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GUERRA

Volontari da tutto il mondo nella striscia di Gaza

La Gaza Freedom March non si limiterà a deplorare la brutalità israeliana, ma agirà per fermarla

(10 dicembre 2009)

Mancano meno di tre settimane alla partenza delle delegazioni internazionali che parteciperanno alla Gaza Freedom March, e non è esagerato dire che si tratterà di una manifestazione che passerà alla storia. Ad un anno dalla criminale aggressione israeliana, volontari provenienti da tutto il mondo entreranno nella Striscia di Gaza tuttora sottoposta ad un feroce embargo internazionale, dove gli aiuti umanitari promessi non sono mai arrivati ed un milione e mezzo di persone vivono ancora assediati e sottoposti alle continue incursioni ed ai bombardamenti israeliani.

I numeri, innanzitutto: ad oggi, sono confermate circa 1.500 presenze, ma il numero è destinato a salire, perché stanno ancora arrivando i dati relativi ad altre conferme. La delegazione italiana promossa dal Forum Palestina sarà composta da oltre 80 volontari, esponenti di diverse associazioni e comitati di solidarietà, ed ha ricevuto il sostegno degli europarlamentari Luigi De Magistris, Gianni Vattimo e Sonia Alfano, Presidente dell’Associazione dei Parenti delle Vittime della Mafia. Fra i sostenitori, anche Vittorio Agnoletto e Marco Rizzo, oltre a numerosi intellettuali, esponenti del sindacalismo di base e rappresentanti della società civile. La delegazione italiana si muoverà insieme a quella francese promossa da Europalestine, con oltre 300 partecipanti e quella belga, che conta oltre 50 partecipanti. Dagli Stati Uniti, l’associazione Code Pink, che ha promosso la Gaza Freedom March, ha già comunicato la partecipazione di oltre 350 volontari, altri 200 arriveranno dall’America Latina, circa 20 dal Giappone ed una decina dall’Australia. Siamo in attesa di conoscere i numeri delle altre delegazioni europee, cui si aggiungono i 200 automezzi della terza carovana promossa dal deputato inglese Geoge Galloway, partita da Londra domenica 6 dicembre e che raggiungerà la Striscia di Gaza il 27 dicembre, per entrarvi insieme alle altre delegazioni, che saranno accolte da decine di migliaia di Palestinesi a Rafah.

Fra i sostenitori internazionali della Marcia, l’ex Presidente degli U.S.A. Jimmy Carter, l’ex Presidente sudafricano Nelson Mandela, il Premio Nobel per la Pace Mairead Maguire, la sopravvissuta dell’Olocausto Hedi Epstein, il musicista dei Pink Ployd Roger Waters, i registi Ken Loach, Oliver Stone ed Aki Kaurismaki, il nipote del Mahatma Arun Gandhi, l’attivista israeliano Jeff Halper, gli scrittori Naomi Klein, Gore Vidal e Noam Chomsky, e moltissimi altri.

La delegazione italiana parteciperà alle iniziative ed agli eventi previsti a Gaza, visiterà le zone devastate dalle aggressioni israeliane e consegnerà gli aiuti umanitari raccolti nei mesi scorsi all’ospedale Al Awda ed all’ospedale Al Quds. Sono in programma anche incontri con i sindacati, le associazioni dei giovani e delle donne palestinesi.

Come hanno dichiarato i promotori della Marcia, non vogliamo limitarci a deplorare la brutalità israeliana, ma vogliamo agire per fermarla, e con essa la complicità della cosiddetta “comunità internazionale”, vale a dire quei governi ciechi e sordi di fronte alla sofferenza del popolo palestinese. Vogliamo dimostrare ancora una volta che i popoli, compreso quello italiano, sono infinitamente migliori di chi li governa. Per questo, in tanti abbiamo scelto di trasformare le festività natalizie in un’azione di solidarietà concreta, vicino a chi oggi soffre l’assedio e l’occupazione.

Il Forum Palestina

fonte: forumpalestina@libero.it


Bolivia, Venezuela, Paraguay e Argentina: una sola minaccia

di Guillermo Almeyra

Pubblicato venerdì 3 Ottobre 2008

La Bolivia arde e la destra organizzata da Washington marcia verso la guerra civile con la sua scalata di violenzata. Il Venezuela, a sua volta, affronta la possibilità di un golpe militare, con l’appoggio dei mezzi di comunicazione e delle imprese, anch’esso orchestrato dagli Stati Uniti. In quanto al Paraguay, Fernando Lugo ha denunciato la preparazione di un colpo di Stato e continua ad essere sottomesso alla pressione del Dipartimento di Stato che esige la defenestrazione del ministro degli esteri, il quale Washington accusa di essere legato all’Hezbollá e Hamás. Allo stesso tempo, l’FMI si oppone al fatto che il governo paraguaiano decida di tassare l’esportazione della soia. L’Argentina per conto suo sta affrontando un processo istituito a Miami, contro un delinquente statunitense-venezuelano che ha introdotto illegalmente a Buenos Aires una valigia con 800 mila dollari. Nonostante siano stati confiscati dalla dogana argentina e lì sono rimasti senza essere utilizzati, e nonostante tre richieste d’estradizione della giustizia bonaerense che non hanno avuto ricevute di ritorno, l’FBI cerca di montare un caso per favorire la destra argentina, inventandosi il finanziamento illegale estero alla campagna elettorale di Cristina Fernández. Tutto questo mentre gli Stati Uniti riattivano la loro Quarta Flotta che, con il pretesto di combattere il narcotraffico, pattuglieranno non solo le coste dei paesi latino americani ma cercherà di percorrere i fiumi interni, minacciando il Brasile, Ecuador, oltre il Venezuela, Argentina e Paraguay.

La Bolivia ha espulso l’ambasciatore statunitense dopo aver provato la sua connessione con la destra secessionista della Mezza Luna, i cui blocchi e azioni terroristiche tagliano l’energia a Brasile e Argentina e minacciano il Paraguay. Anche il Venezuela ha adottato la stessa misura, l’ Honduras non da il placet all’ambasciatore di Washington e l’Argentina ha fatto sapere di sentirsi aggredita. L’America Latina è allarmata e in tensione. L’aggravamento della crisi negli Stati Uniti e la caduta del prezzo del petrolio e delle materie prime sono una minaccia per i governi che desiderano mantenere una certa distanza da Washington. Allo stesso tempo si acutizza la lotta tra i settori borghesi in ogni paese e gli oppressi e sfruttati e anche la disputa per le imposte statali e per il potere tra i settori capitalisti agrari e finanziari uniti al capitale finanziario internazionale e i deboli che, al contrario, desiderano lo sviluppo del mercato interno e cercano d’appoggiarsi alla popolazione povera facendogli concessioni e migliorando la loro situazione.

Visto che i settori capitalisti dominanti sono uniti al capitale straniero e cercano appoggio dagli Stati Uniti e i settori riformisti e distribuzionisti vacillano, la difesa dello sviluppo e della sovranità nazionale sono in mano, esclusivamente, degli indigeni, contadini, operai e dei settori più poveri delle classi medie urbane e rurali. Questo acutizza la discriminazione classista e razzista dei capitalisti dominanti, che a volte attraggono i settori popolari che si sentono superiori agli "indigeni" o "negri" e adottano l’ideologia dei padroni. Questa è la base dell’imperialismo che non può invadere con i marines e dirige la guerra sociologica e psicologica utilizzando i propri mezzi d’informazione verso coloro a cui fanno da cassa di risonanza le classi medie reazionarie. Le classi dominanti locali più reazionarie, come nel Cile di Salvador Allende, sono la fanteria di Washington che le dirige da controllo remoto.

Inoltre, la candidata a vicepresidente di McCain, la governatrice Palin, ha appena dichiarato che gli Stati Uniti devono prepararsi alla guerra contro la Russia (e quindi con la Cina, alleata di Mosca) e Washington ha rianimato la guerra fredda su scala mondiale. A questa situazione prende parte la decisione di rovinare i governi che, anche se capitalisti, non sono allineati all’imperialismo. Il Venezuela, per difendersi, compra armi russe e la Bolivia si appoggia all’Iran, le cui cose trasformano Hugo Chávez e Evo Morales in due prede. Il governo boliviano ha dichiarato lo stato d’assedio a Pando ma cerca di negoziare con la destra.

Anche se il governo boliviano è di sinistra, lo Stato continua ad essere del capitale, come in Venezuela, dove parte dell’apparato statale cospira contro Chavez. La destra boliviana vuole recuperare il potere dello Stato appoggiandosi in una parte di questo contro il presidente indigeno. La giustizia corrotta non la condannerà e la destra non concilierà ne negozierà perché ha una base razzista e fascista a Santa Cruz ed il sostegno di parte degli apparati statali (e di parte dell’alto comando militare). Non c’è, per tanto, un’altra via per reprimere la destra oltre alla repressione statale che faccia rispettare la Costituzione e dia le armi ai contadini per garantire la democrazia ed evitare l’assassinio dei lavoratori inermi da parte delle bande razziste armate.

E’ giusto evitare il più possibile lo spargimento di sangue e non dipendere solo dai militari e dalla polizia, ma già corre il sangue dei contadini e gli uomini in uniforme sono picchiati dai gruppi di scontro razzisti che si fanno forza sulla loro impunità, mentre nelle forze armate la debolezza politica del governo da margine al golpismo. E’ giusta, per tanto, l’avvertenza fatta da Chavez, che interverrà in un conflitto armato se si attenterà al governo legittimo di Evo Morales. Anche il Brasile, Argentina, Cile, Ecuador e Perù danno il loro appoggio, incondizionato e illimitato, a Morales, come dovrebbero fare tutti i governi latino americani. In nome di Juárez e di Zapata dobbiamo esigere l’appoggio al governo messicano.

Da "La Jornada", Messico.




Iraq, cinque anni dopo: un paese distrutto dalla guerra
(interviste) - da www.infoaut.org


|Marzo 2008|
All’alba di cinque anni fa, il 20 marzo 2003, i primi missili americani colpirono Baghdad, dando il via ad un’aggressione dell’Iraq nella quale le truppe statunitensi e britanniche riuscirono, in venti giorni, senza incontrare nessuna particolare opposizione, a far capitolare la capitale irachena. La guerra in Iraq portò con sè le solite brutture di ogni guerra, amplificate e messe in mostra da media mainstream eccitati dagli aumenti delle vendite dei quotidiani o dai teatri spettacolari zeppi di strateghi e opinionisti intenti a giocare a risiko negli studi televisivi. I bombardamenti a tappeto, i figli di Saddam mostrati come trofei, le stragi indiscriminate delle cluster bomb, il forno di Fallujah, le barbarie di Abu Ghraib, l’impiccagione del dittatore in mondovisione, le resistenze armate all’occupazione. Poi le lacrime per i “nostri morti”, secondo l’usuale ipocrisia nostrana che vuole l’Occidente armato come liberatore e le milizie resistenti come terroriste. L’Iraq è stato un disastro in cui ci si è cacciati per mano di bugie-silenzi-interessi, seguendo la dottrina della guerra globale, iniziata nel 2001 con l’Afghanistan, nel quale l’Occidente è rimasto impantanato. Il 9 aprile 2003 iniziò l’occupazione militare dell’Iraq, un mese dopo il presidente americano Bush annunciò “major combat is over”, cinque anni dopo non è ancora così..

La guerra globale, le sue giustificazioni
L’entrata in scena della globalizzazione ha portato cambiamenti anche nei processi di guerra, si è transitati all’interno di una logica di “guerra globale”, a tutto campo, come dimostrano gli innumerevoli interventi armati che le potenze occidentali compiono anche al di fuori degli schemi classici della guerra: la Francia spadroneggia in Ciad, gli Usa bombardano la Somalia, Israele colpisce la Siria. L’Iraq, ancor più l’Afghanistan, rappresenta il simbolo di un conflitto su scala internazionale che ha al centro della sua dottrina la nozione di “guerra preventiva”, da applicare verso gli “Stati canaglia” o le organizzazioni facenti parte delle liste nere del terrorismo internazionale. Le retoriche giustificative della guerra sono però legate ad un remoto passato, secondo linee di ragionamento che portano l’umanità a regredire, riproponendo una scontro di civiltà presente solo nelle teste di un neocon come Hungtinton e dei suoi seguaci (..), ma che si vuole far diventare diffuso per mezzo della paura e dell’intolleranza attraverso tv e giornali. Finito il mondo dei due blocchi del ‘900, capeggiato da una parte dall’american life e dall’altra dal socialismo reale sovietico, si propone un conflitto secondo schermi in salsa identitaria: il mondo civile-democratico-cristiano, contro il nugolo barbaro-tirannico-islamico; il mosaico dei valori come avamposto della “guerra giusta”. Il marketing guerrafondaio occidentale usa queste strategie per compensare e giustificare le sue barbarie, coprendo la ridefinizione del nuovo ordine mondiale con becere veline ideologiche. La partita è stata ed è ampia, si gioca su molteplici schemi, che partono dalla conquista di spazi vitali e strategici per poter calare la propria leadership su scala mondiale, arrivano all’assunzione del posto di comando nell’allocazione delle risorse naturali (petrolio, gas, acqua, etc) e all’imposizione del propria visione del mondo. Dottrina non esauritasi: ieri con l’Iraq la scusa erano le armi di distruzione di massa, domani con l’Iran saran le armi nucleari..

Pantano Iraq
Le linee di frattura
Il disegno del nuovo Iraq, calato da Washington per mezzo del governo fantoccio di al-Maliki, consiste nella divisione su base confessionale del paese: il nord curdo, il centro sunnita e il sud sciita. Uno schema dato più dagli interessi particolari che da quelli generali, fondato sulle posizioni strategiche più che sull’idea di creare un paese in cui le diverse fazioni etniche e religiose possano convivere. L’Iraq di oggi è un paese sotto occupazione militare da parte di potenze staniere, indipendente come un’animale rinchiuso in gabbia, indirizzato verso conflitti interni suicidi e stremato dalla guerra, che seppur con intensità minore, prosegue con operazioni aeree e di terra. Il numero dei soldati americani e britannici non ha fatto che aumentare in questi cinque anni, secondo la logica (fallita) che vorrebbe più pacificazione con più militarizzazione. Alle truppe ordinarie, infoltite dai raggruppamenti provenienti anche dagli altri paesi succubi della dottrina bushista, devono essere aggiunti gli eserciti privati che popolano l’Iraq: trecentomila sono i mercenari, i contractors, assoldati da più di trecento aziende multinazionali che nel paese mediorientale han trovato di che sfamarsi.. I tre cantoni confessionali di cui si diceva prima, presentan importanti questioni irrisolte, che sono le cause del fratricidio in atto, il quale, nonostante abbia avuto una decisa flessione negli ultimi mesi, è tutt’oggi motivo dei macelli quotidiani nei mercati e nelle piazze dell’Iraq. Nel nord la regione curda è vittima delle frequenti operazioni militari turche, anche questa mattina vi sono stati bombardamenti contro presunte postazioni del Pkk. La scusa utilizzata dalla Turchia per intromettersi all’interno degli affari iracheni è la presenza della resistenza del Pkk sulle montagne del Kurdistan iracheno: Pkk che è sicuramente un reale obiettivo militare, data la storica repressione anti-curda sciroppata dalla Turchia, ma che funge anche da grimaldello con il quale Ankara vuole porre il suo veto sulla questione di Kirkuk, città colma di petrolio rivendicata dai curdi, che sarà soggetta ad un referendum nel 2008; un Kurdistan ricco fa paura alla Turchia. Il sud iracheno è invece riempito dalla componente sciita, che rappresenta oltre la metà della popolazione, legato all’Iran di Ahmadinejad, paese che ha dato ospitalità ad un Moqtada al-Sadr, leader radicale sciita, estromessosi dal gioco militare svolto con le sue milizie armate (spina nel fianco per sunniti e americani) e rintanatosi nella sua dedizione allo studio teologico. Nonostante ciò i gruppi resistenziali sciiti rappresentano la forza militarmente egemone. Infine il centro del paese, etichettato come sunnita ma che contiene al suo interno una miriade di diverse identità religiose. Fazione sunnita che era quella a cui apparteneva Saddam Hussein, quindi il partito unico Baath, responsabile dei perpetrati massacri contro la popolazione sciita durante il regime. Sunniti che han rappresentato, per assurdo, sempre una minoranza all’interno del paese asiatico, ma che hanno avuto in mano, tramite il potere, gli strumenti per dettar legge, e che sono stati poi scacciati con la caduta di Saddam, principio dal quale si è scatenata la loro reazione armata. Guerriglia sunnita che, nonostante l’efferatezza delle sue stragi, si è vista schiacciata dalla supremazia sciita ed è stata costretta a scendere a patti con gli Stati Uniti d’America, preoccupati per l’immagine di instabilità a cui il mondo ha a lungo assistito. A fronte della promessa di non attaccare americani e sciiti, gli Usa elargiscono ottocentomila dollari al giorno alle milizie sunnite, che si sono prestate ad un patto valido fino a quando questa tregua gli farà comodo, il che vale evidentemente anche per l’amministrazione Bush, intenta a concludere il suo secondo mandato con le mani sporche il meno possibile. L’Iraq non è comunque un paese pacificato, gli attacchi contro le presunte postazioni terroristiche sono all’ordine del giorno, come le violenze inter-etniche, nonostante queste siano ultimamente diminuite, non per merito della cosidetta strategia “surge” (consistente aumento delle truppe) del generale americano Petraeus, come i media vogliono far credere, ma per il ritiro dell’esercito di al-Sadr, per la corruzione della compagine sunnita e per l’opera di pulizia etnica che ha messo al bando i quartieri misti sciiti-sunniti.


Le vittime di guerra
La guerra, ed i conflitti inter-etnici che si sono dati, vedono come prima vittima la popolazione civile. Diversi sono i rapporti, nonostante la discutibile valenza che possono avere, a seconda che siano stati stilati da organi governativi o meno, che documentano la drammaticità della situazione irachena. Il numero dei morti ammonta a cifre spaventase, centinaia di migliaia di persone uccise dalle operazioni delle truppe occupanti o dalla violenza etnica, basti pensare che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), in un rapporto di oltre due anni fa, calcolava già a centocinquantamila le vittime dall’inizio del conflitto. Disastroso anche il fronte riguardante i profughi, che erano un milione prima dell’invasione britannico-americana, e che sono oltre che quatruplicati all’oggi: due milioni e mezzo sono gli sfollati interni che ha lasciato le loro case in cerca di zone più sicure, un milione e novecentomila sono invece i profughi che si sono riversati nei paesi confinati o che hanno provato (le statistiche dicono inutilmente) la via dell’Occidente. La vita per chi vive in Iraq non è affatto facile, il che ha lasciato inevitabilmente posto a nostalgie: la povertà dilaga e la fetta di popolazione che vive con meno di un dollaro al giorno si espande, la disoccupazione è a livelli elevatissimi e chi lavora è quasi sempre al servizio degli occupanti o arruolato nelle forze di polizia (..), sistema sanitario e scolastico sono al collasso, l’accesso continuato al cibo e all’acqua potabile sono un lusso, in gran parte del paese rete elettrica e fognaria sono inesistenti. La violenza occupante o inter-etnica è quotidiana, le carceri sono stracolme e all’interno di esse vige un pesante uso di torture, inflitte soprattutto dagli organi di polizia in combutta con gli americani. La quasi totalità della popolazione chiede che le forze di occupazione se ne vadano dall’Iraq, e chi non lo fa è probabilmente portato dall’idea che ciò non cambierebbe le carte in tavola in un paese depredato e distrutto da cinque anni di guerra.


Usa nel fango
Solo la guerra in Vietnam è durata di più, per il momento, di quella contro l’Iraq. L’America è finita in un simil pantano da cui non riesce ad uscire, il quinto anniversario della guerra viene ricordato quasi con imbarazzo da un paese troppo spesso tifoso della guerra, che osteggia abitualmente il suo patriottismo con far prepotente. Quattromila sono i suoi morti in Iraq, morti nascosti dall’amministrazione Bush: lo sfilare di bare avvolte dalla bandiera americana disturba, infastidisce anche chi li reputa degli “eroi”. La maggioranza degli americani è oramai contraria alla guerra in Iraq perché pensa sia persa o comunque impossibile da vincere. Il richiamo mediatico dato alla strategia “surge” ha fatto salire di qualche punto percentuale la popolarità del presidente Bush, ma ben presto gli statunitensi si sono accorti dalla poca credibilità dell’operazione. Simbolo della sconfitta è anche la trafila di defenestrazioni compiute tra le file dei generali responsabili dell’Iraq in soli cinque anni: prima Franks, poi Sanchez, infine Casey. E solo una settimana fa, anche l’ammiraglio Fallon, comandante degli Usa per tutto il Medioriente, è stato silurato a causa delle sue criticità sugli effettivi in campo e sulla strategia contro l’Iran. La politica americana non offre molto di più: i repubblicani sono imperterriti difensori della guerra, aventi nel loro prossimo candidato alla elezioni, McCain, un ardito sostenitore dell’aumento delle truppe; i democratici scimmiottano la loro opposizione, con i due candidati alla presidenza, Clinton e Obama, che promettono il ritiro dei soldati ma solo a condizione di lasciare delle truppe “non belligeranti” nel paese..

Washington e Londra in piazza contro la guerra
E mentre Bush si accingeva ad aggiungere un ulteriore tassello alla sua collezione di dichiarazioni di (falsa) vittoriosa propaganda, presentando quella in Iraq come “una importante vittoria strategica”, un conflitto che “si può e deve vincere”, in migliaia sono scesi per le strade: a Washington, manifestando davanti all’Internal Revenue Service e all'American Petroleum, scegliendo due simboli della guerra in Iraq (fisco e petrolio) e subendo trenta arresti; a Cincinnati, dove i manifestanti hanno coperto le vie del centro con quattromila magliette, una per ogni soldato americano morto nel conflitto; ma anche a Chicago, Miami, San Francisco, Los Angeles e New York, dove si sono svolti cortei che si sono conclusi con un totale di centosessanta arresti. Anche a Londra si è sfilato contro la guerra, sessantamila persone, partendo da Trafalagar Square e raggiungendo il Parlamento, hanno chiesto il ritiro delle truppe dai fronti di guerra, la fine dell’assedio nei Territori Occupati e l’astensione da ogni volontà di attacco dell’Iran.


La guerra permanente continua in mille forme, come processo attraverso cui si costituiscono gli stati dal punto di vista dell'Impero.  Il caso del Kossovo è esemplare, uno stato 'postmoderno' costituito nell'interesse dell'Impero e non certo delle popolazioni che continuano nella loro povertà e sofferenza. Mettere uno contro l'altro come ai tempi di Cesare... Pubblichiamo la lettera di un vicentino in Kossovo dal G. di V. 
Domenica 24 Febbraio 2008 dal Giornale di Vicenza
Un vicentino in Kosovo «Questo è solo l’inizio»
 

“Kosovo I Metohja”. La poca conoscenza che italiani e occidentali hanno di quella terra comincia proprio dal nome, riduttivamente trasformato in Kosovo. Luca, vicentino errante per lavoro su e giù per i Balcani, ha angoli di visuale diversi e immagini talora inedite.
Nei Balcani perchè?
Sono molti anni che opero nell’Est Europa e nella ex Jugoslavia in particolare. Conosco bene la situazione. E qualche volta ho avuto paura anch’io.
Ad esempio?
Marzo 2004. Non ricordo il giorno, ma ricordo che il Kosovo bruciava. In una so- la notte furono bruciate 80 chiese ortodosse.
Sembra propaganda serba
Tutto vero. E drammatico. Purtroppo il nazionalismo in tutta l’area balcanica è una pianta che semina odio e violenza.
Come si vive in Kosovo?
Il Kosovo attuale è diviso in 5 regioni sotto l’influenza occi- dentale: italiana a ovest, fran- cese a nord, svedese al centro, tedesca al sud e Usa a est. La ricostruzione ha portato soldi, ma non c’è stata evoluzione. Si vive praticamente senza elet- tricità: salta 5-6 volte al giorno per 2-3 ore e poi torna per un ora o poco più. Weekend com- presi. Si va a candele o a gene- ratori di corrente. La benzina costa come nel resto d’Europa ma i salari sono di 100-150 eu- ro al mese, 300 per i poliziotti. Metà popolazione è disoc- cupata. Pensi che un tassista albanese mi ha detto ridendo che si stava meglio con i serbi: c’era lavoro e elettricità.
E i serbi come vivono?
Assediati. A Pec, sotto la giu- risdizione italiana, il Patriar- cato è stato trasformato prati- camente in un fortilizio, con filo di ferro e inferriate alte. Ma è così per ogni chiesa o ci- mitero ortodossi. Riguardo al- la gente, i serbi che sono scap- pati hanno perso tutto. A un albanese bastavano 2 testimo- ni che dichiaravano che quel- la casa era sua per prenderse- la. Del resto i documenti erano bruciati".
Cosa succederà ora?
Non sono ottimista. Gli americani hanno riconosciu- to pure la Macedonia e questo accentua l’esasperazione na- zionalista dei greci, per i quali c’è solo la loro Macedonia, e degli stessi albanesi che sono tantissimi al punto che la loro è una delle due lingue ufficiali del Paese. L’Albania sta zitta, forse per non compromettere il progetto più vasto di una Grande Albania in varie zone del sud dell’ ex Jugoslavia. Co- sa penso? Siamo appena agli inizi e l’Europa deve smettere di lasciar fare agli Usa.

R.L.

 


L'Impero dalle piume di cristallo.

Giuliano Santoro intervista Michael Hardt, coautore di "Impero" e "Moltitudine", sull'esito delle elezioni americane.

 ( DAL SITO WWW.ALTREMAPPE.ORG  )

Abbiamo incontrato per la prima volta Michael Hardt nel 2001, nelle giornate che precedevano il G8 di Genova. Questo intellettuale discreto e disponibile insegna alla Duke University. Aveva scritto con Toni Negri «Empire», il saggio uscito per la Harvard university press allora non era stato ancora tradotto in italiano. The Time lo avrebbe definito «il manifesto  comunista del nuovo millennio». E, passateci la semplificazione, se Negri è il nuovo Marx, come ha scritto Nouvel Observateur, Hardt è il nuovo Engels.  «Il nuovo sistema di dominio è altro dalla vecchia forma dell'imperialismo – ci spiegò Hardt - Gli Usa avevano semplicemente ripreso la forma di dominio che le grandi nazioni europee usavano nel periodo coloniale. Nel passaggio all'Impero abbiamo cercato di collegare, concettualmente e storicamente, alcuni passaggi. Nel campo dell'estetica dal modernismo al potmodernismo, nel campo della produzione dal fordismo al postfordismo (cioè dall'egemonia della produzione di fabbrica a quella produzione sociale che chiamiamo ‘immateriale’), nella forma della sovranità dall'imperialismo all'Impero. L'imperialismo ha sempre avuto come base lo stato-nazione, l'economia stessa dipendeva dalla forza dello stato-nazione. L'imperialismo è quindi basato su una dialettica del ‘dentro’ e del ‘fuori’. Il mondo era diviso da frontiere stabili, e quindi, appunto, un ‘dentro’ ed un ‘fuori’. Il mondo di oggi non è piatto ed indifferenziato, ma non c'è un ‘fuori’. Questo è l'Impero: tutto è ‘dentro’ alla produzione capitalistica ». E poi: « Il capitale approfitta di comunicazione e affetto. Per questo siamo contaminati. Dobbiamo, dall’interno, aumentare le contraddizioni. Giochiamo su una linea sottile, ma è la strategia giusta».

L’11 settembre 2001, la guerra globale permanente dichiarata da Gorge W. Bush e dai suoi alleati, ha messo in discussione questa visione. Non solo i guerrafondai, ma persino i nostalgici del socialismo novecentesco si ringalluzzirono. Pareva che le vecchie forme di colonialismo fossero resuscitate e che, di fronte alla pesantezza degli eserciti, ci fosse poco da ragionare sull’«egemonia della produzione immateriale». Adesso, dopo più di 5 anni, Bush ha perso guerra infinita ed elezioni politiche. E rintracciamo di nuovo Michael Hardt.

Allora, Michael, cos’è successo in questi cinque anni?

Il colpo di stato dell’amministrazione statunitense nell’Impero è completamente fallito Dal punto di vista militare, il simbolo del fallimento è il segretario alla difesa dimissionario Donald Rumsfeld. L’ex ministro di Bush aveva cercato di sviluppare una nuova strategia militare, attraverso cui la tecnologia doveva colmare il divario della guerra asimmetrica. Ciò che chiamavano «Rivoluzione degli affari militari» era il tentativo di trasformare l’esercito in un apparato leggero, flessibile, mobile, utilizzando alte tecnologie. Mobilitando relativamente pochi uomini, si puntava ad avere una forza maggiore dell’avversario, che era maggioritario».

Quindi anche in guerra il lavoro vivo batte il capitale fisso?

L’analogia può funzionare. La resistenza all’occupazione è produzione di soggettività, mentre la macchina della guerra tecnologica non è capace di creare soggettività. Il patriottismo, una volta, funzionava come produttore di soggettività. Adesso sono solo un’armata di mercenari.

Dal punto di vista economico, come è fallito il golpe?

In Iraq hanno provato a costruire uno stato neoliberale facendo tabula rasa di quello che c’era prima, distruggendo qualsiasi organismo preesistente. Questo era il compito di Paul Bremer, il responsabile del governo provvisorio iracheno. In Iraq hanno sperimentato una via d’uscita alla crisi del neoliberismo, e ciò ha suscitato l’opposizione sociale. Volevano un’economia neoliberale assoluta e «pura», per rispondere alla crisi generale e globale. In questo senso, si può costruire una linea diretta dal Cile del 1973 all’Iraq del 2003. Un colpo di stato militare, sociale ed economico per costruire in laboratorio liberista.

C’è poi un fallimento politico…

Qui la figura centrale è Dick Cheney, il vice-Bush. Il tentativo dei neo-con era quello di trasformare Washington in Roma, di gestire il governo dell’impero globale da un unico centro. Hanno una lettura dei fatti ideologica, completamente staccata dalla realtà. L’egemonia degli Stati uniti era stato pensata senza cogliere la necessità di creare le basi perché questa egemonia si sviluppasse. Il consenso era dato per scontato. È come se Cheney si fosse bevuto la storia dei carri armati statunitensi accolti dai fiori, dai baci e dagli applausi dalla gente di Baghdad. Anche negli Stati uniti, il consenso è stato trascurato. Ciò è stato segno d’arroganza. Eppure, con l’11 settembre, Bush aveva un grande capitale da investire in termini di consenso, sia in patria che all’estero.

Vista dall’Europa, pare che l’uragano Kathrina su New Orleans sia stato punto di svolta…

Dopo la prima fase di mobilitazione contro la guerra, nel 2003, negli Stati uniti il movimento si è trasformato in un movimento contro la rielezione di Bush. Quindi è stato sconfitto, era il 2004, ed è sparito. Nell’agosto del 2005, dopo il disastro di Kathrina, l’opinione pubblica si è schierata contro Bush. I fatti di New Orleans hanno evidenziato il razzismo strutturale degli Stati uniti e la corruzione creata dalle politiche neoliberali. New Orleans e Baghdad sono vicine, da questo punto di vista. In Iraq c’erano migliaia di morti, e la sconfitta del progetto di Bush si è svelata in quei giorni terribili di New Orleans.

Un’altra cosa ci ha colpito guardando gli Stati uniti dalle nostre «sicure case europee»: le lotte dei migranti del maggio scorso…

Si tratta di un fenomeno impressionante e inatteso. Le mobilitazioni dei lavoratori migranti non sono nate nel contesto di movimenti già esistenti. Questa autonomia mi pare positiva. Ma segna anche la difficoltà di connettere vari pezzi di società. Da voi in Europa queste alleanze sono più immediate. Il grande movimento dei migranti rimane isolato, dovrebbe legarsi sia alla questione della precarietà che a quella  più generale della guerra.

In Italia i movimenti sociali si sono radicati sul territorio e hanno dato vita a vertenze locali. Negli Stati uniti è accaduta una cosa simile?

Negli Stati uniti ci sono migliaia di progetti locali, anche contro le basi militari, alcuni durano da anni. Ma sono molto meno visibili che da voi. È difficile leggere i movimenti statunitensi da questo punto di vista, perché appaiono in maniera improvvisa e poi scompaiono altrettanto improvvisamente. Sicuramente queste energie poi si depositano in progetti locali. Non ci sono state grandi lotte in cui è riconoscibile l’energia dei movimenti sociali che si muovono sulle grandi tematiche. In Italia ciò avviene nelle lotte ambientaliste contro le Grandi opere (come in Val di Susa contro l’Alta velocità), nella MayDay, nel primo maggio del lavoro precario, o nelle campagne contro i Centri di detenzione per migranti.

Che rapporto c’è tra movimenti ed elezioni? C’è la possibilità di un uso strumentale di alcune forme di rappresentanza?

Purtroppo, negli Stati uniti non abbiamo nessuna speranza nei Democratici. Le elezioni del congresso ci consegnano il risultato migliore, perché per due anni avremo il governo bloccato ed è costretto a gestire la sconfitta. E il Congresso può disporre del potere d’inchiesta. Durante questi sei anni c’era un governo che agiva con modalità segrete. Invece adesso potremo sapere molte cose, in questi due anni avremo più informazioni su ciò che è successo.

Come vedi, da statunitense, la mobilitazione di questi giorni contro la base Usa di Vicenza?

La sconfitta del golpe nell’Impero, ha bloccato la possibilità di un governo unilaterale del mondo. Ciò non significa che cade il potere militare statunitense. Questa vicenda potrebbe segnare una sconfitta ulteriore.  Mi pare poi che a Vicenza e in tutto il Nord-Est la protesta contro le servitù militari non sia limitata ai militanti, che pure sono molto presenti. La lotta  è in rapporto col territorio. In questo è più simile alla Val di Susa che alle lotte contro la guerra. 


Intervista al filosofo americano Michael Walzer

"E’ ormai guerra civile: solo il ritiro americano può portare pacificazione"
 
Il disimpegno Usa può costringere gli iracheni a formare un vero governo di coalizione
 
dal nostro corripondente Ennio Carretto
Corriere della Sera, 25 novembre 2006
 
 
WASHINGTON—"Da sei, otto mesi l'Iraq andava verso la guerra civile. Temo che adesso abbia varcato la soglia. La situazione peggiora di giorno in giorno, rischia di esplodere". Al telefono dal suo ufficio all'Università di Princeton, Michael Walzer, uno dei massimi filosofi politici americani, ammonisce che "rimane ben poco tempo per fermare il conflitto fratricida". Nessuno, ammette, al momento dell'invasione dell'Iraq aveva previsto uno sbocco del genere, ma l'escalation delle atrocità è inaccettabile. "Il bagno di sangue iracheno deve cessare al più presto. Assieme alle crisi libanese e palestinese è il più grave fattore d'instabilità in Medio Oriente".
 
Che cosa è cambiato in Iraq negli ultimi mesi?
"La natura del conflitto. Inizialmente, era una guerra tra la jihad islamica e le truppe americane, o tra il terrorismo e la democrazia come ama dire il presidente Bush. Poi è diventata una guerra tra gli insorti, in prevalenza saddamisti, e le forze di occupazione. Ma oggi è una guerra civile, sunniti contro sciiti, che semina stragi tra i civili innocenti".
 
Le truppe americane non possono fermarla?
"Le truppe americane e britanniche premono fortemente sull'esercito e sulla polizia iracheni perché non si comportino in maniera settaria e arginino il conflitto. Ma soprattutto nel caso della polizia, hanno avuto finora un successo limitato: al suo interno, vi sono elementi che fomentano la violenza. Le nostre forze spesso non possono intervenire in prima persona perché verrebbero coinvolte nella guerra".
 
Esiste una soluzione?
"Forse l'unica soluzione possibile è stabilire un calendario per il nostro graduale ritiro. Se il conflitto fosse ancora tra la jihad e noi, sarebbe un errore, significherebbe concedere la vittoria ai terroristi. Ma siccome non lo è più, sarebbe un modo per costringere gli iracheni a cercare di formare un autentico governo di coalizione. Quello attuale non lo è di certo".
 
Non significherebbe abbandonare l'Iraq al caos?
"Il rischio ci sarebbe, ma proprio la prospettiva del caos farebbe cambiare posizione a molta gente. L'Iraq sta per sfaldarsi e i leader sarebbero costretti ad assumersi le proprie responsabilità. Naturalmente noi e i Paesi del Medio Oriente e del Golfo persico dovremmo aiutarli promuovendo una conferenza di riconciliazione nazionale e una serie di conferenze regionali".
 
Non sarebbe una corsa contro il tempo?
"Siamo già in corsa contro il tempo, basta guardare quello che succede in Libano e in Palestina, oltre che in Iraq. La regione è una polveriera, l'amministrazione Bush ne ha trascurato i problemi troppo a lungo. Gli iracheni devono cominciare a dialogare realmente tra di loro, e l'America deve cominciare a dialogare anche con i nemici veri o presunti come la Siria e l'Iran".
 
Ha ragione chi sostiene che sunniti e sciiti combattono una guerra di religione che può estendersi ad altri Paesi?
"Secondo me è un'interpretazione semplicistica. La situazione è resa più complessa dai fattori locali. In Libano c'è una alleanza cristiano-sunnita contro gli sciiti. In Siria, un Paese in prevalenza sunnita, è al potere la fazione alawita. In Iraq ci sono i kurdi, che presentano un potenziale problema per la Turchia, dove questa etnia reclama l'indipendenza".
 
Quindi?
"Quindi ci vogliono negoziati bilaterali oltre che multilaterali. Per questo parlo di una serie di conferenze".

Il Manifesto

Io, un marine killer di civili

Parla Jimmy Massey, rientrato negli Usa dal «fronte» iracheno.

Venerdì 4 marzo 2005

NEW YORK - «Anch’io ho ucciso civili innocenti, anch’io sono diventato un killer». Parla Jimmy Massey, rientrato negli Usa dal «fronte» iracheno dopo che i primi quattro mesi di guerra lo avevano reso inabile e portato alle soglie della follia. Ora racconta (in un diario che uscirà quest’estate) gli orrori di cui è stato testimone e protagonista in prima persona. «La nostra missione in Iraq non era di uccidere dei terroristi, ma di massacrare civili innocenti».
«Ho visto l’orrore di quanto stiamo facendo ogni giorno in Iraq, vi ho preso parte. Siamo solo killer. Uccidiamo, continuamente, innocenti civili iracheni: niente di più. Penso che tutti i contingenti militari stranieri in Iraq debbano essere immediatamente ritirati. E lo dico agli altri soldati, che per evitare punizioni e rappresaglie dell’esercito non vogliono parlare e ammettere che la nostra missione non è di uccidere terroristi ma civili innocenti». E’ così, nell’intervista a il manifesto, che Jimmy Massey di Waynesville, piccola comunità del North Carolina, ha deciso di strappare il velo di silenzio che avvolge la «nobile missione» in Iraq. Dimesso dal corpo dei marines per ragioni mediche, ha scritto un diario, «Cowboys from Hell», che verrà pubblicato a fine estate.

Qual era la sua posizione in Iraq?
Ero sergente nel 3° battaglione dei marines durante l’invasione, nella primavera 2003.

Quanto tempo ci è rimasto?
Dal 22 marzo al 15 maggio. Quattro mesi d’inferno. Mi hanno dovuto rispedire negli Usa per stressed disorder. E’ il termine usato nel gergo militare per dire che a causa dell’orrore vissuto in guerra sono uscito di senno.

E’ stato nei marines per molti anni?
Per dodici anni.

Era mai stato in guerra, prima?
Mai.

Lei ora è membro del gruppo «Veterani dell’Iraq contro la guerra».
Sì. Mi sono recato in Iraq, inizialmente, con la convinzione di dover eliminare le armi di sterminio di massa. Presto però la mia esperienza di marine mi ha fatto capire che la realtà era tutt’altra. Eravamo dei «killer cowboy». Uccidevamo civili innocenti.

Lei ammette di aver ucciso civili innocenti?
Sì. E parecchi.

Come è avvenuto?
Vicino alla nostra base a sud di Baghdad abbiamo dato l’assalto, con tutto il mio plotone, a un gruppo di civili che stava svolgendo una manifestazione pacifica. Perché? Perché avevamo udito dei colpi d’arma da fuoco. E’ stato un bagno di sangue. Non c’era neppure l’alibi che quei civili potessero essere ingaggiati in «attività terroristiche», come la nostra intelligence voleva farci credere. Abbiamo ucciso più di trenta persone. Quella è stata la prima volta che ho dovuto affrontare l’orrore di avere le mani sporche del sangue di civili. Bombardata anche con cluster bombs, la gente fuggiva e quando arrivava ai posti di blocco dove stavamo con i convogli armati, le indicazioni che ci dava l’intelligence era di colpire quelli che potevano presumibilmente appartenere a «gruppi terroristici».

E voi cosa facevate?
Finivamo per massacrare civili innocenti - uomini, donne e bambini. Quando col nostro plotone abbiamo preso il controllo di una stazione radio non facevamo che inviare messaggi propagandistici diretti alla popolazione, invitandola a continuare la sua routine quotidiana, a tenere aperte le scuole. Noi sapevamo invece che gli ordini da eseguire erano di search and destroy, irruzioni armate nelle scuole, negli ospedali, dove potevano nascondersi i «terroristi». Erano in realtà trappole tese dalla nostra intelligence, ma noi non dovevamo tener conto delle vite dei civili che avremmo ucciso durante queste missioni.

Lei ammette che durante la sua missione ha compiuto esecuzioni di civili innocenti?
Sì. Anche il mio plotone ha aperto il fuoco contro civili, anch’io ho ucciso innocenti. Sono anch’io un killer.

Come ha reagito, dopo queste operazioni, pensando agli innocenti che aveva ucciso?
Per un po’ sono andato avanti negando a me stesso la realtà - cioè che ero un killer e non un soldato che sa distinguere il giusto dallo sbagliato - poi un giorno, svegliandomi al mattino mi è venuto in mente un giovane, miracolosamente scampato al massacro dei passeggeri della sua auto, che urlando mi chiedeva: «Ma perché hai ucciso mio fratello?». Divenne un’ossessione. Persi il controllo del mio equilibrio psichico. Ero incapace di muovermi e parlare, restavo con lo sguardo atterrito, fisso al muro.

Che provvedimenti hanno preso i suoi superiori?
Per tre settimane, in Iraq, sono stato imbottito di antidepressivi, farmaci psicotropi. E’ il loro pronto intervento per questi casi di «stress traumatico», quando i soldati cadono in preda a questo rifiuto di uccidere.

Il vostro addestramento, negli Usa, non vi rende l’unità più violenta ed aggressiva utilizzata dal Pentagono?
Sì. Nel programma denominato boot camp ognuno di noi viene sottoposto a tecniche di «disumanizzazione» e di «desensibilizzazione alla violenza». Ma a me non hanno mai detto che questo voleva dire uccidere civili innocenti.

Tre settimane immobilizzato da antidepressivi in Iraq. E poi?
Non sapendo più cosa fare mi hanno fatto rientrare. Ora sono disabile, dimesso dall’esercito con honorable discharge.

Altri sono nelle sue condizioni?
Molti. E sono ancora al fronte. Li imbottiscono di antidepressivi e poi li rispediscono a combattere. E’ un problema che ha assunto dimensioni preoccupanti, ma non se ne deve parlare negli ambienti militari. Nel 2004, 31 marines si sono tolti la vita, 85 hanno tentato il suicidio. La maggioranza di coloro che hanno preferito togliersi la vita piuttosto che continuare ad uccidere è sotto i 25 anni, il 16 per cento non ha più di 20 anni.
(Patricia Lombroso)


IRAQ: SULLE ELEZIONI
by Sami Ramadani Wednesday, Feb. 02, 2005 at 6:30 PM

Come confermato da fonti delle Nazioni Unite, non è stato tenuto alcun registro o pubblicata alcuna lista degli elettori - tutto quello che ci viene raccontato è che circa 14 milioni di persone erano autorizzate a votare. Anche in Vietnam l'affluenza al voto era stata buona. Nessun tipo di interpretazione strumentale per quanto articolata può riuscire a nascondere l'ostilità degli Iracheni nei confronti dell'occupazione degli Stati Uniti.
Sami Ramadani


Fonte: The Guardian
2 febbraio 2005


Il 4 Settembre 1967 il New York Times pubblicò la storia vivace e celebrativa sulle elezioni presidenziali che erano state organizzate dal regime fantoccio Sud Vietnamita al culmine della guerra in Vietnam. Sotto il titolo "Gli Stati Uniti incoraggiati dal voto in Vietnam: I funzionari parlano di una affluenza al voto dell'83% malgrado il terrore dei Vietcong ", il giornale riportava che gli Americani "Erano rimasti sorpresi e rincuorati" dalle dimensioni dell'affluenza alle urne "malgrado la campagna terroristica condotta dai Vietcong allo scopo di impedire il voto ". Un'elezione riuscita, continuava, "è stata lungamente vista come il punto chiave nella politica del presidente Johnson di incoraggiare lo sviluppo dei processi costituzionali nel Vietnam del Sud". Gli echi della propaganda di questo fine settimana sulle elezioni in Iraq paiono tanto vicini a tutto questo da parere come irreali.

Con la valanga di interpretazioni e letture che sono state date all'evento e che si sono susseguite senza sosta nei giorni scorsi, potreste pure essere perdonati se pensaste che il 30 Gennaio 2005 l'occupazione dell'Iraq guidata dagli Stati Uniti si è conclusa e che la gente Irachena ha guadagnato la propria libertà e i propri diritti democratici. Questa è stata una campagna dai molti strati, rievocativa del delirio prebellico sulle Armi di Distruzione di Massa e delle fantasie sui fiori che gli Iracheni stavano raccogliendo da gettare alle forze invasori. Come potreste far quadrare la parola democrazia, libera e corretta, con la realtà brutale dell'occupazione, la legge marziale, una commissione elettorale nominata dagli Stati Uniti e candidati segreti, una realtà alla quale raramente è stato permesso di mettersi sulla strada dell'ingannevole campagna per promuovere le elezioni.

Se è la verità ad essere la prima vittima della guerra, in un'elezione controllata dall'occupazione a venir sacrificata per prima è qualunque cifra che si possa ritenere affidabile. Il secondo strato della propaganda era stato appunto designato allo scopo di convincerci che una stragrande maggioranza degli Iracheni ha partecipato al voto. L'annuncio che è stato dato inizialmente di una partecipazione alle elezioni del 72% è andato velocemente retrocedendo al 57% di coloro che erano registrati per votare. Così che viene da chiedersi, ma quale è la percentuale della popolazione adulta che era registrata per il voto? L'ambasciatore Iracheno a Londra non è stato in grado di illuminarmi al riguardo. Infatti, come confermato da fonti delle Nazioni Unite, non è stato tenuto alcun registro o pubblicata alcuna lista degli elettori - tutto quello che ci viene raccontato è che circa 14 milioni di persone erano autorizzate a votare.

Per quanto riguarda gli Iracheni all'estero, questa comunità che conta fino a 4 milioni di esiliati (con forse poco più di 2 milioni di essi aventi il diritto di voto) ha finito per mettere assieme 280.000 persone registrate per il voto. Di queste, solo 265.000 hanno realmente votato.

Il sud Iracheno, più religioso di quanto non sia Baghdad, ha risposto positivamente alla posizione presa dal Grand Ayatollah Al-Sistani: mettere a nudo il bluff degli Stati Uniti e votare per una lista che si è proclamata essere ostile all'occupazione. I sostenitori di Sistani hanno dichiarato che il voto di Domenica è stato il primo passo per cacciare fuori dal paese gli occupanti. Durante i prossimi mesi queste dichiarazioni verranno messe a dura prova. Nel frattempo il movimento popolare di Moqtada Al-Sadr, che ha rifiutato le elezioni definendole una finzione, è probabile che faccia ritorno alla propria aperta resistenza all'occupazione.

Il grande voto nel Kurdistan riflette soprattutto la richiesta della gente Curda per la autodeterminazione nazionale. La amministrazione degli Stati Uniti fino ad ora è riuscita a tenere a bada queste pressioni. La recente proposta avanzata da Henry Kissinger di dividere l'Iraq in tre differenti stati riflette uno spostamento importante fra le figure più influenti negli Stati Uniti che, guidati da Kissinger come Segretario di Stato, avevano abbandonato i Curdi negli anni 70 e agito come intermediari in un affare fra Saddam e lo Shah dell'Iran.

Domenica scorsa George Bush e Tony Blair hanno fatto discorsi eroici con i quali hanno insinuato che gli Iracheni hanno votato per approvare l'occupazione. Coloro che insistono che gli Stati Uniti sono disperatamente alla ricerca di una uscita strategica dall'Iraq, stanno interpretando erroneamente le loro intenzioni. I fatti concreti, compresa la costruzione di enormi basi militari in Iraq, indicano che gli Stati Uniti stanno dandosi da fare per installare e sostenere un regime fantoccio di lunga durata. Per questo motivo, la presenza militare guidata dagli Stati Uniti continuerà, con tutto ciò che questo richieda in termini di massacro e distruzione.

Nella rincorsa alle elezioni, gran parte dei media occidentali si sono dati da fare per presentarle come se fossero un duello alla 'mezzogiorno di fuoco' fra il terrorista Zarqawi e la gente Irachena, con le forze di occupazione a fare del loro meglio per permettere alla gente di sconfiggere il diabolico assassino Giordano con una gamba sola. In realtà, la violenza settaria nello stile di Zarqawi non è solo condannata dagli Iracheni attraverso tutto lo spettro politico, compresi i sostenitori della resistenza, ma è ampiamente vista come un utile strumento verso il quale le autorità di occupazione chiudono un occhio. Tali interpretazioni vengono rifiutate dagli stranieri, ma il record di John Negroponte, l'ambasciatore degli Stati Uniti a Baghdad, nel sostegno a gruppi dediti al terrore nell'America Centrale durante gli anni 80 ha fornito ampio credito a questo tipo di timori, come hanno poi fatto i reportage di Seymour Hersh sulle squadre assassine del Pentagono e sull'entusiasmo per "l'opzione El Salvador".

Un'analisi onesta della mappa sociale e politica dell'Iraq rivela che gli Iracheni sono sempre più uniti nella loro determinazione a porre fine a questa occupazione. Sia che abbiano partecipato o che abbiano boicottato l'esercitazione di Domenica scorsa, questo legame politico presto si riaffermerà - tanto come fece in Vietnam - malgrado le differenze tattiche e malgrado i tentativi dell'occupazione degli Stati Uniti di dominare gli Iracheni infiammando divisioni settarie ed etniche.

Sami Ramadani è un rifugiato politico del precedente regime di Saddam Hussein ed è un docente universitario all'Università Metropolitana di Londra. E-mail:sami.ramadani@londonmet.ac.uk


Note:
Tradotto da Melektro per http://www.peacelink.it
Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando le fonti, l'autore e il traduttore.


UN'ALTRA VERSIONE DELLA GUERRA

From: Slava
To: Slava
Sent: Monday, March 31, 2003 12:35 AM
Subject: News dall'Iraq del 29.3: resistenza continua. Aggressori impantanati. Israele coinvolto?


Dall'intelligence militare russa (sintesi). Da diffondere.
Da http://www.aeronautics.ru/

[...]
Ieri attorno alle 1900 un elicottero d'attacco Apache e' precipitato. Intercettazioni radio dimostrano che l'elicottero era stato gravemente danneggiato in combattimento. Il pilota ha perso il controllo durante l'atterraggio, e l'elicottero e' precipitato, causando seri danni ad un altro elicottero atterrato precedentemente.

Le truppe della coalizione hanno fallito ampiamente [e nuovamente, NdT] l'obiettivo di conquistare An-Nasiriya, a dispetto degli ordini categorici ricevuti e delle oltre 800 missioni degli arerei d'attacco al suolo.
Tutti i tentativi di rompere le difese irachene si sono scontrati con altrettanti contrattacchi. Dopo 24 ore di combattimento le truppe Usa sono riuscite ad avanzare di qualche centinaia di metri in due settori nei pressi della citta', al costo di 4 blindati distrutti, almeno 3 Marines uccisi da tiratori scelti e fuoco di mortai, 10 feriti e 2 dispersi.
Le perdite irachene sono ignote.

Gli americani hanno inoltre fallito l'avanzata nei pressi di An-Najaf. Tutti gli attacchi si sono scontrati con un intenso fuoco dell'artiglieria irachena. Nel corso della giornata gli iracheni hanno organizzato un contrattacco, facendo arretrare le truppe Usa di 1.5-2 chilometri. Almeno 10 Marines sono morti o feriti. Dopo scambi di colpi per sei ore, entrambe le parti sono rimaste sulle loro posizioni. Le perdite irachene in quest'area sono stimabili in 20 morti e 40 feriti.

Nei pressi di Bassora le truppe inglesi hanno spinto le difese irachene sulla penisola di Fao, ma non sono riusciti a prendere la penisola stessa.
L'avanzata inglese massima e' giunta a 4 chilometri dall'autostrada che conduce a Bassora. Durante questo attacco gli iracheni hanno abbattuto un elicottero inglese. Due carri armati e un blindato sono stati distrutti da mine. Almeno due soldati inglesi sono morti, circa 20 feriti e 15 catturati dagli iracheni.
[...]
Tutti i tentativi di attacco oltre il fiume [Shatt] Al-Arab sono falliti.
Il comando inglese si e' detto incapace di attaccare Bassora con le forze a disposizione, e chiede almeno altre due brigate e 5 battaglioni di artiglieria. Percio' punta momentaneamente a conservare le posizioni e la pressione su Bassora e sulla penisola di Fao.

La condizione psicologica degli abitanti di Bassora, secondo le interviste, e' lontana dall'essere critica.
I militari iracheni hanno diffuso numerosi annunci offrendo ai cittadini la possibilita' di lasciare la citta'. Ma la maggior parte di loro non vuole andarsene, nel timore di subire la stessa sorte dei rifugiati palestinesi i quali, dopo aver perso le loro case, sono trattati da paria nei vari paesi arabi dove vivono.
Gli abitanti di Bassora sono stati molto scossi dai video diffusi dal comando della coalizione, che mostrano lo stato degli iracheni dei territori occupati [dalla coalizione, NdT], intenti a lottare per il cibo e per l'acqua distribuiti dai soldati invasori; la popolazione vede in tali video cio' che li attende se arriveranno i soldati americani...
[...]

Secondo un rapporto preparato in Kuwait dal Psychological Operations Tactical Group della coalizione, che ha analizzato riprese televisive, intercettazioni radio, interrogatori di prigionieri iracheni, tutto indica che gli iracheni sono ora piu' fiduciosi e saldi rispetto ai giorni prima dell'inizio della guerra. Questo, secondo il rapporto, e' dovuto principalmente ai numerosi fallimenti militari della coalizione. [...]
Si pensa quindi di raggruppare i prigionieri iracheni in grandi campi, per poter confezionare dei video che deprimano il morale dei combattenti e della popolazione irachena.
[...]
Intercettazioni radio e radar degli ultimi cinque giorni suggeriscono che la coalizione stia usando aeroporti israeliani per condurre attacchi notturni sull'Iraq. Aerei da combattimento (prob. F-117) stanno decollando regolarmente dalle basi di Hatzerim e Navatim, senza poi ritornarvi, ma volando attraverso la Giordania in completo silenzio radio.


War on terrorism: un disastro (rapporto di Amnesty)
da indymedia che riprende l'Unita.it Thursday May 29, 2003 at 10:04 AM

Un mondo reso peggiore dalla presunta guerra al terrorismo e devastato da conflitti non risolti dietro ai quali si stende l'ombra nera degli interessi nel traffico d'armi dei Paesi Occidentali. E' quello che emerge dal Rapporto Annuale 2003 di Amnesty International, che monitorizza le violazioni dei diritti umani in tutto il mondo, presentato mercoledì mattina a Roma.
"Con l'etichetta di guerra al terrorismo si sono legittimate violazioni su larga scala dei più elementari diritti umani". Così Riccardo Noury, direttore dell'Ufficio Comunicazione della Sezione Italiana di Amnesty International inizia la presentazione alla stampa. Una denuncia, un'accusa articolata, motivata, senza appello, che ancora una volta punta il dito contro la guerra, le guerre scatenate dagli Usa. "La guerra al terrore lungi dall'aver reso il mondo un posto più sicuro, lo ha trasformato in un ambiente più pericoloso, limitando i diritti umani, indebolendo il primato del diritto internazionale e sottraendo l'operato dei governi al controllo dell'opinione pubblica - continua Noury - ha elargito a molte popolazioni una giustizia di seconda classe, ha permesso che venissero adottate leggi che criminalizzano il legittimo dissenso. E di più: ha annullato la distinzione tra popolazione e terroristi".
Una "guerra" nel nome della quale in Europa sono state congelate le domande di asilo che provengono da cittadini iracheni, che mantiene in vigore nel Regno Unito una legge che permette la detenzione a tempo indeterminato di presunti terroristi, che trattiene più di 600 persone catturate durante la guerra in Afghanistan nella base statunitense di Guantamano Bay a Cuba senza essere incriminate, né poter ottenere assistenza legale.
Una guerra che ha visto il suo culmine con l'attacco all'Iraq. Un conflitto entrato in una seconda fase: in un "post-conflitto" - come denuncia Amnesty - che non è altro che il secondo tempo della guerra. Un secondo tempo che continua ancora in Kossovo, dove la contro-pulizia etnica lascia le minoranze etniche prigioniere delle loro abitazioni, che continua in Afghanistan dove ancora allo stato dei fatti non si sono fatti veri passi avanti in termini di diritti umani. E che continua soprattutto in Iraq dove i governi sembrano più preoccupati di accaparrarsi i pozzi di petrolio che di proteggere la popolazione civile. Dopo una guerra combattuta in nome di armi di distruzione di massa che non si sono trovate, una guerra che ha visto la costante violazione del diritto internazionale, con attacchi indiscriminati e barbari, non è chiara la volontà internazionale di fare tutto il possibile per introdurre nel paese leggi, pratiche, istituzioni.
Ma la denuncia, che arriva da Marco Bertotto, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International, di ritorno da Baghdad è ancora più pesante ed esplicita: dal 1997 al 2001 il traffico d'armi per 2/3 è passato per Usa, Russia, Francia, Regno Unito e Germania. Tra 2000 e 2001 sono state massicce le importazioni dagli Usa ai paesi in via di sviluppo. Perché non è stato e probabilmente non verrà mai firmato un Trattato nternazionale contro il commercio d'armi? Una domanda la cui risposta appare anche troppo chiara.
La guerra al terrorismo ha permesso anche di coprire molte altre situazioni gravi. Basti pensare che la Commissione Onu per i diritti umani non ha condannato le violazioni ai danni della popolazione cecena.
Le violazioni denunciate nel rapporto relative al 2002, comunque, sono tantissime: accertate o possibili esecuzioni extragiudiziali/illegali si registrano in 42 paesi, risultano scomparse o rimaste scomparse dagli anni precedenti persone in 33 paesi, si segnalano maltrattamenti o torture da parte delle forze di sicurezza, delle polizia o di altri autorità statali in 106 paesi, esistono accertati o possibili prigionieri di coscienza in 35 paesi, si registrano arresti arbitrari e detenzioni senza accusa né processo in 54 paesi, le emissioni di condanne a morte sono avvenute in 61 paesi, le esecuzioni di condanne a morte in almeno 28 paesi, sono state commesse gravi violazioni dei diritti umani da gruppi armati di opposizione in almeno 32 paesi.
Tra le situazioni più gravi il rapporto di Amnesty cita la guerra in Congo, che ha causato più di 6 milioni di morti in 6 anni, con costanti i combattimenti e attacchi contro i civili; il conflitto in Colombia, che ha causato più di 80.000 morti dal 1985, di cui l'80% civili; la situazione in Israele e nei territori occupati, che sebbene sia la più discussa appare quella meno affrontata concretamente nella comunità internazionale.
Ma Amnesty ci tiene a sottolineare che ci sono anche buone notizie. Che in alcune zone del mondo - per esempio in America Latina con la lotta all'immunità - si registrano passi avanti. E che i diritti umani non sono crollati con le Torri Gemelle, come aveva dichiarato (o forse minacciato) un responsabile dell'amministrazione americana dopo l'11 settembre.

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