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LAVORO/REDDITO


Concia, la fine dell'Eldorado

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Domenica 18 Ottobre alle 08:00
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Esterno di una conceria della Valchiampo

Esterno di una conceria della Valchiampo


Nella Valle del Chiampo continua il periodo no del distretto conciario. Le inchieste della guardia di finanza sono l'ultimo episodio di un malessere che ha origini lontane. E tutte interne al sistema.

"È un'enclave strana, un sistema produttivo originale, con poche similitudini con altri settori come quello dell'oro o della ceramica, che pure erano articolati attorno alle piccole aziende". Fernando Dal Zovo, ma tutti lo chiamano Nando, ha cominciato a lavorare con le concerie nel 1966. Ha smesso nel 1997, e da allora le segue a livello sindacale (è responsabile del settore per conto della Cgil) e politico (è stato consigliere comunale ad Arzignano). In pochi, probabilmente, possono vantare la sua conoscenza della storia, dello sviluppo e, adesso, della crisi del distretto produttivo della vallata del Chiampo. Un piccolo Eldorado costruito sulla lavorazione delle pelli che per decenni ha distribuito stipendi generosi ai lavoratori e profitti consistenti per gli imprenditori, e che adesso arranca. Piegato dalla concorrenza internazionale e dalla crisi generale, certo, ma soprattutto dalle proprie contraddizioni interne. Last but not least, l'elaborato sistema che una serie di aziende aveva escogitato per evadere l'Iva e che è stato scoperchiato dalle recenti indagini delle guardia di finanza.

L'Eldorado
Per chi non è nato a Chiampo, Arzignano e dintorni, può essere difficile capire l'impatto del mondo della concia su quelle realtà. Ma da quelle parti tutto, o quasi, ruota attorno al cuoio e alle pelli. "Direi che a livello economico ed occupazionale, e quindi anche come reddito e ricchezza prodotta, la concia rappresenta un tre quarti della nostra realtà - osserva Stefano Fracasso, ex sindaco di Arzignano -. Direttamente o indirettamente: tenete conto della concentrazione del distretto, che vede centinaia di aziende racchiuse in un fazzoletto di terra, e di tutto il mondo che ci ruota attorno, come servizi, finanziarie, assicurazioni".
Non per niente Arzignano è una delle capitali mondiali della concia. "L'industria conciaria italiana è leader mondiale del settore - riporta una ricerca del centro studi BancaIntesa nel 2006 -, realizzando il 20 per cento della produzione mondiale e il 70 per cento di quella europea". E se l'Italia è il leader mondiale, la Valchiampo è la sua punta di diamante: sempre secondo lo studio BancaIntesa, quasi un terzo delle imprese, circa il 40 per cento dei lavoratori e oltre la metà del valore della produzione della concia italiana sono racchiusi nella ventina di chilometri che separano Montebello da Chiampo. Con un fatturato complessivo che oscilla tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro all'anno. "È un sistema forte, ed estremamente complesso - aggiunge Dal Zovo -. Un sistema integrato formidabile nella sua capacità di autoservizio, cioè di coprire tutte le esigenze delle aziende. A parte la materia prima, che arriva da fuori, e i mercati di sbocco, che sono soprattutto all'estero, non c'è una richiesta di un'azienda che non possa essere soddisfatta a livello locale nel giro di poche ore: dai materiali alla riparazione dei macchinari, dalle consulenze alla manutenzione degli impianti, c'è tutto". E formidabile era anche la capacità del settore di distribuire ricchezza. A tutti. "Per quarant'anni questa è stata la vallata dell'oro. - continua Dal Zovo -. La ricchezza era palpabile, solida. La potevi vedere, quasi toccare, nelle case, nelle ville, nel territorio".

La morìa
Negli ultimi due anni però, il meccanismo ha mostrato scricchiolii evidenti. La crisi scoppiata nel 2008 si è abbattuta su un mondo che stava già faticando. Con effetti disastrosi. Dall'apertura della prima procedura per una cassa integrazione straordinaria, nel luglio 2008, è stato un susseguirsi di crisi aziendali, chiusure, mobilità. "A fine 2007 il settore aveva, in provincia, circa 12 mila addetti - commenta Antonio Bertacco, sindacalista della Uil -. Tra 2008 e 2009 abbiamo perso un migliaio di posti di lavoro, e per la fine del 2009 si prevede di arrivare ad un cifra di circa 10.500". "E questo limitandosi alle sole uscite, senza contare gli ammortizzatori sociali, come la cassa integrazione", gli fa eco il collega Igor Bonatesta, sempre delle Uil. Una vera e propria morìa ("a fine 2007 le aziende, in provincia, erano 780; adesso siamo a meno di 650", aggiunge Bertacco), che però colpisce a macchia di leopardo all'interno di un settore estremamente variegato. I grandi gruppi, o le grosse fabbriche con centinaia di dipendenti, si contano sulle dita di una mano (il gruppo Mastrotto, la Rino Mastrotto, la Pasubio e qualche altra), e sono quelle che reggono meglio il momento, forti di un'organizzazione consolidata e di dimensioni tali da garantire un certo controllo sul proprio mercato. Le aziende medie o medio grandi hanno risultati altalenanti: qualcuna va bene, qualcuna stenta, altre sono in forte difficoltà. Ma a soffrire di più sono soprattutto le piccole e piccolissime aziende, quella miriade di contoterzisti che non ce la fa più a reggere un mercato in cui la concorrenza sul prezzo è sempre più esasperata. "Il 70 per cento della sofferenza è nelle aziende medio-piccole che lavorano per conto terzi", conferma Bonatesta.

Origini lontane
Sarebbe sbagliato, però, attribuire tutta la responsabilità alla crisi degli ultimi due anni. Anzi, nel distretto della concia il crollo dell'economia mondiale non ha fatto altro che far esplodere una bolla già vicina al punto di saturazione. Il crollo dei mercati e la competizione spietata che arriva dall'Estremo Oriente o dal Sudamerica c'entrano, ma le ragioni vere sono altre, strutturali, e hanno origini molto lontane. "Il settore si è sviluppato molto a partire dagli anni '60 - è ancora Nando Dal Zovo a parlare -, e si è sviluppato con caratteristiche molto artigiane. Il principio base era lavorare, lavorare, lavorare. Spesso dall'alba al tramonto. Il punto è che non c'era abbastanza manodopera per organizzarsi con dei turni; quindi, quando c'era del lavoro da fare chi era in grado di eseguirlo restava in fabbrica ad oltranza. Era anche un retaggio del mondo contadino in cui si lavorava, appunto, dall'alba al tramonto. Questo meccanismo è stato trasferito pari pari nella fabbrica".
Un meccanismo infernale, in cui il guadagno era proporzionale ai volumi prodotti, e il modo più semplice per alzare la produzione era lavorare a ritmi folli: straordinari su straordinari, sabati e domeniche in fabbrica. "Le figure scolastiche erano rare - continua il sindacalista Cgil -. Fino a una quindicina di anni fa trovare un laureato in conceria era un'impresa. C'erano i tecnici degli istituti conciari, certo, ma c'erano anche tanti praticoni che copiavano e sperimentavano da sé. Del resto la crescita era talmente rapida che non c'era tempo per la formazione: bisognava produrre". Nell'ultimo ventennio molte cose sono cambiate: soprattutto nelle aziende più grandi l'organizzazione è cambiata e le figure professionali specializzate sono oggi la norma. Ma alla base c'è ancora lo stesso principio di fondo: lavorare, lavorare, lavorare.

Affari facili
Una logica che ha fatto la fortuna di tante persone, ma che oggi è forse la causa principale del tracollo. "È un sistema che ha una concorrenza interna fortissima e tutta basata sul prezzo - aggiunge Bonatesta -. Si cerca di offrire la merce ad un centesimo in meno di quanto fa il proprio vicino. E il modo più rapido per ridurre i costi è aumentare la produzione. In questo modo, però, si è arrivati al punto di non ritorno". L'inizio del declino è stato, paradossalmente, a metà degli anni '90. Paradossalmente perché all'epoca quasi nessuno se ne accorse. "All'epoca il settore era ormai maturo - riprende l'analisi di Dal Zovo -. Aveva strutture decenti, stava cominciando ad affrontare le tematiche ambientali, e aveva grandi capacità produttive. Successe però che il governo svalutò la lira, e questo spianò un'autostrada per le aziende: la concorrenza dei paesi in via di sviluppo era ancora debole, e con la lira svalutata vendere all'estero era facilissimo".
Bastava produrre per trovare mercati e fare profitti. E così si continuò a lavorare sulle grandi quantità, invece che puntare sull'alta qualità. Il risveglio, brusco, arrivò con l'entrata in vigore dell'euro. Ma non fu sufficiente a innescare un'inversione di rotta. Con qualche eccezione (soprattutto le aziende più grandi hanno da tempo spostato la produzione sui prodotti di più alto livello), il meccanismo di base è rimasto ancorato agli elevati standard di produzione e alle giornate lavorative di dodici ore. Per tutti i primi anni 2000, la produzione è stata in crescita, e i fatturati pure. Quello che calava erano gli utili: "Il 2003-2004 è stato l'anno di maggior produzione, ma dal punto di vista dei risultati è stato uno degli anni peggiori - spiega Dal Zovo -. In quegli anni, apparentemente d'oro, abbiamo cominciato a vedere le aziende indebitate e gli effetti della scarsa capitalizzazione. La crisi c'era già, sotto traccia". E quando le difficoltà locali hanno incrociato il rallentamento dell'economia mondiale, e poi la recessione, il bubbone è scoppiato. Con situazioni a volte paradossali: ci sono state aziende che hanno aperto la procedura di mobilità con gli operai che, dentro, lavoravano dodici ore al giorno, domeniche comprese: di ordini ce n'erano fin troppi, ma il lavoro non bastava più a rientrare dai costi.

Il problema evasione
Ad aggravare il tutto c'è poi un altro meccanismo. Parlare di dodici o quattordici ore di lavoro al giorno, o di sabati e domeniche trascorsi a conciare in azienda, vuol dire ammettere l'esistenza di una parte di salario che veniva pagata in nero. Secondo i sindacati il sistema era diffusissimo: gli operai ricevevano il loro stipendio base, calcolato sulla settimana di 40 ore e su qualche straordinario, e poi generose aggiunte che servivano a coprire tutte le altre ore che non potevano essere messe in regola. Somme pagate spesso fuori busta, come si dice in gergo, e che in molti casi diventavano un vero e proprio stipendio bis: 1500 euro accreditati sul conto, e altri 5-6-700, a volte anche di più, brevi manu. E tutti contenti. "Da questo punto di vista è un sistema malato, perché non si è mai retto sulla giornata di otto ore", commenta Bonatesta. "C'era praticamente una doppia contabilità, una visibile e una invisibile. E questa la facevano tutti, grandi e piccoli; le eccezioni si contano sulle dita di una mano - aggiunge Dal Zovo -. Era una esigenza della filiera produttiva: c'era troppo lavoro e poco personale, nonostante gli immigrati, e quindi invece di fare i turni si lavorava tutti dodici ore". Negli ultimi anni, con l'evolversi dei controlli, mantenere in vita questo doppio binario è diventato sempre più complicato. Molte situazioni sono state regolarizzate. Altre hanno preso una piega più preoccupante: le ultime indagini della finanza, con l'arresto di una serie di imprenditori, hanno rivelato un presunto sistema di società di comodo creato solo per evadere l'Iva ed assicurarsi così vantaggi competitivi. "Fatico a credere che gli imprenditori siano le teste pensanti - osserva Dal Zovo -. Per creare un meccanismo del genere servono specialisti del settore fiscale, tributario, finanziario. Temo sia la punta di un iceberg, perché non avrebbe molto senso mettere in piedi un'operazione del genere per un numero limitato di aziende".

Futuro incerto
In attesa di eventuali sviluppi dell'inchiesta, il problema è far fronte alle pesanti ricadute sociali della crisi (vedi riquadro). E inventarsi una prospettiva per il futuro. "La nostra paura è che se davvero ci sarà la ripresa e passerà la crisi generale, noi qui ci ritroveremo sempre con la crisi del settore conciario", commenta Bonatesta. Qualche segnale incoraggiante c'è: settembre è stato uno dei mesi migliori da un paio d'anni a questa parte ("Lo vediamo dalle code ai nostri sportelli, che si sono ridotte di molto, segno che la gente sta lavorando", dicono alla Uil), e si respira un po' di ottimismo: "Le aziende strutturate cominciano a raccogliere i frutti del loro lavoro", aggiunge Stefano Fracasso. Pur acciaccato da chiusure e inchieste giudiziarie, poi, il distretto ha ancora una enorme vivacità interna. E, come sottolinea Antonio Bertacco, può contare su ricerca, tecnologia e professionalità di alto livello.
Potrebbe bastare, se si riuscirà a sconfiggere un altro dei mali oscuri dell'ex Eldorado vicentino: l'individualismo sfrenato, a tutti i livelli. In tutto il settore, in questo anno e mezzo di crisi nera, non c'è stato un solo contratto di solidarietà (ridurre a tutti l'orario di lavoro, e quindi lo stipendio, per evitare licenziamenti), anche quando le condizioni sembravano permetterlo. I lavoratori guardano prima di tutto alla busta paga. E le aziende pensano soprattutto a loro stesse, tant'è vero che anche dar vita al distretto della concia è stato difficile. "È in corso una guerra fratricida, dovuta al fortissimo individualismo e alla competizione sfrenata tra le aziende - conclude Dal Zovo -: nessuno passerà mai ad un collega un lotto di produzione che non riesce ad eseguire, piuttosto lavora 25 ore al giorno. Invece bisogna puntare all'integrazione per rispondere ad un mercato complesso. Dobbiamo convincerci che o ne usciamo tutti assieme, o moriamo tutti assieme. Perchè ci sono dei costi, su tutti quelli ambientali, che sono sostenibili solo dal sistema, non dal singolo imprenditore. Nessuno può cavarsela da solo". Conciari avvisati...

Case in vendita e pacchi della spesa
Il dramma delle famiglie

"La cosa che colpisce di più noi arzignanesi, è che la zona industriale il sabato mattina è tranquilla, quasi deserta. E questo, qui, è un evento straordinario". Parole di Stefano Fracasso, ex sindaco della cittadina del Grifo. Una Arzignano che, abituata a lavorare a ritmi forsennati per tutta la settimana, adesso guarda un po' spaesata alla calma portata dalla crisi.
Arricchitasi grazie al cuoio e alle pelli, e diventata per molti aspetti un cantiere sociale capace di sperimentare con anni di anticipo fenomeni che altrove sarebbero arrivati molto dopo, come quello dell'immigrazione massiccia (circa il 20 per cento della popolazione è straniera, "ma qui l'equazione straniero uguale insicurezza non vale - rivendica Fracasso -. Non abbiamo mai avuto problemi di questo tipo"), Arzignano deve adesso fare i conti con problematiche sociali sconosciute. Il boom della cassa integrazione e dei licenziamenti, ad esempio. "In Comune si è visto un aumento delle richieste ai servizi sociali - continua l'ex sindaco -. Per le difficoltà a pagare i mutui, le rette, le bollette, i classici segnali che manca la disponibilità economica. E le stesse indicazioni ci arrivano dal mondo del volontariato: la distribuzione delle cosiddette borse della spesa è cresciuta molto".
Del resto, per chi ha progettato un percorso di vita su uno stipendio generoso che spesso si aggirava sui 2mila euro al mese, trovarsi da un giorno all'altro in cassa integrazione o in mobilità, cioè con 700-800 euro a disposizione, è un dramma. "Se hai un mutuo da 900 euro, e ce ne sono tanti, lo sostieni se ne guadagni duemila - spiega Igor Bonatesta, della Uil -. Ma se ne prendi 1200, o 750, come fai?". Le difficoltà riguardano soprattutto i lavoratori stranieri, che non possono contare sulla rete di amici e parenti. Ma non solo. E le conseguenze cominciano a farsi sentire. "Nella sola Valchiampo ci sono 2000 appartamenti in vendita, perché le persone non ce la facevano più a pagare e le case sono passate a finanziarie e istituti di credito - aggiunge Antonio Bertacco, anche lui della Uil -. E ci sono famiglie che hanno rimandato in patria i figli, le mogli; altre che sono tornate a vivere insieme, in due o tre sotto lo stesso tetto, altri che stanno pensando di andarsene".
"E c'è un altro problema che sta cominciando ad emergere solo ora - riprende Bonatesta -. Chi ha cominciato la mobilità all'inizio della crisi sta finendo ora il periodo coperto dagli ammortizzatori sociali. Di solito questa gente non ha trovato un altro lavoro, e vengono qui a chiedermi cosa possono fare dopo. Il problema è che non c'è un dopo. Finita la mobilità non c'è più nulla, e di queste situazioni ne avremo sempre di più: sempre più gente che chiede lavoro, e sempre meno lavoro a disposizione. Significherà avere centinaia di persone che prendono zero euro al mese, che non potranno far altro che andare a bussare alle porte di Comune e Caritas". Il peggio, forse, deve ancora arrivare.


SCIOPERO GENERALE DEL PUBBLICO IMPIEGO CONTRO DECRETO BRUNETTA

autore:
Cobas P.I. - RdB-CUB P.I. - SdL Intercategoriale

COMUNICATO STAMPA

SCIOPERO GENERALE DEL PUBBLICO IMPIEGO CONTRO DECRETO BRUNETTA
VENERDI’ 3 LUGLIO 2009
Iniziative a Roma, Milano e nelle maggiori città italiane

La bozza del Decreto Brunetta, in attuazione dalla legge delega 15 del 2008, determina una profonda revisione del Testo Unico del Pubblico Impiego (D.L.vo 165/2001) indirizzata ad una privatizzazione della Pubblica Amministrazione con il tentativo di azzerare anche nel Pubblico Impiego i diritti già cancellati nel lavoro privato.
Contro questo decreto la RdB-CUB P.I, i Cobas P.I. e la SdL Intercategoriale hanno proclamato per venerdì 3 luglio lo sciopero generale del settore, che sarà accompagnato da iniziative a Roma, Milano e nella maggiori città italiane.
I contenuti dell’ultima versione della bozza Brunetta, la numero 25, prevedono un pesante attacco al salario dei lavoratori pubblici, che per la quota fissa vedrà parte degli aumenti erogati dalle Amministrazioni locali ma solo se queste saranno in regola con il patto di stabilità, introducendo così una grave disparità fra territori, mentre per la parte variabile sarà sempre più dipendente dalla relazione con il dirigente e da valutazioni esterne e senza controllo.
Le progressioni retributive e di carriera vengono di fatto abolite e sottoposte a procedure concorsuali, per accedere alle quali è necessario ricevere valutazioni positive. Il meccanismo di valutazione viene affidato a soggetti esterni, senza contraddittorio e con scarsi riscontri oggettivi, che produrrà liste di lavoratori buoni, quasi buoni e cattivi a cui sarà legata l’erogazione del salario di produttività, che così perde la sua caratteristica di “salario” trasformandosi in premio per chi lo percepisce.
Viene introdotto un codice di disciplina simile ad un regolamento militare, senza garanzie e senza possibilità reale di contraddittorio, che ha lo scopo di intimidire i lavoratori ed accompagnare la loro totale flessibilità alle politiche pubbliche del governo. Non a caso la valutazione negativa per due anni consecutivi potrà provocare il licenziamento per scarso rendimento. Alla dirigenza viene riconosciuto come unico vero potere quello disciplinare, mentre il resto è demandato a soggetti esterni alla Pubblica Amministrazione.
Le materie di contrattazione divengono praticamente inesistenti; viene impedito lo svolgimento delle elezioni Rsu, i comparti vengono accorpati senza logica, attuando così un vero e proprio colpo di mano che cancella la democrazia sindacale e le libertà individuali e collettive.
Le categorie pubbliche del Patto di Base ritengono invece che la battaglia per il potenziamento e miglioramento della P.A. e dei servizi pubblici da questa erogati riguardi tutta la società, e che investire in questo settore sia un passo fondamentale per progettare la ripresa economica del paese. Nel percorso verso lo sciopero generale verranno attuate iniziative locali e di settore, con assemblee in tutti i posti di lavoro.
Roma, 10 giugno 2009

Cobas P.I. - RdB-CUB P.I. - SdL Intercategoriale



Sciopero Generale del sindacalismo di base

Centinaia di migliaia in piazza a Roma - Gli studenti assediano il Ministero per ore

Sciopero Generale 17 ottobre

La scuola e l’università "in movimento" fanno lievitare la partecipazione

Alte le percentuali dell’astensione dal lavoro in tutti i settori produttivi. In base alle prime stime sull’adesione allo sciopero generale di 24 ore indetto per oggi da CUB Confederazione Cobas, e SdL Intercategoriale, oltre due milioni di lavoratori del settore pubblico e privato hanno incrociato le braccia e ben centinaia di migliaia sono scesi in piazza a Roma per il corteo nazionale, snodatosi da Piazza della Repubblica a Piazza San Giovanni.

Grandissima e preponderante la partecipazione della scuola, sia per la presenza di insegnanti, precari e genitori e naturalmente per l’enorme spezzone degli studenti universitari e medi. Proprio questi ultimi ad un certo punto hanno deviato verso il colosseo in oltre trentamila conquistando sul campo l’accesso alle strade che dal colosseo portano al Ministero della Pubblica Istruzione, che è stato sotto assedio dei manifestanti per ore.

Per quanto riguarda il trasporto pubblico locale, alla Trambus di Roma si è registrato il 45% di astensione dal lavoro; alla CGT di Torino il 75%; a Bologna fra il 75 e il 77%; a Venezia centro l’80% extraurbano 40%; a Treviso il 40%). Forti i disagi anche nei settori Aereo, Ferroviario e Marittimo. Alle ore 14, mentre a San Giovanni andavano concludendosi gli interventi dal palco, la coda del corteo, che era rimasta a lungo bloccata in Piazza della Repubblica per il grande flusso di manifestanti, è riuscita finalmente a confluire in piazza.
Iniziative si sono tenute anche in altre città.

"Lo straordinario risultato di oggi dimostra che i lavoratori scelgono di non subire ma di essere protagonisti della propria lotta e che la nostra piattaforma è largamente condivisa", è stato il primo commento del Coordinatore nazionale CUB Pierpaolo Leonardi nel corso della manifestazione.
"Da questo sondaggio in carne e ossa il governo deve trarre la conclusione che è necessario aprire la relazione con una consistente parte della società italiana che non delega più la propria rappresentanza a Cgil Cisl Uil". Ha dichiarato Piero Bernocchi, Portavoce dei Cobas: "Nelle scuole delle principali città si è arrivati a punte di 60-70% di adesione allo sciopero, con la metà delle scuole chiuse, ma anche con ottimi risultati nel Pubblico Impiego, nei Trasporti e in molti settori privati". Ed ha aggiunto: "Tutta la scuola pubblica boccia la politica scolastica del governo, con il più grosso sciopero della scuola mai realizzato, a cui hanno partecipato anche iscritti di altri sindacati dimostrando che questo è il vero sciopero unitario".
Ha concluso Fabrizio Tomaselli, di SdL Intercategoriale: "Uno sciopero riuscito che dimostra l’estremo disagio dei lavoratori ma anche la loro voglia di lottare. Una manifestazione che ha gridato 500mila NO alle politiche del governo e del sindacato confederale. Da oggi SdL intercategoriale, CUB e Cobas hanno più responsabilità ma anche più forza".


LA TRUFFA DEI PRODOTTI DERIVATI E LE CONNIVENZE DEI GOVERNI  Venerdì, 19 Settembre 2008 - 19:45


In questi giorni molti lavoratori e lavoratrici si stanno chiedendo cosa stia succedendo nell'economia mondiale. Lo scenario a cui stiamo assistendo è il seguente: alcune grandi banche hanno fallito, altre si accingono a portare i libri in tribunale, talune vengono salvate o tramite l'incorporazione in altri istituti o attraverso l'intervento delle banche centrali e dei governi nazionali. In quest'ultimo caso possiamo parlare di vere e proprie nazionalizzazioni. Il fallimento della Lehman Brothers e la nazionalizzazione delle due grandi agenzie Fannie Mae e Freddie Mac che gestivano oltre il 50% del mercato dei mutui USA segnano simbolicamente la fine di un modello di sviluppo. La prima era passata indenne alla crisi del '29 mentre le altre due vennero costituite dopo la grande depressione per risollevare le sorti del mercato immobiliare. Per avere un quadro più esauriente della situazione è il caso di menzionare l'incorporazione della Bear Stearns da parte della JP Morgan con l'apporto di due miliardi di dollari da parte della Federal Reserve (Banca centrale americana) e della Merrill Lynch da parte della Bank of America, il recentissimo salvataggio del più grande istituto assicurativo del mondo l'Aig da parte della Federal Reserve e del Tesoro americano nonché il crollo in borsa della Morgan Stanley e della Goldman Sachs. La lista potrebbe continuare e sicuramente nei prossimi giorni assisteremo ad ulteriori sconvolgimenti del panorama finanziario e non solo.
Aldilà delle specifiche attività che caratterizzano i singoli istituti esiste un terreno comune: i prodotti derivati. Fannie Mae e Freddie Mac acquistano i mutui concessi dalle varie istituzioni finanziarie subentrando nei crediti vantati da quest'ultime nei confronti dei privati cittadini. Ovviamente il prezzo dei crediti rilevati è inferiore al loro valore nominale. A questo punto i crediti vengono trasformati in obbligazioni strutturate (prodotti derivati chiamati cdo) e vendute sul mercato a fondi pensioni, istituti di credito etc.. A sua volta gli acquirenti si rivolgono alle assicurazioni come Aig per premunirsi dal rischio di fallimento delle società che hanno emesso le obbligazioni ed ottengono altra carta straccia ossia prodotti derivati denominati cds. Ma Aig a questo punto se qualcuno fallisce dove li prende i fondi per pagare? Semplice emette altre obbligazioni. In buona sostanza a fronte di 1 euro di metallo ne girano 10 di carta straccia e ciò consente di fare utili da capogiro a tutti i commensali, sino a che il meccanismo non si inceppa e ci si rende conto che ci troviamo ne più ne meno che di fronte ad una catena di Sant'Antonio semplicemente più sofisticata, a scala planetaria e per importi pari a circa 15 volte il PIL di tutto il mondo. Per intenderci, la catena sta continuando, gli 85 miliardi di dollari dati dalla banca centrale americana (le cui casse ormai sono quasi vuote) altro non sono che un prestito fatto dal Tesoro americano, che ha preso possesso dell'80% delle azioni della società, a fronte del quale dovrà emettere nuove obbligazioni!!!! Fannie e Freddie gestiscono 5.200 miliardi di dollari pari ad un terzo del PIL americano, dunque i duecento miliardi di dollari iniettati dalla Fed rischiano solo di essere l'antipasto di un banchetto i cui costi saranno scaricati sulle spalle delle classi lavoratrici del pianeta (è evidente che l'acquisizione dei pacchetti di carta straccia è avvenuta da parte di tutti i paesi del mondo). Dunque siamo tutti sulla stessa barca? No in questi anni queste due società hanno usufruito di straordinarie agevolazioni fiscali pari agli utili realizzati che sono stati intascati dagli azionisti (parliamo di circa 240 miliardi di dollari), gli stessi che oggi scaricano sul bilancio pubblico americano il conto delle loro ruberie.
E' ovvio che per arrivare ad una simile follia occorreva che tutti lavorassero nella stessa direzione: governi e mondo della finanza in tutta la sua più ampia accezione. Infatti la Banca centrale americana, mentre si distribuivano mutui a pioggia ed il prezzo degli immobili raggiungeva quotazioni fuori dalla realtà, anzichè frenare procedeva ad una riduzione continua dei tassi d'interesse portandoli sino all'1%, per paura che il mercato dei mutui e degli immobili subissero una contrazione ed il gioco venisse scoperto. La politica dello struzzo lungi dal risolvere il problema lo ha ingigantito e spostandolo soltanto temporalmente.
Ma se il problema è solo americano, come asseriscono alcuni, perché crollano in borsa anche le banche europee? La risposta è semplice le interconnessioni tra la finanza americana ed europea sono molto più ramificate e complesse di quanto non si dica e le banche europee hanno acquistato grandi quantità di prodotti derivati.
Un ragionamento a parte meritano i fondi pensioni. Sia il Fonchim (chimici) che il Cometa (metalmeccanici) hanno in portafoglio obbligazioni Lehman Brothers per importi pari rispettivamente a 3.650.000 euro e 3.850.000. Se è vero che l'incidenza sul patrimonio è ancora bassa (0,2%-0,1%), è evidente che di fronte ad ulteriori fallimenti tale percentuale aumenterà con effetti nefasti sulle pensioni future dei lavoratori, che, dopo aver assistito al massacro della previdenza pubblica orchestrata dai vari governi succedutisi, oggi rischiano anche la previdenza integrativa. In buona sostanza non esiste più alcuna certezza per il posto di lavoro e per la pensione.
Ma una volta svelata la tecnica con il quale si sta compiendo la più grande truffa della storia ai danni del mondo del lavoro dipendente, nella sola Manhattan sono stati licenziati più di 100.000 lavoratori e lavoratrici bancari, non abbiamo ancora capito le ragioni profonde per cui siamo arrivati a questo punto e soprattutto perché l'economia è dominata dalla finanza. Seppur le dinamiche esposte sono complesse le ragioni sono molto semplici. Gli azionisti investono i propri capitali esclusivamente seguendo un principio: la massima valorizzazione del capitale. Normalmente, salvo casi di monopolio in settori come cardini come l'energia dove infatti i profitti sono superiori alla media, quando un settore merceologico realizza alti profitti i capitali si spostano immediatamente sino a che l'offerta diviene eccessiva rispetto alla domanda, i prezzi diminuiscono ed il livello dei profitti si adegua a quello degli altri settori di merci o servizi. Quando l'economia reale non riesce più a valorizzare i capitali in quanto i consumi scendono e la concorrenza internazionale è sempre più estesa ed agguerrita la finanza diviene una sorta di paradiso. Ma c'è un'altra particolarità nella finanza. Il meccanismo di livellamento dei profitti non funziona per una ragione molto semplice, la possibilità di vendita di prodotti finanziari è pressochè illimitata. Non esiste nessuna merce che ha un fatturato pari a 15 volte il PIL del mondo come nel caso dei soli prodotti derivati. Se a questo aggiungete governi e banche centrali ubbidienti pronti a fare politiche monetarie e fiscali che amplificano i profitti il gioco e fatto.
E' importante a questo punto comprendere quale debba essere l'atteggiamento dei lavoratori di fronte ad un evento di tale portata che avrà sicuramente ripercussioni pesantissime anche nell'economia reale. Dopo la crisi del '29 il PIL americano crollo del 30%. La gravità di questa crisi, per la portata delle masse monetarie in oggetto, per l'interconnessione di tutte l'economie del mondo, la Cina è il primo paese esposto con gli USA, e soprattutto per i legami indissolubili tra finanza ed economia reale alimentati dalla normativa emanata negli ultimi venti anni, sarà sicuramente maggiore di quella del '29. A cui segui la seconda guerra mondiale per una nuova spartizione del pianeta. I lavoratori e le lavoratrici debbono separare il proprio destino da quello degli attuali padroni del mondo, che con la loro avidità hanno compiuto la più grande rapina della storia dell'umanità (altro che tangentopoli) ed oggi vogliono far pagare a noi il conto.
Dobbiamo riprendere a lottare per una pensione pubblica e rimandare al mittente la legge del TFR nei fondi pensioni, dobbiamo chiedere intransigentemente l'aumento dei salari oltre l'inflazione e respingere senza esitazioni qualsiasi controriforma dei contratti nazionali che peggiori ulteriormente il nostro potere di acquisto, dobbiamo lottare affinchè si proceda alla nazionalizzazione di tutti i settori strategici del paese per ridurre l'impatto occupazionale derivante dalla crisi, nessun regalo di Alitalia a coloro che si presentano come i salvatori della patria dopo lo scempio che gli stessi hanno compiuto in Telecom dilapidandola, frazionandola e lasciandola con ben 43 miliardi di euro di debiti, occorre lavorare seriamente alla formazione di un vero sindacato internazionale che abbia la capacità di contrastare a livello globale l'azione nefasta delle banche centrali e dei governi liberisti che ci hanno portato a questa drammatica situazione, e per ultimo e non certo in ordine di importanza dobbiamo contrastare senza tregua qualsiasi spinta guerrafondaia tesa ad una nuova spartizione del pianeta.

Daniele Canti - Direttivo Nazionale Fisac-CGIL


Su la testa!! Fermiamo l’attacco ai lavoratori pubblici!!

(15 luglio 2008)

Approfittando della stagione estiva, il Governo Berlusconi ha approvato a fine giugno il decreto legge n. 112, un decreto che avrà ripercussioni pesantissime sul personale e sui servizi della pubblica amministrazione.

Nei mesi scorsi la campagna contro i “fannulloni” della Pubblica Amministrazione è servita non solo per diffamare mediaticamente il personale pubblico, ma anche per costruire nel paese un clima favorevole per comprimere i diritti, avviare privatizzazioni, riduzioni di organici e di salario: provvedimenti tutti presenti nel DL n. 112.

Riduzione degli organici, blocco del turn over fino al 2013, una assunzione per ogni 10 pensionamenti, fine dei processi di stabilizzazione dei precari.

Nuove privatizzazioni, riduzioni di posti di lavoro con chiusura di uffici e accorpamenti. Aumenteranno i carichi di lavoro.

Chi si ammala è perduto! Si parte dall’equazione malato = assenteista, per cui chi è in malattia si vedrà corrisposto solo la paga tabellare senza indennità e salario accessorio. La fascia di reperibilità sarà allargata dalle 8 alle 20 con un’ora d’aria (pardon di pausa, chissà perché viene da pensare al famigerato articolo 41-bis per i detenuti mafiosi…), dalle 13 alle 14.

Non ci sono i soldi per il rinnovo dei contratti pubblici. L’ inflazione prevista per il 2008/09 è pari al 3,2% mentre l’Istat rileva, per il solo 2008, il 3,6% e l’inflazione reale viaggia in realtà oltre il 5% (vedi i rincari di petrolio e di tutti i generi di prima necessità).

Come se non bastasse la scure dei tagli si abbatterà sul salario accessorio con la riduzione, per il 2007, del 10% dei Fondi di amministrazione rispetto a quelli del 2004, e la disapplicazione di tutti i fondi a partire dal 2008. Insomma retribuzioni base da terzo mondo e niente salario accessorio!!

Ed ulteriori tagli agli enti locali, alla sanità, e a tutti i ministeri sono già annunciati nel DPEF. Lorsignori pensano di rendere più produttiva la P.A. tagliando i servizi, i nostri salari ed attaccando i nostri diritti?

FERMIAMOLI PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI!

I Cobas aderiscono il 16 luglio allo sciopero di 2 ore (dalle 12 alle 14) nelle Agenzie Fiscali e invitano i lavoratori a partecipare al presidio di Roma, davanti al Parlamento, delle ore 13.

COBAS Pubblico Impiego
aderente alla Confederazione COBAS



VALDAGNO
CAROVITA. Tra i banchi del mercato alla ricerca delle offerte più convenienti di generi alimentari e vestiario

La vita con il mutuo? Viaggi e cinema addio
Tanti i sacrifici per tagliare le spese e risparmiare «Metà dello stipendio se ne va per pagare la casa»Luigi Cristina  (DAL GIORNALE DI VICENZA 6/4 )
Si rinuncia a tutto, pur di arrivare a fine mese. Scongiurando lo spettro delle spese impreviste per una malattia, per non finire sul “lastrico". Non esitano a prospettare una situazione nera, i valdagnesi alle prese con un mutuo per la casa o per il dentista che, nella migliore delle ipotesi, taglia a metà lo stipendio che a fatica arriva a sfondare il tetto dei mille euro.
La conferma viene da un’inchiesta al mercato cittadino, dove la gente affolla i banchi alla ricerca dell’offerta migliore tra generi alimentari e vestiti a basso prezzo. Risparmiare anche 10 euro può diventare il salvagente, nel bilancio di famiglia. Una situazione, quella del risparmio a tutti i costi, che rappresenta la quotidianità di chi fa fatica ad arrivare addirittura alla terza settimana del mese.
«Ho detto addio al cinema e alle serate in pizzeria per poter pagare il mutuo» è la frase più ricorrente come nel caso di Elisabetta Pretto, madre di due bambini, con la «responsabilità di garantire tutti i giorni il sostentamento famigliare». «Pago il mutuo e, tra pannolini e latte artificiale per mio figlio, è come se dovessi pagarne due - le fa eco Riccarda Bertoldi -. Una situazione difficile da affrontare ogni mese: una volta mi concedevo qualche week-end per viaggiare e dedicarmi alle bellezze di mete vicine e lontane. Adesso non posso più permettermelo, perché sullo stipendio pesa notevolmente il prestito chiesto in banca».
Più drammatica la situazione di Albano Tiso, operaio, che guadagna 1000 euro al mese: «Oltre la metà, cioè 536 euro - spiega -, mi servono per pagare il mutuo. Rinuncio praticamente a tutto, perché altrimenti non potrei farcela a rimborsare le rate. Vado a mangiare a casa dei miei genitori, così da ridurre le spese almeno per quanto riguarda la spesa quotidiana di generi alimentari».
Ma c’è anche chi vive «con la paura di ammalarsi o di avere una spesa improvvisa per l’auto», così da evitare il peggioramento di una situazione già non rosea. È lo spettro di Marco, giovane padre con i sacchetti della spesa in mano che ha «eliminato il superfluo e gli sfizi» per il bene dei figli. Non è diversa la situazione di Raffaella, che aggiunge: «I sacrifici per il figlio sono indispensabili: per lui cerco di comprare cose di qualità mentre mio marito ed io ci accontentiamo dovendo pagare il mutuo». Paolo Cenzato, giovane disoccupato, vive con il padre pensionato e deve «rinunciare a discoteca e divertimenti». «Scelgo con molta attenzione cosa comprare: acquisto solo prodotti in offerta» è la filosofia di Annamaria Rossato. Migliore la vita per Martina Scarpa, che con due stipendi e un figlio dice di «vivere bene, anche se non si riesce più a risparmiare. 
I redditi non oltre i 25 mila euro (DAL GIORNALE DI VICENZA 25/3 )

Sui redditi delle famiglie è emerso che il 70 per cento ha un introito medio che va da 10 mila a 25 mila euro.
Il 12 per cento delle famiglie ha un reddito inferiore ai 10 mila euro annuo, provocando di conseguenza il maggior numero di situazioni critiche.
Questa realtà economica determina problematiche che si concentrano maggiormente nei comuni con il minor numero di abitanti e con famiglie composte da una sola persona.
All'interno di questa fascia si concentrano nuclei familiari di madri sole, spesso con figli a carico, oppure donne di oltre 65 anni in stato di vedovanza. Sono sempre le donne giovani, dai 25 ai 40 anni, ad avere problemi occupazionali.
Si tratta di un presupposto, quello del reddito e del lavoro, determinante e condizionante nella ricerca compiuta nell'Alto Vicentino, da cui emergono anche delle priorità nelle attenzioni sociali verso le fasce più deboli da parte delle amministrazioni locali.


Da radio onda d'urto BS - Feb. 07 Ore: 12.22 - PADOVA: IMPORTANTE VITTORIA PER I LAVORATORI DELLA TNT
Importante vittoria nel padovano dei lavoratori contro il colosso delle spedizioni TNT. Le iniziative di lotta messe in campo dai circa 100 dipendenti, in maggioranza migranti, attuate non solo a Padova ma anche in altre sedi TNT del Veneto, hanno portato dapprima all' apertura di un tavolo di trattativa in Prefettura tra parti aziendali, sindacali e istituzioni e attraverso questo all'ottenimento delle rivendicazioni al centro della vertenza. Ci spiega tutto Luca Trivellato, dell'ADL cobas, sindacato di base che ha sostenuto la battaglia di questi lavoratori.
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Da radio onda d'urto BS- Feb. 07 Ore: 13.39 - INCIDENTI LAVORO: DUE MORTI ANCHE OGGI
Non ci sono più parole per descrivere il quotidiano stillicidio sui luoghi di lavoro. Anche oggi dobbiamo denunciare la morte di altri due operai. Il primo era un lavoratore di 44 anni morto folgorato in un cantiere edile a Pratola Serra in provincia di Avellino. Secondo una prima ricostruzione, nel corso della gettata di cemento per la realizzazione di un solaio, il tubo dal quale viene colato il cemento ha urtato i cavi dell'alta tensione. L'operaio che stava provvedendo alla gettata è rimasto folgorato. Il secondo morto era un operaio di origine rumena dipendente di una segheria a San Martino di Lupari (Padova). La vittima, che oggi compiva 46 anni, è stato ferito mortalmente alla testa da un pezzo di legno mentre stava lavorando ad una macchina utensile. Intanto questa mattina è stato convocato presso il ministero della Salute, il tavolo sulla sicurezza, al quale la Fiat ha anticipato non parteciperà. Una decisione grave e deprecabile ha sottolineato il sottosegretario alla salute, Giampaolo Patta: «nonostante – ha sottolineato Patta - siano state riscontrate significative violazioni alla legge 123/2007 negli stabilimenti di Cassino, Melfi, Torino, Pomigliano d'Arco». Scopo dell'incontro è verificare la possibilità di definire un protocollo d'intesa sulla sicurezza. Il commento di Giorgio Airaudo, Fiom di Torino

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Da radio onda d'urto BS - Feb. 04 Ore: 16.17 - OMICIDI BIANCHI: UNO OGNI 7 ORE
Un morto ogni sette ore, più di 1 milione d'incidenti l'anno. Queste le cifre sugli infortuni sul lavoro in Italia presentate oggi dall'Anmil, l'Associazione dei mutilati e invalidi del lavoro, al capo dello Stato Giorgio Napolitano. “Dopo tanto parlare di prevenzione – afferma il presidente dell'associazione Piero Mercandelli – i numeri dicono semplicemente che con il personale a disposizione impegnato alla sicurezza sul lavoro, se si dovessero controllare tutte le aziende italiane, ognuna di esse riceverebbe un controllo ogni 23 anni”. Per questo non si può dire che in Italia sia garantito un fondamentale diritto della persona, ossia il diritto alla vita e alla sicurezza di ciascuno nel normale svolgimento della propria attività. Sentiamo lo stesso Mercandelli ai nostri microfoni.


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"La ricchezza passa dal lavoro ai profitti" 

 dal sito:

L'inflazione cresce decisamente più dei salari, il che vuol dire che i lavoratori dipendenti si impoveriscono. Ma siccome il Pil nominale cresce oltre l'inflazione, di soldi ne circolano di più. Evidentemente, però, non vanno ai salari bensì al profitti. I dati pubblicati ieri dall'Istat confermano una tendenza che va avanti da diversi anni e le diseguaglianze sono accresciute dalla crisi del sistema contrattuale. Ne parliamo con Francesca Re David, responsabile nazionale dell'organizzazione della Fiom-Cgil.

Cosa raccontano i dati dell'Istat sui primi nove mesi del 2007?

Una storia purtroppo già nota: la ricchezza si sposta dal lavoro alla rendita e al capitale. In dieci anni questo spostamento ha superato i 10 punti, una valanga di danaro. Gli accordi del luglio '93 hanno garantito una forte moderazione salariale, mentre le altre voci che avrebbero dovuto fornire garanzie sul valore d'acquisto dei salari sono rimaste lettera morta. A questo si aggiunge la riduzione del welfare, cioè di tutti quei i servizi sociali senza i quali il valore del salario inevitabilmente si riduce.

E' un fenomento che riguarda l'insieme dei lavoratori dipendenti. Dunque, mal comune mezzo gaudio?

Non è così. La pretesa di legare sempre più il salario alla redditività d'impresa non fa che aumentare le disparità nel mondo del lavoro, senza più elementi di riequilibrio. Questa pretesa degli imprenditori si spiega in un solo modo: il rifiuto padronale di riconoscere il valore sociale ed economico del lavoro in sé.

C'è un legame tra questa cancellazione e il mancato rinnovo di così tanti contratti?

Naturalmente, nel senso che non viene riconosciuta dalle controparti imprenditoriali la nessità di mediazioni con il lavoro, e così anche il vecchio sistema di regole non certo vantaggiose per i lavoratori si è bloccato. Soltanto con il conflitto sociale si riesce a strappare qualcosa. Se anche legassimo il salario all'inflazione comunque intesa, al massimo riusciremmo a fotografare l'esistente, cioè un insieme di diseguaglianze senza possibilità di riequilibrio. L'idea di ridurre i contratti nazionali al puro recupero dell'inflazione, rinviando gli aumenti alla pura redditività d'impresa non frenerebbe lo spostamento della ricchezza verso la rendita e il capitale, e non riavvierebbe un equilibrio dentro il mondo del lavoro dipendente.

Le ore di sciopero sono crollate, meno 56% negli ultimi nove mesi. Ogni lavoratore ha scioperato in media 5 o 6 minuti nel 2007. Ciò dipende dall'esplosione dell'«esercito di riserva», il precariato in tutte le sue forme, ricattabile e usato contro il sistema dei diritti del lavoro? Oppure dall'effetto «governo amico»?

I precari, i lavoratori a termine, sono costretti a lavorare in condizioni peggiori e hanno un bassissimo peso sindacale, per ragioni evidenti che non dipendono certo dalla loro soggettività. Questo conta, anche nella riduzione di ore di sciopero. Ma è probabile che un ruolo l'abbia avuto anche la forte aspettativa legata al nuovo governo. Resta un dato: le ore di sciopero sono crollate. Noi metalmeccanici abbiamo iniziato la partita contrattuale a settembre e siamo già a 40 ore di sciopero, ma in generale si può dire che i due fattori, uno materiale legato alla condizione di lavoro e uno politico legato al rapporto con il governo Prodi, hanno abbassato il tasso di conflittualità.

C'è un tabù, nella politica e nel sindacato: la scala mobile. Ma se lo stato dei salari è quello che sappiamo non sarebbe il caso di riportarla all'ordine del giorno?

Siamo in una fase diversa, in cui però il tema del sottosalario per i precari, per i lavoratori a termine, per i lavoratori artigiani ci impone di ripensare a forme di recupero del valore d'acquisto dei salari . Sono tanti i lavoratori che guadagnano sotto i minimi.

Un'altro tabù è quello del salario minimo...

E' un punto complesso, ma i tabù non aiutano ad affrontare i problemi. Se persino i metalmeccanici tedeschi si pongono il problema del salario minimo, questo vuol dire che l'interrogativo è legittimo. 

Thanx to Manfo 


Elezioni rsu 2007: grande affermazione delle Rdb-Cub pubblico impiego

(24 novembre 2007)

I dati elettorali, seppure ancora parziali, confermano il successo delle liste RdB-CUB Pubblico Impiego, che in un numero crescente di posti di lavoro e amministrazioni pubbliche si confermano come primo sindacato. 
In base allo scrutinio del 40% delle liste presentate nel settore della Sanità, le RdB superano i 5000 voti, mentre nelle precedenti elezioni del 2004 raggiunsero 7871 voti sul totale delle liste scrutinate. Nell’Università le RdB confermano la maggior rappresentatività ed il proprio radicamento in nuovi atenei; nelle Agenzie fiscali si registra un incremento del 15 % sul dato nazionale del 2004.
Nella Ricerca vi è un aumento di oltre 5 punti percentuali sul dato 2004, a fronte di un incremento di 3000 ricercatori rispetto all’organico di 3 anni fa; sul 28% di liste scrutinate negli Enti locali, le RdB ottengono 4000 voti (nel 2004 furono 8800 a scrutinio completo).
I Ministeri avanzano nei consensi, conquistando il primo posto presso la sede del dicastero di Padoa-Schioppa, nonché in numerosissimi posti di lavoro, tra cui il Tribunale di Roma, dove le RdB passano dal 40% del 2004 al 43% odierno.
Per quanto riguarda i territori, va evidenziata la rilevantissima affermazione in Emilia Romagna (si diviene il secondo sindacato della città di Bologna), Liguria (dove si verifica un aumento del 25%), Toscana e Lazio (con il Comune di Roma che ha triplicato i voti alle RdB) .
Questi importanti risultati sono stati ottenuti nonostante il pesante clima che ha accompagnato queste ultime elezioni, testimoniato dalle numerose segnalazioni di irregolarità in sede di scrutinio e di pressioni sui lavoratori da parte di esponenti sindacali, dirigenti di posto di lavoro, ed esponenti politici, che ci stanno pervenendo da tutta Italia.
Le RdB-CUB ringraziano i lavoratori per la conferma del consenso - già espresso peraltro nelle recenti mobilitazioni – e ringraziano le strutture di posto di lavoro e territoriali per l’impegno profuso in questa difficile campagna elettorale.

Roma, 23 novembre 2007

Rappresentanze Sindacali di Base Pubblico Impiego - Confederazione Unitaria di Base

fonte: ufficiostampa@rdbcub.it


Stipendi, ecco la foto del declino. In 5 anni persi migliaia di euro

Dal 2002 al 2007 la perdita cumulata di un lavoratore è stata di 1.896 euro. Tra le cause: ritardi nel rinnovo dei contratti, scarto tra inflazione programmata ed effettiva, inadeguata redistribuzione della produttività e mancata restituzione del fiscal drag. Tra i più svantaggiati ancora i giovani: tutti sotto i 900 euro. I risultati dell’indagine Ires-Cgil

soldi_cappello.jpgGli stipendi non vanno. I prezzi, purtroppo, invece sì. E a rimetterci, lungo questa corsa impari, sono soprattutto impiegati e operai, che negli ultimi anni hanno visto le proprie finanze alleggerirsi di un peso che vale, in un anno, quasi duemila euro. I calcoli sono quelli dell’ultima indagine dell’Ires-Cgil (“I salari dal 2002 al 2007”) presentata oggi a Roma.

Secondo gli autori della ricerca, tra il 2002 e il 2007 chi aveva una retribuzione di fatto pari a 24.890 euro ha subito una perdita complessiva pari a 1.896 euro. Di questi, 1.210 euro sono dovuti alla diversa dinamica tra inflazione e retribuzioni e 686 euro imputabili alla mancata restituzione del fiscal drag (vedi tabella).

Lo scenario del declino degli stipendi non può lasciare indifferenti. "Serve una nuova politica dei redditi - ha detto il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani a margine della presentazione del rapporto - che affronti il problema della crescita bassa, dei salari bassi e della produttivià bassa. E' auspicabile che da gennaio, visto che si parla di riforme, sia elettorali che istituzionali, un capitolo sia dedicato a questo fondamentale tema".

Se si guarda ai nuclei familiari si scopre che le cose sono andate ancora peggio e che, in questi anni, si è assistita ad una divaricazione della forbice tra chi ha più e chi ha meno. “La perdita di potere d’acquisto dei redditi della famiglie di operai e impiegati – dice Agostino Megale, presidente dell’Ires – si contrappone ad una crescita del potere d’acquisto delle famiglie degli imprenditori e dei liberi professionisti. Con le manovre fiscali del centro destra si è registrato un ulteriore allargamento della forbice a sfavore dei bassi redditi”.

In termini di dati si ritrova che il potere d’acquisto dei redditi familiari di imprenditori e liberi professionisti è cresciuto di 11.984 euro mentre quello degli impiegati è diminuito di 3.047 euro e quello degli operai di 2.592 euro.

Oggi, dicono quelli dell'Ires, oltre quattordici milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro al mese e di questi circa 7,3 milioni non superano neppure i mille euro al mese.

Tra gli impiegati generici, solo l'11,9 per cento guadagna più di mille e trecento euro. Il 13,2 sta sotto gli 800 euro, il 15 per cento guadagna meno di mille euro e il 24,9 per cento tra 800 e mille euro. Simili percentuali per gli operai specializzati. Quanto agli impiegati di concetto solo il 24,3 per cento supera i 1.300 euro mensili.

La modesta crescita delle retribuzioni, secondo gli autori dell’indagine, è da imputare allo scarto tra l’inflazione programmata (utilizzata per rinnovare la parte economica dei contratti) e l’inflazione attesa ed effettiva, i ritardi registrati nel rinnovo dei contratti e l’inadeguata retribuzione della produttività attraverso la contrattazione di secondo livello.

Se si guarda poi all'età delle diverse componenti della forza lavoro, si scopre che sono ancora i giovani a portare il peso più gravoso. Tutti ancora sotto i novecento euro al mese. Tutti quasi sulla soglia della povertà. Secondo i dati presentati oggi un apprendista con meno di 24 anni guadagna al mese solo 736,85 euro, un collaboratore occasionale arriva a 768,80 euro mentre un co.co.pro o un co.co.co si deve accontentare di 899 euro.

Dalle rilevazioni Istat, ricordano quelli dell’Ires, si ricava poi l’evidenza che il 13,7 per cento dei giovani (tra 18 e 34 anni) sono poveri. La situazione diventa ancor più gravosa se il giovane vive in coppia con tre o più figli: in questo caso sono poveri il 45,8 per cento.

L'inadeguato incremento retributivo è anche imputabile alla lenta crescita della produttività della nostra economia che dal 1998 al 2007 è cresciuta di poco meno del 3 per cento mentre in Germania si sono registrati valori intonro all'8,5 per cento, nel Regno Unito pari al 20 per cento e negli Usa hanno addirittura toccato punte del 25 per cento.

TABELLA:
Anno per anno

FEDERICO PACE

www.repubblica.it

19 novembre 2007

 


Volantone economico Cub: perché è diventato difficile vivere (scaricalo qui)

 


BOICOTTAGGIO della CONSULTAZIONE TRUCCATA del 8-10 OTTOBRE sul protocollo pensioni-mercato del lavoro e SCIOPERO GENERALE NAZIONALE IL 9 NOVEMBRE – La cub rilancia la piattaforma per ridistribuire il reddito a lavoratori e pensionati, per eliminare la l 08-09-2007

ORDINE DEL GIORNO COORDINAMENTO NAZIONALE CUB 07/09/07

Il Coordinamento nazionale della CUB, riunito a Sasso Marconi il 7 settembre 2007, respinge la farsa democraticista della consultazione blindata dei lavoratori sui contenuti dell’accordo sul welfare sottoscritto il 23 luglio 2007 da governo, confindustria e cgil, cisl e uil che la CUB non solo non ha sottoscritto ma ha contrastato sia ai tavoli presso Palazzo Chigi che con lo Sciopero Generale del 13 luglio 2007.
La Cub quindi invita tutti i lavoratori al boicottaggio di tale consultazione.

Il C.N. CUB ritiene indispensabile riprendere la lotta ai contenuti e alla filosofia dell’accordo del 23 luglio e rilanciare la propria piattaforma di lotta su cui da anni sta promuovendo iniziative e scioperi.
Il C.N. CUB ritiene indispensabile quindi la costruzione di uno SCIOPERO GENERALE NAZIONALE, da inserire in un programma di lotte più ampio e duraturo, da attuarsi tenendo conto anche dei tempi di discussione della Legge Finanziaria per il 2008 che dovrà anche recepire i contenuti dell’accordo sul welfare e che già si annuncia pesante e infarcita di ulteriori tagli e sacrifici.
Il C.N. impegna pertanto tutte le strutture e i delegati della CUB a dare vita immediatamente, in preparazione dello sciopero generale, a momenti di confronto e di mobilitazione sul territorio e nei luoghi di lavoro.
Il C.N. CUB ritiene che tale sciopero generale possa essere proclamato unitariamente con tutte quelle forze sindacali e sociali che respingono l’accordo del 23 luglio e che intendono rilanciare il conflitto nei confronti delle scelte economiche e sociali del Governo Prodi e lavorerà alla realizzazione di questo obbiettivo.
Il C.N. CUB ritiene che dopo la straordinaria riuscita della campagna contro il trasferimento del TFR ai Fondi pensione e vista la grave crisi finanziaria e borsistico che sta attraversando l’economia mondiale, stiano maturando le condizioni per tornare a chiedere con forza il rilancio della previdenza pubblica che è stata ulteriormente attaccata dall’accordo del 23 luglio scorso.
Il C.N. CUB ritiene altresì indispensabile proseguire nell’iniziativa contro la guerra e le basi di guerra per cui il Governo Prodi intende stanziare nuovi e importanti fondi, riconfermando così le proprie scelte belliciste e di subordinazione agli interessi Statunitensi.
La CUB sosterrà quindi le iniziative di mobilitazione previste contro la costruzione della nuova base al Dal Molin e per la chiusura della caserma Ederle a Vicenza, contro la costruzione degli F35 a Cameri (NO), e tutte quelle iniziative che abbiano chiaramente al centro il NO alla guerra, il no alle spese militari, il no alla devastazione del territorio ( TAV, Rigassificatori ecc.) auspicando anche che tali iniziative si dialettizzino con lo sciopero generale di autunno.
Il C.N. CUB impegna tutte le proprie strutture a sostenere concretamente le proprie organizzazioni impegnate nei prossimi mesi nel rinnovo delle RSU.

Approvato all’unanimità

Sasso Marconi 7 settembre 2007 


Tfr ai Fondi pensione: i dati della Covip confermano che è fallita l’operazione di trasferire il Tfr ai fondi pensione e l’obiettivo di sostituire con i fondi privati la previdenza pubblica. 20-09-2007

Comunicato Stampa CUB RdB

Tfr ai Fondi pensione: i dati della Covip confermano che è fallita l’operazione di trasferire il Tfr ai fondi pensione e l’obiettivo di sostituire con i fondi privati la previdenza pubblica.
Nonostante le ingente risorse economiche e il sostegno di larga parte dei mezzi di
Informazione, di cgil,cisl,uil, in una campagna a senso unico le adesioni sul numero dei lavoratori interessati sono state circa il 5% ai fondi chiusi e circa il 2,5% ad altre forme.
Anche questi dati confermano l’esigenza e l’urgenza del rilancio della previdenza pubblica.
Secondo i dati diffusi ieri dalla Covip (commissione di vigilanza sui fondi pensione) è fallita l’operazione di trasferimento del tfr ai fondi pensione sui circa 12.500.000 lavoratori interessati hanno aderito circa il 5% ai fondi negoziali e circa il 2,5% alle altre forme, essi segnano la sconfitta del disegno liberista di ridimensionare la previdenza pubblica e sostituirla con quella privata, scippando il tfr ai lavoratori.
Allorché saranno scomposte le adesioni sulla base dell’età degli aderenti, il progetto di previdenza complementare risulterà ancor più affossato in quanto alla Cub risulta che le adesioni sono venute non dai giovani ma prevalentemente dai lavoratori più anziani.
Ora sperano di arricchire il dato puntando sullo scippo operato ai danni dei lavoratori silenti con la truffaldina e di dubbia costituzionalità norma del silenzio assenso.
Cub chiama i lavoratori a continuare nella mobilitazione per:
1. il rilancio della previdenza pubblica, l’unica per il suo carattere di universalità in grado di assicurare a tutti un trattamento pensionistico che assicuri il mantenimento del tenore di vita preesistente. E con il calcolo, per i giovani e per chi ha iniziato a lavorare negli ultimi 10 anni, della pensione al 2% annuo sulle ultime retribuzioni, come avviene già oggi per tutti gli altri lavoratori
2. la cancellazione del meccanismo del silenzio assenso
3. la possibilità di recedere dalla adesione ai fondi
4. una informazione capillare ad ogni nuovo assunto perché sappia che entro 6 mesi deve esplicitare la propria volontà, in assenza della quale il tfr finirà automaticamente ai fondi.

La turbolenza finanziaria originata dalla crisi dei mutui sub prime che è destinata a durare per mesi con effetti negativi sui rendimenti degli investimenti operati dai fondi, rappresenta un ulteriore elemento di valutazione di quali sono i rischi che si corrono allorquando si sceglie di giocarsi il tfr alla roulette della borsa.


Milano 20-9-07

Campagna contro lo scippo del tfr nei fondi pensione: Occhio! Il formaggio lo stai mettendo tu! Link permanente a questo articolo

AUDIO - “No allo scippo del TFR, per il rilancio del Sistema Pensionistico Pubblico” - Senti o prendi l'intervento del prof. Giovanni Mazzetti fatto al convegno della CUB il 17 febbraio a Pomigliano d'Arco

SAY NO!! TO YOUR tfr IN TO A PENSION FUND -
NO al TFR como fondos para nuestra jubilaciòn No!! -

Non au TFR dans les fonds de la retraite No!!

E' disponibile l'opuscolo su Tfr e fondi pensione di 120 pagine in formato 148x210. UN LIBRO INDISPENSABILE PER AVERE UN'IDEA del GRANDE ASSALTO al tfr, alle pensioni, al salario, al lavoro stabile ecc. - NON FARTI GABBARE, prenotalo presso le sedi della Cub (prendi la locandina pronta x la stampa)


Il giusto prezzo di una vita produttiva

 “Il Manifesto”, Venerdi 24 novembre
La proposta di un reddito di esistenza o Reddito Sociale Garantito di un livello sostanziale e indipendente dall’impiego (RSG) elaborata nel quadro dell’ipotesi del capitalismo cognitivo é spesso rifiutata avanzando due tipi di critiche.

La prima concerne il carattere eticamente inaccettabile di una sconnessione del reddito dal lavoro salariato. Questa critica é sovente alla base delle posizioni che oppongono alla rivendicazione di un RSG, la proposta di una riduzione uniforme del tempo de lavoro in una prospettiva che esprime, in modo più o meno celato, una nostalgia per il modello fordista di pieno impiego. La seconda critica, legata ad un’insufficiente conoscenza dei suoi fondamenti teorici, consiste nell’equiparare la rivendicazione del RSG a proposte di basic income argomentate con un approccio in termini di fine del lavoro alla Rifkin. Secondo questa interpretazione, la giusticazione principale di un basic income consisterebbe infatti nel fatto che la rivoluzione informatica farebbe dell’impiego una merce rara e, in modo ancor più fondamentale, priverebbe ormai il lavoro del suo ruolo centrale nella produzione di ricchezza. Il basic income é allora concepito come un reddito assitenziale per gli esclusi dalla rivoluzione informatica al fine di regolare un mercato del lavoro sempre più duale. Sono tuttavia critiche basate spesso su interpretazioni “maliziose” dell’elaborazione teorica alla base della proposta di reddito sociale garantito. Il proposito di questo articolo é di mostrare l’inconsistenza di queste critiche e di dissipare questi malintesi, ricordando i due fondamenti teorici essenziali su cui poggia la proposta di un RSG.

Il primo fondamento riguarda il ruolo di un RSG incondizionato in relazione alla condizione della forza lavoro in un’economia capitalista. La disoccupazione e la precarietà sono qui intese come il risultato della posizione subalterna del salariato all’interno di un’economia monetaria di produzione : si tratta della costrizione monetaria che fa del lavoro salariato la condizione d’accesso alla moneta, cioè a un reddito dipendente dalle anticipazioni dei capitalisti concernenti il volume della produzione e quindi del lavoro impiegabile con profitto. In questa prospettiva, il ruolo del RSG consiste a rinforzare la libertà effettiva di scelta della forza lavoro incidendo sulle condizioni in virtù delle quali, comme lo sottolineava ironicamente Marx, il “suo proprietario non é solo libero di venderla, ma si trova anche e soprattutto nell’obbligo di farlo”. Inoltre, il carattere incondizionato e individuale del RSG aumenterebbe il grado di autonomia delle donne e dei giovani rispetto ai dispositivi tradizionali di protezione sociale ancora incentrati sulla famiglia patriarcale. Da questa concezione derivano due corollari essenziali. In primo luogo, l’importo monetario del RSG deve essere sufficientemente elevato (almeno la metà del salario mediano) per permettere di opporsi all’attuale degradazione delle condizioni di lavoro e favorire la mobilità scelta a discapito della mobilità subita sotto la forma di precarietà. Inoltre, il RSG permetterebbe anche un effettiva diminuzione del tempo di lavoro. La garanzia di continuità del redditto permetterebbe infatti a ciascuno di gestire i passaggi tra diverse forme di lavoro e d’attività riducendo il tempo di lavoro sull’insieme del tempo di vita in modo più efficace che attraverso una riduzione uniforme del tempo di lavoro sulla settimana lavorativa, come mostra anche il relativo fallimento dell’esperienza delle 35 ore in Francia. In secondo luogo, la proposta di RSG si iscrive in un progetto più ampio di rinforzamento della logica di demercificazione dell’economia all’origine del sistema di protezione sociale che si propone di completare salvaguardando le garanzie legate alle istituzioni del Welfare (pensioni, sistema sanitario, indennità di disoccupazione, ecc).

Il secondo fondamento della nostra concezione del RSG consiste nel considerarlo come un reddito primario, vale a dire un salario sociale legato ad una contribuzione produttiva oggi non remunerata e non riconsciuta. Infatti, contrariamente agli approcci in termini di fine del lavoro, la crisi attuale della norma fordista dell’impiego é lungi dal significare una crisi del lavoro come fonte principale della produzione di ricchezza. Al contrario. Il capitalismo cognitivo non é solo un’economia intensiva nell’uso del sapere, ma costituisce al tempo stesso e forse ancor più del capitalismo industriale, un’economia intensiva in lavoro, benché questa dimensione nuova del lavoro sfugga sia alla sua misura ufficiale, né può essere del tutto assimilata alle forme canoniche del lavoro salariato. Questa trasformazione trova la sua origine principale nel modo in cui lo sviluppo di un’intellettualità diffusa e la dimensione cognitiva del lavoro hanno condotto, a livello delle fabbrica come della società, all’affermazione di un nuovo primato dei saperi vivi, mobilizzati dal lavoro, rispetto ai saperi incorporati nel capitale fisso e nell’organizzazione manageriale delle imprese. Da questo deriva anche la crisi del “regime temporale” che all’epoca fordista opponeva rigidamente il tempo di lavoro diretto, effettuato durante l’orario ufficiale di lavoro, e considerato come il solo tempo produttivo, e gli altri tempi sociali dedicati alla riproduzione della forza lavoro, considerati come improduttivi.

Due tendenze mostrano la portata e la posta in gioco di questa trasformazione. La prima rinvia alla dinamica che vede la parte del capitale chiamato intangibile (educazione, formazione, salute, R&S) e incorporato per l’essenziale negli uomini (il c.d. capitale umano) superare la parte del capitale materiale nello stock di capitale e rappresentare ormai il fattore principale della crescita. Ora, questo fatto stilizzato significa che le condizioni della riproduzione e della formazione della forza lavoro sono diventate direttamente produttive e che la fonte della ricchezza della nazioni si trova sempre più a monte del sistema delle imprese. In secondo luogo, viene evidenziato un altro fatto sistematicamente omesso dagli economisti dell’OCSE : i settori motori del nuovo capitalismo della conoscenza corrispondono sempre più ai servizi collettivi assicurati storicamente dal Welfare-State. Si tratta di attività dove la dimensione cognitiva del lavoro é dominante e si potrebbe sviluppare potenzialmente un modello di sviluppo alternativo fondato sulla produzione dell’uomo attraverso l’uomo e la centralità di servizi universali forniti al di fuori di un logica di mercato. La seconda evoluzione concerne il passaggio, in numerose attività produttive, da una divisione taylorista ad una divisione cognitiva del lavoro fondata sulla creatività e la capacità d’apprendimento dei lavoratori tramite lo scambio relazionale di conoscenza e saperi. In questo prospettiva, il tempo di lavoro immediato dedicato alla produzione nell’orario ufficiale di lavoro non é più che una frazione del tempo sociale di produzione. Per la sua stessa natura, il lavoro cognitivo si presenta infatti come la combinazione complessa di un’attività di riflessione, di comunicazione e di produzione di sapere che si svolge tanto a monte quanto al di fuori del lavoro immediato di produzione. Di conseguenza, i confini tradizionali tra lavoro e non lavoro, si attenuano, e ciò attraverso una dinamica contraddittoria. Da un lato, il tempo libero non si riduce più alla sola funzione catartica di riproduzione del potenziale energetico della forza lavoro Si articola invece su attività di formazione, di autovalorizzazione, di lavoro volontario nelle reti dell’economia sociale e delle comunità di scambio dei saperi che attraversano le differenti attività umane. Queste sono attività nelle quali ogni individuo trasporta il suo sapere da un tempo sociale all’altro, accrescendo il valore d’uso individuale e collettivo della forza lavoro. Dall’altro, per questa stessa ragione si crea un conflitto e una tensione crescente tra questa tendenza all’autonomia del lavoro e il tentativo del capitale di assoggettare l’insieme dei tempi sociali alla logica eteronoma della valorizzazione del capitale. Questa tensione contribuisce a spiegare la stessa destabilizzazione dei termini tradizionali dello scambio capitale-lavoro salariato. Nel capitalismo industriale, il salario era la contropartita dell’acquisto da parte del capitale di una frazione di tempo umano ben determinata messa a disposizione dell’impresa. Il capitalista, doveva allora occuparsi delle modalità più efficaci dell’utilizzo di questa frazione di tempo pagato al fine di estrarre dal valore d’uso della forza lavoro la massima quantità di plusvalore. Il taylorismo grazie all’espropriazione dei saperi operai e alla rigida prescrizione dei tempi e delle mansioni fu a suo tempo la soluzione adottata. Nella fabbrica fordista, il tempo effettivo di lavoro, la produttività, il valore e il volume della produzione sembravano perfettamente predeterminati in modo “scientifico”, anche se in realtà la catena di montaggio non avrebbe mai potuto funzionare senza uno scarto importante tra le consegne prescritte e l’attività reale. Il solo vero rischio per il capitale era che questa implicazione paradossale dell’operaio-massa si tramutasse in insorgenza antagonista. Come è avvenuto. Ma tutto cambia allorché il lavoro, diventando sempre più cognitivo, non puo’ più essere ridotto un semplice dispendio di energia effettuato in un tempo determinato. Il vecchio dilemma si ripropone quindi in nuovi termini : non solo il capitale é diventato nuovamente dipendente dai saperi dei lavoratori, ma deve ottenere una disponibilità e un’implicazione attiva dell’insieme dei saperi e dei tempi di vita. La « prescrizione della soggettività », l’obbligo al risultato, la pressione del cliente insieme alla costrizione pura e semplice legata alla precarietà sono le principali vie trovate dal capitale per tentare di rispondere a questa problema inedito. Le diverse forme di precarizzazione del rapporto salariale sono infatti anche e soprattutto uno strumento per il capitale per imporre e beneficiare gratuitamente di questa subordinazione totale, senza riconoscere e senza pagare il salario corrispondente a questo tempo non integrato e non misurabile nel contratto di lavoro. Si tratta senza dubbio di una delle spiegazioni chiave della constatazione fatta da Bertinotti in un recente articolo secondo il quale nel capitalismo contemporaneo della globalizzazione e della conoscenza la precarietà sembra stare al lavoro come, nel capitalismo industriale, la parcellizzazione stà al taylorismo. La stessa logica spiega perché il processo di dequalificazione della forza lavoro sembra aver ormai ceduto il passo a un massiccio fenomeno di “déclassement” che colpisce specialmente le donne e i giovani diplomati, cioè una svalorizzazione delle condizioni di remunerazione e di impiego rispetto alle competenze effettivamente utilizzate nello svolgimento della propria attività lavorativa In conclusione, la proposta di RSG poggia su un riesame del concetto di lavoro produttivo e dunque della questione del salario, condotta da un duplice punto di vista. Il primo rinvia al concetto di lavoro produttivo concepito secondo la tradizione dominante in seno all’economia politica come il lavoro che genera un profitto. Si tratta qui della constatazione secondo la quale siamo oggi di fronte a un’estensione importante dei tempi di lavoro non retribuiti che, al di là della giornata ufficiale di lavoro, partecipano alla formazione del valore captato dalle imprese. Da questo punto di vista il RSG, in quanto salario sociale, corrisponderebbe alla remunerazione collettiva di una parte di questa attività creatrice di valore che si effettua sull’insieme dei tempi sociali dando luogo ad un enorma massa di lavoro non certificata e non retribuita.

Il secondo punto di vista rinvia invece al concetto di lavoro produttivo concepito come il lavoro libero produttore di valori d’uso, fonte di una ricchezza che sfugge alla logica mercantile e del lavoro subordinato. Si tratta insomma di affermare, contro il pensiero unico dell’economia politica, che il lavoro può essere improduttivo di capitale ma produttivo di ricchezze non mercantili e dar quindi luogo ad un reddito. Bisogna sottolineare il rapporto ambivalente, al tempo stesso d’antagonismo e di complementarità, che queste due forme di lavoro produttivo intrattengono nel capitalismo cognitivo. L’espansione del lavoro libero va infatti di pari passo con la sua subordinazione al lavoro che produce plusvalore in ragione delle tendenze stesse che conducono a uno sgretolamento delle frontiere tradizionali tra lavoro e non lavoro, sfera della produzione e sfera del tempo libero. La questione posta dal RSG non é allora solo quella del riconoscimento e della lotta contro questa estensione dello sfruttamento, ma anche e soprattutto quella dell’emancipazione del lavoro dalla sfera della produzione di plusvalore. A questo riguardo, per riprendere un espressione di Gorz, “solo il carattere incondizionato del reddito potrà preservare la piena autonomia delle attività che non possono trovare tutto il loro senso che se compiute per se stesse” e favorire in questo modo la transizione verso un modello non produttivista, fondato sulla preminenza di forme di cooperazione non mercantili e capaci di liberare la società del general intellect dalla logica parassitaria del capitalismo cognitivo.


per una nuova scala mobile
LA MANIFESTAZIONE

Vicenza - (m.c.) «Vogliamo il ripristino della scala mobile, unica soluzione per dare un colpo di reni alla dura situazione nella quale il Paese è da anni attanagliato». È con questo motto che numerosi rappresentanti del comitato "per una nuova scala mobile" ieri mattina hanno rappresentato davanti all'Associazione industriali di Vicenza in corso Palladio. L'organizzazione, che fa capo alla Confederazione unitaria di base cittadina, ha da tempo redatto una proposta di Legge, depositata in Cassazione prima delle elezioni, sottoscritta dagli esponenti nazionali di numerosi sindacati, dalla Rete 28 Aprile della Cgil e da alcuni partiti della sinistra, ed ora si appresta a raccogliere le firme necessarie affinché la proposta diventi legge. «In tutte le città venete», ha spiegato il coordinatore vicentino del Comitato Germano Raniero, «è stata presentata contemporaneamente la raccolta di firme ed abbiamo manifestato proprio davanti alla Casa del mondo produttivo, perché è giunto il momento che gli imprenditori facciano qualcosa per il futuro del Paese e dell'economia. Ricordiamo che l'accordo interconfederale del 1992, che ha sostituito l'indicizzazione automatica delle retribuzioni dei lavoratori all'inflazione rilevata dall'Istat, la cosiddetta scala mobile, con un modello fondato sull'inflazione programmata da contrattare, comparto per comparto, ad ogni rinnovo dei Contratti collettivi di lavoro, non è riuscito a tutelare il potere d'acquisto delle retribuzioni e delle pensioni».
Sono questi i presupposti che hanno portato il Comitato a proporre l'introduzione di una nuova scala mobile, per ripristinare un sistema basato sull'indicizzazione automatica di salari e pensioni e scongiurare l'ascesa dell'allarmante impoverimento espresso dal crollo dei consumi, che ha portato pericolose ripercussioni anche sul sistema commerciale, agricolo ed industriale. «Ripristinare la scala mobile», ha concluso Raniero, «vuol dire tornare ad avere salari in grado di reggere i colpi del caro vita, uscendo dall'assurda situazione che vivono oggi i lavoratori, costretti a scioperare per ottenere una parziale restituzione di quanto perso a causa dell'inflazione. Con questa proposta di legge si intende ripristinare un sistema di adeguamento automatico trimestrale delle retribuzioni, svincolato dai contratti nazionali ed utile a restituire dignità ai rinnovi contrattuali, rinnovi che devono servire ad ottenere reali incrementi salariali e miglioramenti normativi».

da CUB VI

 


I dati dello Spisal dell’Ulss 5 confermano che la valle dell’Agno è ad alto rischio
Troppi infortuni in cantiere
I sindacati: «Inaccettabile il costo in vite umane»
di Giancarlo Brunori
 

Calano gli infortuni, ma «rimane alto» il numero di vittime. Per questo servono «luoghi di lavoro più sicuri». A chiederlo sono le organizzazioni sindacali, alla luce degli ultimi dati resi noti dall’Ulss 5 “Ovest Vicentino”. L’analisi dello Spisal per il 2004 conferma che nel 20% dei casi, è il “S. Lorenzo” ad occuparsi degli incidenti più o meno gravi accaduti in provincia. Come dire che la Valle dell’Agno «è un’area a rischio vista la concentrazione di episodi» dato che un infortunio su cinque viene trattato dall’ospedale di Valdagno. Il settore più a rischio è quello dell’edilizia, in cui «servono maggiore attenzione e corsi di qualificazione professionale». Il 2004 ha fatto registrare 23 mila incidenti sul lavoro a livello provinciale. In vallata diminuisce il numero di questo tipo di incidenti, passando da 4.320 del 2003 a 4.001 del 2004.

 

«Non si deve abbassare la guardia, poiché i decessi ci sono ancora e non può essere considerato un traguardo positivo nemmeno il fatto che le vittime siano passate da sei a cinque negli ultimi due anni. Non si può tirare un sospriro di sollievo, perché nonostante ci sia stato un decesso in meno restano comunque i cinque che hanno dimostrato come sia sempre più pericoloso lavorare nei capannoni oppure in cantieri».
La presa di posizione è di Paolo Piccoli, segretario organizzativo della Filca-Cisl provinciale che segue in particolare il settore dell’edilizia soprattutto nella Valle dell’Agno, e di Antonio Toniolo segretario provinciale Fillea-Ggil settore edilizia. «Gli infortuni sono fin troppi, non ultimo quello mortale avvenuto recentemente in vallata con un operaio caduto dal tetto e su cui si sta cercando di fare luce per gli accorgimenti adottati sul versante della sicurezza - spiega Piccoli -. Lo Spisal fa la sua parte, come pure gli imprenditori. Ma è necessario evitare di sottostimare il fenomeno: non è possibile che operai muoiano per cadute da tetti o impalcature perché non erano stati assicurati con i dovuti ancoraggi. Spesso la sicurezza non viene tenuta in considerazione, mentre dovrebbe essere valutata come un costo non tanto economico, quanto piuttosto di vite umane il più delle volte perse per disattenzione o negligenza. C’è bisogno di maggiore informazione e di corsi di qualificazione».
«Negli ultimi tre mesi - aggiunge Toniolo - tra Malo e Noventa ci sono state tre vittime: serve maggiore formazione professionale. I corsi sulla sicurezza organizzati dai sindacati confederali hanno dato i frutti sperati, ma c’è ancora tanto da fare per far sì che alla fine dell’anno non si faccia un bilancio in rosso sul piano delle vittime».
Il più delle volte, «a rimetterci sono i lavoratori impiegati in imprese di piccole dimensioni che, a torto, pensano di poterla fare franca risparmiando sui livelli di sicurezza». Il sistema dell’antinfortunistica, insomma, starebbe «cedendo sotto il peso di lutti in famiglia» anche se, è bene precisarlo, ci sono aziende che lavorano correttamente ed anzi fanno anche più di quello che viene richiesto dallo Spisal.

 

Perché scioperano gli autoferrotramvieri  


TFR: NON IMPORTA CHI TI RUBA IL PORTAFOGLIO, IL PROBLEMA E’ CHE TE LO RUBANO!


 

Ecco la scheda tecnica sulla tanto sbandierata riforma delle tasse berlusconiane. AVETE POTUTO GIA' VEDERE IN BUSTA PAGA I RISULTATI....LA SCHEDA VI AIUTA A CAPIRE MEGLIO COME FUNZIONA PER I REDDITI FINO A 30 MILA EURO.

Scheda tecnica su tasse 2005

tabella per tipologie di reddito e familiari; tabelle con valori delle detrazioni

 

Le novità introdotte dalla legge finanziaria 2005 riguardano: riduzione delle aliquote da 5 a 4; trasformazione delle detrazioni per carichi di famiglia in deduzioni dal reddito (lo sconto riduce l’imponibile e non l’imposta). Secondo il governo, l’insieme degli interventi comporterà un risparmio di 4,3 miliardi di euro corrispondenti a 369 euro annui medi pro capite. Di certo, il mix di nuove aliquote, nuovi scaglioni e deduzioni per carichi di famiglia produce risparmi inesistenti o ridotti fino ad imponibili di 20.000 euro, i benefici andranno ai contribuenti con redditi medi e alti (superiori a 100.000 euro)

 

Confronto 2004/2005 per alcune tipologie di reddito e situazioni familiari

 

Retribuzione

Lavoratore single

Lavoratore con 1 figlio a carico al 50%

Lavoratore con coniuge a carico

Lavoratore con

Coniuge ed 1 figlio a carico

 

2004

2005

Diff

2004

2005

Diff

2004

2005

Diff

2004

2005

Diff

10000

741

741

0

483

438

45

195

69

126

0

0

0

11000

1037

1037

0

779

738

41

491

375

116

0

0

0

12000

1334

1334

0

1075

1039

36

787

681

107

271

37

234

13000

1630

1630

0

1372

1340

32

1084

986

97

567

351

216

14000

1926

1926

0

1668

1640

28

1380

1292

88

864

665

198

15000

2223

2223

0

1964

1941

24

1676

1598

78

1160

980

180

16000

2519

2519

0

2261

2241

19

2022

1904

119

1506

1294

212

17000

2815

2815

0

2557

2542

15

2319

2210

109

1802

1608

194

18000

3112

3112

0

2853

2843

11

2615

2515

100

2099

1923

176

19000

3408

3408

0

3150

3143

6

2911

2811

90

2395

2237

158

20000

3771

3704

66

3512

3444

69

3274

3127

147

2758

2551

206

21000

4144

4001

144

3886

3745

142

3648

3433

215

3131

2866

266

22000

4518

4297

221

4260

4045

215

4021

3738

283

3505

3180

325

23000

4892

4593

298

4633

4346

288

4395

4044

351

3879

3494

384

24000

5265

4890

376

5007

4646

361

4769

4350

419

4252

3809

444

25000

5639

5186

453

5381

4947

434

5142

4656

487

4626

4123

503

26000

6013

5482

530

5754

5248

507

5516

4962

554

5000

4437

562

27000

6386

5779

608

6128

5548

580

5890

5267

622

5373

4752

622

28000

6630

6116

513

6372

5849

523

6133

5573

560

5617

5066

551

29000

7004

6542

462

6745

6223

522

6507

5879

628

5990

5380

610

30000

7272

6967

305

7014

6655

359

6776

6274

502

6259

5695

674

                           

 

Aliquote su scaglioni di reddito 2004

Aliquote su scaglioni di reddito 2005

Scaglioni annui

Scag.ni mensili

Aliquota

Scaglioni annui

Scag.ni mensili

Aliquota

Fino a 15000

1250

23

Fino a 26000

2166,67

23

Da 15001 a 29000

1250,01 a 2416,67

29

Da 26001 a 33500

2166,68 a 2791,67

33

Da 29001 a 32600

2416,68 a 2716,67

31

Da 33501 a 100.000

2791,68 a 8333,33

39

Da 32601 a 70000

2716,68 a 5833,33

39

Oltre 100.000

8333,34

43

Oltre 70001

Oltre 5833,34

45

 

 

 

Deduzione dal reddito in vigore dal 2004

Deduzioni teoriche di reddito per carichi di famiglia 2005

             

 

Tipo di reddito

Deduz.ne annua

Carichi di famiglia

Deduz.ne

annua

Redditi di fabbricati e/o diversi

3000,00

Coniuge

3200,00

Redditi di lavoro dipendente

7500,00

Figlio o altro familiare

2900,00

Redditi di pensione

7000,00

Figlio con meno di tre anni

3450,00

Redditi lavoro autonomo/d’impresa

4500,00

1° figlio se manca un genitore

3200,00

 

 

Figlio portatore di handicap

3700,00

 

 

Non autosufficienti

1820,00

 

Esempio: lavoratore dipendente con retribuzione netta annua di 18500 euro al netto degli oneri deducibili.

(la retribuzione netta si ricava sottraendo alla retribuzione lorda gli oneri deducibili: contributi previdenziali, assegni al coniuge, erogazione alla chiesa ecc)

 

Calcolo Deduzione effettiva per reddito

26000+DT -RN  = Moltiplicatore   

               260000

DT x Moltiplicatore = DE

Calcolo Deduzione effettiva per carichi di famiglia

78000+DT -RN = Moltiplicatore   

               78000

DT x Moltiplicatore = DE

 

 

Importo Fisso

26000

+

Importo Fisso

78000

+

Deduzioni teoriche lavor. dip

7500

+

Deduzioni teoriche ( coniuge e due figli a carico  3200+2900+2900)

9000

+

Reddito al netto oneri deduc

18500

-

Reddito al netto degli oneri deducibili

18500

=

Totale Numeratore

15000

/

Totale Numeratore

68500

/

Importo fisso (denominatore)

26000

=

Importo fisso

78000

=

Moltiplicatore

0,5769

 

Moltiplicatore

0,8782

 

Moltiplicatore

0,5769

x

Moltiplicatore

0,8782

x

Deduzione teorica

7500

=

Deduzione teorica

9000

=

Deduzione effettiva

4327

 

Deduzione effettiva

7904

 

 

La deduzione effettiva mensile si ottiene dividendo per dodici ottenuto con il procedimento di cui sopra e si applica su dodici mensilità.

 

Calcolo dell’imposta

Reddito al netto degli oneri deducibili

18500

-

Deduzione

4327

-

Deduzione per carichi di famiglia

7904

-

Imponibile

6269

x

Aliquota

23%

 

Imposta

1441,87

 

 

 

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Via XX Settembre n.97 – 00187 – ROMA – piano terra – scala A – stanza n. 716

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Sicurezza sul lavoro: scarica powerpoint

 


Quarta tappa del viaggio nel lavoro. Che fine ha fatto il tessile veneto?
In fuga da Valdagno. Senza saper che fare

(dal Manifesto 3/6/05)

 

Imprese senza strategie per il territorio, avendo puntato tutto sulla compressione del fattore lavoro si trovano ora spiazzate e fuori schema. Non sono in grado di competere nell'high tech con le aree avanzate d'Europa ma neanche di sostenere l'urto di Cina e India sul terreno del costo del lavoro...
PAOLO CIOFI,

«Il Veneto ricco e prospero - mi dice Luciano Righi, studioso del territorio, che è stato parlamentare Dc e assessore al lavoro della regione - nasce da chi si è messo in proprio lavorando duramente, sacrificandosi e anche copiando ciò che facevano gli altri. Eravamo una regione agricola povera, con tassi altissimi di emigrazione, e siamo diventati ricchi». Mi vengono in mente i cinesi, e anche i marchigiani, poveri come i veneti e grandi lavoratori, che nel dopoguerra hanno popolato intere borgate di Roma. Adesso anche le Marche sono un'altra regione. Ma dietro la luccicante vetrina del benessere c'era, e c'è, una dura realtà di sfruttamento, persino di sé medesimi. Qui alcune grandi imprese, come la vecchia Pellizzari e anche la Marzotto, hanno fatto da incubatrici di competenze e di cultura industriale per operai e tecnici che hanno tentato l'avventura, per necessità o anche per vocazione: molti nuovi imprenditori provengono proprio dall'industria «storica», che ha inseminato l'impresa diffusa, sospinta anche dalla voglia d'intraprendere. Il problema è l'assenza di una politica per la piccola impresa, capace di indirizzarne la crescita e lo spontaneismo vorace, come risultante del culto del fai da te e dell'antistatalismo sfrenato della Lega.

Politiche assenti

Assente una politica per la difesa del territorio e la tutela dell'ambiente, con effetti devastanti sul traffico e il movimento delle merci, e con elevatissimi costi economici e sociali: Vicenza nel mese di marzo aveva battuto tutti i record nazionali d'inquinamento. Assente una politica per la formazione e per la ricerca. Si sa che il livello di scolarizzazione nel Veneto è basso, forse non si sa che la spesa regionale per la ricerca è vicina allo zero: 0,6% sul Pil, molto al di sotto della già evanescente spesa nazionale. «Solo il Trentino Alto Adige e la Calabria-Basilicata fanno peggio del Veneto», annota uno studio della Camera di commercio. Il risultato è che gli addetti alla Ricerca & Sviluppo sono in totale 9.652: «risalta l'arretratezza del Veneto in cui solo il 33,9% delle merci esportate presenta un contenuto tecnologicamente avanzato», contro il 47,4% nel Nord Ovest.

Per dirla in breve, al di là dell'immagine accreditata dai media, questo è un modello culturalmente arretrato e non innovativo. E ciò spiega la vastità e la profondità della crisi. Si aggiunga l'assenza di una strategia, non solo per la piccola impresa. Parlo di una strategia complessiva, in grado di definire il ruolo di quest'area, cerniera d'importanza geopolitica fondamentale, nel rapporto tra Europa occidentale e paesi ex socialisti. Nel momento in cui si aprono i mercati il Nord Est, avendo puntato tutto sulla compressione del fattore lavoro, si trova spiazzato e fuori schema. Non è in grado di competere nell'high tech con le aree più avanzate d'Europa, ma non può neanche sostenere l'urto di Cina e India sul terreno del costo del lavoro. E allora si va all'estero, a Timisoara o a Samorin: una fuga, un ripiegamento verso l'arretratezza. Siamo di fronte a una crisi di fondo, che è anche identitaria e psicologica, e che non si risolve né con la svalutazione dell'euro né con l'innalzamento di barriere doganali. Si chiede innovazione, e nell'ora della crisi tutti si dichiarano innovatori.

Anche il dottor Calearo, presidente degli industriali vicentini oltre che di Federmeccanica, e uomo chiave nella Confindustria di Montezemolo. Ma la sua proposta di «un nuovo patto tra imprese e lavoratori per andare dal governo a chiedere ciò che serve» non sembra proprio una grande innovazione. Tanto più che «ciò che serve», secondo lui, sono «la flessibilità del lavoro e la velocità nel dare e trovare risposte ai problemi». Come dire che occorre spingere velocemente verso una nuova fase di flessibilità con dolcezza, cioè con il consenso dei sindacati dei lavoratori. Pensieri vecchi, e vecchie strade. Non c'è l'ombra di un'autocritica, e tanto meno il tentativo d'impostare una nuova politica industriale per dare qualità allo sviluppo, nel momento in cui i principali gruppi veneti scelgono la rendita di posizione, come Benetton che si sta rimpannucciando al riparo di Autostrade SpA, o la finanziarizzazione, come Marzotto che si trasforma in holding transnazionale, abbandonando il territorio e chi lo abita al loro destino.

L'aria pesante di Valdagno si taglia col coltello quando incontro i rappresentanti sindacali dello storico marchio vicentino, che insieme a Graziano Besaggio della Filtea sono reduci da una trattativa con i dirigenti dell'azienda. La situazione è difficile. «Chiediamo informazioni su ciò che vogliono mantenere qui e su ciò che vogliono delocalizzare, sull'organizzazione del lavoro e sulla formazione, ma loro non rispondono», osserva Besaggio. La parola d'ordine è: fare, collaudare ed eseguire. Cioè, loro comandano e tu esegui, per il resto non hai alcuna voce in capitolo. E' chiaro che impostare una trattativa in queste condizioni è un controsenso. Infatti, le relazioni sindacali sono notevolmente peggiorate, sui lavoratori piovono lettere di contestazione disciplinare. La colpevolizzazione del subalterno è la regola, e le donne - il 70% nel tessile e il 90% nell'abbigliamento - sono le più penalizzate. Già è dura con un salario di 800-900 euro, ma poi - aggiunge Monica - «non ci sono più servizi sociali per le donne che lavorano. Qui siamo quasi tutte sposate, ma non c'è asilo nido, e in quelli comunali vai in lista, non hai la precedenza perché lavori». Si chiede il part-time, ma di regola viene negato, perché l'azienda fa sapere che non tratta problemi personali. Insomma, dal paternalismo del conte Marzotto siamo passati allo stile manageriale del presidente Favrin.

Anche qui si sente, e si vede, l'incertezza del futuro. Non si sa quali effetti produrrà la riorganizzazione finanziaria del gruppo, con la separazione in due distinte società dell'abbigliamento e del tessile. Sta di fatto che se nel duemila la Marzotto occupava 3.400 persone nel distretto vicentino, oggi ne sono rimaste circa la metà tra Schio, Piovene e Valdagno, dove è concentrato l'abbigliamento, e dove dovrebbero restare la progettazione, i prototipi e il controllo. Intanto c'è la Cassa integrazione in atto, e poi hanno già trasferito il «cervello» del gruppo a Milano. Dicono che lasceranno qui la «testa», cioè alcuni uffici amministrativi. Ma la testa senza cervello non è un granché. Il consiglio di amministrazione ha già approvato la scissione delle attività del settore abbigliamento, con la concentrazione di Valentino, Marlboro Classics, M Missoni e Hugo Boss in una nuova società controllata denominata Valentino Fashion Group e quotata a Piazza Affari. In sintesi: da una parte l'abbiglimento (85% del fatturato), trasformato in sistema moda sotto le insegne di Valentino, dall'altra il tessile (15%), che resta marchiato Marzotto.

E' la conclusione della trasformazione del gruppo da manifatturiero in finanziario, con l'uscita del capofamiglia Pietro e la formazione di un patto tra diversi azionisti guidato da Antonio Favrin, il cui appannaggio è di 1.211.000 di euro. Ormai l'Italia pesa meno del 20% nel fatturato consolidato del gruppo, che nel 2004 è stato di 1.824 milioni di euro. L'80% proviene dagli stabilimenti dislocati in Germania, Svizzera, Repubblica Ceca, Lituania, Stati uniti, Tunisia e Turchia. Ma bisogna anche considerare che intere linee di Valentino vengono fabbricate interamente in Cina.

Responsabilità buttate via

In definitiva, questo è un esempio pessimo di internazionalizzazione, in cui l'impresa butta via, al tempo stesso, responsabilità sociale e responsabilità nazionale. Tuttavia la risposta non sta nell'arroccamento localistico, che ci fa solo arretrare. Il problema è se questo tipo di capitalismo è in grado di assicurare una prospettiva al paese. In ogni caso, per evitare la frantumazione globale delle classi lavoratrici e un conflitto permanente tra poveri, servirebbe davvero una cosa nuova, vale a dire l'unità transnazionale dei lavoratori.

Oscar Mancini, segretario della Cgil di Vicenza, osserva che intanto, per contrastare la fuga delle imprese dalle loro responsabilità, occorre far avanzare una diversa qualità dello sviluppo che recuperi la centralità del valore sociale del lavoro. Certo, la questione ha un'evidente risvolto politico. Ma anche il sindacato può fare di più, impegnandosi in un diffuso rapporto di massa con i lavoratori e costruendo con loro forme più stabili e penetranti di democrazia.

Condivido. E tirando le somme di queste giornate trascorse tra il Nord Est e il Nord Ovest, rilevo la presenza di tre costanti, pur nella grande varietà delle situazioni: la dissipazione del lavoro, e una difficile condizione materiale e psicologica dei lavoratori, che genera insicurezza e infelicità; il respiro corto e l'egoismo del ceto capitalistico dirigente, vecchio e nuovo, che vede solo i suoi interessi di classe, e cioè profitti, rendite e patrimoni esentasse; l'assenza della politica, separata e distante dal mondo del lavoro.

Lavoro e precarietà.

Non si può parlare di lavoro senza fare una piccola premessa sulla sua funzione sociale.
E' appurato che ormai "il lavoro" è un diritto fondamentale riconosciuto nel tempo, in Italia dalla Costituzione, in Europa dalla "Carta dei Diritti" fino alle organizzazioni mondiali ed ai vari vertici che periodicamente si susseguono.
L'espressione generica del diritto al lavoro, và però vista non solo in un'ottica di redditività, cioè nella possibilità di produrre o accumulare reddito, ma soprattutto nella capacità di essere soggetto di diritto, in quanto il lavoro rappresenta il mezzo per avere accesso ai bisogni umani fondamentali e cioè: istruzione primaria, alloggio decoroso, un'alimentazione sufficiente, l'accesso all'acqua potabile, da ultimo ribaditi anche nel Vertice dei capi mondiali tenutosi a Vienna nel 1996.
Ma non solo.
In una visione più ampia dei bisogni, vanno inseriti, oltre il soddisfacimento dei bisogni materiali -cioè quelli necessari alla "sussistenza fisica" anche i bisogni immateriali. Parlando di funzione sociale del lavoro, per uno sviluppo completo dell'individuo e quindi della società, è necessario dare la possibilità all'individuo stesso di coltivare la propria realizzazione, di vivere della propria memoria al fine di contribuire a far accrescere il livello culturale della società e della qualità della vita. D'altro canto, senza memoria non si da cultura, ossia senza un insieme di esperienze e di valori condivisi e convissuti, non è possibile la società; ecco quindi che le radici del passato sono una garanzia di significatività per l'avvenire.
La società liberista, strutturata sulla logica del profitto a tutti i costi, unilateralmente orientata e spasmodicamente tesa verso il futuro, è destinata a perdere, le sue radici, il suo passato e probabilmente perderà anche il loro futuro.

Questi sono i presupposti che hanno generato l'idea della "rendita di esistenza", sostenuta dall'AIRE, Associazione per l'Istaurazione della Rendita di Esistenza, dalla rete BIEN, da gruppi e partiti politici di diversi paesi, come i verdi in Germania, in Olanda. In Spagna alcuni gruppi politici delle provincie di Castela e di Leao, nel 1997, hanno presentato una proposta di legge contro l'esclusione sociale che prevedeva una "rendita di cittadinanza". L'origine di questa formula, scaturisce dalla considerazione che la capacità produttiva di una società è il risultato di tutto il sapere scientifico e tecnico accumulato dalle generazioni passate; questo patrimonio comune deve servire al profitto di tutti gli individui, sottoforma di rendita incondizionata. Essa si sovrapporrebbe al reddito proveniente da altre attività e andrebbe a sostituire altri sistemi di aiuti sociali, come sussidi di disoccupazione, aiuti alle famiglie, borse di studio, finanziamenti ai settori svantaggiati, etc. Questo tipo di ridistribuzione del reddito, rappresenterebbe un efficace sistema contro la povertà assoluta, in maniera non "caritatevole" e renderebbe meno costosa la gestione del sistema sociale.

Questo tipo di concezione del lavoro si contrappone con quella che viviamo quotidianamente in una società con un'economia capitalistica come la nostra, basata sulla produzione di beni e servizi utilizzando la merce, e dove per merce si intende il capitale e il lavoro.
Il lavoro in questa economia, rappresenta quindi un elemento materiale da utilizzare in quantità minima necessaria, in funzione all'obiettivo di redditività dell'impresa.

Il processo di evoluzione dell'economia capitalistica dell'ultimo secolo (vedi il crescente rinnovo tecnologico e l'aumento del capitale nei processi produttivi) ha fatto si che l'obbiettivo della produzione di reddito e di ricchezza potesse essere ottenuto con un sempre minor utilizzo della "merce lavoro" contro invece un crescente utilizzo di capitale finanziario (cioè di merce immateriale) e della sua circolazione, con una concentrazione della ricchezza su poche persone. Una conseguenza diretta di questo sistema economico, basato appunto sul principio "niente diritti senza lavoro" è il sacrificio di intere popolazioni, quelle notoriamente considerate povere nei paesi dell'area del terzo mondo e un sempre più crescente numero di persone che vivono al limite della soglia di povertà nei paesi occidentali.

Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un peggioramento della qualità della vita e ad un aumento di bisogni insoddisfatti. Contemporaneamente, il progresso tecnologico, ha prodotto un sempre maggior numero di disoccupati, che potenzialmente potrebbero essere impiegati in servizi destinati a migliorare la qualità della vita, cioè al welfare, termine anglosassone per definire il benessere sociale.
E' proprio con queste finalità che abbiamo visto proliferare le cosidette cooperative sociali, che qui in Umbria rappresentano una realtà alquanto consistente.
I principi promotori delle coop., nascono dall'esigenza di vedere realizzate nuove forme di lavoro in cui il lavoratore rimane padrone del proprio destino e può esprimere la propria creatività. I valori di base delle cooperative di tutto il mondo sono: autonomia, autogestione, responsabilità sociale, democrazia, uguaglianza, giustizia sociale e solidarietà e attenzione verso gli altri componenti (così come risulta dalla Carta dei Principi del Cooperativismo Popolare); ma purtroppo molto spesso accade anche che esse sorgono semplicemente per aggirare oneri fiscali e per avere ampia libertà nella gestione del personale socio lavoratore che si trova a rincorrere ore di lavoro in più per raggiungere a fine mese uno stipendio adeguato.

Alcune di queste Coop. hanno conservato la caratteristiche dettate da i principi ispiratori, come ad esempio cooperative di produzione o botteghe per il commercio equo, basate su produzioni alternative; altre invece sono delle vere e proprie imprese sociali, dove la figura del socio lavoratore ha un potere minimo, rappresentativo. Ormai le cooperative sono entrate a far parte della nostra società fornendo molti servizi che dovrebbero essere pubblici, inoltre il processo di privatizzazione, fa si che esse divengano appaltatrici di sempre più servizi pubblici, rimanendo così enti finanziati totalmente da denaro pubblico, ma non gestite direttamente dal pubblico. Questo fa si che la loro vita sia sempre vincolata dai rapporti stabiliti con gli enti, da delibere, umori politici che caratterizzano la precarietà di queste strutture, ed è proprio su queste che si concentra la maggior parte dell'occupazione giovanile, purtroppo caratterizzata da creatività ma anche precarietà e spesso anche sfruttamento.
L'ultimo esempio che abbiamo a Perugia è l'avvio della privatizzazione delle mense degli asili, ancora in fase sperimentale, ma che comunque ha avviato la sua strada, rispecchia completamente la contraddizione di questo sistema. Gli appalti di questi servizi sono stati dati a cooperative sociali per ottenere un risparmio di costi; in realtà questo risparmio è dato dalla differenza di trattamento subito dai lavoratori, dove quelli pubblici erano assoggettati a salari garantiti e alla tutela di un contratto di settore, mentre quelli della cooperativa , devo subire le condizioni poste da un contratto commerciale al di fuori da ogni canone sindacale.

L'aspetto più evidente della mercificazione del lavoro è la precarietà, rappresentata dall'utilizzo di sempre più nuove forme di lavoro, funzionali solo all'azienda e alle sue esigenze di flessibilità.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una serie veramente fantasiosa, da parte dei governi che si sono susseguiti, di "soluzioni" al problema della disoccupazione: il lavoro interinale, che a mio parere rappresenta la massima oggettivizzazione dell'uomo, visto che l'agenzia, quasi sempre una multinazionale, "affitta" l'uomo con il suo bagaglio di esperienze lavorative su questa o quell'altra azienda, in base alle esigenze della produzione, del mercato; i contratti di formazione- lavoro, maturati poi nei più funzionali ( per l'azienda) piani d'inserimento professionale: due forme di lotta alla disoccupazione, nate per aiutare l'avviamento del giovane nel mondo del lavoro, in realtà si riducono a delle assunzioni a tempo determinato di personale che più che "formarsi", lavora a tutti gli effetti, con un notevole risparmio di contributi a carico delle aziende; le ormai note "collaborazioni coordinate e continuative", ormai ampiamente riconosciute dalla normativa sul lavoro, chissà perché vengono preferite in luogo di un'assunzione con contratto collettivo nazionale.

Tutte queste nuove forme di lavoro, cosiddetto "atipico", ma ormai consolidate rappresentano la risposta dei nostri governi al problema della disoccupazione e di conseguenza, l'impegno degli stessi alla tutela dei diritti umani.

Una nuova economia è naturalmente quella basata su principi completamente opposti: la salvaguardia dei diritti umani come conseguenza di una equa ridistribuzione del reddito.

Questo obiettivo è percorribile attraverso strade diverse, che blocchino i processi in corso, o limitino i danni causati dalla new economy. Alcune di queste strade, sono ancora in discussione e considerate troppo "rivoluzionarie", come quella del blocco del prodotto interno lordo dei paesi più industrializzati favorendo la redistribuzione del reddito; altre sono invece già da adesso percorribili, come la proposta della tobin tax, il salario sociale, la lotta alla disoccupazione, la tutela dei diritti dei lavoratori, la riduzione dell'orario di lavoro

 

                

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