
Concia, la fine dell'Eldorado
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Domenica 18 Ottobre alle 08:00
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Esterno di una conceria della Valchiampo
Nella Valle del Chiampo continua il periodo no del distretto
conciario. Le inchieste della guardia di finanza sono l'ultimo
episodio
di un malessere che ha origini lontane. E tutte interne al sistema.
"È un'enclave strana, un sistema produttivo originale, con poche
similitudini con altri settori come quello dell'oro o della
ceramica, che pure erano articolati attorno alle piccole aziende".
Fernando Dal Zovo, ma tutti lo chiamano Nando, ha cominciato a
lavorare con le concerie nel 1966. Ha smesso nel 1997, e da allora
le segue a livello sindacale (è responsabile del settore per conto
della Cgil) e politico (è stato consigliere comunale ad Arzignano).
In pochi, probabilmente, possono vantare la sua conoscenza della
storia, dello sviluppo e, adesso, della crisi del distretto
produttivo della vallata del Chiampo. Un piccolo Eldorado costruito
sulla lavorazione delle pelli che per decenni ha distribuito
stipendi generosi ai lavoratori e profitti consistenti per gli
imprenditori, e che adesso arranca. Piegato dalla concorrenza
internazionale e dalla crisi generale, certo, ma soprattutto dalle
proprie contraddizioni interne. Last but not least, l'elaborato
sistema che una serie di aziende aveva escogitato per evadere l'Iva
e che è stato scoperchiato dalle recenti indagini delle guardia di
finanza.
L'Eldorado
Per chi non è nato a Chiampo, Arzignano e dintorni, può essere
difficile capire l'impatto del mondo della concia su quelle realtà.
Ma da quelle parti tutto, o quasi, ruota attorno al cuoio e alle
pelli. "Direi che a livello economico ed occupazionale, e quindi
anche come reddito e ricchezza prodotta, la concia rappresenta un
tre quarti della nostra realtà - osserva Stefano Fracasso, ex
sindaco di Arzignano -. Direttamente o indirettamente: tenete conto
della concentrazione del distretto, che vede centinaia di aziende
racchiuse in un fazzoletto di terra, e di tutto il mondo che ci
ruota attorno, come servizi, finanziarie, assicurazioni".
Non per niente Arzignano è una delle capitali mondiali della concia.
"L'industria conciaria italiana è leader mondiale del settore -
riporta una ricerca del centro studi BancaIntesa nel 2006 -,
realizzando il 20 per cento della produzione mondiale e il 70 per
cento di quella europea". E se l'Italia è il leader mondiale, la
Valchiampo è la sua punta di diamante: sempre secondo lo studio
BancaIntesa, quasi un terzo delle imprese, circa il 40 per cento dei
lavoratori e oltre la metà del valore della produzione della concia
italiana sono racchiusi nella ventina di chilometri che separano
Montebello da Chiampo. Con un fatturato complessivo che oscilla tra
i 2,5 e i 3 miliardi di euro all'anno. "È un sistema forte, ed
estremamente complesso - aggiunge Dal Zovo -. Un sistema integrato
formidabile nella sua capacità di autoservizio, cioè di coprire
tutte le esigenze delle aziende. A parte la materia prima, che
arriva da fuori, e i mercati di sbocco, che sono soprattutto
all'estero, non c'è una richiesta di un'azienda che non possa essere
soddisfatta a livello locale nel giro di poche ore: dai materiali
alla riparazione dei macchinari, dalle consulenze alla manutenzione
degli impianti, c'è tutto". E formidabile era anche la capacità del
settore di distribuire ricchezza. A tutti. "Per quarant'anni questa
è stata la vallata dell'oro. - continua Dal Zovo -. La ricchezza era
palpabile, solida. La potevi vedere, quasi toccare, nelle case,
nelle ville, nel territorio".
La morìa
Negli ultimi due anni però, il meccanismo ha mostrato scricchiolii
evidenti. La crisi scoppiata nel 2008 si è abbattuta su un mondo che
stava già faticando. Con effetti disastrosi. Dall'apertura della
prima procedura per una cassa integrazione straordinaria, nel luglio
2008, è stato un susseguirsi di crisi aziendali, chiusure, mobilità.
"A fine 2007 il settore aveva, in provincia, circa 12 mila addetti -
commenta Antonio Bertacco, sindacalista della Uil -. Tra 2008 e 2009
abbiamo perso un migliaio di posti di lavoro, e per la fine del 2009
si prevede di arrivare ad un cifra di circa 10.500". "E questo
limitandosi alle sole uscite, senza contare gli ammortizzatori
sociali, come la cassa integrazione", gli fa eco il collega Igor
Bonatesta, sempre delle Uil. Una vera e propria morìa ("a fine 2007
le aziende, in provincia, erano 780; adesso siamo a meno di 650",
aggiunge Bertacco), che però colpisce a macchia di leopardo
all'interno di un settore estremamente variegato. I grandi gruppi, o
le grosse fabbriche con centinaia di dipendenti, si contano sulle
dita di una mano (il gruppo Mastrotto, la Rino Mastrotto, la Pasubio
e qualche altra), e sono quelle che reggono meglio il momento, forti
di un'organizzazione consolidata e di dimensioni tali da garantire
un certo controllo sul proprio mercato. Le aziende medie o medio
grandi hanno risultati altalenanti: qualcuna va bene, qualcuna
stenta, altre sono in forte difficoltà. Ma a soffrire di più sono
soprattutto le piccole e piccolissime aziende, quella miriade di
contoterzisti che non ce la fa più a reggere un mercato in cui la
concorrenza sul prezzo è sempre più esasperata. "Il 70 per cento
della sofferenza è nelle aziende medio-piccole che lavorano per
conto terzi", conferma Bonatesta.
Origini lontane
Sarebbe sbagliato, però, attribuire tutta la responsabilità alla
crisi degli ultimi due anni. Anzi, nel distretto della concia il
crollo dell'economia mondiale non ha fatto altro che far esplodere
una bolla già vicina al punto di saturazione. Il crollo dei mercati
e la competizione spietata che arriva dall'Estremo Oriente o dal
Sudamerica c'entrano, ma le ragioni vere sono altre, strutturali, e
hanno origini molto lontane. "Il settore si è sviluppato molto a
partire dagli anni '60 - è ancora Nando Dal Zovo a parlare -, e si è
sviluppato con caratteristiche molto artigiane. Il principio base
era lavorare, lavorare, lavorare. Spesso dall'alba al tramonto. Il
punto è che non c'era abbastanza manodopera per organizzarsi con dei
turni; quindi, quando c'era del lavoro da fare chi era in grado di
eseguirlo restava in fabbrica ad oltranza. Era anche un retaggio del
mondo contadino in cui si lavorava, appunto, dall'alba al tramonto.
Questo meccanismo è stato trasferito pari pari nella fabbrica".
Un meccanismo infernale, in cui il guadagno era proporzionale ai
volumi prodotti, e il modo più semplice per alzare la produzione era
lavorare a ritmi folli: straordinari su straordinari, sabati e
domeniche in fabbrica. "Le figure scolastiche erano rare - continua
il sindacalista Cgil -. Fino a una quindicina di anni fa trovare un
laureato in conceria era un'impresa. C'erano i tecnici degli
istituti conciari, certo, ma c'erano anche tanti praticoni che
copiavano e sperimentavano da sé. Del resto la crescita era talmente
rapida che non c'era tempo per la formazione: bisognava produrre".
Nell'ultimo ventennio molte cose sono cambiate: soprattutto nelle
aziende più grandi l'organizzazione è cambiata e le figure
professionali specializzate sono oggi la norma. Ma alla base c'è
ancora lo stesso principio di fondo: lavorare, lavorare, lavorare.
Affari facili
Una logica che ha fatto la fortuna di tante persone, ma che oggi è
forse la causa principale del tracollo. "È un sistema che ha una
concorrenza interna fortissima e tutta basata sul prezzo - aggiunge
Bonatesta -. Si cerca di offrire la merce ad un centesimo in meno di
quanto fa il proprio vicino. E il modo più rapido per ridurre i
costi è aumentare la produzione. In questo modo, però, si è arrivati
al punto di non ritorno". L'inizio del declino è stato,
paradossalmente, a metà degli anni '90. Paradossalmente perché
all'epoca quasi nessuno se ne accorse. "All'epoca il settore era
ormai maturo - riprende l'analisi di Dal Zovo -. Aveva strutture
decenti, stava cominciando ad affrontare le tematiche ambientali, e
aveva grandi capacità produttive. Successe però che il governo
svalutò la lira, e questo spianò un'autostrada per le aziende: la
concorrenza dei paesi in via di sviluppo era ancora debole, e con la
lira svalutata vendere all'estero era facilissimo".
Bastava produrre per trovare mercati e fare profitti. E così si
continuò a lavorare sulle grandi quantità, invece che puntare
sull'alta qualità. Il risveglio, brusco, arrivò con l'entrata in
vigore dell'euro. Ma non fu sufficiente a innescare un'inversione di
rotta. Con qualche eccezione (soprattutto le aziende più grandi
hanno da tempo spostato la produzione sui prodotti di più alto
livello), il meccanismo di base è rimasto ancorato agli elevati
standard di produzione e alle giornate lavorative di dodici ore. Per
tutti i primi anni 2000, la produzione è stata in crescita, e i
fatturati pure. Quello che calava erano gli utili: "Il 2003-2004 è
stato l'anno di maggior produzione, ma dal punto di vista dei
risultati è stato uno degli anni peggiori - spiega Dal Zovo -. In
quegli anni, apparentemente d'oro, abbiamo cominciato a vedere le
aziende indebitate e gli effetti della scarsa capitalizzazione. La
crisi c'era già, sotto traccia". E quando le difficoltà locali hanno
incrociato il rallentamento dell'economia mondiale, e poi la
recessione, il bubbone è scoppiato. Con situazioni a volte
paradossali: ci sono state aziende che hanno aperto la procedura di
mobilità con gli operai che, dentro, lavoravano dodici ore al
giorno, domeniche comprese: di ordini ce n'erano fin troppi, ma il
lavoro non bastava più a rientrare dai costi.
Il problema evasione
Ad aggravare il tutto c'è poi un altro meccanismo. Parlare di dodici
o quattordici ore di lavoro al giorno, o di sabati e domeniche
trascorsi a conciare in azienda, vuol dire ammettere l'esistenza di
una parte di salario che veniva pagata in nero. Secondo i sindacati
il sistema era diffusissimo: gli operai ricevevano il loro stipendio
base, calcolato sulla settimana di 40 ore e su qualche
straordinario, e poi generose aggiunte che servivano a coprire tutte
le altre ore che non potevano essere messe in regola. Somme pagate
spesso fuori busta, come si dice in gergo, e che in molti casi
diventavano un vero e proprio stipendio bis: 1500 euro accreditati
sul conto, e altri 5-6-700, a volte anche di più, brevi manu. E
tutti contenti. "Da questo punto di vista è un sistema malato,
perché non si è mai retto sulla giornata di otto ore", commenta
Bonatesta. "C'era praticamente una doppia contabilità, una visibile
e una invisibile. E questa la facevano tutti, grandi e piccoli; le
eccezioni si contano sulle dita di una mano - aggiunge Dal Zovo -.
Era una esigenza della filiera produttiva: c'era troppo lavoro e
poco personale, nonostante gli immigrati, e quindi invece di fare i
turni si lavorava tutti dodici ore". Negli ultimi anni, con
l'evolversi dei controlli, mantenere in vita questo doppio binario è
diventato sempre più complicato. Molte situazioni sono state
regolarizzate. Altre hanno preso una piega più preoccupante: le
ultime indagini della finanza, con l'arresto di una serie di
imprenditori, hanno rivelato un presunto sistema di società di
comodo creato solo per evadere l'Iva ed assicurarsi così vantaggi
competitivi. "Fatico a credere che gli imprenditori siano le teste
pensanti - osserva Dal Zovo -. Per creare un meccanismo del genere
servono specialisti del settore fiscale, tributario, finanziario.
Temo sia la punta di un iceberg, perché non avrebbe molto senso
mettere in piedi un'operazione del genere per un numero limitato di
aziende".
Futuro incerto
In attesa di eventuali sviluppi dell'inchiesta, il problema è far
fronte alle pesanti ricadute sociali della crisi (vedi riquadro). E
inventarsi una prospettiva per il futuro. "La nostra paura è che se
davvero ci sarà la ripresa e passerà la crisi generale, noi qui ci
ritroveremo sempre con la crisi del settore conciario", commenta
Bonatesta. Qualche segnale incoraggiante c'è: settembre è stato uno
dei mesi migliori da un paio d'anni a questa parte ("Lo vediamo
dalle code ai nostri sportelli, che si sono ridotte di molto, segno
che la gente sta lavorando", dicono alla Uil), e si respira un po'
di ottimismo: "Le aziende strutturate cominciano a raccogliere i
frutti del loro lavoro", aggiunge Stefano Fracasso. Pur acciaccato
da chiusure e inchieste giudiziarie, poi, il distretto ha ancora una
enorme vivacità interna. E, come sottolinea Antonio Bertacco, può
contare su ricerca, tecnologia e professionalità di alto livello.
Potrebbe bastare, se si riuscirà a sconfiggere un altro dei mali
oscuri dell'ex Eldorado vicentino: l'individualismo sfrenato, a
tutti i livelli. In tutto il settore, in questo anno e mezzo di
crisi nera, non c'è stato un solo contratto di solidarietà (ridurre
a tutti l'orario di lavoro, e quindi lo stipendio, per evitare
licenziamenti), anche quando le condizioni sembravano permetterlo. I
lavoratori guardano prima di tutto alla busta paga. E le aziende
pensano soprattutto a loro stesse, tant'è vero che anche dar vita al
distretto della concia è stato difficile. "È in corso una guerra
fratricida, dovuta al fortissimo individualismo e alla competizione
sfrenata tra le aziende - conclude Dal Zovo -: nessuno passerà mai
ad un collega un lotto di produzione che non riesce ad eseguire,
piuttosto lavora 25 ore al giorno. Invece bisogna puntare
all'integrazione per rispondere ad un mercato complesso. Dobbiamo
convincerci che o ne usciamo tutti assieme, o moriamo tutti assieme.
Perchè ci sono dei costi, su tutti quelli ambientali, che sono
sostenibili solo dal sistema, non dal singolo imprenditore. Nessuno
può cavarsela da solo". Conciari avvisati...
Case in vendita e pacchi della spesa
Il dramma delle famiglie
"La cosa che colpisce di più noi arzignanesi, è che la zona
industriale il sabato mattina è tranquilla, quasi deserta. E questo,
qui, è un evento straordinario". Parole di Stefano Fracasso, ex
sindaco della cittadina del Grifo. Una Arzignano che, abituata a
lavorare a ritmi forsennati per tutta la settimana, adesso guarda un
po' spaesata alla calma portata dalla crisi.
Arricchitasi grazie al cuoio e alle pelli, e diventata per molti
aspetti un cantiere sociale capace di sperimentare con anni di
anticipo fenomeni che altrove sarebbero arrivati molto dopo, come
quello dell'immigrazione massiccia (circa il 20 per cento della
popolazione è straniera, "ma qui l'equazione straniero uguale
insicurezza non vale - rivendica Fracasso -. Non abbiamo mai avuto
problemi di questo tipo"), Arzignano deve adesso fare i conti con
problematiche sociali sconosciute. Il boom della cassa integrazione
e dei licenziamenti, ad esempio. "In Comune si è visto un aumento
delle richieste ai servizi sociali - continua l'ex sindaco -. Per le
difficoltà a pagare i mutui, le rette, le bollette, i classici
segnali che manca la disponibilità economica. E le stesse
indicazioni ci arrivano dal mondo del volontariato: la distribuzione
delle cosiddette borse della spesa è cresciuta molto".
Del resto, per chi ha progettato un percorso di vita su uno
stipendio generoso che spesso si aggirava sui 2mila euro al mese,
trovarsi da un giorno all'altro in cassa integrazione o in mobilità,
cioè con 700-800 euro a disposizione, è un dramma. "Se hai un mutuo
da 900 euro, e ce ne sono tanti, lo sostieni se ne guadagni duemila
- spiega Igor Bonatesta, della Uil -. Ma se ne prendi 1200, o 750,
come fai?". Le difficoltà riguardano soprattutto i lavoratori
stranieri, che non possono contare sulla rete di amici e parenti. Ma
non solo. E le conseguenze cominciano a farsi sentire. "Nella sola
Valchiampo ci sono 2000 appartamenti in vendita, perché le persone
non ce la facevano più a pagare e le case sono passate a finanziarie
e istituti di credito - aggiunge Antonio Bertacco, anche lui della
Uil -. E ci sono famiglie che hanno rimandato in patria i figli, le
mogli; altre che sono tornate a vivere insieme, in due o tre sotto
lo stesso tetto, altri che stanno pensando di andarsene".
"E c'è un altro problema che sta cominciando ad emergere solo ora -
riprende Bonatesta -. Chi ha cominciato la mobilità all'inizio della
crisi sta finendo ora il periodo coperto dagli ammortizzatori
sociali. Di solito questa gente non ha trovato un altro lavoro, e
vengono qui a chiedermi cosa possono fare dopo. Il problema è che
non c'è un dopo. Finita la mobilità non c'è più nulla, e di queste
situazioni ne avremo sempre di più: sempre più gente che chiede
lavoro, e sempre meno lavoro a disposizione. Significherà avere
centinaia di persone che prendono zero euro al mese, che non
potranno far altro che andare a bussare alle porte di Comune e
Caritas". Il peggio, forse, deve ancora arrivare.
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SCIOPERO GENERALE DEL PUBBLICO IMPIEGO CONTRO DECRETO BRUNETTA
Ven, 12/06/2009 - 12:10
autore:
Cobas P.I. - RdB-CUB P.I. - SdL Intercategoriale
COMUNICATO STAMPA
SCIOPERO GENERALE DEL PUBBLICO IMPIEGO CONTRO DECRETO BRUNETTA
VENERDI’ 3 LUGLIO 2009
Iniziative a Roma, Milano e nelle maggiori città italiane
La bozza del Decreto Brunetta, in attuazione dalla legge delega 15
del 2008, determina una profonda revisione del Testo Unico del Pubblico
Impiego (D.L.vo 165/2001) indirizzata ad una privatizzazione della
Pubblica Amministrazione con il tentativo di azzerare anche nel Pubblico
Impiego i diritti già cancellati nel lavoro privato.
Contro questo decreto la RdB-CUB P.I, i Cobas P.I. e la SdL
Intercategoriale hanno proclamato per venerdì 3 luglio lo sciopero
generale del settore, che sarà accompagnato da iniziative a Roma, Milano
e nella maggiori città italiane.
I contenuti dell’ultima versione della bozza Brunetta, la numero 25,
prevedono un pesante attacco al salario dei lavoratori pubblici, che per
la quota fissa vedrà parte degli aumenti erogati dalle Amministrazioni
locali ma solo se queste saranno in regola con il patto di stabilità,
introducendo così una grave disparità fra territori, mentre per la parte
variabile sarà sempre più dipendente dalla relazione con il dirigente e
da valutazioni esterne e senza controllo.
Le progressioni retributive e di carriera vengono di fatto abolite e
sottoposte a procedure concorsuali, per accedere alle quali è necessario
ricevere valutazioni positive. Il meccanismo di valutazione viene
affidato a soggetti esterni, senza contraddittorio e con scarsi
riscontri oggettivi, che produrrà liste di lavoratori buoni, quasi buoni
e cattivi a cui sarà legata l’erogazione del salario di produttività,
che così perde la sua caratteristica di “salario” trasformandosi in
premio per chi lo percepisce.
Viene introdotto un codice di disciplina simile ad un regolamento
militare, senza garanzie e senza possibilità reale di contraddittorio,
che ha lo scopo di intimidire i lavoratori ed accompagnare la loro
totale flessibilità alle politiche pubbliche del governo. Non a caso la
valutazione negativa per due anni consecutivi potrà provocare il
licenziamento per scarso rendimento. Alla dirigenza viene riconosciuto
come unico vero potere quello disciplinare, mentre il resto è demandato
a soggetti esterni alla Pubblica Amministrazione.
Le materie di contrattazione divengono praticamente inesistenti; viene
impedito lo svolgimento delle elezioni Rsu, i comparti vengono accorpati
senza logica, attuando così un vero e proprio colpo di mano che cancella
la democrazia sindacale e le libertà individuali e collettive.
Le categorie pubbliche del Patto di Base ritengono invece che la
battaglia per il potenziamento e miglioramento della P.A. e dei servizi
pubblici da questa erogati riguardi tutta la società, e che investire in
questo settore sia un passo fondamentale per progettare la ripresa
economica del paese. Nel percorso verso lo sciopero generale verranno
attuate iniziative locali e di settore, con assemblee in tutti i posti
di lavoro.
Roma, 10 giugno 2009
Cobas P.I. - RdB-CUB P.I. - SdL Intercategoriale
Sciopero Generale del sindacalismo di base
Centinaia di migliaia in piazza a Roma -
Gli studenti assediano il Ministero per ore
Sciopero Generale 17 ottobre
La scuola e l’università "in
movimento" fanno lievitare la partecipazione
Alte le percentuali dell’astensione dal
lavoro in tutti i settori produttivi. In base alle prime
stime sull’adesione allo sciopero generale di 24 ore indetto
per oggi da CUB Confederazione Cobas, e SdL Intercategoriale,
oltre due milioni di lavoratori del settore pubblico e
privato hanno incrociato le braccia e ben centinaia di
migliaia sono scesi in piazza a Roma per il corteo
nazionale, snodatosi da Piazza della Repubblica a Piazza San
Giovanni.
Grandissima e preponderante la
partecipazione della scuola, sia per la presenza di
insegnanti, precari e genitori e naturalmente per l’enorme
spezzone degli studenti universitari e medi. Proprio questi
ultimi ad un certo punto hanno deviato verso il colosseo in
oltre trentamila conquistando sul campo l’accesso alle
strade che dal colosseo portano al Ministero della Pubblica
Istruzione, che è stato sotto assedio dei manifestanti per
ore.
Per quanto riguarda il trasporto pubblico
locale, alla Trambus di Roma si è registrato il 45% di
astensione dal lavoro; alla CGT di Torino il 75%; a Bologna
fra il 75 e il 77%; a Venezia centro l’80% extraurbano 40%;
a Treviso il 40%). Forti i disagi anche nei settori Aereo,
Ferroviario e Marittimo. Alle ore 14, mentre a San Giovanni
andavano concludendosi gli interventi dal palco, la coda del
corteo, che era rimasta a lungo bloccata in Piazza della
Repubblica per il grande flusso di manifestanti, è riuscita
finalmente a confluire in piazza.
Iniziative si sono tenute anche in altre città.
"Lo straordinario risultato di oggi dimostra
che i lavoratori scelgono di non subire ma di essere
protagonisti della propria lotta e che la nostra piattaforma
è largamente condivisa", è stato il primo commento del
Coordinatore nazionale CUB Pierpaolo Leonardi nel corso
della manifestazione.
"Da questo sondaggio in carne e ossa il governo deve trarre
la conclusione che è necessario aprire la relazione con una
consistente parte della società italiana che non delega più
la propria rappresentanza a Cgil Cisl Uil". Ha dichiarato
Piero Bernocchi, Portavoce dei Cobas: "Nelle scuole delle
principali città si è arrivati a punte di 60-70% di adesione
allo sciopero, con la metà delle scuole chiuse, ma anche con
ottimi risultati nel Pubblico Impiego, nei Trasporti e in
molti settori privati". Ed ha aggiunto: "Tutta la scuola
pubblica boccia la politica scolastica del governo, con il
più grosso sciopero della scuola mai realizzato, a cui hanno
partecipato anche iscritti di altri sindacati dimostrando
che questo è il vero sciopero unitario".
Ha concluso Fabrizio Tomaselli, di SdL Intercategoriale:
"Uno sciopero riuscito che dimostra l’estremo disagio dei
lavoratori ma anche la loro voglia di lottare. Una
manifestazione che ha gridato 500mila NO alle politiche del
governo e del sindacato confederale. Da oggi SdL
intercategoriale, CUB e Cobas hanno più responsabilità ma
anche più forza".
LA
TRUFFA DEI PRODOTTI DERIVATI E LE CONNIVENZE DEI GOVERNI
Venerdì, 19 Settembre 2008 - 19:45
In questi giorni molti lavoratori e lavoratrici si stanno chiedendo
cosa stia succedendo nell'economia mondiale. Lo scenario a cui
stiamo assistendo è il seguente: alcune grandi banche hanno fallito,
altre si accingono a portare i libri in tribunale, talune vengono
salvate o tramite l'incorporazione in altri istituti o attraverso
l'intervento delle banche centrali e dei governi nazionali. In
quest'ultimo caso possiamo parlare di vere e proprie
nazionalizzazioni. Il fallimento della Lehman Brothers e la
nazionalizzazione delle due grandi agenzie Fannie Mae e Freddie Mac
che gestivano oltre il 50% del mercato dei mutui USA segnano
simbolicamente la fine di un modello di sviluppo. La prima era
passata indenne alla crisi del '29 mentre le altre due vennero
costituite dopo la grande depressione per risollevare le sorti del
mercato immobiliare. Per avere un quadro più esauriente della
situazione è il caso di menzionare l'incorporazione della Bear
Stearns da parte della JP Morgan con l'apporto di due miliardi di
dollari da parte della Federal Reserve (Banca centrale americana) e
della Merrill Lynch da parte della Bank of America, il recentissimo
salvataggio del più grande istituto assicurativo del mondo l'Aig da
parte della Federal Reserve e del Tesoro americano nonché il crollo
in borsa della Morgan Stanley e della Goldman Sachs. La lista
potrebbe continuare e sicuramente nei prossimi giorni assisteremo ad
ulteriori sconvolgimenti del panorama finanziario e non solo.
Aldilà delle specifiche attività che caratterizzano i singoli
istituti esiste un terreno comune: i prodotti derivati. Fannie Mae e
Freddie Mac acquistano i mutui concessi dalle varie istituzioni
finanziarie subentrando nei crediti vantati da quest'ultime nei
confronti dei privati cittadini. Ovviamente il prezzo dei crediti
rilevati è inferiore al loro valore nominale. A questo punto i
crediti vengono trasformati in obbligazioni strutturate (prodotti
derivati chiamati cdo) e vendute sul mercato a fondi pensioni,
istituti di credito etc.. A sua volta gli acquirenti si rivolgono
alle assicurazioni come Aig per premunirsi dal rischio di fallimento
delle società che hanno emesso le obbligazioni ed ottengono altra
carta straccia ossia prodotti derivati denominati cds. Ma Aig a
questo punto se qualcuno fallisce dove li prende i fondi per pagare?
Semplice emette altre obbligazioni. In buona sostanza a fronte di 1
euro di metallo ne girano 10 di carta straccia e ciò consente di
fare utili da capogiro a tutti i commensali, sino a che il
meccanismo non si inceppa e ci si rende conto che ci troviamo ne più
ne meno che di fronte ad una catena di Sant'Antonio semplicemente
più sofisticata, a scala planetaria e per importi pari a circa 15
volte il PIL di tutto il mondo. Per intenderci, la catena sta
continuando, gli 85 miliardi di dollari dati dalla banca centrale
americana (le cui casse ormai sono quasi vuote) altro non sono che
un prestito fatto dal Tesoro americano, che ha preso possesso
dell'80% delle azioni della società, a fronte del quale dovrà
emettere nuove obbligazioni!!!! Fannie e Freddie gestiscono 5.200
miliardi di dollari pari ad un terzo del PIL americano, dunque i
duecento miliardi di dollari iniettati dalla Fed rischiano solo di
essere l'antipasto di un banchetto i cui costi saranno scaricati
sulle spalle delle classi lavoratrici del pianeta (è evidente che
l'acquisizione dei pacchetti di carta straccia è avvenuta da parte
di tutti i paesi del mondo). Dunque siamo tutti sulla stessa barca?
No in questi anni queste due società hanno usufruito di
straordinarie agevolazioni fiscali pari agli utili realizzati che
sono stati intascati dagli azionisti (parliamo di circa 240 miliardi
di dollari), gli stessi che oggi scaricano sul bilancio pubblico
americano il conto delle loro ruberie.
E' ovvio che per arrivare ad una simile follia occorreva che tutti
lavorassero nella stessa direzione: governi e mondo della finanza in
tutta la sua più ampia accezione. Infatti la Banca centrale
americana, mentre si distribuivano mutui a pioggia ed il prezzo
degli immobili raggiungeva quotazioni fuori dalla realtà, anzichè
frenare procedeva ad una riduzione continua dei tassi d'interesse
portandoli sino all'1%, per paura che il mercato dei mutui e degli
immobili subissero una contrazione ed il gioco venisse scoperto. La
politica dello struzzo lungi dal risolvere il problema lo ha
ingigantito e spostandolo soltanto temporalmente.
Ma se il problema è solo americano, come asseriscono alcuni, perché
crollano in borsa anche le banche europee? La risposta è semplice le
interconnessioni tra la finanza americana ed europea sono molto più
ramificate e complesse di quanto non si dica e le banche europee
hanno acquistato grandi quantità di prodotti derivati.
Un ragionamento a parte meritano i fondi pensioni. Sia il Fonchim
(chimici) che il Cometa (metalmeccanici) hanno in portafoglio
obbligazioni Lehman Brothers per importi pari rispettivamente a
3.650.000 euro e 3.850.000. Se è vero che l'incidenza sul patrimonio
è ancora bassa (0,2%-0,1%), è evidente che di fronte ad ulteriori
fallimenti tale percentuale aumenterà con effetti nefasti sulle
pensioni future dei lavoratori, che, dopo aver assistito al massacro
della previdenza pubblica orchestrata dai vari governi succedutisi,
oggi rischiano anche la previdenza integrativa. In buona sostanza
non esiste più alcuna certezza per il posto di lavoro e per la
pensione.
Ma una volta svelata la tecnica con il quale si sta compiendo la più
grande truffa della storia ai danni del mondo del lavoro dipendente,
nella sola Manhattan sono stati licenziati più di 100.000 lavoratori
e lavoratrici bancari, non abbiamo ancora capito le ragioni profonde
per cui siamo arrivati a questo punto e soprattutto perché
l'economia è dominata dalla finanza. Seppur le dinamiche esposte
sono complesse le ragioni sono molto semplici. Gli azionisti
investono i propri capitali esclusivamente seguendo un principio: la
massima valorizzazione del capitale. Normalmente, salvo casi di
monopolio in settori come cardini come l'energia dove infatti i
profitti sono superiori alla media, quando un settore merceologico
realizza alti profitti i capitali si spostano immediatamente sino a
che l'offerta diviene eccessiva rispetto alla domanda, i prezzi
diminuiscono ed il livello dei profitti si adegua a quello degli
altri settori di merci o servizi. Quando l'economia reale non riesce
più a valorizzare i capitali in quanto i consumi scendono e la
concorrenza internazionale è sempre più estesa ed agguerrita la
finanza diviene una sorta di paradiso. Ma c'è un'altra particolarità
nella finanza. Il meccanismo di livellamento dei profitti non
funziona per una ragione molto semplice, la possibilità di vendita
di prodotti finanziari è pressochè illimitata. Non esiste nessuna
merce che ha un fatturato pari a 15 volte il PIL del mondo come nel
caso dei soli prodotti derivati. Se a questo aggiungete governi e
banche centrali ubbidienti pronti a fare politiche monetarie e
fiscali che amplificano i profitti il gioco e fatto.
E' importante a questo punto comprendere quale debba essere
l'atteggiamento dei lavoratori di fronte ad un evento di tale
portata che avrà sicuramente ripercussioni pesantissime anche
nell'economia reale. Dopo la crisi del '29 il PIL americano crollo
del 30%. La gravità di questa crisi, per la portata delle masse
monetarie in oggetto, per l'interconnessione di tutte l'economie del
mondo, la Cina è il primo paese esposto con gli USA, e soprattutto
per i legami indissolubili tra finanza ed economia reale alimentati
dalla normativa emanata negli ultimi venti anni, sarà sicuramente
maggiore di quella del '29. A cui segui la seconda guerra mondiale
per una nuova spartizione del pianeta. I lavoratori e le lavoratrici
debbono separare il proprio destino da quello degli attuali padroni
del mondo, che con la loro avidità hanno compiuto la più grande
rapina della storia dell'umanità (altro che tangentopoli) ed oggi
vogliono far pagare a noi il conto.
Dobbiamo riprendere a lottare per una pensione pubblica e rimandare
al mittente la legge del TFR nei fondi pensioni, dobbiamo chiedere
intransigentemente l'aumento dei salari oltre l'inflazione e
respingere senza esitazioni qualsiasi controriforma dei contratti
nazionali che peggiori ulteriormente il nostro potere di acquisto,
dobbiamo lottare affinchè si proceda alla nazionalizzazione di tutti
i settori strategici del paese per ridurre l'impatto occupazionale
derivante dalla crisi, nessun regalo di Alitalia a coloro che si
presentano come i salvatori della patria dopo lo scempio che gli
stessi hanno compiuto in Telecom dilapidandola, frazionandola e
lasciandola con ben 43 miliardi di euro di debiti, occorre lavorare
seriamente alla formazione di un vero sindacato internazionale che
abbia la capacità di contrastare a livello globale l'azione nefasta
delle banche centrali e dei governi liberisti che ci hanno portato a
questa drammatica situazione, e per ultimo e non certo in ordine di
importanza dobbiamo contrastare senza tregua qualsiasi spinta
guerrafondaia tesa ad una nuova spartizione del pianeta.
Daniele Canti - Direttivo Nazionale Fisac-CGIL
Su la testa!!
Fermiamo l’attacco ai lavoratori pubblici!!
(15 luglio 2008)
Approfittando della stagione estiva, il Governo Berlusconi ha
approvato a fine giugno il decreto legge n. 112, un decreto che avrà
ripercussioni pesantissime sul personale e sui servizi della
pubblica amministrazione.
Nei mesi scorsi la campagna contro i “fannulloni” della Pubblica
Amministrazione è servita non solo per diffamare mediaticamente il
personale pubblico, ma anche per costruire nel paese un clima
favorevole per comprimere i diritti, avviare privatizzazioni,
riduzioni di organici e di salario: provvedimenti tutti presenti nel
DL n. 112.
Riduzione degli organici, blocco del turn over fino al 2013, una
assunzione per ogni 10 pensionamenti, fine dei processi di
stabilizzazione dei precari.
Nuove privatizzazioni, riduzioni di posti di lavoro con chiusura di
uffici e accorpamenti. Aumenteranno i carichi di lavoro.
Chi si ammala è perduto! Si parte dall’equazione malato =
assenteista, per cui chi è in malattia si vedrà corrisposto solo la
paga tabellare senza indennità e salario accessorio. La fascia di
reperibilità sarà allargata dalle 8 alle 20 con un’ora d’aria
(pardon di pausa, chissà perché viene da pensare al famigerato
articolo 41-bis per i detenuti mafiosi…), dalle 13 alle 14.
Non ci sono i soldi per il rinnovo dei contratti pubblici. L’
inflazione prevista per il 2008/09 è pari al 3,2% mentre l’Istat
rileva, per il solo 2008, il 3,6% e l’inflazione reale viaggia in
realtà oltre il 5% (vedi i rincari di petrolio e di tutti i generi
di prima necessità).
Come se non bastasse la scure dei tagli si abbatterà sul salario
accessorio con la riduzione, per il 2007, del 10% dei Fondi di
amministrazione rispetto a quelli del 2004, e la disapplicazione di
tutti i fondi a partire dal 2008. Insomma retribuzioni base da terzo
mondo e niente salario accessorio!!
Ed ulteriori tagli agli enti locali, alla sanità, e a tutti i
ministeri sono già annunciati nel DPEF. Lorsignori pensano di
rendere più produttiva la P.A. tagliando i servizi, i nostri salari
ed attaccando i nostri diritti?
FERMIAMOLI PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI!
I Cobas aderiscono il 16 luglio allo sciopero di 2 ore (dalle 12
alle 14) nelle Agenzie Fiscali e invitano i lavoratori a partecipare
al presidio di Roma, davanti al Parlamento, delle ore 13.
COBAS Pubblico Impiego
aderente alla Confederazione COBAS
|
VALDAGNO
CAROVITA. Tra i banchi del mercato alla ricerca delle offerte più
convenienti di generi alimentari e vestiario
La vita con il mutuo? Viaggi e cinema
addio
Tanti i sacrifici per tagliare le
spese e risparmiare «Metà dello stipendio se ne va per pagare la
casa»Luigi Cristina (DAL GIORNALE DI VICENZA 6/4 )
Si rinuncia a tutto, pur di arrivare a fine mese. Scongiurando lo
spettro delle spese impreviste per una malattia, per non finire sul
“lastrico". Non esitano a prospettare una situazione nera, i valdagnesi
alle prese con un mutuo per la casa o per il dentista che, nella
migliore delle ipotesi, taglia a metà lo stipendio che a fatica arriva a
sfondare il tetto dei mille euro.
La conferma viene da un’inchiesta al mercato cittadino, dove la gente
affolla i banchi alla ricerca dell’offerta migliore tra generi
alimentari e vestiti a basso prezzo. Risparmiare anche 10 euro può
diventare il salvagente, nel bilancio di famiglia. Una situazione,
quella del risparmio a tutti i costi, che rappresenta la quotidianità di
chi fa fatica ad arrivare addirittura alla terza settimana del mese.
«Ho detto addio al cinema e alle serate in pizzeria per poter pagare il
mutuo» è la frase più ricorrente come nel caso di Elisabetta Pretto,
madre di due bambini, con la «responsabilità di garantire tutti i giorni
il sostentamento famigliare». «Pago il mutuo e, tra pannolini e latte
artificiale per mio figlio, è come se dovessi pagarne due - le fa eco
Riccarda Bertoldi -. Una situazione difficile da affrontare ogni mese:
una volta mi concedevo qualche week-end per viaggiare e dedicarmi alle
bellezze di mete vicine e lontane. Adesso non posso più permettermelo,
perché sullo stipendio pesa notevolmente il prestito chiesto in banca».
Più drammatica la situazione di Albano Tiso, operaio, che guadagna 1000
euro al mese: «Oltre la metà, cioè 536 euro - spiega -, mi servono per
pagare il mutuo. Rinuncio praticamente a tutto, perché altrimenti non
potrei farcela a rimborsare le rate. Vado a mangiare a casa dei miei
genitori, così da ridurre le spese almeno per quanto riguarda la spesa
quotidiana di generi alimentari».
Ma c’è anche chi vive «con la paura di ammalarsi o di avere una spesa
improvvisa per l’auto», così da evitare il peggioramento di una
situazione già non rosea. È lo spettro di Marco, giovane padre con i
sacchetti della spesa in mano che ha «eliminato il superfluo e gli
sfizi» per il bene dei figli. Non è diversa la situazione di Raffaella,
che aggiunge: «I sacrifici per il figlio sono indispensabili: per lui
cerco di comprare cose di qualità mentre mio marito ed io ci
accontentiamo dovendo pagare il mutuo». Paolo Cenzato, giovane
disoccupato, vive con il padre pensionato e deve «rinunciare a discoteca
e divertimenti». «Scelgo con molta attenzione cosa comprare: acquisto
solo prodotti in offerta» è la filosofia di Annamaria Rossato. Migliore
la vita per Martina Scarpa, che con due stipendi e un figlio dice di
«vivere bene, anche se non si riesce più a risparmiare.
| I redditi non oltre i 25 mila
euro (DAL GIORNALE DI VICENZA 25/3 ) |
|
Sui redditi delle famiglie è emerso che il 70 per cento ha un
introito medio che va da 10 mila a 25 mila euro.
Il 12 per cento delle famiglie ha un reddito inferiore ai 10
mila euro annuo, provocando di conseguenza il maggior numero di
situazioni critiche.
Questa realtà economica determina problematiche che si
concentrano maggiormente nei comuni con il minor numero di
abitanti e con famiglie composte da una sola persona.
All'interno di questa fascia si concentrano nuclei familiari di
madri sole, spesso con figli a carico, oppure donne di oltre 65
anni in stato di vedovanza. Sono sempre le donne giovani, dai 25
ai 40 anni, ad avere problemi occupazionali.
Si tratta di un presupposto, quello del reddito e del lavoro,
determinante e condizionante nella ricerca compiuta nell'Alto
Vicentino, da cui emergono anche delle priorità nelle attenzioni
sociali verso le fasce più deboli da parte delle amministrazioni
locali.
|
Da
radio onda d'urto BS - Feb. 07 Ore: 12.22 - PADOVA:
IMPORTANTE VITTORIA PER I LAVORATORI DELLA TNT
Importante vittoria nel padovano dei lavoratori contro il colosso delle
spedizioni TNT. Le iniziative di lotta messe in campo dai circa 100
dipendenti, in maggioranza migranti, attuate non solo a Padova ma anche in
altre sedi TNT del Veneto, hanno portato dapprima all' apertura di un
tavolo di trattativa in Prefettura tra parti aziendali, sindacali e
istituzioni e attraverso questo all'ottenimento delle rivendicazioni al
centro della vertenza. Ci spiega tutto Luca Trivellato, dell'ADL cobas,
sindacato di base che ha sostenuto la battaglia di questi lavoratori.
[Scarica
il contributo audio, durata: 4 min.]
Da
radio onda d'urto BS- Feb. 07 Ore: 13.39 - INCIDENTI
LAVORO: DUE MORTI ANCHE OGGI
Non ci sono più parole per descrivere il quotidiano stillicidio sui
luoghi di lavoro. Anche oggi dobbiamo denunciare la morte di altri due
operai. Il primo era un lavoratore di 44 anni morto folgorato in un
cantiere edile a Pratola Serra in provincia di Avellino. Secondo una prima
ricostruzione, nel corso della gettata di cemento per la realizzazione di
un solaio, il tubo dal quale viene colato il cemento ha urtato i cavi
dell'alta tensione. L'operaio che stava provvedendo alla gettata è
rimasto folgorato. Il secondo morto era un operaio di origine rumena
dipendente di una segheria a San Martino di Lupari (Padova). La vittima,
che oggi compiva 46 anni, è stato ferito mortalmente alla testa da un
pezzo di legno mentre stava lavorando ad una macchina utensile. Intanto
questa mattina è stato convocato presso il ministero della Salute, il
tavolo sulla sicurezza, al quale la Fiat ha anticipato non parteciperà.
Una decisione grave e deprecabile ha sottolineato il sottosegretario alla
salute, Giampaolo Patta: «nonostante – ha sottolineato Patta - siano
state riscontrate significative violazioni alla legge 123/2007 negli
stabilimenti di Cassino, Melfi, Torino, Pomigliano d'Arco». Scopo
dell'incontro è verificare la possibilità di definire un protocollo
d'intesa sulla sicurezza. Il commento di Giorgio Airaudo, Fiom di Torino
Da
radio onda d'urto BS - Feb. 04 Ore: 16.17 - OMICIDI
BIANCHI: UNO OGNI 7 ORE
Un morto ogni sette ore, più di 1 milione
d'incidenti l'anno. Queste le cifre sugli infortuni sul lavoro in Italia
presentate oggi dall'Anmil, l'Associazione dei mutilati e invalidi del
lavoro, al capo dello Stato Giorgio Napolitano. “Dopo tanto parlare di
prevenzione – afferma il presidente dell'associazione Piero Mercandelli
– i numeri dicono semplicemente che con il personale a disposizione
impegnato alla sicurezza sul lavoro, se si dovessero controllare tutte le
aziende italiane, ognuna di esse riceverebbe un controllo ogni 23 anni”.
Per questo non si può dire che in Italia sia garantito un fondamentale
diritto della persona, ossia il diritto alla vita e alla sicurezza di
ciascuno nel normale svolgimento della propria attività. Sentiamo lo
stesso Mercandelli ai nostri microfoni.
"La ricchezza passa dal lavoro ai profitti"
dal sito: www.chainworkers.org/
28/12/2007
L'inflazione cresce decisamente più dei salari, il che vuol dire
che i lavoratori dipendenti si impoveriscono. Ma siccome il Pil
nominale cresce oltre l'inflazione, di soldi ne circolano di più.
Evidentemente, però, non vanno ai salari bensì al profitti. I dati
pubblicati ieri dall'Istat confermano una tendenza che va avanti da
diversi anni e le diseguaglianze sono accresciute dalla crisi del
sistema contrattuale. Ne parliamo con Francesca Re David, responsabile
nazionale dell'organizzazione della Fiom-Cgil.
Cosa raccontano i dati dell'Istat sui primi nove mesi del 2007?
Una storia purtroppo già nota: la ricchezza si sposta dal lavoro
alla rendita e al capitale. In dieci anni questo spostamento ha
superato i 10 punti, una valanga di danaro. Gli accordi del luglio '93
hanno garantito una forte moderazione salariale, mentre le altre voci
che avrebbero dovuto fornire garanzie sul valore d'acquisto dei salari
sono rimaste lettera morta. A questo si aggiunge la riduzione del
welfare, cioè di tutti quei i servizi sociali senza i quali il valore
del salario inevitabilmente si riduce.
E' un fenomento che riguarda l'insieme dei lavoratori
dipendenti. Dunque, mal comune mezzo gaudio?
Non è così. La pretesa di legare sempre più il salario alla
redditività d'impresa non fa che aumentare le disparità nel mondo
del lavoro, senza più elementi di riequilibrio. Questa pretesa degli
imprenditori si spiega in un solo modo: il rifiuto padronale di
riconoscere il valore sociale ed economico del lavoro in sé.
C'è un legame tra questa cancellazione e il mancato rinnovo di
così tanti contratti?
Naturalmente, nel senso che non viene riconosciuta dalle
controparti imprenditoriali la nessità di mediazioni con il lavoro, e
così anche il vecchio sistema di regole non certo vantaggiose per i
lavoratori si è bloccato. Soltanto con il conflitto sociale si riesce
a strappare qualcosa. Se anche legassimo il salario all'inflazione
comunque intesa, al massimo riusciremmo a fotografare l'esistente, cioè
un insieme di diseguaglianze senza possibilità di riequilibrio.
L'idea di ridurre i contratti nazionali al puro recupero
dell'inflazione, rinviando gli aumenti alla pura redditività
d'impresa non frenerebbe lo spostamento della ricchezza verso la
rendita e il capitale, e non riavvierebbe un equilibrio dentro il
mondo del lavoro dipendente.
Le ore di sciopero sono crollate, meno 56% negli ultimi nove
mesi. Ogni lavoratore ha scioperato in media 5 o 6 minuti nel 2007. Ciò
dipende dall'esplosione dell'«esercito di riserva», il precariato in
tutte le sue forme, ricattabile e usato contro il sistema dei diritti
del lavoro? Oppure dall'effetto «governo amico»?
I precari, i lavoratori a termine, sono costretti a lavorare in
condizioni peggiori e hanno un bassissimo peso sindacale, per ragioni
evidenti che non dipendono certo dalla loro soggettività. Questo
conta, anche nella riduzione di ore di sciopero. Ma è probabile che
un ruolo l'abbia avuto anche la forte aspettativa legata al nuovo
governo. Resta un dato: le ore di sciopero sono crollate. Noi
metalmeccanici abbiamo iniziato la partita contrattuale a settembre e
siamo già a 40 ore di sciopero, ma in generale si può dire che i due
fattori, uno materiale legato alla condizione di lavoro e uno politico
legato al rapporto con il governo Prodi, hanno abbassato il tasso di
conflittualità.
C'è un tabù, nella politica e nel sindacato: la scala mobile.
Ma se lo stato dei salari è quello che sappiamo non sarebbe il caso
di riportarla all'ordine del giorno?
Siamo in una fase diversa, in cui però il tema del sottosalario
per i precari, per i lavoratori a termine, per i lavoratori artigiani
ci impone di ripensare a forme di recupero del valore d'acquisto dei
salari . Sono tanti i lavoratori che guadagnano sotto i minimi.
Un'altro tabù è quello del salario minimo...
E' un punto complesso, ma i tabù non aiutano ad affrontare i
problemi. Se persino i metalmeccanici tedeschi si pongono il problema
del salario minimo, questo vuol dire che l'interrogativo è legittimo.
Thanx to Manfo
Elezioni rsu 2007: grande
affermazione delle Rdb-Cub pubblico impiego
(24 novembre 2007)
I dati elettorali, seppure ancora parziali, confermano il successo
delle liste RdB-CUB Pubblico Impiego, che in un numero crescente di posti
di lavoro e amministrazioni pubbliche si confermano come primo sindacato.
In base allo scrutinio del 40% delle liste presentate nel settore della
Sanità, le RdB superano i 5000 voti, mentre nelle precedenti elezioni del
2004 raggiunsero 7871 voti sul totale delle liste scrutinate.
Nell’Università le RdB confermano la maggior rappresentatività ed il
proprio radicamento in nuovi atenei; nelle Agenzie fiscali si registra un
incremento del 15 % sul dato nazionale del 2004.
Nella Ricerca vi è un aumento di oltre 5 punti percentuali sul dato 2004,
a fronte di un incremento di 3000 ricercatori rispetto all’organico di 3
anni fa; sul 28% di liste scrutinate negli Enti locali, le RdB ottengono
4000 voti (nel 2004 furono 8800 a scrutinio completo).
I Ministeri avanzano nei consensi, conquistando il primo posto presso la
sede del dicastero di Padoa-Schioppa, nonché in numerosissimi posti di
lavoro, tra cui il Tribunale di Roma, dove le RdB passano dal 40% del 2004
al 43% odierno.
Per quanto riguarda i territori, va evidenziata la rilevantissima
affermazione in Emilia Romagna (si diviene il secondo sindacato della città
di Bologna), Liguria (dove si verifica un aumento del 25%), Toscana e
Lazio (con il Comune di Roma che ha triplicato i voti alle RdB) .
Questi importanti risultati sono stati ottenuti nonostante il pesante
clima che ha accompagnato queste ultime elezioni, testimoniato dalle
numerose segnalazioni di irregolarità in sede di scrutinio e di pressioni
sui lavoratori da parte di esponenti sindacali, dirigenti di posto di
lavoro, ed esponenti politici, che ci stanno pervenendo da tutta Italia.
Le RdB-CUB ringraziano i lavoratori per la conferma del consenso - già
espresso peraltro nelle recenti mobilitazioni – e ringraziano le
strutture di posto di lavoro e territoriali per l’impegno profuso in
questa difficile campagna elettorale.
Roma, 23 novembre 2007
Rappresentanze Sindacali di Base Pubblico Impiego
- Confederazione Unitaria di Base
fonte: ufficiostampa@rdbcub.it
Stipendi,
ecco la foto del declino. In 5 anni persi migliaia di euro
Dal
2002 al 2007 la perdita cumulata di un lavoratore è stata di 1.896 euro.
Tra le cause: ritardi nel rinnovo dei contratti, scarto tra inflazione
programmata ed effettiva, inadeguata redistribuzione della produttività e
mancata restituzione del fiscal drag. Tra i più svantaggiati ancora i
giovani: tutti sotto i 900 euro. I risultati dell’indagine Ires-Cgil
Gli
stipendi non vanno. I prezzi, purtroppo, invece sì. E a rimetterci, lungo
questa corsa impari, sono soprattutto impiegati e operai, che negli ultimi
anni hanno visto le proprie finanze alleggerirsi di un peso che vale, in
un anno, quasi duemila euro. I calcoli sono quelli dell’ultima indagine
dell’Ires-Cgil (“I salari dal 2002 al 2007”) presentata oggi a Roma.
Secondo gli autori della
ricerca, tra il 2002 e il 2007 chi aveva una retribuzione di fatto pari a
24.890 euro ha subito una perdita complessiva pari a 1.896 euro. Di
questi, 1.210 euro sono dovuti alla diversa dinamica tra inflazione e
retribuzioni e 686 euro imputabili alla mancata restituzione del fiscal
drag (vedi
tabella).
Lo scenario del declino
degli stipendi non può lasciare indifferenti. "Serve una nuova
politica dei redditi - ha detto il segretario generale della Cgil,
Guglielmo Epifani a margine della presentazione del rapporto - che
affronti il problema della crescita bassa, dei salari bassi e della
produttivià bassa. E' auspicabile che da gennaio, visto che si parla di
riforme, sia elettorali che istituzionali, un capitolo sia dedicato a
questo fondamentale tema".
Se si guarda ai nuclei
familiari si scopre che le cose sono andate ancora peggio e che, in questi
anni, si è assistita ad una divaricazione della forbice tra chi ha più e
chi ha meno. “La perdita di potere d’acquisto dei redditi della
famiglie di operai e impiegati – dice Agostino Megale, presidente
dell’Ires – si contrappone ad una crescita del potere d’acquisto
delle famiglie degli imprenditori e dei liberi professionisti. Con le
manovre fiscali del centro destra si è registrato un ulteriore
allargamento della forbice a sfavore dei bassi redditi”.
In termini di dati si
ritrova che il potere d’acquisto dei redditi familiari di imprenditori e
liberi professionisti è cresciuto di 11.984 euro mentre quello degli
impiegati è diminuito di 3.047 euro e quello degli operai di 2.592 euro.
Oggi, dicono quelli
dell'Ires, oltre quattordici milioni di lavoratori guadagnano meno di
1.300 euro al mese e di questi circa 7,3 milioni non superano neppure i
mille euro al mese.
Tra gli impiegati
generici, solo l'11,9 per cento guadagna più di mille e trecento euro. Il
13,2 sta sotto gli 800 euro, il 15 per cento guadagna meno di mille euro e
il 24,9 per cento tra 800 e mille euro. Simili percentuali per gli operai
specializzati. Quanto agli impiegati di concetto solo il 24,3 per cento
supera i 1.300 euro mensili.
La modesta crescita
delle retribuzioni, secondo gli autori dell’indagine, è da imputare
allo scarto tra l’inflazione programmata (utilizzata per rinnovare la
parte economica dei contratti) e l’inflazione attesa ed effettiva, i
ritardi registrati nel rinnovo dei contratti e l’inadeguata retribuzione
della produttività attraverso la contrattazione di secondo livello.
Se si guarda poi all'età
delle diverse componenti della forza lavoro, si scopre che sono ancora i
giovani a portare il peso più gravoso. Tutti ancora sotto i novecento
euro al mese. Tutti quasi sulla soglia della povertà. Secondo i dati
presentati oggi un apprendista con meno di 24 anni guadagna al mese solo
736,85 euro, un collaboratore occasionale arriva a 768,80 euro mentre un
co.co.pro o un co.co.co si deve accontentare di 899 euro.
Dalle rilevazioni Istat,
ricordano quelli dell’Ires, si ricava poi l’evidenza che il 13,7 per
cento dei giovani (tra 18 e 34 anni) sono poveri. La situazione diventa
ancor più gravosa se il giovane vive in coppia con tre o più figli: in
questo caso sono poveri il 45,8 per cento.
L'inadeguato incremento
retributivo è anche imputabile alla lenta crescita della produttività
della nostra economia che dal 1998 al 2007 è cresciuta di poco meno del 3
per cento mentre in Germania si sono registrati valori intonro all'8,5 per
cento, nel Regno Unito pari al 20 per cento e negli Usa hanno addirittura
toccato punte del 25 per cento.
TABELLA:
Anno
per anno
FEDERICO PACE
www.repubblica.it
19 novembre 2007
Volantone
economico Cub: perché è diventato difficile vivere (scaricalo qui)
BOICOTTAGGIO della CONSULTAZIONE TRUCCATA del 8-10 OTTOBRE sul protocollo pensioni-mercato del lavoro e SCIOPERO GENERALE NAZIONALE IL 9 NOVEMBRE – La cub rilancia la piattaforma per ridistribuire il reddito a lavoratori e pensionati, per eliminare la l 08-09-2007
ORDINE DEL GIORNO COORDINAMENTO NAZIONALE CUB 07/09/07
Il Coordinamento nazionale della CUB, riunito a Sasso Marconi il 7 settembre 2007, respinge la farsa democraticista della consultazione blindata dei lavoratori sui contenuti dell’accordo sul welfare sottoscritto il 23 luglio 2007 da governo, confindustria e cgil, cisl e uil che la CUB non solo non ha sottoscritto ma ha contrastato sia ai tavoli presso Palazzo Chigi che con lo Sciopero Generale del 13 luglio 2007.
La Cub quindi invita tutti i lavoratori al boicottaggio di tale consultazione.
Il C.N. CUB ritiene indispensabile riprendere la lotta ai contenuti e alla filosofia dell’accordo del 23 luglio e rilanciare la propria piattaforma di lotta su cui da anni sta promuovendo iniziative e scioperi.
Il C.N. CUB ritiene indispensabile quindi la costruzione di uno SCIOPERO GENERALE NAZIONALE, da inserire in un programma di lotte più ampio e duraturo, da attuarsi tenendo conto anche dei tempi di discussione della Legge Finanziaria per il 2008 che dovrà anche recepire i contenuti dell’accordo sul welfare e che già si annuncia pesante e infarcita di ulteriori tagli e sacrifici.
Il C.N. impegna pertanto tutte le strutture e i delegati della CUB a dare vita immediatamente, in preparazione dello sciopero generale, a momenti di confronto e di mobilitazione sul territorio e nei luoghi di lavoro.
Il C.N. CUB ritiene che tale sciopero generale possa essere proclamato unitariamente con tutte quelle forze sindacali e sociali che respingono l’accordo del 23 luglio e che intendono rilanciare il conflitto nei confronti delle scelte economiche e sociali del Governo Prodi e lavorerà alla realizzazione di questo obbiettivo.
Il C.N. CUB ritiene che dopo la straordinaria riuscita della campagna contro il trasferimento del TFR ai Fondi pensione e vista la grave crisi finanziaria e borsistico che sta attraversando l’economia mondiale, stiano maturando le condizioni per tornare a chiedere con forza il rilancio della previdenza pubblica che è stata ulteriormente attaccata dall’accordo del 23 luglio scorso.
Il C.N. CUB ritiene altresì indispensabile proseguire nell’iniziativa contro la guerra e le basi di guerra per cui il Governo Prodi intende stanziare nuovi e importanti fondi, riconfermando così le proprie scelte belliciste e di subordinazione agli interessi Statunitensi.
La CUB sosterrà quindi le iniziative di mobilitazione previste contro la costruzione della nuova base al Dal Molin e per la chiusura della caserma Ederle a Vicenza, contro la costruzione degli F35 a Cameri (NO), e tutte quelle iniziative che abbiano chiaramente al centro il NO alla guerra, il no alle spese militari, il no alla devastazione del territorio ( TAV, Rigassificatori ecc.) auspicando anche che tali iniziative si dialettizzino con lo sciopero generale di autunno.
Il C.N. CUB impegna tutte le proprie strutture a sostenere concretamente le proprie organizzazioni impegnate nei prossimi mesi nel rinnovo delle RSU.
Approvato all’unanimità
Sasso Marconi 7 settembre 2007
Tfr ai Fondi pensione: i dati della Covip confermano che è fallita l’operazione di trasferire il Tfr ai fondi pensione e l’obiettivo di sostituire con i fondi privati la previdenza pubblica. 20-09-2007
Comunicato Stampa CUB RdB
Tfr ai Fondi pensione: i dati della Covip confermano che è fallita l’operazione di trasferire il Tfr ai fondi pensione e l’obiettivo di sostituire con i fondi privati la previdenza pubblica.
Nonostante le ingente risorse economiche e il sostegno di larga parte dei mezzi di
Informazione, di cgil,cisl,uil, in una campagna a senso unico le adesioni sul numero dei lavoratori interessati sono state circa il 5% ai fondi chiusi e circa il 2,5% ad altre forme.
Anche questi dati confermano l’esigenza e l’urgenza del rilancio della previdenza pubblica.
Secondo i dati diffusi ieri dalla Covip (commissione di vigilanza sui fondi pensione) è fallita l’operazione di trasferimento del tfr ai fondi pensione sui circa 12.500.000 lavoratori interessati hanno aderito circa il 5% ai fondi negoziali e circa il 2,5% alle altre forme, essi segnano la sconfitta del disegno liberista di ridimensionare la previdenza pubblica e sostituirla con quella privata, scippando il tfr ai lavoratori.
Allorché saranno scomposte le adesioni sulla base dell’età degli aderenti, il progetto di previdenza complementare risulterà ancor più affossato in quanto alla Cub risulta che le adesioni sono venute non dai giovani ma prevalentemente dai lavoratori più anziani.
Ora sperano di arricchire il dato puntando sullo scippo operato ai danni dei lavoratori silenti con la truffaldina e di dubbia costituzionalità norma del silenzio assenso.
Cub chiama i lavoratori a continuare nella mobilitazione per:
1. il rilancio della previdenza pubblica, l’unica per il suo carattere di universalità in grado di assicurare a tutti un trattamento pensionistico che assicuri il mantenimento del tenore di vita preesistente. E con il calcolo, per i giovani e per chi ha iniziato a lavorare negli ultimi 10 anni, della pensione al 2% annuo sulle ultime retribuzioni, come avviene già oggi per tutti gli altri lavoratori
2. la cancellazione del meccanismo del silenzio assenso
3. la possibilità di recedere dalla adesione ai fondi
4. una informazione capillare ad ogni nuovo assunto perché sappia che entro 6 mesi deve esplicitare la propria volontà, in assenza della quale il tfr finirà automaticamente ai fondi.
La turbolenza finanziaria originata dalla crisi dei mutui sub prime che è destinata a durare per mesi con effetti negativi sui rendimenti degli investimenti operati dai fondi, rappresenta un ulteriore elemento di valutazione di quali sono i rischi che si corrono allorquando si sceglie di giocarsi il tfr alla roulette della borsa.
Milano 20-9-07 |
|
Campagna
contro lo scippo del tfr nei fondi pensione: Occhio! Il
formaggio lo stai mettendo tu!
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AUDIO
-
“No allo scippo del TFR, per il rilancio del Sistema
Pensionistico Pubblico” -
Senti o prendi l'intervento del prof. Giovanni Mazzetti
fatto al convegno della CUB il 17 febbraio a Pomigliano d'Arco
SAY NO!! TO YOUR tfr IN TO A PENSION FUND -
NO al TFR como fondos para nuestra jubilaciòn No!! -
Non au TFR dans les fonds de la
retraite No!!
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Il giusto prezzo di una vita produttiva
“Il Manifesto”, Venerdi 24 novembre
La proposta di un reddito di esistenza o Reddito Sociale
Garantito di un livello sostanziale e indipendente
dall’impiego (RSG) elaborata nel quadro dell’ipotesi del
capitalismo cognitivo é spesso rifiutata avanzando due tipi
di critiche.
La prima concerne il carattere eticamente
inaccettabile di una sconnessione del reddito dal lavoro
salariato. Questa critica é sovente alla base delle
posizioni che oppongono alla rivendicazione di un RSG, la
proposta di una riduzione uniforme del tempo de lavoro in
una prospettiva che esprime, in modo più o meno celato, una
nostalgia per il modello fordista di pieno impiego. La
seconda critica, legata ad un’insufficiente conoscenza dei
suoi fondamenti teorici, consiste nell’equiparare la
rivendicazione del RSG a proposte di basic income
argomentate con un approccio in termini di fine del lavoro
alla Rifkin. Secondo questa interpretazione, la
giusticazione principale di un basic income consisterebbe
infatti nel fatto che la rivoluzione informatica farebbe
dell’impiego una merce rara e, in modo ancor più
fondamentale, priverebbe ormai il lavoro del suo ruolo
centrale nella produzione di ricchezza. Il basic income é
allora concepito come un reddito assitenziale per gli
esclusi dalla rivoluzione informatica al fine di regolare un
mercato del lavoro sempre più duale. Sono tuttavia critiche
basate spesso su interpretazioni “maliziose”
dell’elaborazione teorica alla base della proposta di
reddito sociale garantito. Il proposito di questo articolo é
di mostrare l’inconsistenza di queste critiche e di
dissipare questi malintesi, ricordando i due fondamenti
teorici essenziali su cui poggia la proposta di un RSG.
Il primo fondamento riguarda il ruolo di un
RSG incondizionato in relazione alla condizione della forza
lavoro in un’economia capitalista. La disoccupazione e la
precarietà sono qui intese come il risultato della posizione
subalterna del salariato all’interno di un’economia
monetaria di produzione : si tratta della costrizione
monetaria che fa del lavoro salariato la condizione
d’accesso alla moneta, cioè a un reddito dipendente dalle
anticipazioni dei capitalisti concernenti il volume della
produzione e quindi del lavoro impiegabile con profitto. In
questa prospettiva, il ruolo del RSG consiste a rinforzare
la libertà effettiva di scelta della forza lavoro incidendo
sulle condizioni in virtù delle quali, comme lo sottolineava
ironicamente Marx, il “suo proprietario non é solo libero di
venderla, ma si trova anche e soprattutto nell’obbligo di
farlo”. Inoltre, il carattere incondizionato e individuale
del RSG aumenterebbe il grado di autonomia delle donne e dei
giovani rispetto ai dispositivi tradizionali di protezione
sociale ancora incentrati sulla famiglia patriarcale. Da
questa concezione derivano due corollari essenziali. In
primo luogo, l’importo monetario del RSG deve essere
sufficientemente elevato (almeno la metà del salario
mediano) per permettere di opporsi all’attuale degradazione
delle condizioni di lavoro e favorire la mobilità scelta a
discapito della mobilità subita sotto la forma di
precarietà. Inoltre, il RSG permetterebbe anche un effettiva
diminuzione del tempo di lavoro. La garanzia di continuità
del redditto permetterebbe infatti a ciascuno di gestire i
passaggi tra diverse forme di lavoro e d’attività riducendo
il tempo di lavoro sull’insieme del tempo di vita in modo
più efficace che attraverso una riduzione uniforme del tempo
di lavoro sulla settimana lavorativa, come mostra anche il
relativo fallimento dell’esperienza delle 35 ore in Francia.
In secondo luogo, la proposta di RSG si iscrive in un
progetto più ampio di rinforzamento della logica di
demercificazione dell’economia all’origine del sistema di
protezione sociale che si propone di completare
salvaguardando le garanzie legate alle istituzioni del
Welfare (pensioni, sistema sanitario, indennità di
disoccupazione, ecc).
Il secondo fondamento della nostra concezione
del RSG consiste nel considerarlo come un reddito primario,
vale a dire un salario sociale legato ad una contribuzione
produttiva oggi non remunerata e non riconsciuta. Infatti,
contrariamente agli approcci in termini di fine del lavoro,
la crisi attuale della norma fordista dell’impiego é lungi
dal significare una crisi del lavoro come fonte principale
della produzione di ricchezza. Al contrario. Il capitalismo
cognitivo non é solo un’economia intensiva nell’uso del
sapere, ma costituisce al tempo stesso e forse ancor più del
capitalismo industriale, un’economia intensiva in lavoro,
benché questa dimensione nuova del lavoro sfugga sia alla
sua misura ufficiale, né può essere del tutto assimilata
alle forme canoniche del lavoro salariato. Questa
trasformazione trova la sua origine principale nel modo in
cui lo sviluppo di un’intellettualità diffusa e la
dimensione cognitiva del lavoro hanno condotto, a livello
delle fabbrica come della società, all’affermazione di un
nuovo primato dei saperi vivi, mobilizzati dal lavoro,
rispetto ai saperi incorporati nel capitale fisso e
nell’organizzazione manageriale delle imprese. Da questo
deriva anche la crisi del “regime temporale” che all’epoca
fordista opponeva rigidamente il tempo di lavoro diretto,
effettuato durante l’orario ufficiale di lavoro, e
considerato come il solo tempo produttivo, e gli altri tempi
sociali dedicati alla riproduzione della forza lavoro,
considerati come improduttivi.
Due tendenze mostrano la portata e la posta in
gioco di questa trasformazione. La prima rinvia alla
dinamica che vede la parte del capitale chiamato intangibile
(educazione, formazione, salute, R&S) e incorporato per
l’essenziale negli uomini (il c.d. capitale umano) superare
la parte del capitale materiale nello stock di capitale e
rappresentare ormai il fattore principale della crescita.
Ora, questo fatto stilizzato significa che le condizioni
della riproduzione e della formazione della forza lavoro
sono diventate direttamente produttive e che la fonte della
ricchezza della nazioni si trova sempre più a monte del
sistema delle imprese. In secondo luogo, viene evidenziato
un altro fatto sistematicamente omesso dagli economisti
dell’OCSE : i settori motori del nuovo capitalismo della
conoscenza corrispondono sempre più ai servizi collettivi
assicurati storicamente dal Welfare-State. Si tratta di
attività dove la dimensione cognitiva del lavoro é dominante
e si potrebbe sviluppare potenzialmente un modello di
sviluppo alternativo fondato sulla produzione dell’uomo
attraverso l’uomo e la centralità di servizi universali
forniti al di fuori di un logica di mercato. La seconda
evoluzione concerne il passaggio, in numerose attività
produttive, da una divisione taylorista ad una divisione
cognitiva del lavoro fondata sulla creatività e la capacità
d’apprendimento dei lavoratori tramite lo scambio
relazionale di conoscenza e saperi. In questo prospettiva,
il tempo di lavoro immediato dedicato alla produzione
nell’orario ufficiale di lavoro non é più che una frazione
del tempo sociale di produzione. Per la sua stessa natura,
il lavoro cognitivo si presenta infatti come la combinazione
complessa di un’attività di riflessione, di comunicazione e
di produzione di sapere che si svolge tanto a monte quanto
al di fuori del lavoro immediato di produzione. Di
conseguenza, i confini tradizionali tra lavoro e non lavoro,
si attenuano, e ciò attraverso una dinamica contraddittoria.
Da un lato, il tempo libero non si riduce più alla sola
funzione catartica di riproduzione del potenziale energetico
della forza lavoro Si articola invece su attività di
formazione, di autovalorizzazione, di lavoro volontario
nelle reti dell’economia sociale e delle comunità di scambio
dei saperi che attraversano le differenti attività umane.
Queste sono attività nelle quali ogni individuo trasporta il
suo sapere da un tempo sociale all’altro, accrescendo il
valore d’uso individuale e collettivo della forza lavoro.
Dall’altro, per questa stessa ragione si crea un conflitto e
una tensione crescente tra questa tendenza all’autonomia del
lavoro e il tentativo del capitale di assoggettare l’insieme
dei tempi sociali alla logica eteronoma della valorizzazione
del capitale. Questa tensione contribuisce a spiegare la
stessa destabilizzazione dei termini tradizionali dello
scambio capitale-lavoro salariato. Nel capitalismo
industriale, il salario era la contropartita dell’acquisto
da parte del capitale di una frazione di tempo umano ben
determinata messa a disposizione dell’impresa. Il
capitalista, doveva allora occuparsi delle modalità più
efficaci dell’utilizzo di questa frazione di tempo pagato al
fine di estrarre dal valore d’uso della forza lavoro la
massima quantità di plusvalore. Il taylorismo grazie
all’espropriazione dei saperi operai e alla rigida
prescrizione dei tempi e delle mansioni fu a suo tempo la
soluzione adottata. Nella fabbrica fordista, il tempo
effettivo di lavoro, la produttività, il valore e il volume
della produzione sembravano perfettamente predeterminati in
modo “scientifico”, anche se in realtà la catena di
montaggio non avrebbe mai potuto funzionare senza uno scarto
importante tra le consegne prescritte e l’attività reale. Il
solo vero rischio per il capitale era che questa
implicazione paradossale dell’operaio-massa si tramutasse in
insorgenza antagonista. Come è avvenuto. Ma tutto cambia
allorché il lavoro, diventando sempre più cognitivo, non
puo’ più essere ridotto un semplice dispendio di energia
effettuato in un tempo determinato. Il vecchio dilemma si
ripropone quindi in nuovi termini : non solo il capitale é
diventato nuovamente dipendente dai saperi dei lavoratori,
ma deve ottenere una disponibilità e un’implicazione attiva
dell’insieme dei saperi e dei tempi di vita. La
« prescrizione della soggettività », l’obbligo al risultato,
la pressione del cliente insieme alla costrizione pura e
semplice legata alla precarietà sono le principali vie
trovate dal capitale per tentare di rispondere a questa
problema inedito. Le diverse forme di precarizzazione del
rapporto salariale sono infatti anche e soprattutto uno
strumento per il capitale per imporre e beneficiare
gratuitamente di questa subordinazione totale, senza
riconoscere e senza pagare il salario corrispondente a
questo tempo non integrato e non misurabile nel contratto di
lavoro. Si tratta senza dubbio di una delle spiegazioni
chiave della constatazione fatta da Bertinotti in un recente
articolo secondo il quale nel capitalismo contemporaneo
della globalizzazione e della conoscenza la precarietà
sembra stare al lavoro come, nel capitalismo industriale, la
parcellizzazione stà al taylorismo. La stessa logica spiega
perché il processo di dequalificazione della forza lavoro
sembra aver ormai ceduto il passo a un massiccio fenomeno di
“déclassement” che colpisce specialmente le donne e i
giovani diplomati, cioè una svalorizzazione delle condizioni
di remunerazione e di impiego rispetto alle competenze
effettivamente utilizzate nello svolgimento della propria
attività lavorativa In conclusione, la proposta di RSG
poggia su un riesame del concetto di lavoro produttivo e
dunque della questione del salario, condotta da un duplice
punto di vista. Il primo rinvia al concetto di lavoro
produttivo concepito secondo la tradizione dominante in seno
all’economia politica come il lavoro che genera un profitto.
Si tratta qui della constatazione secondo la quale siamo
oggi di fronte a un’estensione importante dei tempi di
lavoro non retribuiti che, al di là della giornata ufficiale
di lavoro, partecipano alla formazione del valore captato
dalle imprese. Da questo punto di vista il RSG, in quanto
salario sociale, corrisponderebbe alla remunerazione
collettiva di una parte di questa attività creatrice di
valore che si effettua sull’insieme dei tempi sociali dando
luogo ad un enorma massa di lavoro non certificata e non
retribuita.
Il secondo punto di vista rinvia invece al
concetto di lavoro produttivo concepito come il lavoro
libero produttore di valori d’uso, fonte di una ricchezza
che sfugge alla logica mercantile e del lavoro subordinato.
Si tratta insomma di affermare, contro il pensiero unico
dell’economia politica, che il lavoro può essere
improduttivo di capitale ma produttivo di ricchezze non
mercantili e dar quindi luogo ad un reddito. Bisogna
sottolineare il rapporto ambivalente, al tempo stesso
d’antagonismo e di complementarità, che queste due forme di
lavoro produttivo intrattengono nel capitalismo cognitivo.
L’espansione del lavoro libero va infatti di pari passo con
la sua subordinazione al lavoro che produce plusvalore in
ragione delle tendenze stesse che conducono a uno
sgretolamento delle frontiere tradizionali tra lavoro e non
lavoro, sfera della produzione e sfera del tempo libero. La
questione posta dal RSG non é allora solo quella del
riconoscimento e della lotta contro questa estensione dello
sfruttamento, ma anche e soprattutto quella
dell’emancipazione del lavoro dalla sfera della produzione
di plusvalore. A questo riguardo, per riprendere un
espressione di Gorz, “solo il carattere incondizionato del
reddito potrà preservare la piena autonomia delle attività
che non possono trovare tutto il loro senso che se compiute
per se stesse” e favorire in questo modo la transizione
verso un modello non produttivista, fondato sulla preminenza
di forme di cooperazione non mercantili e capaci di liberare
la società del general intellect dalla logica parassitaria
del capitalismo cognitivo.
per una nuova scala
mobile
LA MANIFESTAZIONE
Vicenza - (m.c.) «Vogliamo il
ripristino della scala mobile, unica soluzione per dare un colpo
di reni alla dura situazione nella quale il Paese è da anni
attanagliato». È con questo motto che numerosi rappresentanti
del comitato "per
una nuova scala mobile" ieri mattina hanno rappresentato
davanti all'Associazione industriali di Vicenza in corso
Palladio. L'organizzazione, che fa capo alla
Confederazione unitaria di base cittadina, ha da tempo
redatto una proposta di Legge, depositata in Cassazione prima
delle elezioni, sottoscritta dagli esponenti nazionali di
numerosi sindacati, dalla Rete 28 Aprile della Cgil e da alcuni
partiti della sinistra, ed ora si appresta a raccogliere le
firme necessarie affinché la proposta diventi legge. «In tutte
le città venete», ha spiegato il coordinatore vicentino del
Comitato Germano Raniero, «è stata presentata contemporaneamente
la raccolta di firme ed abbiamo manifestato proprio davanti alla
Casa del mondo produttivo, perché è giunto il momento che gli
imprenditori facciano qualcosa per il futuro del Paese e
dell'economia. Ricordiamo che l'accordo interconfederale del
1992, che ha sostituito l'indicizzazione automatica delle
retribuzioni dei lavoratori all'inflazione rilevata dall'Istat,
la cosiddetta scala mobile, con un modello fondato
sull'inflazione programmata da contrattare, comparto per
comparto, ad ogni rinnovo dei Contratti collettivi di lavoro,
non è riuscito a tutelare il potere d'acquisto delle
retribuzioni e delle pensioni».
Sono questi i presupposti che hanno portato il Comitato a proporre
l'introduzione di una nuova scala mobile, per ripristinare un
sistema basato sull'indicizzazione automatica di salari e
pensioni e scongiurare l'ascesa dell'allarmante impoverimento
espresso dal crollo dei consumi, che ha portato pericolose
ripercussioni anche sul sistema commerciale, agricolo ed
industriale. «Ripristinare la scala mobile», ha concluso
Raniero, «vuol dire tornare ad avere salari in grado di reggere
i colpi del caro vita, uscendo dall'assurda situazione che
vivono oggi i lavoratori, costretti a scioperare per ottenere
una parziale restituzione di quanto perso a causa
dell'inflazione. Con questa proposta di legge si intende
ripristinare un sistema di adeguamento automatico trimestrale
delle retribuzioni, svincolato dai contratti nazionali ed utile
a restituire dignità ai rinnovi contrattuali, rinnovi che devono
servire ad ottenere reali incrementi salariali e miglioramenti
normativi».
da CUB VI
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I dati dello Spisal dell’Ulss 5
confermano che la valle dell’Agno è ad alto rischio
Troppi infortuni in cantiere
I sindacati: «Inaccettabile il costo
in vite umane»
di Giancarlo Brunori |
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Calano gli infortuni, ma «rimane alto» il numero di vittime.
Per questo servono «luoghi di lavoro più sicuri». A chiederlo
sono le organizzazioni sindacali, alla luce degli ultimi dati resi
noti dall’Ulss 5 “Ovest Vicentino”. L’analisi dello Spisal
per il 2004 conferma che nel 20% dei casi, è il “S. Lorenzo”
ad occuparsi degli incidenti più o meno gravi accaduti in
provincia. Come dire che la Valle dell’Agno «è un’area a
rischio vista la concentrazione di episodi» dato che un
infortunio su cinque viene trattato dall’ospedale di Valdagno.
Il settore più a rischio è quello dell’edilizia, in cui «servono
maggiore attenzione e corsi di qualificazione professionale». Il
2004 ha fatto registrare 23 mila incidenti sul lavoro a livello
provinciale. In vallata diminuisce il numero di questo tipo di
incidenti, passando da 4.320 del 2003 a 4.001 del 2004.
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«Non si deve abbassare la guardia, poiché i decessi ci sono
ancora e non può essere considerato un traguardo positivo nemmeno
il fatto che le vittime siano passate da sei a cinque negli ultimi
due anni. Non si può tirare un sospriro di sollievo, perché
nonostante ci sia stato un decesso in meno restano comunque i
cinque che hanno dimostrato come sia sempre più pericoloso
lavorare nei capannoni oppure in cantieri».
La presa di posizione è di Paolo Piccoli, segretario
organizzativo della Filca-Cisl provinciale che segue in
particolare il settore dell’edilizia soprattutto nella Valle
dell’Agno, e di Antonio Toniolo segretario provinciale
Fillea-Ggil settore edilizia. «Gli infortuni sono fin troppi, non
ultimo quello mortale avvenuto recentemente in vallata con un
operaio caduto dal tetto e su cui si sta cercando di fare luce per
gli accorgimenti adottati sul versante della sicurezza - spiega
Piccoli -. Lo Spisal fa la sua parte, come pure gli imprenditori.
Ma è necessario evitare di sottostimare il fenomeno: non è
possibile che operai muoiano per cadute da tetti o impalcature
perché non erano stati assicurati con i dovuti ancoraggi. Spesso
la sicurezza non viene tenuta in considerazione, mentre dovrebbe
essere valutata come un costo non tanto economico, quanto
piuttosto di vite umane il più delle volte perse per
disattenzione o negligenza. C’è bisogno di maggiore
informazione e di corsi di qualificazione».
«Negli ultimi tre mesi - aggiunge Toniolo - tra Malo e Noventa ci
sono state tre vittime: serve maggiore formazione professionale. I
corsi sulla sicurezza organizzati dai sindacati confederali hanno
dato i frutti sperati, ma c’è ancora tanto da fare per far sì
che alla fine dell’anno non si faccia un bilancio in rosso sul
piano delle vittime».
Il più delle volte, «a rimetterci sono i lavoratori impiegati in
imprese di piccole dimensioni che, a torto, pensano di poterla
fare franca risparmiando sui livelli di sicurezza». Il sistema
dell’antinfortunistica, insomma, starebbe «cedendo sotto il
peso di lutti in famiglia» anche se, è bene precisarlo, ci sono
aziende che lavorano correttamente ed anzi fanno anche più di
quello che viene richiesto dallo Spisal.
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Perché
scioperano gli autoferrotramvieri
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IL PROBLEMA E’ CHE TE LO RUBANO!
Ecco la scheda
tecnica sulla tanto sbandierata riforma delle tasse berlusconiane. AVETE POTUTO GIA'
VEDERE IN BUSTA PAGA I RISULTATI....LA SCHEDA VI AIUTA A CAPIRE MEGLIO COME FUNZIONA PER I
REDDITI FINO A 30 MILA EURO.
Scheda tecnica su tasse 2005
tabella
per tipologie di reddito e familiari; tabelle con valori delle detrazioni
Le novità introdotte
dalla legge finanziaria 2005 riguardano: riduzione delle aliquote da 5 a 4; trasformazione
delle detrazioni per carichi di famiglia in deduzioni dal reddito (lo sconto riduce
limponibile e non limposta). Secondo il governo, linsieme degli
interventi comporterà un risparmio di 4,3 miliardi di euro corrispondenti a 369 euro
annui medi pro capite. Di certo, il mix di nuove aliquote, nuovi scaglioni e deduzioni per
carichi di famiglia produce risparmi inesistenti o ridotti fino ad imponibili di 20.000
euro, i benefici andranno ai contribuenti con redditi medi e alti (superiori a 100.000
euro)
Confronto 2004/2005 per alcune
tipologie di reddito e situazioni familiari
Retribuzione |
Lavoratore single |
Lavoratore con 1
figlio a carico al 50% |
Lavoratore con coniuge
a carico |
Lavoratore con
Coniuge ed 1 figlio a
carico |
|
2004 |
2005 |
Diff |
2004 |
2005 |
Diff |
2004 |
2005 |
Diff |
2004 |
2005 |
Diff |
10000 |
741 |
741 |
0 |
483 |
438 |
45 |
195 |
69 |
126 |
0 |
0 |
0 |
11000 |
1037 |
1037 |
0 |
779 |
738 |
41 |
491 |
375 |
116 |
0 |
0 |
0 |
12000 |
1334 |
1334 |
0 |
1075 |
1039 |
36 |
787 |
681 |
107 |
271 |
37 |
234 |
13000 |
1630 |
1630 |
0 |
1372 |
1340 |
32 |
1084 |
986 |
97 |
567 |
351 |
216 |
14000 |
1926 |
1926 |
0 |
1668 |
1640 |
28 |
1380 |
1292 |
88 |
864 |
665 |
198 |
15000 |
2223 |
2223 |
0 |
1964 |
1941 |
24 |
1676 |
1598 |
78 |
1160 |
980 |
180 |
16000 |
2519 |
2519 |
0 |
2261 |
2241 |
19 |
2022 |
1904 |
119 |
1506 |
1294 |
212 |
17000 |
2815 |
2815 |
0 |
2557 |
2542 |
15 |
2319 |
2210 |
109 |
1802 |
1608 |
194 |
18000 |
3112 |
3112 |
0 |
2853 |
2843 |
11 |
2615 |
2515 |
100 |
2099 |
1923 |
176 |
19000 |
3408 |
3408 |
0 |
3150 |
3143 |
6 |
2911 |
2811 |
90 |
2395 |
2237 |
158 |
20000 |
3771 |
3704 |
66 |
3512 |
3444 |
69 |
3274 |
3127 |
147 |
2758 |
2551 |
206 |
21000 |
4144 |
4001 |
144 |
3886 |
3745 |
142 |
3648 |
3433 |
215 |
3131 |
2866 |
266 |
22000 |
4518 |
4297 |
221 |
4260 |
4045 |
215 |
4021 |
3738 |
283 |
3505 |
3180 |
325 |
23000 |
4892 |
4593 |
298 |
4633 |
4346 |
288 |
4395 |
4044 |
351 |
3879 |
3494 |
384 |
24000 |
5265 |
4890 |
376 |
5007 |
4646 |
361 |
4769 |
4350 |
419 |
4252 |
3809 |
444 |
25000 |
5639 |
5186 |
453 |
5381 |
4947 |
434 |
5142 |
4656 |
487 |
4626 |
4123 |
503 |
26000 |
6013 |
5482 |
530 |
5754 |
5248 |
507 |
5516 |
4962 |
554 |
5000 |
4437 |
562 |
27000 |
6386 |
5779 |
608 |
6128 |
5548 |
580 |
5890 |
5267 |
622 |
5373 |
4752 |
622 |
28000 |
6630 |
6116 |
513 |
6372 |
5849 |
523 |
6133 |
5573 |
560 |
5617 |
5066 |
551 |
29000 |
7004 |
6542 |
462 |
6745 |
6223 |
522 |
6507 |
5879 |
628 |
5990 |
5380 |
610 |
30000 |
7272 |
6967 |
305 |
7014 |
6655 |
359 |
6776 |
6274 |
502 |
6259 |
5695 |
674 |
| |
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Aliquote su scaglioni di reddito 2004 |
Aliquote su scaglioni di reddito 2005 |
Scaglioni annui |
Scag.ni mensili |
Aliquota |
Scaglioni annui |
Scag.ni mensili |
Aliquota |
Fino a 15000 |
1250 |
23 |
Fino a 26000 |
2166,67 |
23 |
Da 15001 a 29000 |
1250,01 a 2416,67 |
29 |
Da 26001 a 33500 |
2166,68 a 2791,67 |
33 |
Da 29001 a 32600 |
2416,68 a 2716,67 |
31 |
Da 33501 a 100.000 |
2791,68 a 8333,33 |
39 |
Da 32601 a 70000 |
2716,68 a 5833,33 |
39 |
Oltre 100.000 |
8333,34 |
43 |
Oltre 70001 |
Oltre 5833,34 |
45 |
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Deduzione dal reddito
in vigore dal 2004
|
Deduzioni teoriche di
reddito per carichi di famiglia 2005
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Tipo di reddito |
Deduz.ne annua |
Carichi di famiglia |
Deduz.ne
annua |
Redditi di fabbricati
e/o diversi |
3000,00 |
Coniuge |
3200,00 |
Redditi di lavoro
dipendente |
7500,00 |
Figlio o altro
familiare |
2900,00 |
Redditi di pensione |
7000,00 |
Figlio con meno di tre
anni |
3450,00 |
Redditi lavoro
autonomo/dimpresa |
4500,00 |
1° figlio se manca un
genitore |
3200,00 |
|
|
Figlio portatore di
handicap |
3700,00 |
|
|
Non autosufficienti |
1820,00 |
Esempio:
lavoratore dipendente con retribuzione netta annua di 18500 euro al netto degli oneri
deducibili.
(la
retribuzione netta si ricava sottraendo alla retribuzione lorda gli oneri deducibili:
contributi previdenziali, assegni al coniuge, erogazione
alla chiesa ecc)
Calcolo Deduzione
effettiva per reddito
26000+DT -RN = Moltiplicatore
260000
DT
x Moltiplicatore = DE |
Calcolo Deduzione
effettiva per carichi di famiglia
78000+DT -RN =
Moltiplicatore
78000
DT x Moltiplicatore =
DE
|
Importo Fisso |
26000 |
+ |
Importo Fisso |
78000 |
+ |
Deduzioni teoriche
lavor. dip |
7500 |
+ |
Deduzioni teoriche (
coniuge e due figli a carico 3200+2900+2900) |
9000 |
+ |
Reddito al netto oneri
deduc |
18500 |
- |
Reddito al netto degli
oneri deducibili |
18500 |
= |
Totale Numeratore |
15000 |
/ |
Totale Numeratore |
68500 |
/ |
Importo fisso
(denominatore) |
26000 |
= |
Importo fisso |
78000 |
= |
Moltiplicatore |
0,5769 |
|
Moltiplicatore |
0,8782 |
|
Moltiplicatore |
0,5769 |
x |
Moltiplicatore |
0,8782 |
x |
Deduzione teorica |
7500 |
= |
Deduzione teorica |
9000 |
= |
Deduzione effettiva |
4327 |
|
Deduzione effettiva |
7904 |
|
La
deduzione effettiva mensile si ottiene dividendo per dodici ottenuto con il procedimento
di cui sopra e si applica su dodici mensilità.
Calcolo
dellimposta
Reddito al netto degli
oneri deducibili |
18500 |
- |
Deduzione |
4327 |
- |
Deduzione per carichi
di famiglia |
7904 |
- |
Imponibile |
6269 |
x |
Aliquota |
23% |
|
Imposta |
1441,87 |
|
CUB -
Coordinamento Nazionale
Ministero dellEconomia e delle Finanze
|
Quarta tappa del viaggio nel
lavoro. Che fine ha fatto il tessile veneto?
In fuga da Valdagno. Senza saper che fare
(dal Manifesto 3/6/05)
Imprese senza strategie per il territorio,
avendo puntato tutto sulla compressione del fattore lavoro si trovano
ora spiazzate e fuori schema. Non sono in grado di competere nell'high
tech con le aree avanzate d'Europa ma neanche di sostenere l'urto di
Cina e India sul terreno del costo del lavoro...
PAOLO CIOFI,
«Il Veneto ricco e prospero - mi dice Luciano
Righi, studioso del territorio, che è stato parlamentare Dc e assessore
al lavoro della regione - nasce da chi si è messo in proprio lavorando
duramente, sacrificandosi e anche copiando ciò che facevano gli altri.
Eravamo una regione agricola povera, con tassi altissimi di emigrazione,
e siamo diventati ricchi». Mi vengono in mente i cinesi, e anche i
marchigiani, poveri come i veneti e grandi lavoratori, che nel
dopoguerra hanno popolato intere borgate di Roma. Adesso anche le Marche
sono un'altra regione. Ma dietro la luccicante vetrina del benessere
c'era, e c'è, una dura realtà di sfruttamento, persino di sé
medesimi. Qui alcune grandi imprese, come la vecchia Pellizzari e anche
la Marzotto, hanno fatto da incubatrici di competenze e di cultura
industriale per operai e tecnici che hanno tentato l'avventura, per
necessità o anche per vocazione: molti nuovi imprenditori provengono
proprio dall'industria «storica», che ha inseminato l'impresa diffusa,
sospinta anche dalla voglia d'intraprendere. Il problema è l'assenza di
una politica per la piccola impresa, capace di indirizzarne la crescita
e lo spontaneismo vorace, come risultante del culto del fai da te e
dell'antistatalismo sfrenato della Lega.
Politiche assenti
Assente una politica per la difesa del territorio e la tutela
dell'ambiente, con effetti devastanti sul traffico e il movimento delle
merci, e con elevatissimi costi economici e sociali: Vicenza nel mese di
marzo aveva battuto tutti i record nazionali d'inquinamento. Assente una
politica per la formazione e per la ricerca. Si sa che il livello di
scolarizzazione nel Veneto è basso, forse non si sa che la spesa
regionale per la ricerca è vicina allo zero: 0,6% sul Pil, molto al di
sotto della già evanescente spesa nazionale. «Solo il Trentino Alto
Adige e la Calabria-Basilicata fanno peggio del Veneto», annota uno
studio della Camera di commercio. Il risultato è che gli addetti alla
Ricerca & Sviluppo sono in totale 9.652: «risalta l'arretratezza
del Veneto in cui solo il 33,9% delle merci esportate presenta un
contenuto tecnologicamente avanzato», contro il 47,4% nel Nord Ovest.
Per dirla in breve, al di là dell'immagine accreditata dai media,
questo è un modello culturalmente arretrato e non innovativo. E ciò
spiega la vastità e la profondità della crisi. Si aggiunga l'assenza
di una strategia, non solo per la piccola impresa. Parlo di una
strategia complessiva, in grado di definire il ruolo di quest'area,
cerniera d'importanza geopolitica fondamentale, nel rapporto tra Europa
occidentale e paesi ex socialisti. Nel momento in cui si aprono i
mercati il Nord Est, avendo puntato tutto sulla compressione del fattore
lavoro, si trova spiazzato e fuori schema. Non è in grado di competere
nell'high tech con le aree più avanzate d'Europa, ma non può
neanche sostenere l'urto di Cina e India sul terreno del costo del
lavoro. E allora si va all'estero, a Timisoara o a Samorin: una fuga, un
ripiegamento verso l'arretratezza. Siamo di fronte a una crisi di fondo,
che è anche identitaria e psicologica, e che non si risolve né con la
svalutazione dell'euro né con l'innalzamento di barriere doganali. Si
chiede innovazione, e nell'ora della crisi tutti si dichiarano
innovatori.
Anche il dottor Calearo, presidente degli industriali vicentini oltre
che di Federmeccanica, e uomo chiave nella Confindustria di Montezemolo.
Ma la sua proposta di «un nuovo patto tra imprese e lavoratori per
andare dal governo a chiedere ciò che serve» non sembra proprio una
grande innovazione. Tanto più che «ciò che serve», secondo lui, sono
«la flessibilità del lavoro e la velocità nel dare e trovare risposte
ai problemi». Come dire che occorre spingere velocemente verso una
nuova fase di flessibilità con dolcezza, cioè con il consenso dei
sindacati dei lavoratori. Pensieri vecchi, e vecchie strade. Non c'è
l'ombra di un'autocritica, e tanto meno il tentativo d'impostare una
nuova politica industriale per dare qualità allo sviluppo, nel momento
in cui i principali gruppi veneti scelgono la rendita di posizione, come
Benetton che si sta rimpannucciando al riparo di Autostrade SpA, o la
finanziarizzazione, come Marzotto che si trasforma in holding
transnazionale, abbandonando il territorio e chi lo abita al loro
destino.
L'aria pesante di Valdagno si taglia col coltello quando incontro i
rappresentanti sindacali dello storico marchio vicentino, che insieme a
Graziano Besaggio della Filtea sono reduci da una trattativa con i
dirigenti dell'azienda. La situazione è difficile. «Chiediamo
informazioni su ciò che vogliono mantenere qui e su ciò che vogliono
delocalizzare, sull'organizzazione del lavoro e sulla formazione, ma
loro non rispondono», osserva Besaggio. La parola d'ordine è: fare,
collaudare ed eseguire. Cioè, loro comandano e tu esegui, per il resto
non hai alcuna voce in capitolo. E' chiaro che impostare una trattativa
in queste condizioni è un controsenso. Infatti, le relazioni sindacali
sono notevolmente peggiorate, sui lavoratori piovono lettere di
contestazione disciplinare. La colpevolizzazione del subalterno è la
regola, e le donne - il 70% nel tessile e il 90% nell'abbigliamento -
sono le più penalizzate. Già è dura con un salario di 800-900 euro,
ma poi - aggiunge Monica - «non ci sono più servizi sociali per le
donne che lavorano. Qui siamo quasi tutte sposate, ma non c'è asilo
nido, e in quelli comunali vai in lista, non hai la precedenza perché
lavori». Si chiede il part-time, ma di regola viene negato, perché
l'azienda fa sapere che non tratta problemi personali. Insomma, dal
paternalismo del conte Marzotto siamo passati allo stile manageriale del
presidente Favrin.
Anche qui si sente, e si vede, l'incertezza del futuro. Non si sa quali
effetti produrrà la riorganizzazione finanziaria del gruppo, con la
separazione in due distinte società dell'abbigliamento e del tessile.
Sta di fatto che se nel duemila la Marzotto occupava 3.400 persone nel
distretto vicentino, oggi ne sono rimaste circa la metà tra Schio,
Piovene e Valdagno, dove è concentrato l'abbigliamento, e dove
dovrebbero restare la progettazione, i prototipi e il controllo. Intanto
c'è la Cassa integrazione in atto, e poi hanno già trasferito il «cervello»
del gruppo a Milano. Dicono che lasceranno qui la «testa», cioè
alcuni uffici amministrativi. Ma la testa senza cervello non è un
granché. Il consiglio di amministrazione ha già approvato la scissione
delle attività del settore abbigliamento, con la concentrazione di
Valentino, Marlboro Classics, M Missoni e Hugo Boss in una nuova società
controllata denominata Valentino Fashion Group e quotata a Piazza
Affari. In sintesi: da una parte l'abbiglimento (85% del fatturato),
trasformato in sistema moda sotto le insegne di Valentino, dall'altra il
tessile (15%), che resta marchiato Marzotto.
E' la conclusione della trasformazione del gruppo da manifatturiero in
finanziario, con l'uscita del capofamiglia Pietro e la formazione di un
patto tra diversi azionisti guidato da Antonio Favrin, il cui
appannaggio è di 1.211.000 di euro. Ormai l'Italia pesa meno del 20%
nel fatturato consolidato del gruppo, che nel 2004 è stato di 1.824
milioni di euro. L'80% proviene dagli stabilimenti dislocati in
Germania, Svizzera, Repubblica Ceca, Lituania, Stati uniti, Tunisia e
Turchia. Ma bisogna anche considerare che intere linee di Valentino
vengono fabbricate interamente in Cina.
Responsabilità buttate via
In definitiva, questo è un esempio pessimo di internazionalizzazione,
in cui l'impresa butta via, al tempo stesso, responsabilità sociale e
responsabilità nazionale. Tuttavia la risposta non sta
nell'arroccamento localistico, che ci fa solo arretrare. Il problema è
se questo tipo di capitalismo è in grado di assicurare una prospettiva
al paese. In ogni caso, per evitare la frantumazione globale delle
classi lavoratrici e un conflitto permanente tra poveri, servirebbe
davvero una cosa nuova, vale a dire l'unità transnazionale dei
lavoratori.
Oscar Mancini, segretario della Cgil di Vicenza, osserva che intanto,
per contrastare la fuga delle imprese dalle loro responsabilità,
occorre far avanzare una diversa qualità dello sviluppo che recuperi la
centralità del valore sociale del lavoro. Certo, la questione ha
un'evidente risvolto politico. Ma anche il sindacato può fare di più,
impegnandosi in un diffuso rapporto di massa con i lavoratori e
costruendo con loro forme più stabili e penetranti di democrazia.
Condivido. E tirando le somme di queste giornate trascorse tra il Nord
Est e il Nord Ovest, rilevo la presenza di tre costanti, pur nella
grande varietà delle situazioni: la dissipazione del lavoro, e una
difficile condizione materiale e psicologica dei lavoratori, che genera
insicurezza e infelicità; il respiro corto e l'egoismo del ceto
capitalistico dirigente, vecchio e nuovo, che vede solo i suoi interessi
di classe, e cioè profitti, rendite e patrimoni esentasse; l'assenza
della politica, separata e distante dal mondo del lavoro.
Lavoro e precarietà.
Non si può parlare di lavoro senza fare una piccola premessa sulla sua funzione sociale.
E' appurato che ormai "il lavoro" è un diritto fondamentale riconosciuto nel
tempo, in Italia dalla Costituzione, in Europa dalla "Carta dei Diritti" fino
alle organizzazioni mondiali ed ai vari vertici che periodicamente si susseguono.
L'espressione generica del diritto al lavoro, và però vista non solo in un'ottica di
redditività, cioè nella possibilità di produrre o accumulare reddito, ma soprattutto
nella capacità di essere soggetto di diritto, in quanto il lavoro rappresenta il mezzo
per avere accesso ai bisogni umani fondamentali e cioè: istruzione primaria, alloggio
decoroso, un'alimentazione sufficiente, l'accesso all'acqua potabile, da ultimo ribaditi
anche nel Vertice dei capi mondiali tenutosi a Vienna nel 1996.
Ma non solo.
In una visione più ampia dei bisogni, vanno inseriti, oltre il soddisfacimento dei
bisogni materiali -cioè quelli necessari alla "sussistenza fisica" anche i
bisogni immateriali. Parlando di funzione sociale del lavoro, per uno sviluppo completo
dell'individuo e quindi della società, è necessario dare la possibilità all'individuo
stesso di coltivare la propria realizzazione, di vivere della propria memoria al fine di
contribuire a far accrescere il livello culturale della società e della qualità della
vita. D'altro canto, senza memoria non si da cultura, ossia senza un insieme di esperienze
e di valori condivisi e convissuti, non è possibile la società; ecco quindi che le
radici del passato sono una garanzia di significatività per l'avvenire.
La società liberista, strutturata sulla logica del profitto a tutti i costi,
unilateralmente orientata e spasmodicamente tesa verso il futuro, è destinata a perdere,
le sue radici, il suo passato e probabilmente perderà anche il loro futuro.
Questi sono i presupposti che hanno generato l'idea della "rendita di
esistenza", sostenuta dall'AIRE, Associazione per l'Istaurazione della Rendita di
Esistenza, dalla rete BIEN, da gruppi e partiti politici di diversi paesi, come i verdi in
Germania, in Olanda. In Spagna alcuni gruppi politici delle provincie di Castela e di
Leao, nel 1997, hanno presentato una proposta di legge contro l'esclusione sociale che
prevedeva una "rendita di cittadinanza". L'origine di questa formula, scaturisce
dalla considerazione che la capacità produttiva di una società è il risultato di tutto
il sapere scientifico e tecnico accumulato dalle generazioni passate; questo patrimonio
comune deve servire al profitto di tutti gli individui, sottoforma di rendita
incondizionata. Essa si sovrapporrebbe al reddito proveniente da altre attività e
andrebbe a sostituire altri sistemi di aiuti sociali, come sussidi di disoccupazione,
aiuti alle famiglie, borse di studio, finanziamenti ai settori svantaggiati, etc. Questo
tipo di ridistribuzione del reddito, rappresenterebbe un efficace sistema contro la
povertà assoluta, in maniera non "caritatevole" e renderebbe meno costosa la
gestione del sistema sociale.
Questo tipo di concezione del lavoro si contrappone con quella che viviamo quotidianamente
in una società con un'economia capitalistica come la nostra, basata sulla produzione di
beni e servizi utilizzando la merce, e dove per merce si intende il capitale e il lavoro.
Il lavoro in questa economia, rappresenta quindi un elemento materiale da utilizzare in
quantità minima necessaria, in funzione all'obiettivo di redditività dell'impresa.
Il processo di evoluzione dell'economia capitalistica dell'ultimo secolo (vedi il
crescente rinnovo tecnologico e l'aumento del capitale nei processi produttivi) ha fatto
si che l'obbiettivo della produzione di reddito e di ricchezza potesse essere ottenuto con
un sempre minor utilizzo della "merce lavoro" contro invece un crescente
utilizzo di capitale finanziario (cioè di merce immateriale) e della sua circolazione,
con una concentrazione della ricchezza su poche persone. Una conseguenza diretta di questo
sistema economico, basato appunto sul principio "niente diritti senza lavoro" è
il sacrificio di intere popolazioni, quelle notoriamente considerate povere nei paesi
dell'area del terzo mondo e un sempre più crescente numero di persone che vivono al
limite della soglia di povertà nei paesi occidentali.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un peggioramento della qualità della vita e ad
un aumento di bisogni insoddisfatti. Contemporaneamente, il progresso tecnologico, ha
prodotto un sempre maggior numero di disoccupati, che potenzialmente potrebbero essere
impiegati in servizi destinati a migliorare la qualità della vita, cioè al welfare,
termine anglosassone per definire il benessere sociale.
E' proprio con queste finalità che abbiamo visto proliferare le cosidette cooperative
sociali, che qui in Umbria rappresentano una realtà alquanto consistente.
I principi promotori delle coop., nascono dall'esigenza di vedere realizzate nuove forme
di lavoro in cui il lavoratore rimane padrone del proprio destino e può esprimere la
propria creatività. I valori di base delle cooperative di tutto il mondo sono: autonomia,
autogestione, responsabilità sociale, democrazia, uguaglianza, giustizia sociale e
solidarietà e attenzione verso gli altri componenti (così come risulta dalla Carta dei
Principi del Cooperativismo Popolare); ma purtroppo molto spesso accade anche che esse
sorgono semplicemente per aggirare oneri fiscali e per avere ampia libertà nella gestione
del personale socio lavoratore che si trova a rincorrere ore di lavoro in più per
raggiungere a fine mese uno stipendio adeguato.
Alcune di queste Coop. hanno conservato la caratteristiche dettate da i principi
ispiratori, come ad esempio cooperative di produzione o botteghe per il commercio equo,
basate su produzioni alternative; altre invece sono delle vere e proprie imprese sociali,
dove la figura del socio lavoratore ha un potere minimo, rappresentativo. Ormai le
cooperative sono entrate a far parte della nostra società fornendo molti servizi che
dovrebbero essere pubblici, inoltre il processo di privatizzazione, fa si che esse
divengano appaltatrici di sempre più servizi pubblici, rimanendo così enti finanziati
totalmente da denaro pubblico, ma non gestite direttamente dal pubblico. Questo fa si che
la loro vita sia sempre vincolata dai rapporti stabiliti con gli enti, da delibere, umori
politici che caratterizzano la precarietà di queste strutture, ed è proprio su queste
che si concentra la maggior parte dell'occupazione giovanile, purtroppo caratterizzata da
creatività ma anche precarietà e spesso anche sfruttamento.
L'ultimo esempio che abbiamo a Perugia è l'avvio della privatizzazione delle mense degli
asili, ancora in fase sperimentale, ma che comunque ha avviato la sua strada, rispecchia
completamente la contraddizione di questo sistema. Gli appalti di questi servizi sono
stati dati a cooperative sociali per ottenere un risparmio di costi; in realtà questo
risparmio è dato dalla differenza di trattamento subito dai lavoratori, dove quelli
pubblici erano assoggettati a salari garantiti e alla tutela di un contratto di settore,
mentre quelli della cooperativa , devo subire le condizioni poste da un contratto
commerciale al di fuori da ogni canone sindacale.
L'aspetto più evidente della mercificazione del lavoro è la precarietà, rappresentata
dall'utilizzo di sempre più nuove forme di lavoro, funzionali solo all'azienda e alle sue
esigenze di flessibilità.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una serie veramente fantasiosa, da parte dei governi
che si sono susseguiti, di "soluzioni" al problema della disoccupazione: il
lavoro interinale, che a mio parere rappresenta la massima oggettivizzazione dell'uomo,
visto che l'agenzia, quasi sempre una multinazionale, "affitta" l'uomo con il
suo bagaglio di esperienze lavorative su questa o quell'altra azienda, in base alle
esigenze della produzione, del mercato; i contratti di formazione- lavoro, maturati poi
nei più funzionali ( per l'azienda) piani d'inserimento professionale: due forme di lotta
alla disoccupazione, nate per aiutare l'avviamento del giovane nel mondo del lavoro, in
realtà si riducono a delle assunzioni a tempo determinato di personale che più che
"formarsi", lavora a tutti gli effetti, con un notevole risparmio di contributi
a carico delle aziende; le ormai note "collaborazioni coordinate e
continuative", ormai ampiamente riconosciute dalla normativa sul lavoro, chissà
perché vengono preferite in luogo di un'assunzione con contratto collettivo nazionale.
Tutte queste nuove forme di lavoro, cosiddetto "atipico", ma ormai consolidate
rappresentano la risposta dei nostri governi al problema della disoccupazione e di
conseguenza, l'impegno degli stessi alla tutela dei diritti umani.
Una nuova economia è naturalmente quella basata su principi completamente opposti: la
salvaguardia dei diritti umani come conseguenza di una equa ridistribuzione del reddito.
Questo obiettivo è percorribile attraverso strade diverse, che blocchino i processi in
corso, o limitino i danni causati dalla new economy. Alcune di queste strade, sono ancora
in discussione e considerate troppo "rivoluzionarie", come quella del blocco del
prodotto interno lordo dei paesi più industrializzati favorendo la redistribuzione del
reddito; altre sono invece già da adesso percorribili, come la proposta della tobin tax,
il salario sociale, la lotta alla disoccupazione, la tutela dei diritti dei lavoratori, la
riduzione dell'orario di lavoro
|