoconferenze con una
piccola videocamera, ecc. Su questo portatile c’è tutto
quello che fa Windows con i suoi programmi applicativi
avendo già preinstallata la versione Open Office per
Linux.
Quanto costa questo portatile?
Solo 299 euro.
Ossia costa meno della metà del sofware
Microsoft.
Un’azienda ha dimostrato in modo
evidentissimo il vantaggio di un taglio netto dei costi
Microsoft. E quel portatile è praticamente immune da
virus perché Linux è così sicuro che non ha bisogno di
antivirus.
Quanti utenti di Windows hanno avuto
problemi di infezioni di virus? Quanti utenti di Linux
hanno avuto infezioni di virus? Basterebbe questa
semplice comparazione per portare in tutti gli uffici
pubblici Linux, se non altro per tutelare i dati
archiviati.
E in Italia la "sinistra" che fa? Si fa
passare la rivoluzione sotto il naso.
Non ha la capacità o la voglia di fare
una rivoluzione gentile nelle scuole e negli uffici.
Avrebbe il potere di farci pagare meno tasse, di
"rubare" (legalmente) ai ricchi per dare ai poveri, di
fare del software una lotta di principio per indebolire
il monopolio della più grande multinazionale
dell’informatica.
Ma niente... Ci sono rivoluzioni che si
fanno solo a colpi di parole e poi nei fatti si evitano
quando si va al governo e quando si esercita di fatto un
potere determinante nelle scelte.
La semplice evidenza, unita al risparmio
di denaro, non sembra essere sufficiente per cambiare le
cose. Abbiamo una sinistra "di governo" che non è capace
neppure di cambiare i computer nonostante cambiare tipo
di informatica sia non solo possibile ma anche economico
e sicuro. Perché allora non si fa? Perché ad esempio
Nichi Vendola non dà priorità a Linux negli uffici della
Regione Puglia? Come sarebbe stata gioiosa una
rivoluzione informatica al grido di "tutto il potere al
Pinguino" (che è il simbolo di Linux).
Ed ecco un’altra cosa che la sinistra ha
dimenticato di fare: richiedere la libertà di scelta del
sistema operativo. Dobbiamo poter scegliere il sistema
operativo all’atto dell’acquisto del computer. Del tipo:
"Vuole questo computer con Windows o vuole quest’altro
con Linux che le costa di meno? Cosa sceglie, gentile
cliente?"
Immaginaiamo solo per un momento Linux
già preinstallato su milioni di computer senza l’impazzimento
di doverselo installare da soli. E immaginiamo
(ecologicamente) la possibilità di recuperare milioni di
computer vecchi oggi resuscitabili solo con Linux,
mentre Windows Vista li condanna alla discarica.
La sinistra ha perso le elezioni, l’ala
radicale è scomparsa dal parlamento. E c’è da chiedersi:
perché?
Concludiamo con una buona notizia:
collegandoci a http://elezioni.softwarelibero.it/visualizza/partiti
troviamo i candidati che nelle ultime elezioni politiche
si sono dimostrati sensibili a Linux e al "software
libero".
14 maggio 2008 - Alessandro Marescotti
Assistenti personali artificiali
Vita con il robot
I ricercatori, che hanno tirato fuori i robot
dal laboratorio per inserirli in un ambiente domestico normale,
vogliono capire come le persone interagiscano con robot di
differente aspetto e "carattere"
Come si vive con un robot in casa? A questa domanda
vuole rispondere il progetto europeo LIREC (Living with Robots
and Interactive Companions) che si propone di creare una nuova
generazione di tecnologie per "assistenti di casa" interattivi ed
emozionalmente intelligenti, in grado di intrattenere rapporti di
lungo temine con gli esseri umani. LIREC è un un consorzio
internazionale europeo, finanziato con oltre otto milioni di euro,
che vede coinvolti nove centri di ricerca e che nell'arco di quattro
anni intende studiare una varietà di robot e di altre
apparecchiature interattive.
"Siamo interessati a capire come le persone possano sviluppare un
rapporto di lunga durata con creature artificiali, in qualsiasi
possibile situazione", ha detto Peter McOwan, dell'Università
di Hertfordshire, uno dei coordinatori dello studio.
"Forse ora non potete trovare un robot che vi aiuti a lavare i
piatti tutti i giorni, ma speriamo di esplorare come possa
svilupparsi una simile tecnologia 'amichevole', e a prevedere come
potrebbero apparire le macchine intelligenti del futuro, e come
trattarle."
I ricercatori, che hanno tirato fuori i robot dal laboratorio per
inserirli in un ambiente domestico normale, vogliono in particolare
capire come le persone interagiscano con robot di differente aspetto
e come una "mente" robotica possa essere fatta migrare in altri
robot o su computer.
"Oltre a conseguire progressi nella tecnologia robotica in LIREC,
vogliamo sviluppare anche una prospettiva critica e porre problemi
etici e psicologici rispetto a questo tipo di compagnia", ha
spiegato Kerstin Dautenhahn, un altro dei coordinatori.
"E' un aspetto essenziale in un campo in cui le persone possono
legarsi e sviluppare reali relazioni con macchine che non sono in
grado di corrispondere in modo significativo e profondo a queste
emozioni. Gli uomini, i cani e altri esseri viventi hanno emozioni
reali. Quale che sia il modo in cui un robot appaia o si comporti,
non dobbiamo confondere macchine e persone. Vorremmo evitare
situazioni in cui una persona si leghi profondamente a un robot, ma
il robot ovviamente non se ne cura." (gg)
Il rapporto dell'associazione consumatori Usa
Per salvare il pianeta serve la banda larga
Se tutti usassero le connessioni veloci si eviterebbero 1 miliardo
di tonnellate di emissioni nocive
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| (da Gizmodo.com) |
La banda larga salverà il pianeta. In attesa che l'industria
sviluppi fonti di energia rinnovabile non inquinante, qualcosa si può
già fare anche in questa epoca così dipendente dal petrolio, e un
grosso aiuto può venire dalle connessioni a banda larga. Questo
almeno è quanto emerge dalla relazione presentata dall'American
Consumer Institute, l'associazione a tutela dei consumatori Usa.
Secondo i calcoli effettuati, il risparmio di inquinamento
realizzabile grazie alle autostrade digitali è notevole: 1 miliardo
di tonnellate di emissioni che causano l'effetto serra in dieci anni.
Ovvero l'11% del totale prodotto dagli Stati Uniti. Un dato non
trascurabile, soprattutto per un'economia come quella Usa fondata
largamente sul petrolio. I vantaggi della banda larga sono tutti
vantaggi indiretti, perché sono i servizi abilitati dalle connessioni
superveloci a generare il vero risparmio di emissioni dannose
all'atmosfera. Quattro le principali voci in cui si articolano i
servizi che puliscono l'aria di CO2: l'e-commerce, il telelavoro, la
teleconferenza e la digitalizzazione di molti beni di intrattenimento.
LAVORO - Telelavoro e
teleconferenza sono le voci più immediatamente comprensibili in
ottica di emissioni. Ridurre gli spostamenti su mezzi alimentati a
petrolio elimina indubbiamente l'inquinamento e, nel caso dei manager
che spesso sono in viaggio e utilizzano preferibilmente l'aereo quale
mezzo di trasporto, i vantaggi sono ben evidenti. Secondo i calcoli
dell'associazione consumatori a stelle e strisce, il risparmio per i
trasporti garantito dal telelavoro è quantificabile in 248 milioni di
tonnellate di emissioni nocive. A questo vantaggio va anche sommato il
risparmio delle aziende che non devono più ospitare tutti i
dipendenti e quindi possono ridurre uffici e spese di riscaldamento.
Per quanto riguarda le videoconferenze, si stima che se adeguatamente
utilizzate potrebbero comportare una riduzione del 10% dei voli aerei
nazionali, con conseguente minor consumo di energia inquinante.
COMMERCIO - Altra importante
voce per il futuro sostenibile dell'umanità è il commercio
elettronico (e-commerce) e quello di beni digitali. Queste nuove forme
di business permettono un risparmio nel trasporto delle merci e nel
magazzino che incidono sulle emissioni per 206 milioni di tonnellate
di emissioni nocive, cui devono aggiungersi i 67 milioni risparmiati
per i beni digitali, come cd, libri, film e videogiochi che perdendo
la loro fisicità perdono anche la necessità di energia per essere
confezionati, spediti e immagazzinati. Un ruolo importante in questa
lista dei beni digitalizzati è giocato anche dalla posta elettronica,
che riduce in questo caso oltre ai trasporti anche l'abbattimento di
foreste per produrre carta da lettera.
SERVIZIO UNIVERSALE - Il
rapporto dei consumatori statunitensi indica chiaramente le condizioni
necessarie perché le proprie previsioni si realizzino: tutto questo
risparmio avverrà solo se le connessioni a banda larga saranno
diffuse su tutto il territorio. La condizione quindi per non immettere
1 miliardo di tonnellate di emissioni nocive per l'atmosfera è che
negli Usa tutti - aziende e privati - abbiano una connessione a banda
larga. Attualmente negli Usa il 95% della popolazione è raggiunto da
connessioni veloci, ma solo il 45% le utilizza.
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Ansia alla Microsoft,
in 400 milioni scelgono Mozilla come browser (www.lastampa.it
)
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ROMA
Esattamente tre anni fa, nel dicembre 2004, 12 milioni
di utenti nel mondo avevano scaricato Firefox, il
browser di Mozilla, dopo un mese dal rilascio della
prima versione.
Oggi, dopo tre anni, «Mozilla Foundation ha vinto la
scommessa dell’open source: le copie scaricate sono
state in totale 400 milioni», stando ai dati di
settembre 2007. A tracciare lo scenario dei competitors
dell’elettronica mondiale è il periodico di
informatica «Pc Professionale» che sottolinea le «cifre
da capogiro, che hanno consentito a Mozilla Foundation
di acquisire un market share a livello mondiale pari al
15%, sufficiente a far traballare il monopolio di
Microsoft con il suo Internet Explorer».
A livello europeo, secondo il periodico, le cose «vanno
ancora meglio: Mozilla Firefox ha una quota di mercato
intorno al 28%, pari a un utente su tre che ha
installato il browser sulla propria macchina».
Per indagare sui futuri sviluppi di Firefox e
Thunderbird, il mensile di informatica diretto da
Giorgio Panzeri, ha intervistato Tristan Nitot,
presidente e fondatore di Mozilla Europe. «Insieme alle
strategie di prodotto è emerso – riferisce - un
modello di business vincente diverso dal modello
proprietario tipico di Microsoft. I ricavi del gruppo
fanno sperare in un futuro ancora più roseo: il
fatturato ufficiale di Mozilla Corporation per il 2006
è stato di 66,8 milioni di dollari».
«Ci piacerebbe molto incrementare la diffusione di
Firefox sul mercato attraverso accordi di distribuzione
-ammette Nitot nell’intervista- ma il punto è che, se
si vuole che qualche costruttore preinstalli il nostro
browser sul pc, bisogna pagare. Ma noi siamo un ente no
profit, e generiamo profitti mandando traffico ai siti
web e non attraverso la vendita di licenze software».
Un modello di business non proprietario dunque, ma che
si basa, sottolinea il giornale, «su introiti di altro
genere, ad esempio grazie alla partnership con Google.
Un altro settore di business prioritario è quello della
creazione di software per i cellulari».
«Dal blog di Mike Schroepfer, vice presidente di
Mozilla Corporation, si legge che è ormai certo il
rilascio della versione mobile di Firefox per il 2008.
Tale versione - spiega il periodico - consentirà di far
girare le estensioni del browser sui cellulari e
sviluppare nuove applicazioni tramite Xul (Extensible
User Interface Language), il linguaggio creato per
supportare le applicazioni basate su Mozilla. Mozilla
sta inoltre investendo cifre consistenti su Thunderbird,
il client di posta, e sullo sviluppo della web-mail».
«Abbiamo scelto - dice il presidente e fondatore di
Mozilla Europe - lo sviluppo di un’applicazione
residente sul desktop perchè è ancora la soluzione
preferita dagli utenti. Ma oggi sulla rete si sono
diffusi fenomeni come il VoIp, l’instant messaging, le
applicazioni di agenda e calendario: vogliamo lavorare
affinchè tutti questi ambienti vengano integrati
all’interno di Thunderbird».
«La nostra è una piattaforma di grande successo -
precisa il presidente e fondatore di Mozilla Europe - ci
sono dai 5 ai 10 milioni di utenti che la utilizzano, e
considerato che si basa su Linux sono numeri molto
significativi». «Stiamo preparando entro la fine
dell’anno la nuova versione beta di Firefox - prosegue
Nitot dalle pagine del giornale - la 3.0. La sua
principale novità è la possibilità di far girare le
applicazioni web-based anche quando si è off-line,
senza quindi aver bisogno di mantenere attiva una
connessione web. La seconda novità riguarderà i
bookmarks, il modo con cui l’utente salva e memorizza
i siti preferiti».
Secondo il periodico, inoltre, «La sfida di Nitot,
presidente e fondatore di Mozilla Europe, è quella di
convertire anche Microsoft a un modello di business di
tipo open source anziché proprietario, dal momento che
il colosso di Redmond non è mai stato interessato al
mercato dei browser. Internet Explorer fu infatti
lanciato da Microsoft solo per far morire Netscape, ma
la sua tecnologia risulta oramai nettamente superata».
«Stando ai fatti - conclude il giornale - sembra
proprio che la libertà di scelta sul web sia la chiave
di successo di Firefox, e soprattutto che la
caratteristica di essere open migliori di fatto
l’usabilità e le prestazioni del prodotto».
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Reclaim Your Magenta
(da indy toscana)
CTM 00253477. Con questo codice la Deutsche
Telekom / T-Mobile ha registrato il colore presente nella T
del suo marchio.
Il logo e' noto in Germania a tutti (un po' come i colori di
telecom in italia) e siccome tutti associano il colore
alla compagnia,
Deutsche Telekom ha pensato bene di appropriarsi di quella
tinta e farla diventare *sua* usando il diritto
d'autore.
D. Telecome e' in buona compagnia, infatti pure Red Bull ha
deciso di accaparrarsi il blu/silver ( 000F75 / A6ABB5)
usato nel brand
della sua bevanda (registrazione: 002534774). Stranamente
i tedeschi si sono innervositi quando tentando di utilizzare
quel colore
si vedevano comparire il seguente messaggio di errore:
"Attenzione: stai usando un colore non tuo".

Cosi come chi e' stato citato per danni per aver utilizzato il
magenta all'interno di una campagna pubblicitaria. Al momento
le due cause
intentate da Deutsche Telekom sono state vinte dalla compagnia
telefonica. E almeno la Comunita' Europea si e' accorta dell'assurdita'
della cosa,
definendo le registrazioni illegali. Infatti, stando
all'articolo 4 del Regolamento UE per la registrazione dei
marchi, e' possibile depositare solo marchi
graficamente rappresentati e non i colori usati per
realizzarli. Intanto movimenti spontanei di utenti si stanno
sviluppando e moltiplicando in
rete, con
una moltitudine di iniziative all'interno di siti
web e di boicottaggio dei prodotti Deutsche Telecom da
parte di utenti tedeschi.
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17 Set. 18.33 -
CONFERMATA LA CONDANNA DA
PARTE DELL'U.E. A MICROSOFT
La Corte di giustizia europea ha confermato la condanna emessa
dalla Commissione Europea nel 2004 nei confronti della
Microsoft. L'azienda leader mondiale nel software ha avuto
confermata la condanna per abuso di posizione dominante e la
relativa multa di 497 milioni di euro. L'indagine era stata
avviata nel 1998 dall'Ue per verificare se il colosso
statunitense operava in condizioni di monopolio . Il commento
di Alessandro del Circolab
[Scarica
il contributo audio, durata: 1'.39'']
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Finanziaria e ICT, il Governo ci prova (da http://punto-informatico.it/)
28/12/2006
Open source, protocollo informatico, banda larga, DTT,
trasparenza e competitività: molti gli interventi previsti.
Obiettivo: cambiare la cultura e i metodi delle amministrazioni.
Ne parla a PI il sottosegretario Magnolfi
Roma - Lo chiedono da lungo tempo e ora alle associazioni di
imprese ICT, che spingono per maggiori e più pregnanti
investimenti nell'innovazione da parte del Governo, la Finanziaria
2007 tenta di rispondere. Come? Punto Informatico ne ha parlato
con Beatrice
Magnolfi, sottosegretario all'Innovazione nella PA.
Che ha descritto un progetto composto da investimenti mirati e
distribuiti a tutti i livelli della pubblica amministrazione
destinati, secondo il Governo, non solo ad impattare
sull'operatività, la trasparenza e l'offerta di servizi al
cittadino ma anche a causare un cambio paradigmatico di cultura
adeguato alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie.
A segnalare la presenza in Finanziaria di qualcosa di nuovo è l'attenzione
speciale all'open source. L'idea è quella di agevolare
la produzione di ambienti ed applicativi aperti fondati su
software libero e standard aperti. Non si tratta di mettere
all'angolo il software proprietario ma di considerare di maggiore
peso i plus associati tradizionalmente al codice aperto.
"È una scelta dovuta - spiega Magnolfi - perché
l'accessibilità e l'ispezionabilità del codice sorgente è un
criterio guida per la pubblica amministrazione. Non solo la
Finanziaria ne parla per la prima volta, è anche uno strumento
che ci consente di trasferire i costi dalle licenze d'uso alla
formazione di risorse umane. In altre parole si investe sulle
competenze, sulle persone". "Quello che vogliamo dare -
puntualizza - è anche un messaggio culturale".
Il crescente uso di soluzioni aperte consentirà la messa a punto
del già annunciato portale della pubblica amministrazione che sarà
interamente dedicato a rendere noti e condividere i
progetti aperti in essere nelle diverse amministrazioni,
al fine di fare cultura e allo stesso tempo evidentemente
consentire a tutte le amministrazioni un facile e rapido accesso
ad applicativi e sistemi che possano far crescere i propri
servizi. "Si tratta - sottolinea Magnolfi - di una sorta di
marketplace dedicato agli applicativi open source. C'era già
stata una direttiva su questo fronte ma con l'inserimento in
Finanziaria si segnala quanto oggi il Governo intenda
puntarci".
Tra i molti esempi di spesa per l'innovazione che
potrebbero essere scelti, Magnolfi cita i 75 milioni di euro per
la Società dell'Informazione che saranno investiti nella PA
centrale e in quella locale, i 90 milioni per la didattica nonché
i 100 milioni per l'innovazione nelle aziende sanitarie e negli
ospedali.
All'industria che chiede più impegni, il Governo risponde con
investimenti per 1100 milioni di euro nel fondo
competitività e sviluppo, in cui la priorità
fondamentale verte intorno all'ICT. "Un paese in cui non
cresce questa industria del futuro - spiega il sottosegretario -
è un paese destinato al declino. Se guardiamo ad altri paesi, non
solo Cina o India ma anche quelli del nord Europa, la crescita
della competitività è legata allo sviluppo tecnologico. In
Italia la crescita è ridotta ed è chiaro che servono politiche
pubbliche, che investano in ICT in settori chiave come i beni
culturali, la sanità, la scuola".
Ma le voci sono tante e comprendono anche cose come 310 milioni di
euro per la promozione della competitività in settori ad alto
tasso tecnologico come quello areonautico, o 125 milioni per l'infomobilità.
Tra le voci più interessanti, quella sulla banda larga.
In Finanziaria si parla di un complesso di investimenti nel
triennio 2007-2009 per il broad band di 80 milioni di euro (20 nei
primi due anni e 60 nel terzo), triennio in cui verranno
completati gli investimenti pregressi e si spingerà verso l'obiettivo
già delineato di portare la banda larga a tutto il paese
entro fine legislatura. "Siamo consapevoli - sottolinea
Magnolfi - della distanza tra i bisogni e le possibilità.
Confidiamo nell'esito positivo della trattativa con il ministero
della Difesa sul WiMax, perché abbiamo bisogno di un mix
tecnologico che ci consenta di raggiungere tutto il territorio
nazionale anche con strumenti diversi, che comprenda sì ADSL,
fibra ma anche il wireless".
"Quel che ci appare chiaro - continua il sottosegretario - è
che da solo il mercato non ce la fa, per la scarsa redditività di
molte aree. Mi è capitato di partecipare qualche tempo addietro
ad una assemblea in un piccolo paese della montagna pistoiese: se
un tempo al Governo avrebbero chiesto strade più affidabili o
uffici postali, oggi chiedono banda larga. È evidente per tutti
che oggi è un diritto, una necessità". "Come ministero
- specifica - siamo molto preoccupati del divide digitale dei
piccoli comuni: 5 su 10 non sono coperti dal broad band. Questo
significa molte cose, come una pubblica amministrazione a doppia
velocità".
Nel triennio, con 40 milioni di euro per ogni anno, si spingerà
anche sulla televisione digitale terrestre.
L'investimento è pensato per incentivare la produzione di
contenuti per il DTT, servizi di pubblica utilità,
sensibilizzazione ai vantaggi dell'uso della tecnica digitale.
"I bonus
sulle Tv abilitate al DTT - sottolinea Magnolfi - non sono
oggi quantificabili, così come non sono quantificabili interventi
rilevanti come sconti per i PC dei co.co.co, per
i docenti delle scuole e delle università e altro ancora".
Tra le norme richieste a gran voce ed integrate alla Finanziaria
anche quelle che consentono di utilizzare le risorse
confiscate per reati contro la PA. "Sono risorse non
banali - spiega Magnolfi - e si potranno finalmente usare: il 50
per cento sarà dedicato all'informatizzazione dei processi
giudiziari". Il rimanente per la formazione.
"Ma - dice il sottosegretario a Punto Informatico - tra le
pieghe della Finanziaria vi sono molte misure che mettono al
centro la tecnologia per obiettivi primari, come il controllo dei
flussi finanziari nella pubblica amministrazione e la trasparenza
amministrativa. La tecnologia viene concepita come strumento
per misurare il risanamento della PA". È un
passaggio culturale, sostiene Magnolfi. "Sì, perché
l'utilizzo di strumenti tecnologici diventa prassi,
non siamo più alle sperimentazioni, che sono ormai mature e
devono diventare prassi ed essere messe a regime".
Il ricorso agli strumenti tecnologici come previsto in Finanziaria
è amplissimo, spiega il sottosegretario, "dagli acquisti
telematici della pubblica amministrazione (il cosiddetto
e-procurement, ndr.) alla carta di acquisto nella PA per pagamenti
di importo limitato, dal cedolino elettronico per lo stipendio
alle compensazioni IVA trasmesse per via telematica, dalla
trasmissione digitale dei dati relativi alle compensazioni per le
strutture sanitarie private ai dati doganali e fiscali, fino allo
scontrino fiscale digitale". A detta di Magnolfi, dunque,
"con questa Finanziaria si assiste ad una scelta: la modalità
tecnologica diventa prassi, è la via ordinaria con cui si muove
la PA nei propri rapporti interni e anche con i propri rapporti
con il cittadino. La PA come grande sistema di comunicazione e
informazione migra massicciamente sulle nuove piattaforme
tecnologiche". "Se oggi dovessimo progettare da zero la
PA sarebbe tutto molto più facile - sottolinea - qui si tratta di
migrare le infrastrutture ma soprattutto la cultura precedente ad
un mondo nuovo".
In questa direzione, dunque, si muove l'istituzione del sistema
integrato delle banche dati in materia tributaria e
finanziaria. "Si intravede - spiega a PI il sottosegretario -
l'architettura dell'integrazione tra le grandi anagrafi del paese.
L'anagrafe catastale insieme a quelle dei cittadini, quelle dei
comuni. Questo può consentire un cambiamento sostanziale".
Ancora una volta l'innovazione è culturale:
"Le singole amministrazioni devono passare dalla cultura del
possesso dei dati del cittadino a quella dell'accesso, perché i
dati sono del cittadino, che non dovrà più fornirli ad
amministrazioni che potranno interagire". In questo senso il
problema non sono mai le tecnologie, spiega Mangolfi. "Sì,
ci sarà da lavorare sul fronte dell'interoperabilità, per
rimuovere gli ostacoli che impediscono un dialogo efficiente tra
le basi dati, ma il problema non è quello, è culturale".
Cultura che a volte si deve promuovere con azioni
energiche contro le amministrazioni inadempienti.
"Nel disegno di legge Nicolais che speriamo sia approvato nei
prossimi mesi - spiega Magnolfi - ci sono norme come l'obbligo per
le amministrazioni di adottare il protocollo elettronico. In caso
di mancanza sarà nominato un commissario ad acta".
Il Venezuela boccia Microsoft e passa a LINUX
Tutto il sistema informatico di proprietà del governo venezuelano entro due anni passerà
a Linux. La disposizione arriva per decreto del presidente Chavez.
di Fabrizio Frattini
( 3-01-2005 )
Il Venezuela migrerà tutta il sistema informatico governativo su Linux. Un decreto in
questo senso è stato pronunciato a fine dicembre dal presidente Hugo Chavez. Il ministero
della scienza e tecnologia entro tre mesi predisporrà il piano di migrazione che dovrà
essere completato entro due anni.
La scelta del Venezuela è la più radicale dell'intera america Latina dove pure esistono
forti spinte verso l'open source a livello governativo. Il Brasile ad inizio anno aveva
già attuato scelte in questo senso, in Argentina esiste un forte movimento di base per
l'utilizzo di Linux (il 42% delle imprese usa il sistema operativo del Pinguino), ma
nessuna nazione aveva mai disposto per legge in ambito governativo la migrazione dai
sistemi operativi proprietari verso quelli di libero utilizzo.
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Da L'unità.it:
09.01.2005 Il cd
è morto, e anche il dvd non sta bene
di Toni De Marchi
«Il Dvd?
Sarà obsoleto al massimo tra dieci anni. Pensateci, è ridicolo che oggi ci si debba
portare dietro la musica e i film su dei dischetti argentei e per poi infilarli nel
computer per usarli». Era metà luglio dello scorso anno quando Bill Gates affidò alla
penna di un giornalista del quotidiano tedesco Bild questa riflessione sul futuro
di quello che gli americani chiamano home entertainment. Bill Gates è l'uomo più
ricco del mondo (si dice) ma è soprattutto il presidente e chief software architect
di Microsoft, il più gigantesco conglomerato informatico del pianeta.
Non sono stati molti a commentare questa affermazione dell'uomo che sta dietro il 90
per cento dei computer del mondo e che da qualche anno ha capito che il vero business sta
nel gigantesco mare dello svago domestico: dall' Xbox al recentissimo Media Center. Nei
giorni scorsi, aprendo il Consumer Electronics Show di Las Vegas, Gates ha delineato la
strategia di Microsoft per quello che chiama il digital lifestyle, lo stile di vita
digitale. Una definizione resa popolare tre anni fa da Steve Jobs, amministratore delegato
di Apple, quando presentò il digital hub, il crocevia digitale e multimediale
domestico.
Ma si sa, Gates riesce meglio nel seguire le tendenze che nel metterle in moto. Il suo
Windows copia la metafora della scrivania elettronica introdotta nel personal computer dal
Macintosh. E nel 1995, quando Internet era agli inizi, Gates predisse che la Rete non
avrebbe avuto un grande futuro e sarebbe rimasta un fenomeno riservato a pochi. Mai
smentita fu più netta e per di più senza che si dovesse attendere il lento giudizio
della storia.
Ma per quanto riguarda il disco, forse Mr. Microsoft questa volta non ha torto. E non
solo perché è il rincorrersi delle acquisizioni tecnologiche, sempre più ravvicinate e
sempre più performanti e convenienti dal punto di vista dell'utilizzatore, a dirlo, ma
perché ci sono potentissimi interessi economici che premono per un cambiamento.
Quando nel 1935 Walter Benjamin scrisse «L'opera d'arte all'epoca della sua
riproducibilità tecnica», non immaginava forse quanto il destino della creazione
artistica potesse essere condizionato dal passaggio da un concetto di riproducibilità,
che lasciava tutto sommato all'autore la scelta sui modi e i numeri della copia, a quello
della clonabilità dell'opera d'arte. Il digitale ha sostituito la copia con il clone, non
una riproduzione dell'opera, ma la sua pura e semplice moltiplicazione, esatta bit dopo
bit.
Le majors della musica e del cinema cominciarono a prenderne coscienza quando Philips e
Sony, ormai più di vent'anni fa, lanciarono sul mercato il Cd. Lungi dall'essere il
miglior supporto possibile per la riproduzione musicale (il disco di vinile mantenne
ancora per molto la sua superiorità musicale), era tuttavia il più pratico. Gli mancava
solo la possibilità di essere registrabile, come allora era per la musicassetta. Oggi il
Cd, e il suo successore, il Dvd, sono anche riproducibili facilmente da chiunque, o meglio
clonabili. Il computer moltiplica all'infinito l'opera musicale o cinematografica e la
diffonde immutata e perfetta. La rete ha reso tangibile e alla portata di tutti quella che
Paul Valéry chiamò la «conquista dell'ubiquità», un'idea che fu alla base dell'opera
di Benjamin. E che oggi, ridotta per così dire al suo osso materiale e smembrata dalle
sue valenze creative e filosofiche, è il nemico che combattono con più accanimento e
determinazione proprio quelle stesse majors che accolsero il Cd come una grande
opportunità di mercato.
Cosa c'entra tutto questo con la previsione di Mr. Microsoft? C'entra perché finché
film e musica continueranno ad essere distribuite su un supporto fisico digitale, nessuno
potrà mai impedirne la clonazione ad infinitum. A dire il vero le hanno provate tutte:
filtri digitali, scrambling («pasticciamento») del contenuto per essere ricreato solo al
momento della riproduzione, schemi di protezione che hanno avuto come unico risultato
quello di rendere inutilizzabili i Cd o i Dvd su molti riproduttori. Nessuna soluzione ha
retto a lungo all'attacco delle moltitudini di copiatori. Oggi copiare un Dvd è facile
come fare una fotocopia: basta avere gli strumenti giusti.
Alle majors viene però in soccorso la rete, quella stessa rete che accusano di averle
messe in ginocchio per colpa dei programmi P2P (peer-to-peer, distribuzione da
computer a computer). Le connessioni Internet ad alta velocità ormai alla portata di
quasi tutti (Tiscali ha recentemente lanciato in Italia l'Adsl2 che permette velocità di
connessione fino a 15 megabit al secondo, venti volte di più di una normale linea Adsl)
rendono possibili modi di distribuzione che tendono a superare il supporto fisico.
La parola d'ordine oggi è streaming, cioè la trasmissione dei contenuti
digitali, siano essi musica, film o quant'altro. Lo streaming è ancora un bambino in
fasce: ha le gambe ma ancora non cammina. Lo streaming è una realtà per
relativamente pochi: bisogna avere computer adeguati e connessioni veloci, e il passaggio
dal computer al televisore del salotto è ancora un'eccezione. Ma ha un vantaggio, agli
occhi delle majors: è impossibile copiare la musica o il film streamato
perché arriva sul computer poco alla volta e ciascun pezzo viene sostituito dal
successivo. E Microsoft vede nello streaming il ritorno della centralità dei suoi
software: per questo il gigante statunitense cerca di imporre suoi formati proprietari che
obbligano ad usare i propri programmi per riprodurre i film o la musica.
E mentre il Cd muore perché il Dvd porta cinque, dieci volte i suoi dati, l'orizzonte
del Dvd è oscurato più che dalla tecnologia dagli appetiti degli oligopoly del
divertimento. E a dirlo è Bill Gates, non il Forum sociale.
Da www.carta.org
Rodotà: "La centralizzazione delle banche dati minaccia la
privacy"
''I progetti di centralizzazione delle
banche dati vanno valutati uno ad uno e ciò che più ci preoccupa è che in casi come
questo, in cui è prevista dal governo la consultazione del garante, ciò non è avvenuto.
L'interconnessione tra banche dati pubbliche e private non è un passaggio scontato e non
si può procedere in questa direzione senza darsi o rispettare alcuna regola''. E' quanto
dichiara il presidente dell'autorità garante della privacy, Stefano Rodotà, in
un'intervista rilasciata a 'L'Espresso', a proposito del progetto 'Amanda', che prevede la
creazione di una centrale unica di intercettazione presso Telecom. ''Un alternativa alla
banca dati centralizzata spesso c'è, piuttosto la questione è l'uso che una società fa
dei dati che raccoglie. Servono ad erogare un servizio? Allora quando non c'è più
giustificazione per la loro conservazione vanno distrutti. Recentemente -prosegue Rodotà-
siamo intervenuti per Telepass, che chiedeva la possibilità di utilizzare i dati raccolti
per fini diversi da quelli del pedaggio autostradale. Sono dati sensibili che riguardano
la libertà di movimento sancita dalla Costituzione''.
Sui progetti come Matrix negli Usa o Super Amanda in Italia il presidente dell'autorità
garante per la privacy afferma che ''quando vengono raccolte informazioni su di me e
confrontate con quelle di altre banche dati, io sono stato espropriato della mia
autonomia, della mia intimità, in qualche caso dei miei diritti civili. Non basta dire
che questo rende più efficiente il controllo di un'impresa o il controllo sui cittadini.
Quando noi riteniamo che qualsiasi informazione può essere raccolta per finalità di
mercato o di polizia, entriamo in una logica no dissimile da sistemi totalitari come
l'Unione Sovietica: lì tutti erano costretti a dire tutto sui loro vicini, perchè questo
era negli interesse supremi dello Stato''. ''La successiva scoperta degli archivi della
Germania dell'est ha dimostrato quali possono essere i guasti sociali nei costumi e nella
democrazia davanti a una raccolta di dati personali senza confini. Se poi -conclude
Rodotà- riterremo prevalenti le ragioni del mercato e della sicurezza, dovremo anche
rivedere i principi di libertà e di democrazia. Se dobbiamo accettare quello che ha detto
Blair e cioè che cinquemila e più criminali inglesi dovranno essere etichettati e
seguiti elettronicamente, dovremo anche rivedere il concetto di fine pena''.
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