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MIGRANTI |
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Continua la guerra ai migranti. La Sicilia: da terra di
sbarco a luogo di detenzione
8 / 4 / 2010
Malgrado gli accordi di pattugliamento
e di riammissione con la Libia e con gli altri paesi di transito, come la
Tunisia e l’Egitto, anche quest’anno, con l’arrivo della primavera, sono
ripresi i viaggi della disperazione attraverso il Canale di Sicilia.
Rispetto agli anni precedenti si tratta di poche imbarcazioni, altre
probabilmente affondano, ma ogni volta i naufraghi arrivano in condizioni
fisiche peggiori e ci sono puntualmente morti e dispersi che i mezzi di
informazione ignorano. Cresce l’atteggiamento di sfiducia nei confronti dei
migranti, anche tra le forze dell’ordine. Quando si dovrebbero contare i
morti, puntualmente, le autorità di polizia ritengono non veritiere le
dichiarazioni dei sopravvissuti che raccontano di avere dovuto gettare
cadaveri in mare, oppure lamentano la caduta in acqua e l’annegamento di
qualche loro compagno, proprio quando la salvezza era vicina, magari in
prossimità di un mezzo militare italiano. A questa generale sottovalutazione
del dramma di chi è sopravvissuto per giorni in alto mare, senza che nessuno
lo avvistasse e intervenisse in soccorso, corrisponde una censura sempre più
rigida. Notizie sugli sbarchi che in passato, fino ai tempi del governo
Prodi per intenderci, facevano la prima pagina, oggi vengono relegate in
cronaca locale, forse un modo per non oscurare le ricorrenti dichiarazioni
del ministro Maroni che esulta per i “successi storici” conseguiti nella
lotta contro l’immigrazione “clandestina”, dopo la stipula dei “suoi”
accordi con la Libia il 4 febbraio dello scorso anno. “Successi” che
nascondono pratiche in contrasto con il diritto internazionale, ma che
evidentemente l’elettorato di destra ha saputo apprezzare, nel silenzio più
assoluto delle forze di opposizione presenti in Parlamento.
Successi fasulli, perché il numero
degli irregolari in Italia aumenta continuamente, ma pagati a caro prezzo,
con la vita dei migranti.In assenza di canali di ingresso regolare,
i viaggi della speranza non si arrestano ma diventano sempre più lunghi e
pericolosi, in qualche caso si parte anche dall’Egitto, e la maggiore
permanenza a mare, conseguenza dei pattugliamenti congiunti italo libici, in
collaborazione con l’Agenzia europea FRONTEX, comporta un numero imprecisato
di vittime. Si potranno mai contare le vittime degli abusi e delle violenze
della polizia libica nei centri di detenzione in cui i migranti sono
ammassati in Libia, da quando si è fatta più intensa la collaborazione tra
la polizia di quel paese e la polizia italiana, che ha inviato numerosi
agenti “di collegamento”? Stando alle dichiarazioni ufficiali, questi
poliziotti in trasferta si limiterebbero a compiti di “addestramento” della
polizia libica, ma non parteciperebbero attivamente alle operazioni di
cattura dei migranti irregolari, ma è possibile che
nessuno di loro si accorga di quello che i libici infliggono ad uomini e
donne colpevoli soltanto di fuggire dal proprio paese in guerra ?
Si indaga sulle telefonate di soccorso lanciate dai barconi
in procinto di affondare nelle acque del Canale di Sicilia, ma nessuno si
preoccupa delle violenze subite dai migranti nelle operazioni di trasbordo
sulle unità italo-libiche, e tanto meno dei casi di omissione di soccorso
che tempi di permanenza così lunghi in mare aperto dovrebbero fare
ipotizzare. E non si hanno più notizie delle indagini aperte dalle Procure
di Agrigento e di Siracusa dopo i respingimenti collettivi verso la Libia,
praticati lo scorso anno, dal 6 maggio in poi, dalla Guardia di Finanza.
Il carattere strettamente “poliziesco” delle fasi successive
all’ingresso irregolare compromette una tempestiva e corretta istruzione
delle richieste di asilo, con il risultato che sta lievitando la percentuale
di dinieghi, mentre diventa sempre più difficile, per gli avvocati
indipendenti e per le associazioni umanitarie, raccogliere le procure e
presentare tempestivamente i ricorsi contro i respingimenti “differiti”, le
espulsioni, i dinieghi di status. Anche in Sicilia, come nel resto d’Italia,
si frappongono ostacoli sempre maggiori ai contatti tra gli immigrati
trattenuti nei centri di detenzione e le associazioni indipendenti o gli
avvocati. Nulla di quanto avviene in questi centri deve trapelare
all’esterno e, come documenta
l’ultimo rapporto di Medici senza frontiere, l’uso forzato degli
psicofarmaci all’interno dei CIE è in continuo aumento. Ma anche questo
rapporto deve essere ignorato da parte dell’opinione pubblica, ed in Sicilia
nessun politico o nessun prefetto ha risposto agli inviti di MSF che voleva
presentare pubblicamente a Palermo il risultato di anni di indagine sui CIE
e sui Cara ( centri di accoglienza per richiedenti asilo). Un rapporto che
ancora una volta, dopo la relazione De Mistura del 2007, condannava senza
appello il centro di detenzione Serraino Vulpitta di Trapani, che a breve,
secondo quanto si dice, dovrebbe essere chiuso, quando si potrà aprire la
nuova struttura detentiva di Trapani Milo.
Sull’immigrazione in Sicilia, come sui centri di detenzione
ed accoglienza, deve calare il silenzio, nessuno deve più collegare
Lampedusa alle rotte dei migranti, e delle ultime operazioni di salvataggio,
effettuate nel mese di marzo nel Canale di Sicilia, non si sa in effetti
nulla, anche perché i migranti vengono fatti sparire subito dopo il loro
sbarco, distribuiti in centri diversi,anche in Calabria ed in Puglia.
Diventa sempre più difficile il compito delle associazioni umanitarie nel
seguire questi percorsi di dispersione che spesso preludono ad una nuova
condizione di clandestinità, imposta dalle particolari modalità di
“accoglienza” dietro le sbarre. Si apre dunque un nuovo fronte di impegno
per quanti sapranno documentare quanto avviene e rimane nascosto.
D’altra parte si cerca di fare “sparire” i migranti prima
ancora che arrivino. Non è concepibile che in un tratto di mare come il
Canale di Sicilia, sorvegliato continuamente dalle autorità militari e
battuto da centinaia di unità commerciali e pescherecci, “barconi” carichi
di decine di migranti possano restare invisibili per una settimana o più.
Probabilmente molti non vedono, o fanno finta di non vedere. E del resto su
questa situazione di diffusa omissione di soccorso pesa ancora
la
condanna da parte del tribunale di Agrigento dei due comandanti tunisini
che nel 2007 salvarono la vita a decine di migranti, conducendoli poi a
Lampedusa, malgrado un repentino mutamento delle decisioni del governo
italiano, che dopo una prima autorizzazione, al momento dell’ingesso nelle
acque territoriali italiane, aveva poi deciso che i migranti dovevano essere
ricondotti in Tunisia dagli stessi pescherecci che li avevano salvati. Il
processo è ancora in fase di appello, a Palermo, ma nel frattempo i
comandanti ed i pescatori (per quanto questi ultimi siano stati assolti)
sono ridotti alla fame ed i pescherecci, sottoposti a sequestro giudiziario
a Lampedusa, sono stati depredati e non ne rimane che lo scheletro. Come al
solito, chi aveva la responsabilità di custodire quei mezzi, bloccati in
porto a Lampedusa da una decisione dei magistrati, mezzi che rappresentavano
l’unica risorsa di lavoro per i pescatori ingiustamente sotto processo, non
pagherà neppure un euro. E intere famiglie saranno rovinate per sempre. Un
ennesimo monito per tutti coloro che vogliono operare tempestivamente
interventi di salvataggio, senza obbedire ai calcoli politici ed alle
logiche di respingimento dei governi. Il processo di appello dovrà dunque
costituire una importante occasione di mobilitazione per le associazioni
antirazziste, per continuare ad esprimere la loro solidarietà a chi ha
perduto il lavoro e le speranze di futuro della propria famiglia, solo per
avere compiuto un gesto di solidarietà.
Dopo il salvataggio e lo sbarco a
terra, la sorte dei migranti arrivati nel territorio siciliano appare
segnata. Anche a seguito della sospensione dei progetti che in
Sicilia consentivano un immediato intervento delle associazioni umanitarie,
i sopravvissuti, come si verificava fino al 2007, vengono “trattati”
unicamente da personale di polizia, forse al fine di potere praticare
interrogatori ancora più serrati, con l’unico obiettivo di scoprire scafisti
e porti di partenza e quindi vengono avviati verso diversi centri di
detenzione, da ultimo anche a Crotone, in Calabria. Ormai non c’è più spazio
nei CIE italiani ed a Trapani, al Serraino Vulpitta che rimane per ora
l’unico CIE aperto in Sicilia, i pochi posti residui, appena 54, dopo il
ridimensionamento della struttura a seguito del rogo del 1999, sono occupati
in prevalenza da ex detenuti, prima dell’espulsione, anche se hanno scontato
la loro pena o sono ancora in attesa di giudizio definitivo. Alla vigilia di
una stagione nella quale si possono attendere nuovi sbarchi, si rischia
ancora una volta di riprodurre nei CIE siciliani, in quelli che saranno
riaperti e nel Serraino Vulpitta in particolare, fino a quando resterà in
funzione, quella stessa situazione di promiscuità che nel 1999 determinò una
serie di rivolte culminate nel rogo del 29 dicembre e nella morte di sei
migranti. Una strage rimasta senza colpevoli, anche se lo stato italiano è
stato condannato in sede civile a risarcire i superstiti, con una sentenza
che individua chiaramente le responsabilità della tragedia.
Una parte degli immigrati sbarcati in Sicilia in questi
primi giorni di primavera è costituita da richiedenti asilo somali, mentre
sono “scomparsi” i sudanesi, i liberiani e i migranti di altri paesi del
centro Africa, per effetto dei rimpatri che la Libia, con le risorse
finanziarie e tecniche italiane, provenienti in parte ( assai esigua) anche
dall’Unione Europea, sta effettuando verso quei paesi. Deve fare riflettere
anche l’ultimo arrivo in Sicilia di migranti tunisini, innanzitutto perché
conferma come, chiusa una rotta se ne apre subito una nuova, ma anche perché
non si può ritenere “a priori” che siano tutti migranti economici, o che
provengano da un paese terzo sicuro, in quanto potrebbero essere anche
potenziali richiedenti asilo, come già si è verificato lo scorso anno, in
fuga dalla dittatura di Ben Alì, da sempre grande amico, come Gheddafi, dei
governanti italiani. In dialetto siciliano un vecchio proverbio dice :
“nessuno si sceglie se non si assomiglia”. E l’Italia ha rinviato in Tunisia
persone che avevano fatto richiesta di asilo, come ha respinto in Libia
migranti che in Europa avrebbero certamente ottenuto uno status di
protezione internazionale.
2.Cosa potrà succedere in Sicilia dopo
l’approvazione del pacchetto sicurezza.
Rispetto ad altre regioni la Sicilia ha avuto finora un
numero più basso di immigrati regolari che si sono fermati nel suo
territorio, anche per la cronica difficoltà di trovare un autentico
contratto di lavoro e dunque di potere conseguire un permesso di soggiorno.
Per lo stesso motivo molti richiedenti asilo si trasferiscono in altre
regioni non appena ottengono un titolo di soggiorno, altri proseguono il
loro viaggio verso altri stati europei. In alcuni settori come in
agricoltura il lavoro irregolare riguarda il 70 per cento delle imprese
agricole.
Sono circa 2.000 i migranti, molti dei
quali irregolari, che lavorano annualmente da stagionali in Sicilia, ma i
numeri, e le persone, sono destinati a crescere, come si sta verificando già
in questi mesi, fino probabilmente a raddoppiare. Quest’anno
infatti si registra un afflusso più consistente dalle regioni del nord, sia
per i numerosi licenziamenti inflitti dalle aziende che preferiscono
delocalizzare, e riducono il personale partendo proprio dagli ultimi
arrivati, sia per le campagne antimmigrati che stanno facendo la fortuna dei
sindaci leghisti e diventano sempre più, ogni giorno che passa, una vera e
propria pulizia etnica ai danni dei migranti. Almeno per quelli che non
vogliono sottomettersi ad una integrazione violenta, come le scuole di
dialetto imposte agli “stranieri” che vogliono continuare a risiedere nelle
regioni settentrionali. Un ennesimo abuso reso possibile anche dalla
genericità della disciplina del nuovo “accordo di integrazione”, una novità
introdotta lo scorso anno dal governo per tenere sotto scacco anche gli
immigrati dotati di regolare permesso di soggiorno, un permesso di soggiorno
ormai a punti, come la patente, che si potrà anche perdere prima della sua
scadenza, magari perchè non si conosce bene l’italiano o ci si ostina a
praticare e ad trasmettere ai figli la propria religione.
Tutte queste gravi limitazioni dei diritti di libertà e dei
diritti al lavoro dei migranti nelle regioni settentrionali fanno crescere
il numero di quanti ritornano in Sicilia, dopo esservi transitati negli anni
passati subito dopo lo “sbarco”. Prevalentemente tre le zone in cui si
dividono coloro che rientrano per lavori stagionali; Cassibile e Pachino
(Siracusa), Vittoria (Ragusa) e da Alcamo a Castelvetrano ( in provincia di
Trapani). Le condizioni di grave disagio in cui vivono i lavoratori agricoli
migranti in Sicilia sono state denunciate, più volte, da Medici Senza
Frontiere e da altre associazioni, e sono ben documentate in un video girato
da Enrico Montalbano, Ilaria Sposito ed Angela Giardina, La Terra (E)strema.
L’anno scorso, la Croce Rossa ed altre associazioni hanno allestito, ad
Avola, nel Siracusano, e nei pressi di Alcamo, delle tendopoli che hanno
ospitato centinaia di persone. I migranti arrivano in migliaia a Cassibile
in febbraio – molti provengono da Rosarno - per la raccolta delle patate.
Mentre a settembre il lavoro si concentra nei vigneti di Alcamo. Una
concentrazione meno numerosa, ma più stabile di immigrati - la maggior parte
dei quali regolari, però, - lavora nelle serre di Comiso e Vittoria
(Ragusa). A differenza degli anni passati per effetto delle maggiori
restrizioni introdotte dall’ultimo pacchetto sicurezza, e delle prassi più
rigorose, al limite dell’arbitrio, adottate da molte questure italiane, si
può attendere una crescita esponenziale del numero di immigrati che in
passato erano “regolari”, ma che oggi sono rimasti, privi di un regolare
contratto di lavoro, e dunque nella condizione di non potere richiedere o
ottenere il rinnovo dei propri titoli di soggiorno. Anche per questi nuovi
irregolari la fuga verso sud e le occupazioni di carattere stagionale
rimangono le uniche possibilità di sopravvivenza in Italia.
Neppure in Sicilia la situazione sembra destinata ad
evolvere positivamente con l’entrata a regime della nuove norme introdotte
lo scorso anno dalla legge 94, che ha introdotto il reato di immigrazione
clandestina, ma ha anche reso più precaria la condizione di quanti godevano
di un permesso di soggiorno. La relativa facilità con la quale si può essere
privati di un permesso di soggiorno, ed i tempi biblici di rinnovo stanno
producendo una raffica di provvedimenti di espulsione. In Sicilia si lamenta
inoltre la mancanza di un effettivo controllo giurisdizionale sulla
detenzione amministrativa oltre che l’ attuazione, spesso “cartacea”, del
principio del contraddittorio nelle diverse fasi processuali che riguardano
gli immigrati irregolari. Si registra anche l’assenza di un effetto
sospensivo dei ricorsi contro le decisioni di diniego ( dello status di
rifugiato, della protezione sussidiaria o della protezione umanitaria), di
respingimento differito, ai sensi dell’art. 10 comma secondo del testo unico
n. 286 del 1998, o di espulsione ai sensi dell’art. 13 dello stesso testo
unico.
Diventa dunque sempre più difficile un effettivo esercizio
dei diritti di difesa sanciti dall’art. 24 della Costituzione per tutti,
cittadini e stranieri, senza discriminazioni. I giudici ordinari rifiutano
di emettere sentenze sui ricorsi contro i provvedimenti di respingimento
“differito” disposti dal Questore, mentre i tribunali amministrativi si
spogliano della competenza ritenendo che la stessa materia rientri nella
giurisdizione del giudice ordinario. In questo modo gli immigrati vengono
privati della possibilità di presentare utilmente un qualsiasi ricorso
contro il provvedimento di respingimento, previsto dall’art. 10 comma
secondo del testo unico sull’immigrazione senza la indicazione di uno
specifico mezzo di ricorso, e lo stato italiano viola in questo modo gli
articoli 5, 6 e 13 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti
dell’uomo.
Gli uffici immigrazione delle Questure siciliane, in misura
crescente dopo l’approvazione dei vari pacchetti sicurezza, si
caratterizzano per le prassi assolutamente discrezionali e spesso
contrastanti, magari a pochi chilometri di distanza. In qualche caso, come a
Palermo, hanno un atteggiamento di generale ostilità nei confronti degli
immigrati, ostilità preconcetta che si traduce in dinieghi e ritardi che poi
i magistrati dichiarano illegittimi, con gravissimi danni patrimoniali e
morali, per coloro che sono costretti ad attendere anni per un semplice
rinnovo o per un ricongiungimento familiare, danni appena mitigati dalla
condanna dell’amministrazione al pagamento delle spese processuali. Decine e
decine di casi, autentici drammi umani che finiscono nelle aule giudiziarie
per la totale mancanza di senso di umanità, per un modo di applicare
discrezionalmente il diritto dell’immigrazione che porta ad adottare
interpretazioni tanto restrittive della legge, da sconfinare nell’abuso e
nella illegittimità. E’ tempo anche in Sicilia, come in altre parti d’Italia
di proporre delle “class action” per impedire alle questure ulteriori
discriminazione e ritardi nell’esame delle pratiche relative ai migranti ed
ai richiedenti asilo. Anche su questo fronte occorre un impegno congiunto di
associazioni, di comunità organizzate di migranti e di avvocati.
Con l’approvazione della legge 94 dello scorso anno
(impropriamente definita come “pacchetto sicurezza”), e dopo le nuove prassi
più restrittive nei confronti dei potenziali richiedenti asilo previste
dalla legge 159 del 2008, la detenzione amministrativa rischia di diventare
la tappa obbligata per tutti coloro che giungono in Sicilia dalle coste
dell’Africa settentrionale e per questa ragione è probabile che si
intensifichi la “militarizzazione” di altri luoghi da destinare a centri di
detenzione, malgrado il temporaneo rallentamento degli sbarchi. Si osserva
d’altra parte un aumento delle operazioni di controllo del territorio
finalizzate esclusivamente alla “cacciata” degli immigrati irregolari, se
non al loro arresto, anche a danno di innocui ambulanti. Qualcuno a nord
vorrebbe andare a cercare gli immigrati irregolari anche con rastrellamenti
casa per casa, ma presto, alla fine dei raccolti nei quali sono impegnati i
lavoratori stagionali, anche in Sicilia sono da attendersi altre retate,
come è già successo negli anni precedenti. Per questa ragione appare
particolarmente urgente un intervento diffuso di monitoraggio e di
assistenza in favore di tutti i lavoratori stagionali impegnati nelle
campagne siciliane, costretti talvolta a sopravvivere in condizioni di
estremo isolamento, alla mercé dei caporali e delle organizzazioni criminali
che controllano il territorio.
L’introduzione del reato di immigrazione clandestina rende
“irreversibile” il destino di esclusione di quanti vengono sorpresi nel
territorio nazionale privi di documenti di soggiorno, anche per il blocco
dei decreti flussi annuali che consentivano una parziale regolarizzazione
successiva di chi era entrato irregolarmente. Per effetto di questo nuovo
reato aumenta in modo esponenziale la possibilità di ricatto e dunque lo
sfruttamento dei lavoratori irregolari che, per timore di essere espulsi,
non denunciano i gravi abusi quotidiani che subiscono, sia dai datori di
lavoro, sia anche, in talune e documentate occasioni, dalle forze
dell’ordine.
I provvedimenti di respingimento o di espulsione ed il
trattenimento nei centri di identificazione ed espulsione ( CIE) rischiano
così di diventare pratiche generalizzate applicate nei confronti di tutti i
cd. “clandestini”, siano essi migranti economici o richiedenti asilo, magari
con esiti sempre più modesti, dal punto di vista di chi conteggia soltanto
il numero degli immigrati respinti o espulsi, una parte minima ( dal 20 al
40%) di tutti coloro che vengono internati nei centri di detenzione.
D’altra parte occorre ricordare come, malgrado i tentativi
di estensione temporale della detenzione amministrativa, che potrebbe durare
adesso fino a sei mesi, anche dopo la legge 94 del 2009, si continui a
verificare in Sicilia, nella maggior parte dei casi di fermo di immigrati
privi di permesso di soggiorno, la immediata liberazione degli immigrati
“clandestini”, che vengono arrestati e condotti in Questura, magari
processati e condannati per il reato di immigrazione clandestina, ma subito
dopo rilasciati con l’intimazione a lasciare il territorio nazionale entro
cinque giorni. E questo anche se risultano completamente privi di mezzi e
documenti o se provengono da paesi verso i quali non è possibile fare
ritorno per il rischio di subire trattamenti inumani o degradanti. Di fatto
destinatari di un ordine impossibile da eseguire. Anche in queste situazioni
di apre uno spazio enorme per la discrezionalità delle forze di polizia, con
conseguenze assai gravi nel caso di arresto di giovani donne irregolarmente
presenti nel territorio. La cronica mancanza di interpreti contribuisce ad
aggravare la condizione di chi spesso è vittima di procedimenti
amministrativi o penali senza intendere nemmeno cosa gli sta veramente
succedendo.
3. L’apertura di nuovi centri di
detenzione in Sicilia.
Quanto avviene oggi all’interno di tutti i CIE italiani dopo
il prolungamento a sei mesi della durata massima della detenzione
amministrativa getta una luce sinistra sulle prospettive che si profilano
alla vigilia dell’apertura di nuove strutture detentive, a Lampedusa nella
base Loran, e in località Milo, in provincia di Trapani. I lavori sono stati
“secretati” per anni e, grazie ai decreti del governo che reiterano
periodicamente lo stato di emergenza in materia di immigrazione, si sono
svolti con appalti conferiti in base alla “somma urgenza”, con le procedure
accelerate degli interventi della protezione civile ( quindi al di fuori di
gare a rilevanza pubblica). La Corte dei conti è stata intanto privata di
quei poteri di controllo che fino al 2005 avevano permesso di mettere in
evidenza sprechi, opacità di ogni genere, addirittura rifiuti reiterati di
fornire informazioni alla magistratura contabile.
All’insegna dello “stato di emergenza” sono sorti in Sicilia
come funghi, a partire dal 2007, centri di accoglienza e centri di
identificazione, talora definiti come “centri ibridi”, in quanto al di fuori
delle previsioni di legge che riguardavano i CPTA, come nel caso del centro
di Cassibile, chiuso nel luglio dello scorso anno, dopo l’esplosione di
scandali a ripetizione, culminati adesso in diversi procedimenti giudiziari,
una struttura nella quale si cumulava la funzione di centro di
identificazione e quella di centro di espulsione.
Adesso, con la diminuzione degli sbarchi, è probabile che lo
stesso “privato-sociale” che in Sicilia ha cogestito il sistema
dell’accoglienza, con i comuni e con le Prefetture, tenti di riconvertirsi
verso le nuove strutture che praticheranno la detenzione amministrativa. Ed
il governo ha fornito una copertura agli abusi amministrativi commessi per
anni, reiterando le dichiarazioni di stato di emergenza, mentre la nuova
denominazione dei CIE, che rende bene la vera destinazione dei centri di
detenzione, ha superato la ipocrita definizione dei CPTA ( Centri di
permanenza temporanea ed assistenza), introdotti nel 1998 dalla legge 40
(Turco- Napolitano), ma ha lasciato immutate le condizioni disumane del
trattenimento di persone colpevoli soltanto di non avere un permesso di
soggiorno.
La politica sui CIE e la gestione amministrativa dei diversi
centri è ormai sfuggita ad ogni controllo, dopo che la Corte dei Conti nelle
sue relazioni annuali, fino al 2005, aveva espresso forti perplessità sulle
modalità di spesa delle centinaia di milioni di euro destinate ai Centri di
permanenza temporanea ed assistenza, ed alle operazioni di rimpatrio
forzato, cifre enormi per l’esecuzione delle misure di allontanamento di
qualche migliaio di migranti, molti dei quali residenti in Italia da anni.
In realtà la maggior parte degli immigrati irregolari
effettivamente allontanati dall’Italia non transitava neppure dai CPT, come
allora si chiamavano gli attuali CIE. Allora come oggi le operazioni di
polizia, come “Vie libere”, erano mirate soprattutto verso quei gruppi
nazionali, come i rumeni che fino al 2007 erano extracomunitari, i cui stati
avevano gà predisposto i documenti individuali di viaggio, e dunque era
possibile allontanarli anche entro pochi giorni, eludendo anche i controlli
della magistratura. Anche per questa ragione le statistiche sulla
percentuale di espulsioni effettivamente eseguite attraverso i CIE vanno
lette tenendo conto dell’allargamento dell’Unione Europea e della fine dei
conflitti nei paesi balcanici dai quali molti immigrati avevano fatto
ingresso irregolare ottenendo però lo status di protezione umanitaria.
Dopo le elezioni regionali del 2010 il governo italiano si
appresta ad aprire dieci nuovi CIE in tutte le regioni che ancora ne sono
prive, ed in Sicilia sono già quasi pronti i due nuovi centri di detenzione
di Lampedusa, nella ex base Loran, e di Trapani Milo, in prossimità dello
svincolo autostradale per Palermo. Il sindaco di Lampedusa, che lo scorso
anno aveva criticato il governo, negli ultimi mesi si è convertito alla
linea di Maroni, al quale ha chiesto pubblicamente scusa per le critiche
rivoltegli lo scorso anno, quando l’isola era diventata un gigantesco lager
a cielo aperto, per effetto delle decisioni dello stesso ministro
dell’interno che aveva sospeso i trasferimenti dei migranti che erano
riusciti ad approdarvi, verso altre strutture, ubicate nel territorio
italiano,. Siamo curiosi di vedere quali posizioni assumerà la giunta di
Lampedusa quando sarà riaperto il centro di detenzione situato nella vecchia
base Loran, dove si sta lavorando alacremente, una struttura che snatura
l’ambiente dell’isola tagliandola praticamente in due, ma che ormai risulta
quasi totalmente ristrutturata, malgrado le violazioni urbanistiche e la
devastazione del territorio che avevano sollecitato in passato anche
l’interesse della magistratura.
Non si sa ancora, comunque, quando e come riaprirà il centro
di detenzione (CIE) di Lampedusa istituito lo scorso anno a gennaio, con un
decreto “fantasma” del governo, al di fuori delle procedure previste per
l’attivazione dei centri di identificazione ed espulsione. Non si comprende
se il governo intende utilizzare questa struttura come luogo di detenzione
per quei migranti che dovessero ancora raggiungere Lampedusa, oppure, e
sarebbe la prospettiva più allarmante anche per la sorte dell’isola e dei
suoi abitanti, per creare un nuovo luogo di confinamento, un centro di
detenzione amministrativa “di uscita” per coloro che non troveranno posto
nei CIE del nord e potrebbero essere trasferiti a Lampedusa per essere
trattenuti, anche per mesi, in attesa che si renda possibile il rimpatrio, o
la deportazione verso un paese di transito. Per questa ragione occorre che
la popolazione di Lampedusa comprenda una volta per tutte che l’immagine
dell’isola non è stata macchiata dai cronisti degli sbarchi che hanno
soltanto esercitato il loro diritto/dovere di cronaca, ma dalle scelte dei
politici di governo che hanno considerato da sempre l’isola come una
piattaforma “offshore”, uno spazio extraterritoriale, un luogo di detenzione
e deportazione, sulla quale non valgono ( neppure per gli abitanti) i
diritti affermati dalla Costituzione e dalle leggi italiane.
In Sicilia rimane ancora chiuso il centro di detenzione
(CIE) di Caltanissetta a Pian del lago, dopo l’incendio che lo scorso
novembre ne ha distrutto le strutture. La riapertura del centro sembra
ritardare per il rallentamento degli sbarchi, ma forse anche in vista del
completamento del nuovo CIE in Contrada Milo, alle porte di Trapani, dove
potranno essere rinchiusi centinaia di migranti e dove è prevista anche una
sezione femminile. Anche in questo caso, come se non avesse insegnato nulla
la torbida storia del CPTA femminile di Ragusa, chiuso nel 2008 dopo una
serie di scandali, segnati anche alla morte sospetta di alcune “ospiti”,
dopo anni di denunce ed esposti da parte delle associazioni e dopo una
richiesta espressa di chiusura, nel 2007, da parte della commissione
ministeriale sui CPT presieduta da De Mistura. Una richiesta che il governo
Prodi aveva accolto disponendo la chiusura del centro, poi riaperto con
l’insediamento del governo Berlusconi. Anche su questa struttura dovrà
indirizzarsi l’iniziativa di monitoraggio e di denuncia delle associazioni
antirazziste siciliane.
Diversa la situazione che si registra nei Cara (centri per i
richiedenti asilo) aperti in Sicilia, che sono a Salina Grande, in provincia
di Trapani e a Caltanissetta, strutture che risultano più vivibili anche per
effetto dell’attuazione delle direttive comunitarie in materia di
accoglienza e di procedure per i richiedenti asilo. Nel Ragusano, invece, a
Pozzallo opera un centro di prima accoglienza, aperto quando si verificano
gli sbarchi più numerosi. Anche in questo caso sta venendo meno il lavoro di
prima accoglienza dopo gli sbarchi da parte delle associazioni convenzionate
con il Ministero dell’interno, come l’OIM, la Crocerossa, l’ACNUR, Save The
Children, ed è urgente che le associazioni esistenti sul territorio
siciliano riescano ad intervenire in modo coordinato su tutte le situazioni
in cui occorra erogare assistenza ed informazione. Ma nelle quali occorre
anche recuperare un ruolo di confronto e di contrattazione sui diritti dei
migranti con le Questure e le Prefetture.
4. Il circuito carcere - CIE, i centri
polifunzionali ed i diritti fondamentali della persona. Verso nuove pratiche
di resistenza.
Le misure legislative che sanzionano aumenti di pena per i
recidivi, introducono l’aggravante di clandestinità e limitando i benefici
della legge Gozzini per i detenuti hanno reso ancora più drammatiche le
condizioni degli istituti di pena italiani, dove i suicidi e le violenze da
parte della polizia penitenziaria non si contano più. La situazione
esplosiva che si sta determinando nelle carceri, proprio a causa della
politica penitenziaria del governo e per effetto del conseguente
sovraffollamento, sta scaricando tensioni ancora più forti sui centri di
detenzione amministrativa. In Sicilia e nelle regioni meridionali si corre
il rischio che il trasferimento di immigrati irregolari dalle carceri e dai
CIE delle grandi aree urbane del nord determini nei nuovi CIE che stanno per
essere aperti in Sicilia situazioni fuori controllo, esattamente come era
avvenuto nell’autunno del 1999, prima della strage del Serraino Vulpitta a
Trapani.
Le tragedie del passato, come il rogo che nel 1999 costò la
vita di sei immigrati rinchiusi nel CPT di Trapani, ed i processi penali,
come quello per le violenze al centro Regina Pacis di Lecce giunti, anche se
solo in qualche caso, alla condanna dei gestori e delle forze dell’ordine
che li coadiuvavano, non sembra che abbiano modificato le prassi
amministrative. . A Trapani, nel centro di detenzione amministrativa
Serraino- Vulpitta, come a Caltanissetta, a Pian del lago, fino al momento
del rogo che nel novembre dello scorso anno ne ha comportato la chiusura, si
sono spesso registrati tentativi di fuga e gesti di ribellione, che sono
stati “sanzionati” non in base a quanto prescritto dalla legge, con una
denuncia penale, nel rispetto comunque della dignità e della integrità
fisica delle persone, ma con veri e propri “pestaggi” personalizzati che
hanno solo determinato un clima di tensione sempre più difficile da gestire.
In passato le visite dei parlamentari nazionali e regionali
avevano accertato le condizioni fisiche assai critiche di molti immigrati,
alcuni dei quali con evidenti segni di ematomi, che sarebbero stati
conseguenza, a detta delle forze dell’ordine, di scontri tra diversi gruppi
o di incidenti avvenuti durante partitelle di calcio. Il timore di
ritorsioni spesso induce gli stessi immigrati ad ammissioni solo parziali
sulla reale causa delle loro ferite. Quando qualche denuncia viene
presentata scatta immediatamente la rappresaglia, sia sul piano fisico, se
l’immigrato è trattenuto nel centro di detenzione che sul piano legale, con
la “consueta” denuncia per calunnia.
Negli anni scorsi, all’interno del centro di detenzione
Serraino Vulpitta, nel piano sottostante alle stanze destinate al
“trattenimento” si trovava una cella di isolamento nella quale venivano
rinchiusi gli immigrati che si ribellavano, e dove si sono raccolte
testimonianze di duri pestaggi. Durante le ultime visite effettuate nel 2006
nel CIE di Trapani siamo stati testimoni diretti di espressioni minacciose
da parte di alcuni agenti di polizia nei confronti di immigrati che
protestavano con maggiore vigore per le condizioni di trattenimento e per la
impossibilità di fare valere i propri diritti. Oggi non ci sono più gruppi
di parlamentari che effettuano visite nei CIE, e tutto avviene nel silenzio
più totale, come confermano gli immigrati che ancora possono usare il
cellulare per comunicare con l’esterno. E i rapporti di MSF e di altre
organizzazioni indipendenti segnalano di recente il Centro Serraino Vulpitta
come una struttura inadeguata che andrebbe chiusa al più presto. Ma quel
centro rimane aperto ancora oggi.
Servirebbe ricostituire al più presto gruppi permanenti di
parlamentari e di rappresentanti di associazioni per riprendere le visite
nei CIE, per impedire che con la nuova situazione politica e normativa che
si è determinata in Italia gli abusi si possano moltiplicare, anche in
Sicilia. Un impegno ancora più necessario quando riaprirà il CIE di
Caltanissetta ed apriranno i nuovi centri di detenzione di Lampedusa e di
Trapani.
La diffusione dei “centri ibridi o polifunzionali” ( CPT,
centri di identificazione e centri di transito), come quelli di Crotone e
Caltanissetta, fortemente voluti dal Ministero dell’interno, rende ancora
più incerta la condizione giuridica degli immigrati che vi sono rinchiusi e
costituisce la premessa per ogni sorta di abusi e violenze. L’elenco degli
abusi rischia di allungarsi ancora di più se si pensa che nei “centri di
identificazione” gli immigrati vengono spesso trattenuti per giorni senza
ricevere la notifica di provvedimenti di espulsione o di respingimento, di
fatto una limitazione della libertà personale in evidente contrasto con
l’art. 13 della Costituzione italiana. Come risulta in contrasto con la
stessa norma costituzionale la prassi di prorogare la durata del
trattenimento nei CIE con una convalida meramente cartacea, senza la
presenza dell’immigrato trattenuto all’udienza, senza che l’avvocato abbia
il tempo per esaminare il caso, senza che sia possibile nominare e fare
arrivare un avvocato di fiducia. Abusi sanzionati adesso da una recente
sentenza della Corte di Cassazione (Corte di Cassazione (I sez. civile,
sent. n. 4544 del 24 febbraio 2010, pres. Adamo, rel. Macioce) , una
sentenza esemplare, ma che in molti centri di detenzione continua a restare
lettera morta. E spesso persino gli avvocati di fiducia hanno difficoltà a
comunicare con i propri clienti, peggio che in carcere, peggio di quanto
avviene per i mafiosi sottoposti al regime carcerario del 41 bis.
Sarebbe necessaria l’istituzione di una commissione di
indagine sui centri di detenzione aperti in Sicilia, e su quelli che stanno
per essere attivati, dopo che negli anni scorsi numerosi parlamentari
nazionali e regionali, associazioni ed agenzie umanitarie, hanno effettuato
periodiche visite, riscontrando situazioni di totale negazione della dignità
umana, dei diritti fondamentali della persona ( a partire dal diritto di
difesa e di comprensione linguistica), delle minime condizioni igieniche e
sanitarie.
Non si può tollerare ancora il clima di malcelata
intimidazione nel quale si trovano spesso ad operare i rappresentanti delle
associazioni antirazziste. Per non parlare del costante monitoraggio e delle
intercettazioni illegali ai danni di tutti coloro che prestano assistenza
agli immigrati irregolari. Sarebbe tempo che in questo campo intervenisse il
Garante della privacy. Per tutte queste ragioni occorre costituire un
Osservatorio regionale su CIE e sui Cara, in modo da monitorare dall’esterno
quanto avviene all’interno di queste strutture.
Il ministro dell’interno Maroni non ha ancora risposto ad
una interrogazione a risposta scritta presentata nel 2008 sul centro di
accoglienza e di identificazione di Cassibile, malgrado la parlamentare Rita
Bernardini abbia sollecitato per una decina di volte la risposta, fino allo
scorso gennaio. Da parte del governo una manifestazione eclatante di
disprezzo dei diritti delle persone, oltre che dei regolamenti parlamentari.
Prima della risposta del governo è arrivata la chiusura del centro e le
indagini della magistratura.
Sarebbe anche tempo che il Parlamento nazionale avvertisse l’esigenza di una
indagine conoscitiva per stabilire cosa avviene dentro i centri di
detenzione e quale sorte è riservata ai migranti ed richiedenti asilo che
finiscono in queste strutture. Ci saranno parlamentari disposti a verificare
il rispetto dei diritti fondamentali della persona umana anche nei centri di
detenzione?
Le risorse destinate all’immigrazione non devono esaurirsi
nel finanziare gli accompagnamenti coattivi in frontiera, o la costruzione
di nuove strutture detentive, ma vanno destinate a favorire percorsi di
integrazione, di emersione dalla irregolarità e di effettivo riconoscimento
normativo ed assistenziale del diritto di asilo riconosciuto dall’art. 10
della nostra Costituzione.
Malgrado gli sforzi dei Prefetti e degli enti di gestione i centri di
permanenza temporanea non sono luoghi che possono essere umanizzati. Occorre
rompere il circuito carcere - CPT e abolire il principio incostituzionale
della doppia pena, base della legge Bossi-Fini ( detenzione + trattenimento
amministrativo), con una diversa e più selettiva disciplina dei casi di
respingimento e di espulsione. Vanno seguiti con la massima attenzione i
casi dei migranti trasferiti dalle carceri nei CIE, soprattutto quando si
riscontrino problemi di tossicodipendenza o di sieropositività.
Per queste ragioni l’impegno delle associazioni antirazziste dovrà
collegarsi con il lavoro quotidiano degli avvocati e delle associazioni che
difendono i diritti dei detenuti, anche per consentire a quanti si trovano
in carcere la possibilità di legalizzazione del soggiorno in Italia,
soprattutto quando siano presenti vincoli familiari o rapporti di lavoro.
La legalità e la sicurezza si possono basare soltanto sull’inclusione e
sulle prospettive di regolarizzazione, contro i professionisti della
(in)sicurezza, che sono capaci soltanto di alimentare esclusione,
frustrazione e clandestinità.
E poi qualcuno ha il coraggio di parlare anche di politica dell’amore...
APPELLO
MANIFESTAZIONE NAZIONALE ANTIRAZZISTA ROMA 17 OTTOBRE
2009
Il 7 ottobre del 1989 centinaia di migliaia di persone scendevano in piazza a
Roma per la prima grande manifestazione contro il razzismo. Il 24 agosto dello
stesso anno a Villa Literno, in provincia di Caserta, era stato ucciso un
rifugiato sudafricano, Jerry Essan Masslo.
A 20 anni di distanza, il razzismo non è stato sconfitto, continua a
provocare vittime e viene alimentato dal governo Berlusconi. Il pacchetto
sicurezza varato dal governo di Centro-Destra offende la dignità umana,
introducendo il reato di “immigrazione clandestina”.
La morte degli immigrati nel canale di Sicilia, che si sta trasformando in un
cimitero marino, è la tragica conseguenza della logica disumana che ispira la
politica governativa.
Questa drammatica situazione sta pericolosamente alimentando e legittimando
nella società la paura e la violenza nei confronti di ogni diversità.
E’ il momento di reagire e costruire insieme una grande risposta di lotta e
solidarietà per difendere i diritti umani respingendo ogni tipo di razzismo.
Pertanto facciamo appello a tutte le associazioni laiche e religiose, alle
organizzazioni sindacali, alla società civile e a tutti i movimenti a scendere
in piazza il 17 ottobre per fermare il dilagare del razzismo sulla base di
questa piattaforma׃
• No al razzismo
• Per la regolarizzazione generalizzata per tutti
• Ritiro del pacchetto sicurezza
• Accoglienza per tutti
• No ai respingimenti e agli accordi bilaterali che li prevedono
• Per la rottura netta del legame tra il permesso di soggiorno e il contratto di
lavoro
• Diritto di asilo per i rifugiati e profughi
• Per la chiusura definitiva dei Centri di Identificazione ed Espulsioni (CEI)
• No alle divisioni tra italiani e stranieri
• Diritto al lavoro, alla salute, alla casa e all’istruzione per tutti
• Mantenimento del permesso di soggiorno per chi ha perso il lavoro
• Contro ogni forma di discriminazione nei confronti di LGBT
• Solidarietà a tutti i lavoratori in lotta per la difesa del lavoro
SABATO 17 OTTOBRE 2009
MANIFESTAZIONE NAZIONALE ANTIRAZZISTA ROMA
PIAZZA DELLA REPUBBLICA ORE 14.30
COMITATO PROMOTORE 17 OTTOBRE :
Unione Cittadini Immigrati Roma - Comitato Immigrati in
Italia (Roma) - Centro sociale Ex Canapificio Caserta - Movimento Migranti e
Rifugiati Caserta - Migrantes Y Familiares MFAM - Comitato Immigrati in Italia
(Napoli) - Collettivo Immigrati Auto-Organizzati Torino - Ass. Dhuumcatu - Lega
Albanesi Illiria - Ass. Filippini Roma - Ass. Sunugal Milano - Ass Insieme per
la Pace - Ass Mosaico Interculturale (Monza-Brianza) - Federazione Senegalesi
della Toscana - Ass. FOCSI (Roma) - Ass. Bangladesh (Roma) - Ass. Pakistan
(Roma) Ass. Indiani (Roma) - El Condor (Roma) - Uai (Como) - Centro delle
culture (Milano) - Ass. Punto di partenza (Milano) - Movimento lotta per la casa
(Firenze) - Ass. El Mastaba (Firenze) - Ass. Arcobaleno (Riccione) - FAT
(Firenze) - Ass. Interculturale Todo Cambia (Milano) - Studio 3R di mediazione
(Milano) - Centro delle culture (Firenze) - Federazione Nazionale RdB-CUB - SdL
intercategoriale - Confederazione Cobas - Naga - Coordinamento Migranti Verona -
Sportello Immigrati RdB Pisa - Missionari Comboniani Castelvoturno - PRC – Pdci
- Ass.ne Razzismo Stop e ADL-Cobas - Sinistra Critica - Rete Antirazzista
Catanese - Coordinamento Stop razzismo - Ass. antirazzista e interetnica `3
febbraio´ - Partito Umanista - Partito di Alternativa comunista - Socialismo
Rivoluzionario - Unicobas - Socialismo Libertario - Centro delle Culture -
Ass.Umanista Help To Change - Comitato antirazzista Abba (Fi) - Comitato
Antirazzista (Vi) - Donne in Nero (Italia) - Clan Destino Doc - Medici e
Operatori della salute dalla parte dei migranti - Ass.LibLab - Libero
laboratorio - Associazione Culturale Musicale illimitate Villaricca (Napoli) –
CIPAX (Centro interconfessionale per la pace) - Sud Pontino Social Forum -
Cooperativa Immigrazionisti (Mi) - Gruppo Every One - Rifugiati di piazza
Oberdan Milano - Gruppo Watching the Sky, Ass. culturale molisana " Il bene
comune" - Associazione Utopia Rossa - Punto pace di Napoli movimento Pax Christi
- Ass. Donne e colori ( Roma) - Marenia (gruppo musicale) - Bidonvillarik
(gruppo musicale) - Associazione Peppino Impastato - Casa Memoria (Cinisi) -
Slai Cobas Nazionale - Action (Roma) - Associazione "Kamilla" (Cassino) -
Collettivo Teatri OFFesi di pescara - Associazione Arrakkè - Centro per la
tutela dei diritti umani (Siracusa) - USI AIT Nazionale - Associazione Yakaar
Italia-Senegal - Corrispondenze Metropolitane (Roma) - RETELEGALE (Torino) -
ASIA-RdB (Bologna) - L'associazione Solidarietà Proletaria (Napoli) -
Coordinamento Diversi Uguali (Arezzo) - Periodico Bianco e Nero - PCL - Rivista
CARTA - Associazione "Romano pala tetehara" Rom per il futuro - Associazione
Nazionale USICONS - Associazione cittadini del mondo - COLLETTIVO " IQBAQL
MASIH" DI LECCE - Associazione interculturale Grammelot (Napoli) - Emergency -
Casa Internazionale delle donne (Roma) - Piattaforma Comunista -
Associazione-centro interculturale delle donne trama di terre (Imola) - Libreria
la locomotiva (Savona) - perUnaltracittà (Firenze) - G.A.S TAPALLARA di Catania
- Circolo di cultura glbt Maurice (Torino) - Comitato spontaneo per la pace di
Faenza - Centro di documentazione don Tonino Bello di Faenza - PdCI Fed Prov di
Torino - Ass. Culturale Artiglio - Mondo senza Guerre- Il centro Open Mind GLBT
di Catania - Centro delle Culture di Roma - Collettivo MAREMMANO AUTORGANIZZATO
(GROSSETO) - Organizzazione Comunista Alternativa Proletaria - IL MONDO IN IV
(Roma) - Collettivo Antagonista Primaverile (Roma) - Associazione Postribù -
Collettivo l'evasione (Cosenza) - Cobas pt cub - Sinistra Unita e Plurale
(Firenze) – JVP Italia - Padri Sacramentini (Caserta) - Casa Rut (Caserta) -
Pastorale Giovanile (Caserta) - Radio Vostok - Associazione Agora - CARC -
Gruppo Antifascista Partigiano (Cremona) - DONNE PER L'INTEGRAZIONE di
Borgomanero (NO) - Rete28Aprile - Centro Open Mind GLBT (Catania) – ARCI –
Sinistra e Liberta - Piero Soldini (dipartimento immigrazione CGIL) - Comitato
antirazzista e contro l'omofobia “ALZIAMO LA TESTA " (Milano) - Cantieri Sociali
- Cooperativa Sociale Dedalus (Napoli) - Associazione Priscilla (Napoli) -
Federazione dei Comunisti Anarchici - Assolei sportello donna - Associazione
voceDonna (Forli) - Csoa Villaggio Globale (Roma) - Associazione
SocialismoeSinistra - FGCI (Roma) - Comitato Solidarietà Antirazzista (Martesana)
– Sindacato lavoratori in Lotta – ATTAC (Roma) - EMMAUS – BPM (Roma) – PLT
Per adesioni:
comitatoroma17ottobre@gmail.com
Colpi di pistola su due lavoratori ivoriani. Scoppia la
protesta
Emerge la drammatica realtà denunciata da MSF
Rosarno (Reggio Calabria).
Hagi e Ahabib, venerdì 12 dicembre, stavano rientrando nel casolare
abbandonato in cui vivono in condizioni disumane, sulla strada che da
Rosarno porta a S. Ferdinando. I due lavoratori immigrati della Costa
D’Avorio stavano tornando da una lunga giornata di lavoro, sfruttati nella
raccolta degli agrumi dai caporalati della zona nella piana di Gioia Tauro.
Da uno Fiat Punto, che poi è si è allontanata a forte velocità, partono
alcuni colpi di pistola che feriscono i due immigrati, uno in maniera grave.
A sparare, secondo quanto riferiscono gli inquirenti, due italiani.
Entrambi i lavoratori sono stati ricoverati all’ospedale di Polistena. Ad
uno dei due giovani africani è stata asportata la milza.
La notizia corre veloce tra i lavoratori, provenienti per lo più dall’Africa
sub-sahariana, che da novembre a febbraio, secondo il rapporto “Una
stagione all’inferno” di Medici senza frontiere, arrivano in migliaia
per la raccolta di mandarini e arance a 25 euro al giorno. Vivono in
casolari e ex-fabbriche abbandonate senza luce, acqua, gas e servizi
igienici.
In tre/quattrocento, venerdì sera, scendono in strada e si fronteggiano con
polizia e carabinieri in assetto antisommossa, lanciano oggetti, bloccano le
strade. La protesta si ferma solo dopo l’incontro di una delegazione dei
lavoratori con i commissari prefettizi che attualmente gestiscono il comune
di Rosarno (sciolto per infiltrazioni mafiose) e dai rappresentanti delle
forze dell’ordine in cui hanno chiesto migliori condizioni abitative e più
sicurezza.
Vedi anche:
Rosarno, una mappa dei drammi del mondo di Felicity Lawrence, The
Guardian da
TerreLibere.org |
Reportage fotografico
Nel
rifugio-lager di Rosarno. "Viviamo tra i topi e la paura" di Carlo
Ciavoni
Intervista ad Alessandra Oglino, curatrice del Rapporto "Una stagione
all’inferno" di MSF [
scarica in pdf ]
24.09.2008
Nuovi italiani confliggono
(da
www.infoaut.org )
La grande manifestazione milanese di sabato 20 settembre per ricordare Abba e i
riots casertani in risposta alla strage camorrista rimettono al centro la
questione migrante e dei nuovi italiani in termini che ancora non avevano saputo
porsi nel nostro paese. Chiusosi per il momento il ciclo delle mobilitazioni
“solidali” composte in larga parte di italian* dal cuore d’oro e ceto politico
(più o meno) di movimento, è forse giunto il momento (sono questi sintomi
anticipatori? questa è almeno la domande che s’impone dopo questa settimana) di
possibili aperture di nuove lotte dei
migranti, per i migranti.
L’ingovernabilità del corteo milanese e la furia espressasi nell ’hinterland
casertano raccontano di un nuovo protagonismo di migranti, immigrati e figli
d’immigrati.
Con una differenza: se la rivolta di CastelVolturno mostra i tratti della
disperazione, della rabbia che non vede via d’uscita, la manifestazione di
Milano sembra portare al centro della scena politica una nuova generazione di
figli d’immigrati disposti a battersi per i propri diritti, in tutto e per tutto
italiani, nell’unica maniera in cui si può essere oggi “italiani”: abitandone il
territorio, vivendone il contesto (a meno di riscoprire leghistiche connessioni
di suolo, sangue e razza).
I due momenti mostrano però anche un tratto comune: le testimonianze e
interviste ai diretti interessati ripetono incessantemente un identico
ritornello: “non se ne può più”, spesso accompagnato da una (oggi purtroppo)
necessaria specificazione: “non siamo animali”. Scorrendo le numerose
testimonianze, ci si accorgerà come spesso a essere vissuto come intollerabile
affronto non sono tanto (o solo) le condizioni di sfruttamento e miseria (dove
in fondo si è espropriati tra altri espropriati) ma quel particolare clima di
odio e risentimento che carica di un tono grave l’aria di molte delle nostre
città. Non c’è in tutto questo nessuna mistica dell’immateriale ma l’evidenza di
determinati rapporti sociali (di produzione e di discorso). Come
scriveva Frantz Fanon “per il Nero non vi è che un destino. E questo destino è
bianco”. In breve, i migranti e nuovi italiani di casa nostra scoprono sulla
loro pelle la c ondizione coloniale. E la scoprono anche gli italiani
autoctoni, troppo abituati alla tranquillizzante narrazione degli “italiani
brava gente”. Non si tratta qui di riscoprire l’infamia (che pure c’è stata)
dell’imperialismo italiano in Africa, quanto di rendersi conto del tratto comune
che informa la vita in tutte le metropoli europee innestando la complicazione
politica di una gerarchia lungo la linea della razza su quella storica
e tradizionale della classe.
In Italia, nel suo evidente ritardo storico rispetto ad altri contesti, questa
contraddizione inizia a palesarsi con forza e visibilità nella metropoli
lombarda. Una volta tanto la capitale economica del paese (in cui convivono le
sedi delle multinazionali finanziarie e il 20 % di consensi per il protezionismo
della Lega) ha risposto e ha fatto sentire la sua presenza: le stime più
realiste parlano di 15.000 persone in piazza. Non troppe, se si considera i
numeri medi di una mobilitazione milanese; tantissimi se si considera il momento
che stiamo attraversando. Grandi assenti: i sindacati e la sinistra
istituzionale ma nessuno ne ha sentito la mancanza.
L’aspetto politicamente più interessante ce lo racconta però la
testa del corteo: quelle 5/600 persone , tutte di colore, che non hanno
accettato di essere per l’ennesima volta pascolate da autonominantisi loro
rappresentanti e facendosi invece parte attiva di un discorso in tutto e per
tutto loro: agendo in profondità la crisi della rappresentanza.
Rifiutando i divieti, rompendo gli argini, decidendo la destinazione di un
corteo che non poteva non finire nel luogo dell’infamia in cui s’è perpetrato
l’orrendo delitto di una settimana prima.
La scorsa settimana i “nuovi italiani” hanno alzato la testa e battuto un colpo.
Non partirà certo da qui un nuovo ciclo di mobilitazioni né lo sviluppo lineare
(quanto ci piacerebbe!) di una nuova forza sociale organizzata e di rottura. Per
intano però, hanno smosso per un momento un clima sociale complessivo intriso di
rassegnazione e impotenza… e non è poco!
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MIGRANTI, GIORNATA DI MOBILITAZIONE PER IL
PERMESSO DI SOGGIORNO
Appello per una giornata di mobilitazione
SABATO 16 FEBBRAIO
per la regolarizzazione di tutti coloro che hanno presentato la domanda
del Decreto Flussi. |
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Le manifestazioni dei migranti di fine ottobre a Brescia, Roma e in altre
città , la giornata di mobilitazione del 1° dicembre, in più di 20 città, per la
cancellazione del protocollo tra Ministero
dell’Interno e Poste Italiane per il rinnovo dei permessi di soggiorno hanno
visto affermarsi un nuovo protagonismo dei migranti dopo aver verificato che le
promesse dell’attuale governo si sono dimostrate solo delle illusioni.
Il decreto flussi varato un paio di mesi fa ha confermato che non c’è la volontà
di abrogare la legge Bossi- Fini riproducendo tutti quei meccanismi ipocriti, in
realtà funzionali solo al mercato del lavoro, che generano “clandestinità”.
L’accoglimento di tutte le domande presentate è l’unica risposta per
regolarizzare le centinaia di migliaia di migranti già presenti sul territorio
nazionale che sono confinati nella condizione di “irregolari”. La nuova
procedura del decreto flussi ha solo spostato le code dei migranti dalle Poste
ai Patronati, nulla in sostanza è cambiato e
continua la vergognosa “lotteria” sulla pelle dei migranti. I numeri parlano
chiaro: di fronte a una quota complessiva, prevista dal decreto, di 170.000
ingressi sono state presentate 700.000 domande.
Non è più tempo di promesse ma di fatti concreti: regolarizzazione immediata dei
migranti, cancellazione della rapina rappresentata dal protocollo con Poste
Italiane
Facciamo appello a tutte le associazioni, organizzazioni, reti dei migranti e
antirazziste per una giornata di lotta e mobilitazione per il 16 febbraio
davanti alle Prefetture per chiedere l’immediato accoglimento di tutte le
domande presentate.
per adesioni: migranti.brescia@ libero.it
Coordinamento Immigrati Brescia
Rete Migrante Milano
Coordinamento Migranti Bologna
Coordinamento Immigrati di Bergamo
Coordinamento Migranti Verona
ADL-Cobas Padova, Treviso, Verona, Bassa Padovana, Rovigo
Associazione Razzismo Stop del Veneto
Laboratorio antirazzista La Spezia
SdL Intercategoriale
Sinistra Critica
Coordinamento Nord\Sud del mondo Milano
Confederazione Cobas
Centro delle Culture di Arezzo
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da radio onda d'urto:
Nov. 12 Ore: 19.26 -
ASSEMBLEA NAZIONALE DELLE RETI MIGRANTI E ANTIRAZZISTE
Circa 150 persone - la maggior parte migranti,provenienti da Brescia, Milano,
Como, Pavia, Erba, Torino, Cremona, Verona, Vicenza, Padova,Trieste, Gradisca,
Monfalcone,Reggio Emilia, Bologna, Roma, Napoli - hanno partecipato alla
assemblea nazionale delle associazioni e delle reti migranti e antirazziste che
si è tenuta a Brescia al centro sociale Magazzino 47. L’assemblea ha lungamente
discusso sulle prossime iniziative del movimento riguardanti i terreni di lotta
contro il protocollo con le Poste, la sanatoria, i cpt ed il decreto antirumeni,
oltre alla proposta di sciopero dei migranti. E’ stata decisa la partecipazione
alla manifestazione di genova del 17 novembre e la costruzione per il 1 dicembre
di una giornata nazionale di azioni di lotta, articolate a livello locale,
contro il protocollo con le Poste. Inoltre è emersa l'indicazione di verificare
la possibilità e sperimentare forme di sciopero dei migranti, anche a livello
locale o di singole aziende. Sentiamo la sintesi della discussione da felice
Mometti del tavolo migranti di Brescia, Bass del coordinamento migranti di
Bologna, di Abu del comitato immigrati in Italia e Iqbal Mazhar
dell'Associazione diritti per tutti di Brescia
[Scarica
il contributo audio, durata: 17 min.] |
Ott. 27 Ore: 18.46 -
BRESCIA: CONCLUSO IL CORTEO MA NON LA LOTTA
Si avvia alla conclusione la giornata di mobilitazione nazionale a Brescia per i
diritti e la libertà dei migranti. Vi proponiamo gli interventi dal palco di
alcune delle realtà che hanno aderito alla manifestazione di oggi alla quale
hanno partecipato 20 mila persone provenienti da tutto il nord-Italia.
Obbiettivo di tutti/e è quello comunque di proseguire la lotta. Intanto domani
si replica a Roma. Ci sarà infatti nel pomeriggio un altro corteo con le stesse
parole d’ordine di quello di oggi al quale aderiranno le realtà di migranti del
centro-sud Italia. Radio onda d’urto seguirà in diretta anche questa
manifestazione a partire dalle 17.
[Scarica
il contributo audio, durata: 24 min.]
10 Ago. 16.13 -
L'ASSURDA CROCIATA DELLO SCERIFFO GENTILINI
Il vicesindaco di Treviso Giancarlo Gentilini, ex primo cittadino noto per le
sue posizioni xenofobe e razziste, ha dichiarato guerra agli omosessuali con
parole che incitavano, letteralmente, alla "Pulizia etnica contro i culattoni".
Il motivo sarebbe un parcheggio, diventato luogo d'incontro della comunità gay.
Tra i provvedimenti annunciati, una dura videosorveglianza della zona e
un'escalation di controlli mirati. Ma sono soprattutto i toni a far reagire:
l'arcigay ha annunciato una serie di iniziative nella città di Treviso nel
prossimo periodo, a partire da un kiss in, accompagnato dall'inaugurazione di
una 'gay-street'. Alessandro Zan, presidente dell'arcigay veneto.
[Scarica
il contributo audio, durata: 7'.9''] |
10 Ago. 16.09 -
BOSSI FINI: UNA LEGGE DA CAMBIARE
Di oggi la richiesta della Cgil al parlamento di intervenire con una riforma
radicale della legge Bossi Fini. Le Camere del Lavoro annunciano una grande
mobilitazione di massa nel prossimo autunno assieme a Cisl e Uil. Per il
sindacato infatti i timidi passi che i ministri Amato e Ferrero stanno compiendo
in direzione di una riforma della legislazione vigente sarebbero solo dei
rattoppi: occorre puntare a un obiettivo più coraggioso dicono da Corso
d'Italia. Sentiamo il commento di Pietro Soldini, responsabile nazionale
dell'ufficio per le politiche dell'immigrazione.
[Scarica
il contributo audio, durata: 3'.4''] |
Libertà di movimento e sapere delle lotte
E’ iniziata la “caccia al clandestino”.
Clandestino e renitente alla reclusione, non evaso, però.
Perchè le 32 persone che ieri hanno superato il muro di cinta del Centro di
permanenza temporanea di Bari non sono detenuti. E, quindi, non sono evasi.
Ma sono irregolari. Questo si. E tanto basta a scatenare una campagna stampa e
di dichiarazioni che fa leva su quella isteria della sicurezza che annebbia la
ragione. La sicurezza, parola di Walter Veltroni, è il primo pensiero che
bisogna coltivare per proteggere i più deboli. Andarlo a dire a chi la sicurezza
di una casa o di un reddito non la ha, è ben difficile.
Provarlo a dire a chi non ha la possibilità di muoversi senza essere detenuto, a
chi ha esercitato il legittimo diritto di fuga da una struttura carceraria che è
peggiore del carcere è impossibile.
Perchè di sicurezza sociale occorrerebbe parlare e non fare seguito alle
astrazioni mediatiche che generano paura e stigma sociale.
Di casa, di accoglienza, di servizi sociali e reddito occorre discutere. Non di
Cpt, di reclusione, di guerra e territorio militarizzati.
Ma di quale sicurezza si può parlare a chi ha attraversato il mare Mediterraneo
con una imbarcazione di fortuna e, chissà come, è ancora vivo? Di quale
sicurezza ci si può fare scudo dinanzi a chi ha visto morire persone al proprio
fianco perchè voleva cambiare la propria vita attraverso la ricerca di una nuova
terra? Di quale sicurezza si può parlare a chi è costretto a viaggiare con mezzi
di fortuna ed a costi impensabili?
Tutta la retorica di questo mondo è insufficiente a descrivere il clima di
terrore in cui migliaia di persone vivono per spostarsi da un luogo all’altro
della Terra. Provate a parlare del Mediterraneo come mare di pace a chi vive
sulla sponda sud di quel mare!
Tanto meno la retorica può giustificare l’accanimento che si consuma ai danni
dei migranti che, giunti sulla costa italiana, si ritrovano ad essere rinchiusi
in campi senza diritti.
Dalla Sicilia alla Puglia, e risalendo sino a Roma, Milano, Bologna, Torino,
Gradisca d’Isonzo il viaggio nel terrore non pare finire mai. Ti spostano come
un pacco da un Cpt all’altro. Ne esci con un decreto di espulsione, quando ti
riprendono vai in carcere e quando sconti la pena, sempre clandestino, ritorni
in un altro Cpt.
E la fuga da questo terrore non è certo esecrabile.
La fuga consumata la scorsa notte non è l’unica dai Cpt in Italia e non è unica
nemmeno nel microcosmo barese.
Già nei giorni scorsi le agenzia di stampa davano notizia della fuga di 7
cittadini asiatici dal centro del quartiere San Paolo. Molte altre sono avvenute
in passato.
Le ragioni dell’incremento delle fughe dai Cpt nel periodo estivo di certo si
ritrovano nelle peggiori condizioni di vita che all’interno dei centri si hanno
quando l’affluenza di migranti è maggiore.
Ma vi sono anche altre ragioni, alcune più remote, altre evidenti.
Quella più evidente è l’incomprimibile desiderio di libertà che anima gli
individui, desiderio che si esprime a partire dalla consapevolezza di affrontare
viaggi interminabili con costi esorbitanti ed esiti incerti e non si ferma certo
dinanzi ad un cancello.
Ma queste fughe testimoniano anche altro: la diffusione di un sapere specifico,
il sapere delle lotte! La conoscenza delle pratiche di resistenza ai meccanismi
di reclusione circola con le persone così come circolano i venti nel
Mediterraneo.
E se, nel perverso dramma che deriva dalla costruzione della fortezza europea, i
migranti vengono rinchiusi più volte in diversi Centri di permanenza temporanea
quella conoscenza diventa prassi attiva di libertà. E, così, dal malore di uno
si genera la fuga di altri, dalla ribellione di cento in 32 riescono a trovare
uno spiraglio di libertà.
E’ già accaduto nei Cpt d’Italia. La rivolta nel Cpt di via Corelli a Milano fu
un esempio delle rivendicazioni che le moltitudini, pur in gabbia, riescono ad
agire.
Le fughe dai Cpt che si susseguono a sud ed a nord sono anch’esse espressione di
queste pratiche di resistenza.
A fronte dell’indifferenza o del meschino interesse che si celano dietro le
dichiarazioni razziste di chi si accanisce contro la libertà di movimento delle
persone non possiamo che continuare a denunziare la barbarie insita
nell’esistenza dei Cpt ed a solidarizzare in ogni modo con le forme di lotta che
autonomamente si sviluppano.
Rete No Cpt – Zona Autonoma Metropolitana
nocpt@libero.it
IMMIGRAZIONE: VALIDO IL CEDOLINO AL
POSTO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO
[17.20, 02 Lug.] da radio onda d'urto BS
Se il permesso di soggiorno per i lavoratori immigrati non è ancora
arrivato, è valido il cedolino ricevuto al momento della presentazione della
domanda. Lo ha spiegato il sottosegretario agli Interni, Marcella Lucidi, a
proposito di alcune aziende bresciane che avrebbero interrotto il rapporto di
lavoro con immigrati poiché non sono ancora in possesso del permesso di
soggiorno. Una nuova circolare prevede che, per un immigrato che ha presentato
domanda alle poste, deve essere ritenuta valida la ricevuta. Ai nostri microfoni
Iqbal Mazar dell'associazione Diritti per tutti di Brescia
[Scarica
il contributo audio, durata: 4'.24''] |
 
sabato 19/05/2007 - ore 12.00: VICENZA - CORSO PALLADIO-MUNICIPIO DI VICENZA
MANIFESTAZIONE MIGRANTI
DIRITTI DI CITTADINANZA;I LAVORATORI IMMIGRATI DIFENDONO LA LORO DIGNITA’
Ci risiamo. Cambia il governo ma le politiche sul lavoro e sull´immigrazione
dimostrano di essere quello che ci aspettavamo. Da un lato, provvedimenti e
gesti di facciata (far diventare invisibili gli immigrati facendo sparire le
code davanti alle questure; creare consulte sull´immigrazione prive di poteri
reali e che servono solo a legittimare, con un falso consenso, quanto viene
pensato e prodotto contro i migranti). Dall´altro, il proseguire sulla scia di
dispositivi di legge e di governance della migrazione che trattano i migranti
come indesiderabili, come mera mano d´opera, come equilibristi da trattenere tra
clandestinità e sfruttamento mantenendo il legame tra permesso di soggiorno e
contratto di lavoro, gli ingressi legati a quote che hanno già da tempo
dimostrato platealmente di non poter essere programmate nei regimi di
accumulazione flessibile, offrendo i migranti agli sponsor (dalla caritas ai
sindacati) come risorsa immediatamente monetizzabile.
Poco importa che il trasferimento alle Poste delle pratiche per il rinnovo dei
permessi di soggiorno venga a gravare sulle tasche dei migranti per cifre
insostenibili e che il sistema abbia già dimostrato di essere del tutto
ingestibile.
Poco importa che centinaia di migranti stazionino dalle 4 del mattino in fila
davanti alla prefettura (come prima erano in fila davanti la questura)
Poco importa che per i migranti non ci siano case, diritti, dignità. Quello che
interessa è rapinarli anche del TFR, convincendoli a trasferirlo a fondi
pensione (gestiti anche dai sindacati conferederali, che molti scrupoli non si
fanno nei confronti degli stessi migranti che pagano loro le tessere), quando
una pensione non l´avranno mai.
In questa situazione e in attesa di una nuova legge che ci tratti da
persone umane esiste a Vicenza il problema dei CALL CENTER.
Servizio che viene esercitato da commercianti immigrati e che consente ai loro
connazionali di telefonare, spedire soldi ai loro familiari rimasti nel paese di
origine.
L’amministrazione comunale in ottemperanza ad una ordinanza sta prestando
particolare attenzione a questi locali:
vuole limitarne gli orari di apertura, imporre la chiusura domenicale,chiedere
l’immediata messa a norma dei locali.
Il Comune di vicenza a fronte delle richieste di tenere aperto la domenica,
questo per la particolarità del servizio in quanto giornata non lavorativa, di
concedere deroghe per la messa a norma come già avvenuto in Lombardia,facendosi
interprete della fermezza e della difesa della legalità non ci ha concesso
l’incontro, non ha concesso proroghe. Questo anche se sostenuti da 500 firme di
clienti.
Per quanti sforzi facciano, i migranti non sono invisibili. Abbiamo imparato a
prenderci i nostri diritti. Sappiamo che nessuno ci darà nulla, finché non sarà
spezzato il vincolo tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro e finché non
verrà ritirata quella legge 30 che, se permette un feroce sfruttamento dei
precari italiani, per noi significa essere permanentemente a rischio di
clandestinità e di espulsione.
Abbiamo deciso di prenderci la piazza per prenderci i diritti. Senza aspettare
che un preteso governo amico trovi il tempo di risolvere le sue beghe
interne.Vogliamo che il sindaco di Vicenza ci riceva e ci ascolti.
Chiamiamo migranti, coordinamenti di lotta e reti di movimento ad un
SIT-IN a VICENZA SABATO 19 MAGGIO ORE 12
CORSO PALLADIO DAVANTI MUNICIPIO
Per la regolarizzazione di tutti i migranti nello spazio europeo.
Contro il trasferimento alle Poste delle pratiche per il rinnovo del permesso di
soggiorno.
Contro la legge truffa sul TFR casa, per i diritti sociali di migranti e
precari.
CALL CENTER APERTI ANCHE LA DOMENICA
comitato commercianti e cittadini immigrati di Vicenza- via del grande 24
vicenza
organizzatore: COORDINAMENTO IMMIGRATI
CLICCA QUI INFO:
ITALIANO
SERBO
FRANCESE
Assemblea del Coordinamento nazionale immigrati C.I.I.
Vicenza
Sabato 14 Aprile 2007
Sala dei Chiostri di Santa Corona
Via S. Corona
(Centro storico vicino al Tribunale)
ore 14.30 - 18.30
In seguito alle
due ultime assemblee di Napoli e Roma ed in particolare dopo l'incontro del 28
Marzo al Convegno di Roma con il ministro Ferrero si rende necessaria una
riflessione su tutto quanto sta accadendo in tema di immigrazione.
Viene quindi indetta una assemblea-dibattito nazionale sabato 14 aprile a
Vicenza con il seguente ordine del giorno:
- Punto della
situazione dopo un anno di attività del nuovo governo
- dichiarazione
del ministro sul fatto che non è prevista alcuna sanatoria
- analisi del
progetto di legge governativo
- TFR: come
garantire informazioni chiare e trasparenti anche ai lavoratori stranieri
- Quali forme di
lotta organizzare per ribadire con forza, ma anche con efficacia, le nostre
richieste.
- Varie ed
eventuali.
AVVISO
Sempre a Vicenza, presso la sede RdB-CUB in via Natale Del Grande n.24 (sotto lo
Stadio di calcio Menti) la mattina di sabato 14 e di domenica 15 dalle ore 10
alle 12 è prevista una assemblea organizzativa degli sportelli RdB-CUB a cui
sono invitate anche altre realtà di sportello e sindacato.
Tutti i delegati e rappresentanti delle Associazioni dei migranti possono
intervenire. Siete caldamente invitati a portare il vostro contributo.
Morteza Nirou
cell. 3493338765
tel. ufficio
0444514937
e-maiL
mortezanirou@libero.it
|
la democrazia si fa conflitto contro la guerra
Contro i CPT per i diritti di cittadinanza globale
Il 26 febbraio si
terrà a Gradisca D’Isonzo (GO) una manifestazione contro il
costruendo Centro di detenzione e identificazione più grande
del nord-italia (guarda
le foto del progetto), una manifestazione a cui stanno aderendo
da tutta Italia molte realtà associative, sindacali,
partitiche.
La manifestazione di Gradisca D’Isonzo deve diventare un’occasione
di partecipazione e protagonismo di tante realtà che
considerano la chiusura e il sabotaggio del CPT di Gradisca come
un obiettivo primario per le lotte dei precari di tutta Europa.
Leggi
l’appello per la manifestazione
Scarica
e diffondi il volantino
Da quando si è avuto notizia delle intenzioni del
Ministero dell’Interno di utilizzare l’area dell’ex-caserma
Polonio di Gradisca come luogo per costruire un cpt, le
associazioni, i gruppi, i cittadini della regione hanno manifestato
più volte la loro contrarietà al progetto. In alcune occasioni (30
gennaio ’04 e 17
giugno ’04) sono anche stati bloccati i lavori di costruzione
e compiute azioni di sabotaggio sulle attrezzature utilizzate e sui
muri esterni della struttura.
Rassegna stampa
sul cpt di Gradisca a cura di MeltingPot
Gli enti locali, Regione, Provincia, Comune, si sono
sempre dichiarati contrari all’idea del Cpt. Nonostante ciò, poco
o nulla di quello che si poteva fare per bloccare i lavori è stato
fatto.
L’apertura del nuovo lager sembra dunque imminente, ma esiste
ancora la possibilità di un intervento a livello istituzionale per
fare in modo che ciò non accada. Alessandro Metz, Consigliere
Regionale dei Verdi, ha inviato una lettera aperta
al Sindaco di Gradisca d’Isonzo, al Presidente della Provincia di
Gorizia e al Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, per
sollecitare azioni determinate contro i lavori al CPT di Gradisca d’Isonzo.
Il 26 febbraio a Gradisca scenderà in strada quella
stessa moltitudine che nell’ottobre del ’98, a Trieste, fece
chiudere il cpt del Porto Vecchio. Sarà in strada per ricordare che
la repressione non può fermare il conflitto tra democrazia e
guerra, in vista della data del 20 aprile ’05 quando, a Trieste,
inizierà il processo di appello contro coloro che in quell’occasione
disobbedirono ai divieti per mostrare a tutti la vergogna del CPT
triestino, subendo pesanti condanne
malgrado quella stessa struttura venisse poi chiusa proprio in
seguito alle proteste (unico caso in Italia).
Le rivendicazioni dei diritti di cittadinanza per
tutt*, delle lotte quotidiane per la conquista di reddito, passano
necessariamente per il percorso che dalle strade di Parma
arriva a Gradisca e volge verso gli appuntamenti europei del 2 Aprile
e dell’EuroMayday ’05.
PER
LA LIBERTA’ DI MOVIMENTO E IL DIRITTO DI RESTARE
Lo scorso anno, una giornata europea di azione e mobilitazione
contro i centri di detenzione e per la legalizzazione dei migranti senza documenti è
stata lanciata durante il forum sociale europeo di Parigi. Un appello è stato
sottoscritto da molti network e gruppi, e il 31 gennaio 2004 manifestazioni e azioni sono
state realizzate in più di quaranta città europee. È stata una giornata importante per
lo sviluppo di un processo di comunicazione e messa in rete tra le lotte dei migranti e
gli attivisti a livello europeo.
Quest'anno vogliamo fare un passo avanti. Proponiamo a tutte le reti e ai movimenti
sociali europei di condividere l'organizzazione di una seconda giornata di azione e
mobilitazione, da realizzare il 2 aprile 2005, focalizzata intorno alla rivendicazione
della libertà di movimento e del diritto di restare come un'alternativa al processo
costituzionale europeo.
Quando parliamo del processo costituzionale europeo, pensiamo prima di tutto alla sua
dimensione materiale, ovvero alle modalità del processo di integrazione che hanno
concretamente avuto luogo negli ultimi anni. Una cittadinanza europea è ciò che si sta
costruendo, e noi dobbiamo concentrare la nostra analisi sul modo in cui i confini di
questa cittadinanza sono costruiti e gestiti, tanto nella loro dimensione esterna, quanto
in quella interna. I centri di detenzione per migranti hanno giocato e continuano a
giocare un ruolo chiave in questo processo. Sebbene abbiano forme diverse nei diversi
paesi, sono in realtà istituzioni europee, all'interno di una cornice unificata che
promuove un processo di esternalizzazione dei campi anche al di là dei confini
dell'Unione- dai Balcani alla Libia e al Marocco.
I campi sono l'oscuro simbolo di una politica delle migrazioni che non è semplicemente
orientata a tenere migranti e rifugiati fuori dall'Europa, ma piuttosto a promuovere un
processo di inclusione selettiva dei migranti, anche attraverso l'illegalizzazione. Questo
processo corrisponde alla produzione di una gerarchia dei diritti, così come delle
posizioni legali e politiche, che è al centro delle trasformazioni materiali della
cittadinanza in Europa e che è ben lontano dal riguardare solo i migranti. Esso si
traduce, inoltre, in un nuovo modello di gestione della forza lavoro centrato sulla
precarizzazione e sullo sfruttamento. I migranti sono i soggetti che sperimentano in
anticipo condizioni di vita e di lavoro che l'intera forza lavoro, pur con differenze
innegabili, sta cominciando a vivere in Europa. Ma d'altra parte, le loro pratiche di
mobilità esprimono una serie di rivendicazioni e domande che, nella vita di ogni giorno,
indicano un'Europa diversa. Per questo vogliamo portare queste connessioni e queste
domande all'interno del processo di costruzione dell'Euro-May Day, e di conseguenza
facciamo appello per una grande partecipazione al 1° maggio 2005.
Libertà di movimento non è, in questo senso, una rivendicazione ideologica o meramente
retorica. Crediamo che la libertà di movimento attraversi le diverse lotte dei migranti
che hanno luogo ogni giorno in tutta Europa: lotte per la casa e la legalizzazione, contro
il razzismo e i centri di detenzione, lotte sui posti di lavoro, le lotte delle donne per
liberare se stesse dalle strutture patriarcali dei luoghi di partenza ma anche di quelli
di arrivo. La seconda giornata di azione e mobilitazione è pensata per valorizzare
l'importanza di queste lotte e per dare una cornice transnazionale perché sia
approfondita e moltiplicata la loro pluralità. Invitiamo tutti i gruppi, i network e i
movimenti sociali in Europa, non solo quelli coinvolti nelle questioni concernenti le
migrazioni, a condividere questo appello e a mobilitarsi per il 2 aprile 2005. Durante la
seconda giornata di azione e mobilitazione, daremo risalto alle domande presenti
nell'appello dello scorso anno. Dimostrazioni, azioni e lotte quel giorno dovranno avere
luogo ovunque in Europa!
Tavolo Migranti dei Social Forum
Italiani; Indymedia Estrecho/Madiaq/Spain; Act up/Paris/France; No One is Illegal/UK;
Volunteers from noborder London/Britain; Centro Social-Casa de Iniciativas 1.5
Malaga/Spain; Papiers per Thotom-Barcelona/Spain; Network for Social Support to Immigrants
and Refugees/ Greece; Network for Political and Social Right/ Greece; Dost
je!-Lublijana/Slowenia; Kanak Attak/Germany; No one is illegal-amplitude/Germany; Off-Limits/Hamburg/Germany; Association for
Legalisation/Germany; 9ème collectif de sans papiers (Paris); Frassanito Network/ Europe;
Immigrati in Movimento/Napoli/Italy
Comunicato
del Tavolo migranti dei Social Forum vicentini
sugli arresti di via Napoli
Vicenza, 4 giugno 2004 |
I gravi fatti di via Napoli, culminati nell'arresto di
quattro migranti, meritano una riflessione attenta e un commento puntuale.
§ La decisione del Comune di Vicenza di imporre la
chiusura festiva dei call center si era presentata da subito strumentale. Realizzata in un
assoluto vuoto legislativo, già respinta dal TAR della Lombardia, quando si era tentato
un provvedimento analogo a Brescia, l'ordinanza mirava apertamente a 'bonificare' alcune
zone della città e segnatamente quella tra il centro e la stazione ferroviaria dalla
presenza dei lavoratori stranieri che dei centri di telefonia pubblica sono da sempre i
maggiori utenti e proprio nelle giornate che per ragione degli orari di lavoro lunghi,
degli spostamenti e delle differenze dei fusi orari, sono quelle da loro maggiormente
frequentate.
§ L'ordinanza comunale ha creato scompiglio e tensione.
Ha colpito gli 'utenti'rendendo ai lavoratori migranti più gravosa una condizione per
molti aspetti già difficile, andando a ledere aspettative, pratiche comunicative, legami
affettivi importanti come quelli con familiari nei paesi di origine o in altri paesi
d'immigrazione e ponendo con forza una questione di dignità. Ha colpito i 'gestori' più
deboli, quelli a conduzione individuali o familiare, che non si avvalgono della forza
delle grandi imprese telefoniche. Ha creato un clima torbido, di prevaricazione immotivata
e di frustrazione. Le multe ripetute con la stessa motivazione, pur in presenza di un
ricorso al TAR del Veneto, le irruzioni continue, la continua richiesta dei documenti a
persone identificate molte volte in precedenza, vedendo in ogni immigrato un clandestino
da cacciare, hanno immotivatamente trasformato una situazione che era di sostanziale
normalità. Più volte il movimento dei migranti ha fatto presente il deteriorarsi della
situazione con presidi, delegazioni e incontri in Prefettura, segnalando che proprio
l'ordinanza del Comune era un fattore perturbante e costituiva motivo di pubblica
preoccupazione in un contesto già gravato dai devastanti costi umani della Bossi Fini.
§ L'ordinanza tuttavia aveva fini diversi da quelli
'merceologici'. Il suo scopo era ed è quello di ripulire una zona della città da
'assembramenti' sgraditi: i lavoratori migranti vanno benissimo se restano invisibili, se
il loro spazio è quello della produzione e delle case dormitorio, ma non devono invadere
la città. Le loro voci e i loro suoni sono sgraditi perché stranieri e vanno quindi
fatti tacere e deportati all'esterno, in zone extraurbane come è avvenuto per il
cosiddetto 'mercato degli stranieri'. L'amministrazione di Vicenza fa la stessa politica
di quella di Treviso senza avere il coraggio di assumerne a viso aperte le retoriche
razziste e xenofobe. Via Napoli non è casuale. Sul call center di via Napoli da anni la
pressione dell'amministrazione comunale è fortissima, alimentando il 'disagio' dei
residenti, puntando ad alzare la tensione per arrivare a una prova di forza. La 'prova di
forza' si è avuta e Sorrentino e i suoi amici possono brindare alla missione compiuta:
ciò che non era stato possibile quando la presenza dei migranti e dei militanti
antirazzisti in via Napoli si era fatta sentire, è avvenuto, alla fine di una giornata
tesissima, in un momento senza testimoni 'forti', in una 'rissa' frutto di una situazione
portata volutamente all'esasperazione, dove a pagare è chi era 'scritto' dovesse pagare.
Paradossalmente l'interrogazione leghista in consiglio comunale spiega bene la ragione di
ciò che è avvenuto. Più incomprensibile chi dai banchi dell'opposizione, come il
diessino Alifuoco, nella più assoluta incomprensione di quanto avvenuto e nella più
totale insensibilità culturale e politica, blatera sgranando il rosario dell'ossessione
securitaria.
Quanto è avvenuto in via Napoli apre sicuramente una
ferita nel rapporto tra città e migranti. Potrà sanarla solo la ripresa di una lotta
condivisa contro la Bossi Fini, contro il clima di esclusione e di xenofobia che ha
comportato,
per il rispetto e la dignità di tutti, innanzitutto dei lavoratori e delle lavoratrici
migranti.
Tavolo migranti dei Social Forum vicentini
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