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MIGRANTI

  

Continua la guerra ai migranti. La Sicilia: da terra di sbarco a luogo di detenzione

8 / 4 / 2010

Malgrado gli accordi di pattugliamento e di riammissione con la Libia e con gli altri paesi di transito, come la Tunisia e l’Egitto, anche quest’anno, con l’arrivo della primavera, sono ripresi i viaggi della disperazione attraverso il Canale di Sicilia.
Rispetto agli anni precedenti si tratta di poche imbarcazioni, altre probabilmente affondano, ma ogni volta i naufraghi arrivano in condizioni fisiche peggiori e ci sono puntualmente morti e dispersi che i mezzi di informazione ignorano. Cresce l’atteggiamento di sfiducia nei confronti dei migranti, anche tra le forze dell’ordine. Quando si dovrebbero contare i morti, puntualmente, le autorità di polizia ritengono non veritiere le dichiarazioni dei sopravvissuti che raccontano di avere dovuto gettare cadaveri in mare, oppure lamentano la caduta in acqua e l’annegamento di qualche loro compagno, proprio quando la salvezza era vicina, magari in prossimità di un mezzo militare italiano. A questa generale sottovalutazione del dramma di chi è sopravvissuto per giorni in alto mare, senza che nessuno lo avvistasse e intervenisse in soccorso, corrisponde una censura sempre più rigida. Notizie sugli sbarchi che in passato, fino ai tempi del governo Prodi per intenderci, facevano la prima pagina, oggi vengono relegate in cronaca locale, forse un modo per non oscurare le ricorrenti dichiarazioni del ministro Maroni che esulta per i “successi storici” conseguiti nella lotta contro l’immigrazione “clandestina”, dopo la stipula dei “suoi” accordi con la Libia il 4 febbraio dello scorso anno. “Successi” che nascondono pratiche in contrasto con il diritto internazionale, ma che evidentemente l’elettorato di destra ha saputo apprezzare, nel silenzio più assoluto delle forze di opposizione presenti in Parlamento.

Successi fasulli, perché il numero degli irregolari in Italia aumenta continuamente, ma pagati a caro prezzo, con la vita dei migranti.In assenza di canali di ingresso regolare, i viaggi della speranza non si arrestano ma diventano sempre più lunghi e pericolosi, in qualche caso si parte anche dall’Egitto, e la maggiore permanenza a mare, conseguenza dei pattugliamenti congiunti italo libici, in collaborazione con l’Agenzia europea FRONTEX, comporta un numero imprecisato di vittime. Si potranno mai contare le vittime degli abusi e delle violenze della polizia libica nei centri di detenzione in cui i migranti sono ammassati in Libia, da quando si è fatta più intensa la collaborazione tra la polizia di quel paese e la polizia italiana, che ha inviato numerosi agenti “di collegamento”? Stando alle dichiarazioni ufficiali, questi poliziotti in trasferta si limiterebbero a compiti di “addestramento” della polizia libica, ma non parteciperebbero attivamente alle operazioni di cattura dei migranti irregolari, ma è possibile che nessuno di loro si accorga di quello che i libici infliggono ad uomini e donne colpevoli soltanto di fuggire dal proprio paese in guerra ?

Si indaga sulle telefonate di soccorso lanciate dai barconi in procinto di affondare nelle acque del Canale di Sicilia, ma nessuno si preoccupa delle violenze subite dai migranti nelle operazioni di trasbordo sulle unità italo-libiche, e tanto meno dei casi di omissione di soccorso che tempi di permanenza così lunghi in mare aperto dovrebbero fare ipotizzare. E non si hanno più notizie delle indagini aperte dalle Procure di Agrigento e di Siracusa dopo i respingimenti collettivi verso la Libia, praticati lo scorso anno, dal 6 maggio in poi, dalla Guardia di Finanza.

Il carattere strettamente “poliziesco” delle fasi successive all’ingresso irregolare compromette una tempestiva e corretta istruzione delle richieste di asilo, con il risultato che sta lievitando la percentuale di dinieghi, mentre diventa sempre più difficile, per gli avvocati indipendenti e per le associazioni umanitarie, raccogliere le procure e presentare tempestivamente i ricorsi contro i respingimenti “differiti”, le espulsioni, i dinieghi di status. Anche in Sicilia, come nel resto d’Italia, si frappongono ostacoli sempre maggiori ai contatti tra gli immigrati trattenuti nei centri di detenzione e le associazioni indipendenti o gli avvocati. Nulla di quanto avviene in questi centri deve trapelare all’esterno e, come documenta l’ultimo rapporto di Medici senza frontiere, l’uso forzato degli psicofarmaci all’interno dei CIE è in continuo aumento. Ma anche questo rapporto deve essere ignorato da parte dell’opinione pubblica, ed in Sicilia nessun politico o nessun prefetto ha risposto agli inviti di MSF che voleva presentare pubblicamente a Palermo il risultato di anni di indagine sui CIE e sui Cara ( centri di accoglienza per richiedenti asilo). Un rapporto che ancora una volta, dopo la relazione De Mistura del 2007, condannava senza appello il centro di detenzione Serraino Vulpitta di Trapani, che a breve, secondo quanto si dice, dovrebbe essere chiuso, quando si potrà aprire la nuova struttura detentiva di Trapani Milo.

Sull’immigrazione in Sicilia, come sui centri di detenzione ed accoglienza, deve calare il silenzio, nessuno deve più collegare Lampedusa alle rotte dei migranti, e delle ultime operazioni di salvataggio, effettuate nel mese di marzo nel Canale di Sicilia, non si sa in effetti nulla, anche perché i migranti vengono fatti sparire subito dopo il loro sbarco, distribuiti in centri diversi,anche in Calabria ed in Puglia. Diventa sempre più difficile il compito delle associazioni umanitarie nel seguire questi percorsi di dispersione che spesso preludono ad una nuova condizione di clandestinità, imposta dalle particolari modalità di “accoglienza” dietro le sbarre. Si apre dunque un nuovo fronte di impegno per quanti sapranno documentare quanto avviene e rimane nascosto.

D’altra parte si cerca di fare “sparire” i migranti prima ancora che arrivino. Non è concepibile che in un tratto di mare come il Canale di Sicilia, sorvegliato continuamente dalle autorità militari e battuto da centinaia di unità commerciali e pescherecci, “barconi” carichi di decine di migranti possano restare invisibili per una settimana o più. Probabilmente molti non vedono, o fanno finta di non vedere. E del resto su questa situazione di diffusa omissione di soccorso pesa ancora la condanna da parte del tribunale di Agrigento dei due comandanti tunisini che nel 2007 salvarono la vita a decine di migranti, conducendoli poi a Lampedusa, malgrado un repentino mutamento delle decisioni del governo italiano, che dopo una prima autorizzazione, al momento dell’ingesso nelle acque territoriali italiane, aveva poi deciso che i migranti dovevano essere ricondotti in Tunisia dagli stessi pescherecci che li avevano salvati. Il processo è ancora in fase di appello, a Palermo, ma nel frattempo i comandanti ed i pescatori (per quanto questi ultimi siano stati assolti) sono ridotti alla fame ed i pescherecci, sottoposti a sequestro giudiziario a Lampedusa, sono stati depredati e non ne rimane che lo scheletro. Come al solito, chi aveva la responsabilità di custodire quei mezzi, bloccati in porto a Lampedusa da una decisione dei magistrati, mezzi che rappresentavano l’unica risorsa di lavoro per i pescatori ingiustamente sotto processo, non pagherà neppure un euro. E intere famiglie saranno rovinate per sempre. Un ennesimo monito per tutti coloro che vogliono operare tempestivamente interventi di salvataggio, senza obbedire ai calcoli politici ed alle logiche di respingimento dei governi. Il processo di appello dovrà dunque costituire una importante occasione di mobilitazione per le associazioni antirazziste, per continuare ad esprimere la loro solidarietà a chi ha perduto il lavoro e le speranze di futuro della propria famiglia, solo per avere compiuto un gesto di solidarietà.

Dopo il salvataggio e lo sbarco a terra, la sorte dei migranti arrivati nel territorio siciliano appare segnata. Anche a seguito della sospensione dei progetti che in Sicilia consentivano un immediato intervento delle associazioni umanitarie, i sopravvissuti, come si verificava fino al 2007, vengono “trattati” unicamente da personale di polizia, forse al fine di potere praticare interrogatori ancora più serrati, con l’unico obiettivo di scoprire scafisti e porti di partenza e quindi vengono avviati verso diversi centri di detenzione, da ultimo anche a Crotone, in Calabria. Ormai non c’è più spazio nei CIE italiani ed a Trapani, al Serraino Vulpitta che rimane per ora l’unico CIE aperto in Sicilia, i pochi posti residui, appena 54, dopo il ridimensionamento della struttura a seguito del rogo del 1999, sono occupati in prevalenza da ex detenuti, prima dell’espulsione, anche se hanno scontato la loro pena o sono ancora in attesa di giudizio definitivo. Alla vigilia di una stagione nella quale si possono attendere nuovi sbarchi, si rischia ancora una volta di riprodurre nei CIE siciliani, in quelli che saranno riaperti e nel Serraino Vulpitta in particolare, fino a quando resterà in funzione, quella stessa situazione di promiscuità che nel 1999 determinò una serie di rivolte culminate nel rogo del 29 dicembre e nella morte di sei migranti. Una strage rimasta senza colpevoli, anche se lo stato italiano è stato condannato in sede civile a risarcire i superstiti, con una sentenza che individua chiaramente le responsabilità della tragedia.

Una parte degli immigrati sbarcati in Sicilia in questi primi giorni di primavera è costituita da richiedenti asilo somali, mentre sono “scomparsi” i sudanesi, i liberiani e i migranti di altri paesi del centro Africa, per effetto dei rimpatri che la Libia, con le risorse finanziarie e tecniche italiane, provenienti in parte ( assai esigua) anche dall’Unione Europea, sta effettuando verso quei paesi. Deve fare riflettere anche l’ultimo arrivo in Sicilia di migranti tunisini, innanzitutto perché conferma come, chiusa una rotta se ne apre subito una nuova, ma anche perché non si può ritenere “a priori” che siano tutti migranti economici, o che provengano da un paese terzo sicuro, in quanto potrebbero essere anche potenziali richiedenti asilo, come già si è verificato lo scorso anno, in fuga dalla dittatura di Ben Alì, da sempre grande amico, come Gheddafi, dei governanti italiani. In dialetto siciliano un vecchio proverbio dice : “nessuno si sceglie se non si assomiglia”. E l’Italia ha rinviato in Tunisia persone che avevano fatto richiesta di asilo, come ha respinto in Libia migranti che in Europa avrebbero certamente ottenuto uno status di protezione internazionale.

2.Cosa potrà succedere in Sicilia dopo l’approvazione del pacchetto sicurezza.

Rispetto ad altre regioni la Sicilia ha avuto finora un numero più basso di immigrati regolari che si sono fermati nel suo territorio, anche per la cronica difficoltà di trovare un autentico contratto di lavoro e dunque di potere conseguire un permesso di soggiorno. Per lo stesso motivo molti richiedenti asilo si trasferiscono in altre regioni non appena ottengono un titolo di soggiorno, altri proseguono il loro viaggio verso altri stati europei. In alcuni settori come in agricoltura il lavoro irregolare riguarda il 70 per cento delle imprese agricole.

Sono circa 2.000 i migranti, molti dei quali irregolari, che lavorano annualmente da stagionali in Sicilia, ma i numeri, e le persone, sono destinati a crescere, come si sta verificando già in questi mesi, fino probabilmente a raddoppiare. Quest’anno infatti si registra un afflusso più consistente dalle regioni del nord, sia per i numerosi licenziamenti inflitti dalle aziende che preferiscono delocalizzare, e riducono il personale partendo proprio dagli ultimi arrivati, sia per le campagne antimmigrati che stanno facendo la fortuna dei sindaci leghisti e diventano sempre più, ogni giorno che passa, una vera e propria pulizia etnica ai danni dei migranti. Almeno per quelli che non vogliono sottomettersi ad una integrazione violenta, come le scuole di dialetto imposte agli “stranieri” che vogliono continuare a risiedere nelle regioni settentrionali. Un ennesimo abuso reso possibile anche dalla genericità della disciplina del nuovo “accordo di integrazione”, una novità introdotta lo scorso anno dal governo per tenere sotto scacco anche gli immigrati dotati di regolare permesso di soggiorno, un permesso di soggiorno ormai a punti, come la patente, che si potrà anche perdere prima della sua scadenza, magari perchè non si conosce bene l’italiano o ci si ostina a praticare e ad trasmettere ai figli la propria religione.

Tutte queste gravi limitazioni dei diritti di libertà e dei diritti al lavoro dei migranti nelle regioni settentrionali fanno crescere il numero di quanti ritornano in Sicilia, dopo esservi transitati negli anni passati subito dopo lo “sbarco”. Prevalentemente tre le zone in cui si dividono coloro che rientrano per lavori stagionali; Cassibile e Pachino (Siracusa), Vittoria (Ragusa) e da Alcamo a Castelvetrano ( in provincia di Trapani). Le condizioni di grave disagio in cui vivono i lavoratori agricoli migranti in Sicilia sono state denunciate, più volte, da Medici Senza Frontiere e da altre associazioni, e sono ben documentate in un video girato da Enrico Montalbano, Ilaria Sposito ed Angela Giardina, La Terra (E)strema. L’anno scorso, la Croce Rossa ed altre associazioni hanno allestito, ad Avola, nel Siracusano, e nei pressi di Alcamo, delle tendopoli che hanno ospitato centinaia di persone. I migranti arrivano in migliaia a Cassibile in febbraio – molti provengono da Rosarno - per la raccolta delle patate. Mentre a settembre il lavoro si concentra nei vigneti di Alcamo. Una concentrazione meno numerosa, ma più stabile di immigrati - la maggior parte dei quali regolari, però, - lavora nelle serre di Comiso e Vittoria (Ragusa). A differenza degli anni passati per effetto delle maggiori restrizioni introdotte dall’ultimo pacchetto sicurezza, e delle prassi più rigorose, al limite dell’arbitrio, adottate da molte questure italiane, si può attendere una crescita esponenziale del numero di immigrati che in passato erano “regolari”, ma che oggi sono rimasti, privi di un regolare contratto di lavoro, e dunque nella condizione di non potere richiedere o ottenere il rinnovo dei propri titoli di soggiorno. Anche per questi nuovi irregolari la fuga verso sud e le occupazioni di carattere stagionale rimangono le uniche possibilità di sopravvivenza in Italia.

Neppure in Sicilia la situazione sembra destinata ad evolvere positivamente con l’entrata a regime della nuove norme introdotte lo scorso anno dalla legge 94, che ha introdotto il reato di immigrazione clandestina, ma ha anche reso più precaria la condizione di quanti godevano di un permesso di soggiorno. La relativa facilità con la quale si può essere privati di un permesso di soggiorno, ed i tempi biblici di rinnovo stanno producendo una raffica di provvedimenti di espulsione. In Sicilia si lamenta inoltre la mancanza di un effettivo controllo giurisdizionale sulla detenzione amministrativa oltre che l’ attuazione, spesso “cartacea”, del principio del contraddittorio nelle diverse fasi processuali che riguardano gli immigrati irregolari. Si registra anche l’assenza di un effetto sospensivo dei ricorsi contro le decisioni di diniego ( dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria o della protezione umanitaria), di respingimento differito, ai sensi dell’art. 10 comma secondo del testo unico n. 286 del 1998, o di espulsione ai sensi dell’art. 13 dello stesso testo unico.

Diventa dunque sempre più difficile un effettivo esercizio dei diritti di difesa sanciti dall’art. 24 della Costituzione per tutti, cittadini e stranieri, senza discriminazioni. I giudici ordinari rifiutano di emettere sentenze sui ricorsi contro i provvedimenti di respingimento “differito” disposti dal Questore, mentre i tribunali amministrativi si spogliano della competenza ritenendo che la stessa materia rientri nella giurisdizione del giudice ordinario. In questo modo gli immigrati vengono privati della possibilità di presentare utilmente un qualsiasi ricorso contro il provvedimento di respingimento, previsto dall’art. 10 comma secondo del testo unico sull’immigrazione senza la indicazione di uno specifico mezzo di ricorso, e lo stato italiano viola in questo modo gli articoli 5, 6 e 13 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo.

Gli uffici immigrazione delle Questure siciliane, in misura crescente dopo l’approvazione dei vari pacchetti sicurezza, si caratterizzano per le prassi assolutamente discrezionali e spesso contrastanti, magari a pochi chilometri di distanza. In qualche caso, come a Palermo, hanno un atteggiamento di generale ostilità nei confronti degli immigrati, ostilità preconcetta che si traduce in dinieghi e ritardi che poi i magistrati dichiarano illegittimi, con gravissimi danni patrimoniali e morali, per coloro che sono costretti ad attendere anni per un semplice rinnovo o per un ricongiungimento familiare, danni appena mitigati dalla condanna dell’amministrazione al pagamento delle spese processuali. Decine e decine di casi, autentici drammi umani che finiscono nelle aule giudiziarie per la totale mancanza di senso di umanità, per un modo di applicare discrezionalmente il diritto dell’immigrazione che porta ad adottare interpretazioni tanto restrittive della legge, da sconfinare nell’abuso e nella illegittimità. E’ tempo anche in Sicilia, come in altre parti d’Italia di proporre delle “class action” per impedire alle questure ulteriori discriminazione e ritardi nell’esame delle pratiche relative ai migranti ed ai richiedenti asilo. Anche su questo fronte occorre un impegno congiunto di associazioni, di comunità organizzate di migranti e di avvocati.

Con l’approvazione della legge 94 dello scorso anno (impropriamente definita come “pacchetto sicurezza”), e dopo le nuove prassi più restrittive nei confronti dei potenziali richiedenti asilo previste dalla legge 159 del 2008, la detenzione amministrativa rischia di diventare la tappa obbligata per tutti coloro che giungono in Sicilia dalle coste dell’Africa settentrionale e per questa ragione è probabile che si intensifichi la “militarizzazione” di altri luoghi da destinare a centri di detenzione, malgrado il temporaneo rallentamento degli sbarchi. Si osserva d’altra parte un aumento delle operazioni di controllo del territorio finalizzate esclusivamente alla “cacciata” degli immigrati irregolari, se non al loro arresto, anche a danno di innocui ambulanti. Qualcuno a nord vorrebbe andare a cercare gli immigrati irregolari anche con rastrellamenti casa per casa, ma presto, alla fine dei raccolti nei quali sono impegnati i lavoratori stagionali, anche in Sicilia sono da attendersi altre retate, come è già successo negli anni precedenti. Per questa ragione appare particolarmente urgente un intervento diffuso di monitoraggio e di assistenza in favore di tutti i lavoratori stagionali impegnati nelle campagne siciliane, costretti talvolta a sopravvivere in condizioni di estremo isolamento, alla mercé dei caporali e delle organizzazioni criminali che controllano il territorio.

L’introduzione del reato di immigrazione clandestina rende “irreversibile” il destino di esclusione di quanti vengono sorpresi nel territorio nazionale privi di documenti di soggiorno, anche per il blocco dei decreti flussi annuali che consentivano una parziale regolarizzazione successiva di chi era entrato irregolarmente. Per effetto di questo nuovo reato aumenta in modo esponenziale la possibilità di ricatto e dunque lo sfruttamento dei lavoratori irregolari che, per timore di essere espulsi, non denunciano i gravi abusi quotidiani che subiscono, sia dai datori di lavoro, sia anche, in talune e documentate occasioni, dalle forze dell’ordine.

I provvedimenti di respingimento o di espulsione ed il trattenimento nei centri di identificazione ed espulsione ( CIE) rischiano così di diventare pratiche generalizzate applicate nei confronti di tutti i cd. “clandestini”, siano essi migranti economici o richiedenti asilo, magari con esiti sempre più modesti, dal punto di vista di chi conteggia soltanto il numero degli immigrati respinti o espulsi, una parte minima ( dal 20 al 40%) di tutti coloro che vengono internati nei centri di detenzione.

D’altra parte occorre ricordare come, malgrado i tentativi di estensione temporale della detenzione amministrativa, che potrebbe durare adesso fino a sei mesi, anche dopo la legge 94 del 2009, si continui a verificare in Sicilia, nella maggior parte dei casi di fermo di immigrati privi di permesso di soggiorno, la immediata liberazione degli immigrati “clandestini”, che vengono arrestati e condotti in Questura, magari processati e condannati per il reato di immigrazione clandestina, ma subito dopo rilasciati con l’intimazione a lasciare il territorio nazionale entro cinque giorni. E questo anche se risultano completamente privi di mezzi e documenti o se provengono da paesi verso i quali non è possibile fare ritorno per il rischio di subire trattamenti inumani o degradanti. Di fatto destinatari di un ordine impossibile da eseguire. Anche in queste situazioni di apre uno spazio enorme per la discrezionalità delle forze di polizia, con conseguenze assai gravi nel caso di arresto di giovani donne irregolarmente presenti nel territorio. La cronica mancanza di interpreti contribuisce ad aggravare la condizione di chi spesso è vittima di procedimenti amministrativi o penali senza intendere nemmeno cosa gli sta veramente succedendo.

3. L’apertura di nuovi centri di detenzione in Sicilia.

Quanto avviene oggi all’interno di tutti i CIE italiani dopo il prolungamento a sei mesi della durata massima della detenzione amministrativa getta una luce sinistra sulle prospettive che si profilano alla vigilia dell’apertura di nuove strutture detentive, a Lampedusa nella base Loran, e in località Milo, in provincia di Trapani. I lavori sono stati “secretati” per anni e, grazie ai decreti del governo che reiterano periodicamente lo stato di emergenza in materia di immigrazione, si sono svolti con appalti conferiti in base alla “somma urgenza”, con le procedure accelerate degli interventi della protezione civile ( quindi al di fuori di gare a rilevanza pubblica). La Corte dei conti è stata intanto privata di quei poteri di controllo che fino al 2005 avevano permesso di mettere in evidenza sprechi, opacità di ogni genere, addirittura rifiuti reiterati di fornire informazioni alla magistratura contabile.

All’insegna dello “stato di emergenza” sono sorti in Sicilia come funghi, a partire dal 2007, centri di accoglienza e centri di identificazione, talora definiti come “centri ibridi”, in quanto al di fuori delle previsioni di legge che riguardavano i CPTA, come nel caso del centro di Cassibile, chiuso nel luglio dello scorso anno, dopo l’esplosione di scandali a ripetizione, culminati adesso in diversi procedimenti giudiziari, una struttura nella quale si cumulava la funzione di centro di identificazione e quella di centro di espulsione.

Adesso, con la diminuzione degli sbarchi, è probabile che lo stesso “privato-sociale” che in Sicilia ha cogestito il sistema dell’accoglienza, con i comuni e con le Prefetture, tenti di riconvertirsi verso le nuove strutture che praticheranno la detenzione amministrativa. Ed il governo ha fornito una copertura agli abusi amministrativi commessi per anni, reiterando le dichiarazioni di stato di emergenza, mentre la nuova denominazione dei CIE, che rende bene la vera destinazione dei centri di detenzione, ha superato la ipocrita definizione dei CPTA ( Centri di permanenza temporanea ed assistenza), introdotti nel 1998 dalla legge 40 (Turco- Napolitano), ma ha lasciato immutate le condizioni disumane del trattenimento di persone colpevoli soltanto di non avere un permesso di soggiorno.

La politica sui CIE e la gestione amministrativa dei diversi centri è ormai sfuggita ad ogni controllo, dopo che la Corte dei Conti nelle sue relazioni annuali, fino al 2005, aveva espresso forti perplessità sulle modalità di spesa delle centinaia di milioni di euro destinate ai Centri di permanenza temporanea ed assistenza, ed alle operazioni di rimpatrio forzato, cifre enormi per l’esecuzione delle misure di allontanamento di qualche migliaio di migranti, molti dei quali residenti in Italia da anni.

In realtà la maggior parte degli immigrati irregolari effettivamente allontanati dall’Italia non transitava neppure dai CPT, come allora si chiamavano gli attuali CIE. Allora come oggi le operazioni di polizia, come “Vie libere”, erano mirate soprattutto verso quei gruppi nazionali, come i rumeni che fino al 2007 erano extracomunitari, i cui stati avevano gà predisposto i documenti individuali di viaggio, e dunque era possibile allontanarli anche entro pochi giorni, eludendo anche i controlli della magistratura. Anche per questa ragione le statistiche sulla percentuale di espulsioni effettivamente eseguite attraverso i CIE vanno lette tenendo conto dell’allargamento dell’Unione Europea e della fine dei conflitti nei paesi balcanici dai quali molti immigrati avevano fatto ingresso irregolare ottenendo però lo status di protezione umanitaria.

Dopo le elezioni regionali del 2010 il governo italiano si appresta ad aprire dieci nuovi CIE in tutte le regioni che ancora ne sono prive, ed in Sicilia sono già quasi pronti i due nuovi centri di detenzione di Lampedusa, nella ex base Loran, e di Trapani Milo, in prossimità dello svincolo autostradale per Palermo. Il sindaco di Lampedusa, che lo scorso anno aveva criticato il governo, negli ultimi mesi si è convertito alla linea di Maroni, al quale ha chiesto pubblicamente scusa per le critiche rivoltegli lo scorso anno, quando l’isola era diventata un gigantesco lager a cielo aperto, per effetto delle decisioni dello stesso ministro dell’interno che aveva sospeso i trasferimenti dei migranti che erano riusciti ad approdarvi, verso altre strutture, ubicate nel territorio italiano,. Siamo curiosi di vedere quali posizioni assumerà la giunta di Lampedusa quando sarà riaperto il centro di detenzione situato nella vecchia base Loran, dove si sta lavorando alacremente, una struttura che snatura l’ambiente dell’isola tagliandola praticamente in due, ma che ormai risulta quasi totalmente ristrutturata, malgrado le violazioni urbanistiche e la devastazione del territorio che avevano sollecitato in passato anche l’interesse della magistratura.

Non si sa ancora, comunque, quando e come riaprirà il centro di detenzione (CIE) di Lampedusa istituito lo scorso anno a gennaio, con un decreto “fantasma” del governo, al di fuori delle procedure previste per l’attivazione dei centri di identificazione ed espulsione. Non si comprende se il governo intende utilizzare questa struttura come luogo di detenzione per quei migranti che dovessero ancora raggiungere Lampedusa, oppure, e sarebbe la prospettiva più allarmante anche per la sorte dell’isola e dei suoi abitanti, per creare un nuovo luogo di confinamento, un centro di detenzione amministrativa “di uscita” per coloro che non troveranno posto nei CIE del nord e potrebbero essere trasferiti a Lampedusa per essere trattenuti, anche per mesi, in attesa che si renda possibile il rimpatrio, o la deportazione verso un paese di transito. Per questa ragione occorre che la popolazione di Lampedusa comprenda una volta per tutte che l’immagine dell’isola non è stata macchiata dai cronisti degli sbarchi che hanno soltanto esercitato il loro diritto/dovere di cronaca, ma dalle scelte dei politici di governo che hanno considerato da sempre l’isola come una piattaforma “offshore”, uno spazio extraterritoriale, un luogo di detenzione e deportazione, sulla quale non valgono ( neppure per gli abitanti) i diritti affermati dalla Costituzione e dalle leggi italiane.

In Sicilia rimane ancora chiuso il centro di detenzione (CIE) di Caltanissetta a Pian del lago, dopo l’incendio che lo scorso novembre ne ha distrutto le strutture. La riapertura del centro sembra ritardare per il rallentamento degli sbarchi, ma forse anche in vista del completamento del nuovo CIE in Contrada Milo, alle porte di Trapani, dove potranno essere rinchiusi centinaia di migranti e dove è prevista anche una sezione femminile. Anche in questo caso, come se non avesse insegnato nulla la torbida storia del CPTA femminile di Ragusa, chiuso nel 2008 dopo una serie di scandali, segnati anche alla morte sospetta di alcune “ospiti”, dopo anni di denunce ed esposti da parte delle associazioni e dopo una richiesta espressa di chiusura, nel 2007, da parte della commissione ministeriale sui CPT presieduta da De Mistura. Una richiesta che il governo Prodi aveva accolto disponendo la chiusura del centro, poi riaperto con l’insediamento del governo Berlusconi. Anche su questa struttura dovrà indirizzarsi l’iniziativa di monitoraggio e di denuncia delle associazioni antirazziste siciliane.

Diversa la situazione che si registra nei Cara (centri per i richiedenti asilo) aperti in Sicilia, che sono a Salina Grande, in provincia di Trapani e a Caltanissetta, strutture che risultano più vivibili anche per effetto dell’attuazione delle direttive comunitarie in materia di accoglienza e di procedure per i richiedenti asilo. Nel Ragusano, invece, a Pozzallo opera un centro di prima accoglienza, aperto quando si verificano gli sbarchi più numerosi. Anche in questo caso sta venendo meno il lavoro di prima accoglienza dopo gli sbarchi da parte delle associazioni convenzionate con il Ministero dell’interno, come l’OIM, la Crocerossa, l’ACNUR, Save The Children, ed è urgente che le associazioni esistenti sul territorio siciliano riescano ad intervenire in modo coordinato su tutte le situazioni in cui occorra erogare assistenza ed informazione. Ma nelle quali occorre anche recuperare un ruolo di confronto e di contrattazione sui diritti dei migranti con le Questure e le Prefetture.

4. Il circuito carcere - CIE, i centri polifunzionali ed i diritti fondamentali della persona. Verso nuove pratiche di resistenza.

Le misure legislative che sanzionano aumenti di pena per i recidivi, introducono l’aggravante di clandestinità e limitando i benefici della legge Gozzini per i detenuti hanno reso ancora più drammatiche le condizioni degli istituti di pena italiani, dove i suicidi e le violenze da parte della polizia penitenziaria non si contano più. La situazione esplosiva che si sta determinando nelle carceri, proprio a causa della politica penitenziaria del governo e per effetto del conseguente sovraffollamento, sta scaricando tensioni ancora più forti sui centri di detenzione amministrativa. In Sicilia e nelle regioni meridionali si corre il rischio che il trasferimento di immigrati irregolari dalle carceri e dai CIE delle grandi aree urbane del nord determini nei nuovi CIE che stanno per essere aperti in Sicilia situazioni fuori controllo, esattamente come era avvenuto nell’autunno del 1999, prima della strage del Serraino Vulpitta a Trapani.

 Le tragedie del passato, come il rogo che nel 1999 costò la vita di sei immigrati rinchiusi nel CPT di Trapani, ed i processi penali, come quello per le violenze al centro Regina Pacis di Lecce giunti, anche se solo in qualche caso, alla condanna dei gestori e delle forze dell’ordine che li coadiuvavano, non sembra che abbiano modificato le prassi amministrative. . A Trapani, nel centro di detenzione amministrativa Serraino- Vulpitta, come a Caltanissetta, a Pian del lago, fino al momento del rogo che nel novembre dello scorso anno ne ha comportato la chiusura, si sono spesso registrati tentativi di fuga e gesti di ribellione, che sono stati “sanzionati” non in base a quanto prescritto dalla legge, con una denuncia penale, nel rispetto comunque della dignità e della integrità fisica delle persone, ma con veri e propri “pestaggi” personalizzati che hanno solo determinato un clima di tensione sempre più difficile da gestire.

In passato le visite dei parlamentari nazionali e regionali avevano accertato le condizioni fisiche assai critiche di molti immigrati, alcuni dei quali con evidenti segni di ematomi, che sarebbero stati conseguenza, a detta delle forze dell’ordine, di scontri tra diversi gruppi o di incidenti avvenuti durante partitelle di calcio. Il timore di ritorsioni spesso induce gli stessi immigrati ad ammissioni solo parziali sulla reale causa delle loro ferite. Quando qualche denuncia viene presentata scatta immediatamente la rappresaglia, sia sul piano fisico, se l’immigrato è trattenuto nel centro di detenzione che sul piano legale, con la “consueta” denuncia per calunnia.

Negli anni scorsi, all’interno del centro di detenzione Serraino Vulpitta, nel piano sottostante alle stanze destinate al “trattenimento” si trovava una cella di isolamento nella quale venivano rinchiusi gli immigrati che si ribellavano, e dove si sono raccolte testimonianze di duri pestaggi. Durante le ultime visite effettuate nel 2006 nel CIE di Trapani siamo stati testimoni diretti di espressioni minacciose da parte di alcuni agenti di polizia nei confronti di immigrati che protestavano con maggiore vigore per le condizioni di trattenimento e per la impossibilità di fare valere i propri diritti. Oggi non ci sono più gruppi di parlamentari che effettuano visite nei CIE, e tutto avviene nel silenzio più totale, come confermano gli immigrati che ancora possono usare il cellulare per comunicare con l’esterno. E i rapporti di MSF e di altre organizzazioni indipendenti segnalano di recente il Centro Serraino Vulpitta come una struttura inadeguata che andrebbe chiusa al più presto. Ma quel centro rimane aperto ancora oggi.

Servirebbe ricostituire al più presto gruppi permanenti di parlamentari e di rappresentanti di associazioni per riprendere le visite nei CIE, per impedire che con la nuova situazione politica e normativa che si è determinata in Italia gli abusi si possano moltiplicare, anche in Sicilia. Un impegno ancora più necessario quando riaprirà il CIE di Caltanissetta ed apriranno i nuovi centri di detenzione di Lampedusa e di Trapani.

La diffusione dei “centri ibridi o polifunzionali” ( CPT, centri di identificazione e centri di transito), come quelli di Crotone e Caltanissetta, fortemente voluti dal Ministero dell’interno, rende ancora più incerta la condizione giuridica degli immigrati che vi sono rinchiusi e costituisce la premessa per ogni sorta di abusi e violenze. L’elenco degli abusi rischia di allungarsi ancora di più se si pensa che nei “centri di identificazione” gli immigrati vengono spesso trattenuti per giorni senza ricevere la notifica di provvedimenti di espulsione o di respingimento, di fatto una limitazione della libertà personale in evidente contrasto con l’art. 13 della Costituzione italiana. Come risulta in contrasto con la stessa norma costituzionale la prassi di prorogare la durata del trattenimento nei CIE con una convalida meramente cartacea, senza la presenza dell’immigrato trattenuto all’udienza, senza che l’avvocato abbia il tempo per esaminare il caso, senza che sia possibile nominare e fare arrivare un avvocato di fiducia. Abusi sanzionati adesso da una recente sentenza della Corte di Cassazione (Corte di Cassazione (I sez. civile, sent. n. 4544 del 24 febbraio 2010, pres. Adamo, rel. Macioce) , una sentenza esemplare, ma che in molti centri di detenzione continua a restare lettera morta. E spesso persino gli avvocati di fiducia hanno difficoltà a comunicare con i propri clienti, peggio che in carcere, peggio di quanto avviene per i mafiosi sottoposti al regime carcerario del 41 bis.

Sarebbe necessaria l’istituzione di una commissione di indagine sui centri di detenzione aperti in Sicilia, e su quelli che stanno per essere attivati, dopo che negli anni scorsi numerosi parlamentari nazionali e regionali, associazioni ed agenzie umanitarie, hanno effettuato periodiche visite, riscontrando situazioni di totale negazione della dignità umana, dei diritti fondamentali della persona ( a partire dal diritto di difesa e di comprensione linguistica), delle minime condizioni igieniche e sanitarie.

Non si può tollerare ancora il clima di malcelata intimidazione nel quale si trovano spesso ad operare i rappresentanti delle associazioni antirazziste. Per non parlare del costante monitoraggio e delle intercettazioni illegali ai danni di tutti coloro che prestano assistenza agli immigrati irregolari. Sarebbe tempo che in questo campo intervenisse il Garante della privacy. Per tutte queste ragioni occorre costituire un Osservatorio regionale su CIE e sui Cara, in modo da monitorare dall’esterno quanto avviene all’interno di queste strutture.

Il ministro dell’interno Maroni non ha ancora risposto ad una interrogazione a risposta scritta presentata nel 2008 sul centro di accoglienza e di identificazione di Cassibile, malgrado la parlamentare Rita Bernardini abbia sollecitato per una decina di volte la risposta, fino allo scorso gennaio. Da parte del governo una manifestazione eclatante di disprezzo dei diritti delle persone, oltre che dei regolamenti parlamentari. Prima della risposta del governo è arrivata la chiusura del centro e le indagini della magistratura.
Sarebbe anche tempo che il Parlamento nazionale avvertisse l’esigenza di una indagine conoscitiva per stabilire cosa avviene dentro i centri di detenzione e quale sorte è riservata ai migranti ed richiedenti asilo che finiscono in queste strutture. Ci saranno parlamentari disposti a verificare il rispetto dei diritti fondamentali della persona umana anche nei centri di detenzione?

Le risorse destinate all’immigrazione non devono esaurirsi nel finanziare gli accompagnamenti coattivi in frontiera, o la costruzione di nuove strutture detentive, ma vanno destinate a favorire percorsi di integrazione, di emersione dalla irregolarità e di effettivo riconoscimento normativo ed assistenziale del diritto di asilo riconosciuto dall’art. 10 della nostra Costituzione.
Malgrado gli sforzi dei Prefetti e degli enti di gestione i centri di permanenza temporanea non sono luoghi che possono essere umanizzati. Occorre rompere il circuito carcere - CPT e abolire il principio incostituzionale della doppia pena, base della legge Bossi-Fini ( detenzione + trattenimento amministrativo), con una diversa e più selettiva disciplina dei casi di respingimento e di espulsione. Vanno seguiti con la massima attenzione i casi dei migranti trasferiti dalle carceri nei CIE, soprattutto quando si riscontrino problemi di tossicodipendenza o di sieropositività.
Per queste ragioni l’impegno delle associazioni antirazziste dovrà collegarsi con il lavoro quotidiano degli avvocati e delle associazioni che difendono i diritti dei detenuti, anche per consentire a quanti si trovano in carcere la possibilità di legalizzazione del soggiorno in Italia, soprattutto quando siano presenti vincoli familiari o rapporti di lavoro.
La legalità e la sicurezza si possono basare soltanto sull’inclusione e sulle prospettive di regolarizzazione, contro i professionisti della (in)sicurezza, che sono capaci soltanto di alimentare esclusione, frustrazione e clandestinità.
E poi qualcuno ha il coraggio di parlare anche di politica dell’amore...


APPELLO

MANIFESTAZIONE NAZIONALE ANTIRAZZISTA ROMA 17 OTTOBRE 2009

Il 7 ottobre del 1989 centinaia di migliaia di persone scendevano in piazza a Roma per la prima grande manifestazione contro il razzismo. Il 24 agosto dello stesso anno a Villa Literno, in provincia di Caserta, era stato ucciso un rifugiato sudafricano, Jerry Essan Masslo.

A 20 anni di distanza, il razzismo non è stato sconfitto, continua a provocare vittime e viene alimentato dal governo Berlusconi. Il pacchetto sicurezza varato dal governo di Centro-Destra offende la dignità umana, introducendo il reato di “immigrazione clandestina”.

La morte degli immigrati nel canale di Sicilia, che si sta trasformando in un cimitero marino, è la tragica conseguenza della logica disumana che ispira la politica governativa.

Questa drammatica situazione sta pericolosamente alimentando e legittimando nella società la paura e la violenza nei confronti di ogni diversità.

E’ il momento di reagire e costruire insieme una grande risposta di lotta e solidarietà per difendere i diritti umani respingendo ogni tipo di razzismo.

Pertanto facciamo appello a tutte le associazioni laiche e religiose, alle organizzazioni sindacali, alla società civile e a tutti i movimenti a scendere in piazza il 17 ottobre per fermare il dilagare del razzismo sulla base di questa piattaforma׃
• No al razzismo
• Per la regolarizzazione generalizzata per tutti
• Ritiro del pacchetto sicurezza
• Accoglienza per tutti
• No ai respingimenti e agli accordi bilaterali che li prevedono
• Per la rottura netta del legame tra il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro
• Diritto di asilo per i rifugiati e profughi
• Per la chiusura definitiva dei Centri di Identificazione ed Espulsioni (CEI)
• No alle divisioni tra italiani e stranieri
• Diritto al lavoro, alla salute, alla casa e all’istruzione per tutti
• Mantenimento del permesso di soggiorno per chi ha perso il lavoro
• Contro ogni forma di discriminazione nei confronti di LGBT
• Solidarietà a tutti i lavoratori in lotta per la difesa del lavoro

SABATO 17 OTTOBRE 2009
MANIFESTAZIONE NAZIONALE ANTIRAZZISTA ROMA
PIAZZA DELLA REPUBBLICA ORE 14.30

COMITATO PROMOTORE 17 OTTOBRE :
Unione Cittadini Immigrati Roma - Comitato Immigrati in Italia (Roma) - Centro sociale Ex Canapificio Caserta - Movimento Migranti e Rifugiati Caserta - Migrantes Y Familiares MFAM - Comitato Immigrati in Italia (Napoli) - Collettivo Immigrati Auto-Organizzati Torino - Ass. Dhuumcatu - Lega Albanesi Illiria - Ass. Filippini Roma - Ass. Sunugal Milano - Ass Insieme per la Pace - Ass Mosaico Interculturale (Monza-Brianza) - Federazione Senegalesi della Toscana - Ass. FOCSI (Roma) - Ass. Bangladesh (Roma) - Ass. Pakistan (Roma) Ass. Indiani (Roma) - El Condor (Roma) - Uai (Como) - Centro delle culture (Milano) - Ass. Punto di partenza (Milano) - Movimento lotta per la casa (Firenze) - Ass. El Mastaba (Firenze) - Ass. Arcobaleno (Riccione) - FAT (Firenze) - Ass. Interculturale Todo Cambia (Milano) - Studio 3R di mediazione (Milano) - Centro delle culture (Firenze) - Federazione Nazionale RdB-CUB - SdL intercategoriale - Confederazione Cobas - Naga - Coordinamento Migranti Verona - Sportello Immigrati RdB Pisa - Missionari Comboniani Castelvoturno - PRC – Pdci - Ass.ne Razzismo Stop e ADL-Cobas - Sinistra Critica - Rete Antirazzista Catanese - Coordinamento Stop razzismo - Ass. antirazzista e interetnica `3 febbraio´ - Partito Umanista - Partito di Alternativa comunista - Socialismo Rivoluzionario - Unicobas - Socialismo Libertario - Centro delle Culture - Ass.Umanista Help To Change - Comitato antirazzista Abba (Fi) - Comitato Antirazzista (Vi) - Donne in Nero (Italia) - Clan Destino Doc - Medici e Operatori della salute dalla parte dei migranti - Ass.LibLab - Libero laboratorio - Associazione Culturale Musicale illimitate Villaricca (Napoli) – CIPAX (Centro interconfessionale per la pace) - Sud Pontino Social Forum - Cooperativa Immigrazionisti (Mi) - Gruppo Every One - Rifugiati di piazza Oberdan Milano - Gruppo Watching the Sky, Ass. culturale molisana " Il bene comune" - Associazione Utopia Rossa - Punto pace di Napoli movimento Pax Christi - Ass. Donne e colori ( Roma) - Marenia (gruppo musicale) - Bidonvillarik (gruppo musicale) - Associazione Peppino Impastato - Casa Memoria (Cinisi) - Slai Cobas Nazionale - Action (Roma) - Associazione "Kamilla" (Cassino) - Collettivo Teatri OFFesi di pescara - Associazione Arrakkè - Centro per la tutela dei diritti umani (Siracusa) - USI AIT Nazionale - Associazione Yakaar Italia-Senegal - Corrispondenze Metropolitane (Roma) - RETELEGALE (Torino) - ASIA-RdB (Bologna) - L'associazione Solidarietà Proletaria (Napoli) - Coordinamento Diversi Uguali (Arezzo) - Periodico Bianco e Nero - PCL - Rivista CARTA - Associazione "Romano pala tetehara" Rom per il futuro - Associazione Nazionale USICONS - Associazione cittadini del mondo - COLLETTIVO " IQBAQL MASIH" DI LECCE - Associazione interculturale Grammelot (Napoli) - Emergency - Casa Internazionale delle donne (Roma) - Piattaforma Comunista - Associazione-centro interculturale delle donne trama di terre (Imola) - Libreria la locomotiva (Savona) - perUnaltracittà (Firenze) - G.A.S TAPALLARA di Catania - Circolo di cultura glbt Maurice (Torino) - Comitato spontaneo per la pace di Faenza - Centro di documentazione don Tonino Bello di Faenza - PdCI Fed Prov di Torino - Ass. Culturale Artiglio - Mondo senza Guerre- Il centro Open Mind GLBT di Catania - Centro delle Culture di Roma - Collettivo MAREMMANO AUTORGANIZZATO (GROSSETO) - Organizzazione Comunista Alternativa Proletaria - IL MONDO IN IV (Roma) - Collettivo Antagonista Primaverile (Roma) - Associazione Postribù - Collettivo l'evasione (Cosenza) - Cobas pt cub - Sinistra Unita e Plurale (Firenze) – JVP Italia - Padri Sacramentini (Caserta) - Casa Rut (Caserta) - Pastorale Giovanile (Caserta) - Radio Vostok - Associazione Agora - CARC - Gruppo Antifascista Partigiano (Cremona) - DONNE PER L'INTEGRAZIONE di Borgomanero (NO) - Rete28Aprile - Centro Open Mind GLBT (Catania) – ARCI – Sinistra e Liberta - Piero Soldini (dipartimento immigrazione CGIL) - Comitato antirazzista e contro l'omofobia “ALZIAMO LA TESTA " (Milano) - Cantieri Sociali - Cooperativa Sociale Dedalus (Napoli) - Associazione Priscilla (Napoli) - Federazione dei Comunisti Anarchici - Assolei sportello donna - Associazione voceDonna (Forli) - Csoa Villaggio Globale (Roma) - Associazione SocialismoeSinistra - FGCI (Roma) - Comitato Solidarietà Antirazzista (Martesana) – Sindacato lavoratori in Lotta – ATTAC (Roma) - EMMAUS – BPM (Roma) – PLT

Per adesioni:
comitatoroma17ottobre@gmail.com

Colpi di pistola su due lavoratori ivoriani. Scoppia la protesta

Emerge la drammatica realtà denunciata da MSF

Lunedì 15 dic
da www.globalproject.info

Rosarno (Reggio Calabria).
Hagi e Ahabib, venerdì 12 dicembre, stavano rientrando nel casolare abbandonato in cui vivono in condizioni disumane, sulla strada che da Rosarno porta a S. Ferdinando. I due lavoratori immigrati della Costa D’Avorio stavano tornando da una lunga giornata di lavoro, sfruttati nella raccolta degli agrumi dai caporalati della zona nella piana di Gioia Tauro.
Da uno Fiat Punto, che poi è si è allontanata a forte velocità, partono alcuni colpi di pistola che feriscono i due immigrati, uno in maniera grave. A sparare, secondo quanto riferiscono gli inquirenti, due italiani.
Entrambi i lavoratori sono stati ricoverati all’ospedale di Polistena. Ad uno dei due giovani africani è stata asportata la milza.
La notizia corre veloce tra i lavoratori, provenienti per lo più dall’Africa sub-sahariana, che da novembre a febbraio, secondo il rapporto “Una stagione all’inferno” di Medici senza frontiere, arrivano in migliaia per la raccolta di mandarini e arance a 25 euro al giorno. Vivono in casolari e ex-fabbriche abbandonate senza luce, acqua, gas e servizi igienici.
In tre/quattrocento, venerdì sera, scendono in strada e si fronteggiano con polizia e carabinieri in assetto antisommossa, lanciano oggetti, bloccano le strade. La protesta si ferma solo dopo l’incontro di una delegazione dei lavoratori con i commissari prefettizi che attualmente gestiscono il comune di Rosarno (sciolto per infiltrazioni mafiose) e dai rappresentanti delle forze dell’ordine in cui hanno chiesto migliori condizioni abitative e più sicurezza.

Vedi anche:
Rosarno, una mappa dei drammi del mondo di Felicity Lawrence, The Guardian da TerreLibere.org | Reportage fotografico
Nel rifugio-lager di Rosarno. "Viviamo tra i topi e la paura" di Carlo Ciavoni
Intervista ad Alessandra Oglino, curatrice del Rapporto "Una stagione all’inferno" di MSF [ scarica in pdf ]


24.09.2008
Nuovi italiani confliggono (da www.infoaut.org  )
La grande manifestazione milanese di sabato 20 settembre per ricordare Abba e i riots casertani in risposta  alla strage camorrista rimettono al centro la questione migrante e dei nuovi italiani in termini che ancora non avevano saputo porsi nel nostro paese. Chiusosi per il momento il ciclo delle mobilitazioni “solidali” composte in larga parte di italian* dal cuore d’oro e ceto politico (più o meno) di movimento, è forse giunto il momento (sono questi sintomi anticipatori? questa è almeno la domande che s’impone dopo questa settimana) di possibili aperture di nuove lotte dei migranti, per i migranti.
L’ingovernabilità del corteo milanese e la furia espressasi nell’hinterland casertano raccontano di un nuovo protagonismo di migranti, immigrati e figli d’immigrati.

Con una differenza: se la rivolta di CastelVolturno mostra i tratti della disperazione, della rabbia che non vede via d’uscita, la manifestazione di Milano sembra portare al centro della scena politica una nuova generazione di figli d’immigrati disposti a battersi per i propri diritti, in tutto e per tutto italiani, nell’unica maniera in cui si può essere oggi “italiani”: abitandone il territorio, vivendone il contesto (a meno di riscoprire leghistiche connessioni di suolo, sangue e razza).
I due momenti mostrano però anche un tratto comune: le testimonianze e interviste ai diretti interessati ripetono incessantemente un identico ritornello: “non se ne può più”, spesso accompagnato da una (oggi purtroppo) necessaria specificazione: “non siamo animali”.  Scorrendo le numerose testimonianze, ci si accorgerà come spesso a essere vissuto come intollerabile affronto non sono tanto (o solo) le condizioni di sfruttamento e miseria (dove in fondo si è espropriati tra altri espropriati) ma quel particolare clima di odio e risentimento che carica di un tono grave l’aria di molte delle nostre città. Non c’è in tutto questo nessuna mistica dell’immateriale ma l’evidenza di determinati rapporti sociali (di produzione e di discorso). Come scriveva Frantz Fanon “per il Nero non vi è che un destino. E questo destino è bianco”. In breve, i migranti e nuovi italiani di casa nostra scoprono sulla loro pelle la condizione coloniale. E la scoprono anche gli italiani autoctoni, troppo abituati alla tranquillizzante narrazione degli “italiani brava gente”. Non si tratta qui di riscoprire l’infamia (che pure c’è stata) dell’imperialismo italiano in Africa, quanto di rendersi conto del tratto comune che informa la vita in tutte le metropoli europee innestando la complicazione politica di una gerarchia lungo la linea della razza su quella storica e tradizionale della classe.
In Italia, nel suo evidente ritardo storico rispetto ad altri contesti, questa contraddizione inizia a palesarsi con forza e visibilità nella metropoli lombarda. Una volta tanto la capitale economica del paese (in cui convivono le sedi delle multinazionali finanziarie e il 20 % di consensi per il protezionismo della Lega) ha risposto e ha fatto sentire la sua presenza: le stime più realiste parlano di 15.000 persone in piazza. Non troppe, se si considera i numeri medi di una mobilitazione milanese; tantissimi se si considera il momento che stiamo attraversando. Grandi assenti: i sindacati e la  sinistra istituzionale ma nessuno ne ha sentito la mancanza.
L’aspetto politicamente più interessante ce lo racconta però la testa del corteo: quelle 5/600 persone , tutte di colore, che non hanno accettato di essere per l’ennesima volta pascolate da autonominantisi loro rappresentanti e facendosi invece parte attiva di un discorso in tutto e per tutto loro: agendo in profondità la crisi della rappresentanza. Rifiutando i divieti, rompendo gli argini, decidendo la destinazione di un corteo che non poteva non finire nel luogo dell’infamia in cui s’è perpetrato l’orrendo delitto di una settimana prima.

La scorsa settimana i “nuovi italiani” hanno alzato la testa e battuto un colpo. Non partirà certo da qui un nuovo ciclo di mobilitazioni né lo sviluppo lineare (quanto ci piacerebbe!) di una nuova forza sociale organizzata e di rottura. Per intano però, hanno smosso per un momento un clima sociale complessivo intriso di rassegnazione e impotenza… e non è poco!


no cpt MIGRANTI, GIORNATA DI MOBILITAZIONE PER IL PERMESSO DI SOGGIORNO

Appello per una giornata di mobilitazione 
SABATO 16 FEBBRAIO

per la regolarizzazione di tutti coloro che hanno presentato la domanda del Decreto Flussi.

Le manifestazioni dei migranti di fine ottobre a Brescia, Roma e in altre città , la giornata di mobilitazione del 1° dicembre, in più di 20 città, per la cancellazione del protocollo tra Ministero
dell’Interno e Poste Italiane per il rinnovo dei permessi di soggiorno hanno visto affermarsi un nuovo protagonismo dei migranti dopo aver verificato che le promesse dell’attuale governo si sono dimostrate solo delle illusioni.
Il decreto flussi varato un paio di mesi fa ha confermato che non c’è la volontà di abrogare la legge Bossi- Fini riproducendo tutti quei meccanismi ipocriti, in realtà funzionali solo al mercato del lavoro, che generano “clandestinità”. L’accoglimento di tutte le domande presentate è l’unica risposta per regolarizzare le centinaia di migliaia di migranti già presenti sul territorio nazionale che sono confinati nella condizione di “irregolari”. La nuova procedura del decreto flussi ha solo spostato le code dei migranti dalle Poste ai Patronati, nulla in sostanza è cambiato e
continua la vergognosa “lotteria” sulla pelle dei migranti. I numeri parlano chiaro: di fronte a una quota complessiva, prevista dal decreto, di 170.000 ingressi sono state presentate 700.000 domande.
Non è più tempo di promesse ma di fatti concreti: regolarizzazione immediata dei migranti, cancellazione della rapina rappresentata dal protocollo con Poste Italiane
Facciamo appello a tutte le associazioni, organizzazioni, reti dei migranti e antirazziste per una giornata di lotta e mobilitazione per il 16 febbraio davanti alle Prefetture per chiedere l’immediato accoglimento di tutte le domande presentate.
per adesioni: migranti.brescia@ libero.it

Coordinamento Immigrati Brescia
Rete Migrante Milano
Coordinamento Migranti Bologna
Coordinamento Immigrati di Bergamo
Coordinamento Migranti Verona
ADL-Cobas Padova, Treviso, Verona, Bassa Padovana, Rovigo
Associazione Razzismo Stop del Veneto
Laboratorio antirazzista La Spezia
SdL Intercategoriale
Sinistra Critica
Coordinamento Nord\Sud del mondo Milano
Confederazione Cobas
Centro delle Culture di Arezzo

 


da radio onda d'urto:

Nov. 12 Ore: 19.26 - ASSEMBLEA NAZIONALE DELLE RETI MIGRANTI E ANTIRAZZISTE
Circa 150 persone - la maggior parte migranti,provenienti da Brescia, Milano, Como, Pavia, Erba, Torino, Cremona, Verona, Vicenza, Padova,Trieste, Gradisca, Monfalcone,Reggio Emilia, Bologna, Roma, Napoli - hanno partecipato alla assemblea nazionale delle associazioni e delle reti migranti e antirazziste che si è tenuta a Brescia al centro sociale Magazzino 47. L’assemblea ha lungamente discusso sulle prossime iniziative del movimento riguardanti i terreni di lotta contro il protocollo con le Poste, la sanatoria, i cpt ed il decreto antirumeni, oltre alla proposta di sciopero dei migranti. E’ stata decisa la partecipazione alla manifestazione di genova del 17 novembre e la costruzione per il 1 dicembre di una giornata nazionale di azioni di lotta, articolate a livello locale, contro il protocollo con le Poste. Inoltre è emersa l'indicazione di verificare la possibilità e sperimentare forme di sciopero dei migranti, anche a livello locale o di singole aziende. Sentiamo la sintesi della discussione da felice Mometti del tavolo migranti di Brescia, Bass del coordinamento migranti di Bologna, di Abu del comitato immigrati in Italia e Iqbal Mazhar dell'Associazione diritti per tutti di Brescia
[Scarica il contributo audio, durata: 17 min.]

Ott. 27 Ore: 18.46 - BRESCIA: CONCLUSO IL CORTEO MA NON LA LOTTA
Si avvia alla conclusione la giornata di mobilitazione nazionale a Brescia per i diritti e la libertà dei migranti. Vi proponiamo gli interventi dal palco di alcune delle realtà che hanno aderito alla manifestazione di oggi alla quale hanno partecipato 20 mila persone provenienti da tutto il nord-Italia. Obbiettivo di tutti/e è quello comunque di proseguire la lotta. Intanto domani si replica a Roma. Ci sarà infatti nel pomeriggio un altro corteo con le stesse parole d’ordine di quello di oggi al quale aderiranno le realtà di migranti del centro-sud Italia. Radio onda d’urto seguirà in diretta anche questa manifestazione a partire dalle 17.
[Scarica il contributo audio, durata: 24 min.]

10 Ago. 16.13 - L'ASSURDA CROCIATA DELLO SCERIFFO GENTILINI
Il vicesindaco di Treviso Giancarlo Gentilini, ex primo cittadino noto per le sue posizioni xenofobe e razziste, ha dichiarato guerra agli omosessuali con parole che incitavano, letteralmente, alla "Pulizia etnica contro i culattoni". Il motivo sarebbe un parcheggio, diventato luogo d'incontro della comunità gay. Tra i provvedimenti annunciati, una dura videosorveglianza della zona e un'escalation di controlli mirati. Ma sono soprattutto i toni a far reagire: l'arcigay ha annunciato una serie di iniziative nella città di Treviso nel prossimo periodo, a partire da un kiss in, accompagnato dall'inaugurazione di una 'gay-street'. Alessandro Zan, presidente dell'arcigay veneto.
[Scarica il contributo audio, durata: 7'.9'']

10 Ago. 16.09 - BOSSI FINI: UNA LEGGE DA CAMBIARE
Di oggi la richiesta della Cgil al parlamento di intervenire con una riforma radicale della legge Bossi Fini. Le Camere del Lavoro annunciano una grande mobilitazione di massa nel prossimo autunno assieme a Cisl e Uil. Per il sindacato infatti i timidi passi che i ministri Amato e Ferrero stanno compiendo in direzione di una riforma della legislazione vigente sarebbero solo dei rattoppi: occorre puntare a un obiettivo più coraggioso dicono da Corso d'Italia. Sentiamo il commento di Pietro Soldini, responsabile nazionale dell'ufficio per le politiche dell'immigrazione.
[Scarica il contributo audio, durata: 3'.4'']

Libertà di movimento e sapere delle lotte

Martedì 31 luglio 2007 (da www.globalproject.info )

E’ iniziata la “caccia al clandestino”.
Clandestino e renitente alla reclusione, non evaso, però.
Perchè le 32 persone che ieri hanno superato il muro di cinta del Centro di permanenza temporanea di Bari non sono detenuti. E, quindi, non sono evasi.
Ma sono irregolari. Questo si. E tanto basta a scatenare una campagna stampa e di dichiarazioni che fa leva su quella isteria della sicurezza che annebbia la ragione. La sicurezza, parola di Walter Veltroni, è il primo pensiero che bisogna coltivare per proteggere i più deboli. Andarlo a dire a chi la sicurezza di una casa o di un reddito non la ha, è ben difficile.
Provarlo a dire a chi non ha la possibilità di muoversi senza essere detenuto, a chi ha esercitato il legittimo diritto di fuga da una struttura carceraria che è peggiore del carcere è impossibile.
Perchè di sicurezza sociale occorrerebbe parlare e non fare seguito alle astrazioni mediatiche che generano paura e stigma sociale.
Di casa, di accoglienza, di servizi sociali e reddito occorre discutere. Non di Cpt, di reclusione, di guerra e territorio militarizzati.
Ma di quale sicurezza si può parlare a chi ha attraversato il mare Mediterraneo con una imbarcazione di fortuna e, chissà come, è ancora vivo? Di quale sicurezza ci si può fare scudo dinanzi a chi ha visto morire persone al proprio fianco perchè voleva cambiare la propria vita attraverso la ricerca di una nuova terra? Di quale sicurezza si può parlare a chi è costretto a viaggiare con mezzi di fortuna ed a costi impensabili?
Tutta la retorica di questo mondo è insufficiente a descrivere il clima di terrore in cui migliaia di persone vivono per spostarsi da un luogo all’altro della Terra. Provate a parlare del Mediterraneo come mare di pace a chi vive sulla sponda sud di quel mare!
Tanto meno la retorica può giustificare l’accanimento che si consuma ai danni dei migranti che, giunti sulla costa italiana, si ritrovano ad essere rinchiusi in campi senza diritti.
Dalla Sicilia alla Puglia, e risalendo sino a Roma, Milano, Bologna, Torino, Gradisca d’Isonzo il viaggio nel terrore non pare finire mai. Ti spostano come un pacco da un Cpt all’altro. Ne esci con un decreto di espulsione, quando ti riprendono vai in carcere e quando sconti la pena, sempre clandestino, ritorni in un altro Cpt.
E la fuga da questo terrore non è certo esecrabile.
La fuga consumata la scorsa notte non è l’unica dai Cpt in Italia e non è unica nemmeno nel microcosmo barese.
Già nei giorni scorsi le agenzia di stampa davano notizia della fuga di 7 cittadini asiatici dal centro del quartiere San Paolo. Molte altre sono avvenute in passato.
Le ragioni dell’incremento delle fughe dai Cpt nel periodo estivo di certo si ritrovano nelle peggiori condizioni di vita che all’interno dei centri si hanno quando l’affluenza di migranti è maggiore.
Ma vi sono anche altre ragioni, alcune più remote, altre evidenti.
Quella più evidente è l’incomprimibile desiderio di libertà che anima gli individui, desiderio che si esprime a partire dalla consapevolezza di affrontare viaggi interminabili con costi esorbitanti ed esiti incerti e non si ferma certo dinanzi ad un cancello.
Ma queste fughe testimoniano anche altro: la diffusione di un sapere specifico, il sapere delle lotte! La conoscenza delle pratiche di resistenza ai meccanismi di reclusione circola con le persone così come circolano i venti nel Mediterraneo.
E se, nel perverso dramma che deriva dalla costruzione della fortezza europea, i migranti vengono rinchiusi più volte in diversi Centri di permanenza temporanea quella conoscenza diventa prassi attiva di libertà. E, così, dal malore di uno si genera la fuga di altri, dalla ribellione di cento in 32 riescono a trovare uno spiraglio di libertà.
E’ già accaduto nei Cpt d’Italia. La rivolta nel Cpt di via Corelli a Milano fu un esempio delle rivendicazioni che le moltitudini, pur in gabbia, riescono ad agire.
Le fughe dai Cpt che si susseguono a sud ed a nord sono anch’esse espressione di queste pratiche di resistenza.
A fronte dell’indifferenza o del meschino interesse che si celano dietro le dichiarazioni razziste di chi si accanisce contro la libertà di movimento delle persone non possiamo che continuare a denunziare la barbarie insita nell’esistenza dei Cpt ed a solidarizzare in ogni modo con le forme di lotta che autonomamente si sviluppano.

Rete No Cpt – Zona Autonoma Metropolitana
nocpt@libero.it


IMMIGRAZIONE: VALIDO IL CEDOLINO AL POSTO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO
 [17.20, 02 Lug.] da radio onda d'urto BS
Se il permesso di soggiorno per i lavoratori immigrati non è ancora arrivato, è valido il cedolino ricevuto al momento della presentazione della domanda. Lo ha spiegato il sottosegretario agli Interni, Marcella Lucidi, a proposito di alcune aziende bresciane che avrebbero interrotto il rapporto di lavoro con immigrati poiché non sono ancora in possesso del permesso di soggiorno. Una nuova circolare prevede che, per un immigrato che ha presentato domanda alle poste, deve essere ritenuta valida la ricevuta. Ai nostri microfoni Iqbal Mazar dell'associazione Diritti per tutti di Brescia
[Scarica il contributo audio, durata: 4'.24'']


sabato 19/05/2007 - ore 12.00: VICENZA - CORSO PALLADIO-MUNICIPIO DI VICENZA
MANIFESTAZIONE MIGRANTI
DIRITTI DI CITTADINANZA;I LAVORATORI IMMIGRATI DIFENDONO LA LORO DIGNITA’

Ci risiamo. Cambia il governo ma le politiche sul lavoro e sull´immigrazione dimostrano di essere quello che ci aspettavamo. Da un lato, provvedimenti e gesti di facciata (far diventare invisibili gli immigrati facendo sparire le code davanti alle questure; creare consulte sull´immigrazione prive di poteri reali e che servono solo a legittimare, con un falso consenso, quanto viene pensato e prodotto contro i migranti). Dall´altro, il proseguire sulla scia di dispositivi di legge e di governance della migrazione che trattano i migranti come indesiderabili, come mera mano d´opera, come equilibristi da trattenere tra clandestinità e sfruttamento mantenendo il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, gli ingressi legati a quote che hanno già da tempo dimostrato platealmente di non poter essere programmate nei regimi di accumulazione flessibile, offrendo i migranti agli sponsor (dalla caritas ai sindacati) come risorsa immediatamente monetizzabile.
Poco importa che il trasferimento alle Poste delle pratiche per il rinnovo dei permessi di soggiorno venga a gravare sulle tasche dei migranti per cifre insostenibili e che il sistema abbia già dimostrato di essere del tutto ingestibile. 
Poco importa che centinaia di migranti stazionino dalle 4 del mattino in fila davanti alla prefettura (come prima erano in fila davanti la questura)
Poco importa che per i migranti non ci siano case, diritti, dignità. Quello che interessa è rapinarli anche del TFR, convincendoli a trasferirlo a fondi pensione (gestiti anche dai sindacati conferederali, che molti scrupoli non si fanno nei confronti degli stessi migranti che pagano loro le tessere), quando una pensione non l´avranno mai.
In questa situazione e in attesa di una nuova legge che ci tratti da persone umane esiste a Vicenza il problema dei CALL CENTER.
Servizio che viene esercitato da commercianti immigrati e che consente ai loro connazionali di telefonare, spedire soldi ai loro familiari rimasti nel paese di origine.
L’amministrazione comunale in ottemperanza ad una ordinanza sta prestando particolare attenzione a questi locali: 
vuole limitarne gli orari di apertura, imporre la chiusura domenicale,chiedere l’immediata messa a norma dei locali.
Il Comune di vicenza a fronte delle richieste di tenere aperto la domenica, questo per la particolarità del servizio in quanto giornata non lavorativa, di concedere deroghe per la messa a norma come già avvenuto in Lombardia,facendosi interprete della fermezza e della difesa della legalità non ci ha concesso l’incontro, non ha concesso proroghe. Questo anche se sostenuti da 500 firme di clienti.
Per quanti sforzi facciano, i migranti non sono invisibili. Abbiamo imparato a prenderci i nostri diritti. Sappiamo che nessuno ci darà nulla, finché non sarà spezzato il vincolo tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro e finché non verrà ritirata quella legge 30 che, se permette un feroce sfruttamento dei precari italiani, per noi significa essere permanentemente a rischio di clandestinità e di espulsione. 
Abbiamo deciso di prenderci la piazza per prenderci i diritti. Senza aspettare che un preteso governo amico trovi il tempo di risolvere le sue beghe interne.Vogliamo che il sindaco di Vicenza ci riceva e ci ascolti. 

Chiamiamo migranti, coordinamenti di lotta e reti di movimento ad un 
SIT-IN a VICENZA SABATO 19 MAGGIO ORE 12
CORSO PALLADIO DAVANTI MUNICIPIO

Per la regolarizzazione di tutti i migranti nello spazio europeo.
Contro il trasferimento alle Poste delle pratiche per il rinnovo del permesso di soggiorno.
Contro la legge truffa sul TFR casa, per i diritti sociali di migranti e precari.
CALL CENTER APERTI ANCHE LA DOMENICA

comitato commercianti e cittadini immigrati di Vicenza- via del grande 24 vicenza

organizzatore: COORDINAMENTO IMMIGRATI


 

  CLICCA QUI INFO:  ITALIANO  SERBO  FRANCESE 


Assemblea del Coordinamento nazionale immigrati C.I.I.

Vicenza

Sabato 14 Aprile 2007 

Sala dei Chiostri di Santa Corona

Via S. Corona

(Centro storico vicino al Tribunale)

ore 14.30 - 18.30

 

In seguito alle due ultime assemblee di Napoli e Roma ed in particolare dopo l'incontro del 28 Marzo al Convegno di Roma con il ministro Ferrero si rende necessaria una riflessione su tutto quanto sta accadendo in tema di immigrazione.

Viene quindi indetta una assemblea-dibattito nazionale sabato 14 aprile a Vicenza con il seguente ordine del giorno:

- Punto della situazione dopo un anno di attività del nuovo governo

- dichiarazione del ministro sul fatto che non è prevista alcuna sanatoria

- analisi del progetto di legge governativo

- TFR: come garantire informazioni chiare e trasparenti anche ai lavoratori stranieri

- Quali forme di lotta organizzare per ribadire con forza, ma anche con efficacia, le nostre richieste.

- Varie ed eventuali.

AVVISO

Sempre a Vicenza, presso la sede RdB-CUB in via Natale Del Grande n.24 (sotto lo Stadio di calcio Menti) la mattina di sabato 14 e di domenica 15 dalle ore 10 alle 12 è prevista una assemblea organizzativa degli sportelli RdB-CUB a cui sono invitate anche altre realtà di sportello e sindacato. 

Tutti i delegati e rappresentanti delle Associazioni dei migranti possono intervenire. Siete caldamente invitati a portare il vostro contributo.

 

Morteza Nirou

cell. 3493338765

tel. ufficio 0444514937

e-maiL mortezanirou@libero.it


Chiudere i Cpt: Se non Ora quando?

Manifestazione Nazionale a Bologna il 3 Marzo

Global Project Bologna - Sabato 3 marzo 2007
Meeting Point 14:30 Piazza Nettuno Bologna.

Leggi l’appello: ita - eng - esp

Le lotte contro i CPT sono state dal 1998 ad oggi al centro delle istanze dei movimenti, molti avevano sperato che già nei primi mesi del suo mandato il nuovo Governo mostrasse una chiara inversione di tendenza sulle politiche migratorie, ma purtroppo le anticipazioni ormai ufficiali sulle proposte di riforma della legge Bossi Fini ribadiscono che i CPT non solo non verranno aboliti, ma saranno confermati, ulteriormente rifinanziati e diversificati per ogni tipologia di migrante, compresi i richiedenti asilo...
Continua a leggere l’appello del cs TPO di Bologna con le adesioni
Per aderire: tpo@mail.com

Primo Piano
Orari treni per raggiungere Bologna dalle varie città
Calendario iniziative verso il 3 Marzo - Manifestazione Nazionale contro i CpT


Multimedia
Spot radio
Da "Vi a Bo"- Video della manifestazione a Vicenza verso il 3 marzo a Bologna
Spot video - A cura di Global Tv Napoli
Scarica il manifesto


  Radio Kairos presenta:
Sull’onda della Fuga Programma radiofonico verso il 3 marzo, manifestazione nazionale per la chiusura dei CPT e per la libertà di circolazione.

 


Pillole d’Autore
Vie di fuga: Pensieri in libertà
Alcuni commenti di Artisti, Scrittori, Giornalisti sul tema dell’immigrazione e sui Centri di Permanenza Temporanea


*Suggestioni - Alcuni contributi Audio verso la manifestazione del 3 Marzo a Bologna per la chiusura del CpT.
Approfondimenti, curiosità, contributi audio e molto altro
Rassegna Stampa


Verso il 3 marzo:Basta con la rapina ai migranti per il permesso di soggiorno Sabato 20 gennaio 2007 13:08

 

Tre iniziative davanti alle poste della città di Padova, Venezia e Verona si sono tenute questa mattina per denunciare un’operazione volta a produrre un grosso business per le Poste e per lo Stato e a complicare ulteriormente la vita ai migranti.
L’11 dicembre è iniziata infatti la procedura di rinnovo dei permessi di soggiorno attraverso Poste Italiane Spa.
Una procedura che ha prodotto:

-  altri gravi oneri economici a carico dei migranti. Il costo complessivo per la pratica è di 72,12 Euro, a cui dovrà aggiungersi l’ulteriore costo per la compilazione del kit, un costo che va moltiplicato per ogni componente del nucleo familiare e che va sostenuto anche più volte all’anno, in caso di cambio del lavoro.

-  Speculazioni di ogni tipo, già verificatesi con la sparizione dalle poste dei kit.

-  Ulteriori ritardi e intasamenti nelle Questure, visto che le pratiche, una volta spedite a Roma, lì dovranno tornare.

-  Un’ incognita totale sui tempi che ci vorranno per entrare in possesso del Permesso.

A questo si aggiunge la scandalosa vicenda del decreto flussi bis, che tiene in ballo le vite di 500.000 immigrati senza alcuna garanzia, nemmeno per loro, di usufruire della regolarizzazione senza dover tornare nel proprio paese.
Un filo conduttore ha legato le tre manifestazioni: l’abolizione della legge Bossi Fini e la chiusura dei Cpt.

Davanti alle sedi delle poste è stato lanciato un invito: "Dobbiamo riprendere a lottare anche contro questo Governo di Centro-Sinistra, perché non sta rispettando nessuno degli impegni presi:"

-  per una immediata riforma delle procedure di rinnovo dei permessi a costo zero e per la loro semplificazione amministrativa

-  per dare forza alla richiesta di regolarizzazione permanente per tutti i migranti sul territorio italiano ed europeo

-  per una legge sull’immigrazione basata sul principio della libera circolazione delle persone

-  contro le nuove normative di sottrazione del reddito del lavoratori iniziate con il progetto di scippo del TFR

Ascolta la corrispondenza da Padova
-  [ audio ]
Ascolta la corrispondenza da Venezia
-  [ audio 01 ]
Ascolta la corrispondenza da Verona
-  [ audio 02 ]

 


10/12/2006 Comunicato stampa:
Antirazzisti occupano CPT di Crotone e statale 106

Diverse decine di attivisti delle reti antirazzisti della Campania e della Calabria hanno occupato la statel 106 che collega Crotone all’aereoporto dove vengono deportati con i voli speciali migliaia di migranti con la sola colpa di essere sfuggiti a miseria e guerra ed essere arrivati in Italia.
Contemporaneamente e’ in corso l’occupazione del Cpt di Crotone da parte degli antirazzisti con i parlamentari Francesco Caruso ed Heidi Giuliani. I deputati si sono incatenati nel Cpt e non ne usciranno fino a quando non sara’ fissata la data di una discussione in parlamento sui Cpt, vere e proprie carceti speciali dove vengono riunchiuse migliaia di vite e sottoposte alle peggiori sevizie e privazioni di liberta’.
Nel primo pomeriggio la sentarice Heidi Giuliani si e’ spostata al Cpt di Lamezia Terme dove in mattinata e’ stato rinvenuto il cadavere di un giovane ragazzo bulgaro impiccato ad una sbarra. Circostanza alquanto strana visto che il cittadino bulgoro avrebbe ottenuto tra 20 giorni la liberta’ di circolazione nell’Unione Europea. L’ennesimo episodio che testimonia, cosi’ come i due migranti trovati morti nel cassone di un camion nei pressi di Ancona, come l’Italia partecipi al massacro di migranti in Europa.
Le reti antirazziste di Campania e Calabria , che da anni si battono in tutto il sud per la chiusura dei Cpt, e che gia’ in precedenza avevano dato vita a manifestazioni di questo tipo con l’invasione del Cpt di Bari Palese, l’occupazione del nascente Cpt di Borgo Mezzanone (FG), chiedono la chiusura immediata dei Cpt e l’abolizione della legge Bossi-Fini sull’immigrazione.

Antirazzisti Campani e Calabresi


Venerdì 3 novembre 2006 12:08 Firenze - Occupata la sede centrale della "Misericordia"

Global Project Bologna

  -  Alcune foto

 Questa mattina a Firenze è stata occupata la sede nazionale della Misericordia (associazione che gestisce la maggiorparte dei CPT in Italia) che da qualche anno ha ottenuto l’appalto per la gestione dei Centri di Permanenza Temporanea di Modena, Lampedusa, Bari e Bologna. Una gestione che come per tutti gli enti conivolti, frutta molto denaro.
Un centinaio tra migranti, attivisti, centri sociali dell’Emilia Romagna insieme al Movimento Antagonista Toscano sta occupando in modo pacifico e determinato la Misericordia per ribadire che i CPT devono essere chiusi ed i gestori si devono ritirare da questo business.
Un’azione coordinata con l’occupazione a Venezia del convegno "Il futuro del lavoro", a cui partecipa il Ministro Damiano.
Tre sono le richieste degli attivisti avanzano:
-  Che nessun attacco militare sia messo in atto nei confronti degli attivisti
-  Che la Misericordia abbandoni gli appalti per la gestione dei CPT
-  Che il Governo incontri direttamente una delegazione degli occupanti e dichiari pubblicamente quali sono le sue decisioni in merito ai CPT.

Cronaca audio
ore 15.30 - Il commneto sul’azione di oggi con Gianmarco del TPO di Bologna.
-  [ audio ]
ore 13.00 - Corrispondenza dalla Misericordia.

Fortezza Europa. Mille migranti morti in quattro mesi
8 marzo 2006
(da Misna.org) Sono più di mille i migranti provenienti dall'Africa sub-sahariana morti negli ultimi quattro mesi nel tentativo di raggiungere le Canarie a partire dalle coste mauritane: lo ha detto il rappresentante della Mezzaluna Rossa in Mauritania in un'intervista a 'Radio Club Tenerife'. Secondo Ahmedu Uld Haye, questo il nome del rappresentante della Mezzaluna Rossa mauritana, dal 10 di novembre dello scorso anno "fra 1.200 e 1.300 persone sono morte in mare nel tentativo di raggiungere le Canarie". Il funzionario ha precisato che ogni giorno fra 700 e 800 persone - provenienti soprattutto da Mali, Gambia e Senegal - tentano di raggiungere le Canarie su fragili imbarcazioni, il 40 per cento delle quali fanno naufragio. Lunedì almeno 45 persone sono morte nel naufragio di due imbarcazioni al largo delle coste mauritane mentre erano dirette alle Canarie. Ieri, invece, una "carretta del mare" con 40 persone a bordo è stata segnalata alla deriva nelle stesse acque con un mare molto mosso. Il rappresentante della Mezzaluna Rossa ha sottolineato che i migranti che tentano di raggiungere la costa spagnola sono disperati e "pronti al suicidio", precisando che "per loro è come la roulette russa: o arrivo o muoio".


Cpt. Da questa notte aperti ufficialmente Gradisca e Bari
8 marzo 2006
L'attivita' del Centro di Permanenza Temporanea di Gradisca d'Isonzo (Gorizia), e' cominciata ieri notte: ad aprire la struttura e' stato l'arrivo, in serata, di un migrante che nessuna delle decine di manifestanti, che per tutto il giorno hanno presidiato i cancelli del Cpt per impedirne l'apertura, e' riuscito a vedere.
"Questa notte è stato portato nel centro di detenzione il primo immigrato, è un ragazzo marocchino che proviene da Parma. Per ora è l'unico 'ospite' ma oggi aspettiamo l'arrivo di altre sei persone", spiega Giulio Lauri, segretario regionale di Rifonzazione Friuli.
''E' un atto di forza da parte del Governo che umilia la Regione friuli Venezia Giulia e apre una ferita istituzionale che non ha precedenti'', ha detto l' assessore regionale alla cultura e all'immigrazione, Roberto Antonaz (Rifondazione), ''Si e' ricorso a un sotterfugio per aprire il Cpt - ha aggiunto - e Governo che ha il senso della dignita' e che crede nelle cose che fa non si sarebbe comportato in questo modo''.
Questa notte un altro Cpt è entrato in funzione, è quello di Bari San Paolo.
"Questa mattina alle 9 abbiamo bloccato alcuni ragazzi della Misericordia che lavorano all'interno del Cpt", ha spiegato Michele Di Palma, Coordinatore nazionale dei Giovani comunisti, "una delegazione è entrata dentro il centro di detenzione appurando la sua messa in funzione. Nel Cpt per ora sono rinchiusi quattro migranti di nazionalità bulgara, rumena e turca, alcuni di essi già con decreti di espulsione. E' un atto di forza del governo nei confronti del Movimento".


I morti nel Mediterraneo come una bomba atomica

Come una catastrofe nucleare. Ecco un buon argomento per Shabir Khan che, tra oggi e domani, prenderà carta e penna e si metterà a scrivere il solito appello al governo. Lo fa da otto anni, sempre in questo periodo, in occasione d'ogni anniversario del naufragio avvenuto nel mare tra la Sicilia e Malta la notte del 25 dicembre del 1996. Tre delle 283 vittime erano suoi parenti.

Nell'appello, Shabir chiederà ancora una volta un intervento dello Stato italiano. Diciamo genericamente "un intervento" perché, in tutto questo tempo, il contenuto delle richieste è cambiato. Nel 1997, Shabir chiedeva un'indagine internazionale sui trafficanti d'essere umani. Poi ha cominciato a domandare perché mai i trafficanti, benché individuati, fossero ancora in libertà. Dal 2001, quando è stato localizzato il relitto della nave della morte con attorno i resti delle vittime, Shabir prega le autorità italiane affinché finanzino il recupero dei corpi. Lo farà anche quest'ultima volta. Però con l'argomento nucleare in più e, quindi, con migliori possibilità di essere preso in considerazione.

Se si legge la lista dei destinatari degli appelli precedenti, si ha una precisa cronologia istituzionale dell'ultimo decennio. Un elenco completo dei presidenti del Consiglio che si sono succeduti dalla metà degli anni Novanta: da Prodi a Berlusconi, passando per D'Alema. Fino ad ora, però, nessuno gli ha mai risposto. Quello di Shabir e degli altri familiari delle vittime indiane, pakistane, tamil dello Sri Lanka è dunque un disgusto bipartisan.

Shabir ha la nausea. E' nato in Pakistan poco meno di cinquant'anni fa ma da venti vive in Italia ed ha acquisito la cittadinanza. Legge i giornali italiani, conosce le vicende di questo paese, si tiene sempre informato. Se oggi avrà il tempo di dare un'occhiata ai quotidiani, molto probabilmente s'imbatterà nella notizia di quel fido di 800.000 euro che, secondo uno dei manager della Banca popolare italiana, fu chiesto dal ministro leghista Calderoli per la sua fidanzata. O in quell'altra cifra molto simile (8-900.000 euro) che è il valore della barca acquistata da D'Alema con due amici. Niente di male, certo. Ma Shabir non potrà fare a meno di notare che sarebbe bastata una cifra simile per recuperare i corpi dei suoi tre parenti e delle altre vittime. La nausea aumenterà. Shabir conosce il valore del denaro e sa che la somma necessaria per il recupero, per un paese come l'Italia, è modesta. Così vedere che lo Stato non mette a disposizione una somma che corrisponde al costo di una barca a vela accrescerà la fastidiosa impressione che il suo dolore, nel mercato nazionale del dolore, valga poco o nulla.

Però quest'anno Shabir può dimostrare che il naufragio del 1996 ha un peso statistico assoluto. Già si sapeva che era stato il più grave disastro navale del Mediterraneo dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Ma non è stato sufficiente. Adesso Shabir potrà sostenere senza tema di smentita che, unito alle altre tragedie del mare avvenute in seguito, produce un bilancio apocalittico. Il dato è emerso qualche giorno fa durante un convegno organizzato dall'Alto commissariato delle nazioni unite e dal Centro italiano rifugiati all'Accademia dei Lincei. La base di calcolo è stata fornita da un dirigente del Ministero dell'Interno il quale ha fatto sapere che, tra gli immigrati regolarizzati, quelli giunti via mare sono circa duecentomila. L'altro dato è noto da tempo: secondo stime di istituti di ricerca e associazioni umanitarie, a partire dalla metà degli anni Novanta sono morte annegate nel Mediterraneo, nel
tentativo di raggiungere l'Europa, tra le diecimila e le ventimila persone.

Incrociando i due dati si scopre che per ogni venti immigrati giunti via mare, uno o due (a seconda della stima che si sceglie) sono annegati. E' come se, in una città delle dimensioni di Roma, dalle 150.000 alle 300.000 persone fossero morte nello stesso modo. Il bilancio, appunto, di un bombardamento nucleare. Ecco, dunque, il nuovo argomento del nono appello all'Italia di Shabir Khan.

( 21 dicembre 2005 )


la democrazia si fa conflitto contro la guerra

Contro i CPT per i diritti di cittadinanza globale

Global_VeneziaGiulia - Venerdì 18 febbraio 2005

Il 26 febbraio si terrà a Gradisca D’Isonzo (GO) una manifestazione contro il costruendo Centro di detenzione e identificazione più grande del nord-italia (guarda le foto del progetto), una manifestazione a cui stanno aderendo da tutta Italia molte realtà associative, sindacali, partitiche.
La manifestazione di Gradisca D’Isonzo deve diventare un’occasione di partecipazione e protagonismo di tante realtà che considerano la chiusura e il sabotaggio del CPT di Gradisca come un obiettivo primario per le lotte dei precari di tutta Europa.
-  Leggi l’appello per la manifestazione
-  Scarica e diffondi il volantino

Da quando si è avuto notizia delle intenzioni del Ministero dell’Interno di utilizzare l’area dell’ex-caserma Polonio di Gradisca come luogo per costruire un cpt, le associazioni, i gruppi, i cittadini della regione hanno manifestato più volte la loro contrarietà al progetto. In alcune occasioni (30 gennaio ’04 e 17 giugno ’04) sono anche stati bloccati i lavori di costruzione e compiute azioni di sabotaggio sulle attrezzature utilizzate e sui muri esterni della struttura.
-  Rassegna stampa sul cpt di Gradisca a cura di MeltingPot

Gli enti locali, Regione, Provincia, Comune, si sono sempre dichiarati contrari all’idea del Cpt. Nonostante ciò, poco o nulla di quello che si poteva fare per bloccare i lavori è stato fatto.
L’apertura del nuovo lager sembra dunque imminente, ma esiste ancora la possibilità di un intervento a livello istituzionale per fare in modo che ciò non accada. Alessandro Metz, Consigliere Regionale dei Verdi, ha inviato una lettera aperta al Sindaco di Gradisca d’Isonzo, al Presidente della Provincia di Gorizia e al Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, per sollecitare azioni determinate contro i lavori al CPT di Gradisca d’Isonzo.

Il 26 febbraio a Gradisca scenderà in strada quella stessa moltitudine che nell’ottobre del ’98, a Trieste, fece chiudere il cpt del Porto Vecchio. Sarà in strada per ricordare che la repressione non può fermare il conflitto tra democrazia e guerra, in vista della data del 20 aprile ’05 quando, a Trieste, inizierà il processo di appello contro coloro che in quell’occasione disobbedirono ai divieti per mostrare a tutti la vergogna del CPT triestino, subendo pesanti condanne malgrado quella stessa struttura venisse poi chiusa proprio in seguito alle proteste (unico caso in Italia).

Le rivendicazioni dei diritti di cittadinanza per tutt*, delle lotte quotidiane per la conquista di reddito, passano necessariamente per il percorso che dalle strade di Parma arriva a Gradisca e volge verso gli appuntamenti europei del 2 Aprile e dell’EuroMayday ’05.


2 APRILE 2005

PER LA LIBERTA’ DI MOVIMENTO E IL DIRITTO DI RESTARE

Lo scorso anno, una giornata europea di azione e mobilitazione contro i centri di detenzione e per la legalizzazione dei migranti senza documenti è stata lanciata durante il forum sociale europeo di Parigi. Un appello è stato sottoscritto da molti network e gruppi, e il 31 gennaio 2004 manifestazioni e azioni sono state realizzate in più di quaranta città europee. È stata una giornata importante per lo sviluppo di un processo di comunicazione e messa in rete tra le lotte dei migranti e gli attivisti a livello europeo.
Quest'anno vogliamo fare un passo avanti. Proponiamo a tutte le reti e ai movimenti sociali europei di condividere l'organizzazione di una seconda giornata di azione e mobilitazione, da realizzare il 2 aprile 2005, focalizzata intorno alla rivendicazione della libertà di movimento e del diritto di restare come un'alternativa al processo costituzionale europeo.
Quando parliamo del processo costituzionale europeo, pensiamo prima di tutto alla sua dimensione materiale, ovvero alle modalità del processo di integrazione che hanno concretamente avuto luogo negli ultimi anni. Una cittadinanza europea è ciò che si sta costruendo, e noi dobbiamo concentrare la nostra analisi sul modo in cui i confini di questa cittadinanza sono costruiti e gestiti, tanto nella loro dimensione esterna, quanto in quella interna. I centri di detenzione per migranti hanno giocato e continuano a giocare un ruolo chiave in questo processo. Sebbene abbiano forme diverse nei diversi paesi, sono in realtà istituzioni europee, all'interno di una cornice unificata che promuove un processo di esternalizzazione dei campi anche al di là dei confini dell'Unione- dai Balcani alla Libia e al Marocco.
I campi sono l'oscuro simbolo di una politica delle migrazioni che non è semplicemente orientata a tenere migranti e rifugiati fuori dall'Europa, ma piuttosto a promuovere un processo di inclusione selettiva dei migranti, anche attraverso l'illegalizzazione. Questo processo corrisponde alla produzione di una gerarchia dei diritti, così come delle posizioni legali e politiche, che è al centro delle trasformazioni materiali della cittadinanza in Europa e che è ben lontano dal riguardare solo i migranti. Esso si traduce, inoltre, in un nuovo modello di gestione della forza lavoro centrato sulla precarizzazione e sullo sfruttamento. I migranti sono i soggetti che sperimentano in anticipo condizioni di vita e di lavoro che l'intera forza lavoro, pur con differenze innegabili, sta cominciando a vivere in Europa. Ma d'altra parte, le loro pratiche di mobilità esprimono una serie di rivendicazioni e domande che, nella vita di ogni giorno, indicano un'Europa diversa. Per questo vogliamo portare queste connessioni e queste domande all'interno del processo di costruzione dell'Euro-May Day, e di conseguenza facciamo appello per una grande partecipazione al 1° maggio 2005.
Libertà di movimento non è, in questo senso, una rivendicazione ideologica o meramente retorica. Crediamo che la libertà di movimento attraversi le diverse lotte dei migranti che hanno luogo ogni giorno in tutta Europa: lotte per la casa e la legalizzazione, contro il razzismo e i centri di detenzione, lotte sui posti di lavoro, le lotte delle donne per liberare se stesse dalle strutture patriarcali dei luoghi di partenza ma anche di quelli di arrivo. La seconda giornata di azione e mobilitazione è pensata per valorizzare l'importanza di queste lotte e per dare una cornice transnazionale perché sia approfondita e moltiplicata la loro pluralità. Invitiamo tutti i gruppi, i network e i movimenti sociali in Europa, non solo quelli coinvolti nelle questioni concernenti le migrazioni, a condividere questo appello e a mobilitarsi per il 2 aprile 2005. Durante la seconda giornata di azione e mobilitazione, daremo risalto alle domande presenti nell'appello dello scorso anno. Dimostrazioni, azioni e lotte quel giorno dovranno avere luogo ovunque in Europa!

Tavolo Migranti dei Social Forum Italiani; Indymedia Estrecho/Madiaq/Spain; Act up/Paris/France; No One is Illegal/UK; Volunteers from noborder London/Britain; Centro Social-Casa de Iniciativas 1.5 Malaga/Spain; Papiers per Thotom-Barcelona/Spain; Network for Social Support to Immigrants and Refugees/ Greece; Network for Political and Social Right/ Greece; Dost je!-Lublijana/Slowenia; Kanak Attak/Germany; No one is illegal-amplitude/Germany; Off-Limits/Hamburg/Germany; Association for Legalisation/Germany; 9ème collectif de sans papiers (Paris); Frassanito Network/ Europe; Immigrati in Movimento/Napoli/Italy


Comunicato del Tavolo migranti dei Social Forum vicentini
sugli arresti di via Napoli

Vicenza, 4 giugno 2004

 

I gravi fatti di via Napoli, culminati nell'arresto di quattro migranti, meritano una riflessione attenta e un commento puntuale.

§ La decisione del Comune di Vicenza di imporre la chiusura festiva dei call center si era presentata da subito strumentale. Realizzata in un assoluto vuoto legislativo, già respinta dal TAR della Lombardia, quando si era tentato un provvedimento analogo a Brescia, l'ordinanza mirava apertamente a 'bonificare' alcune zone della città e segnatamente quella tra il centro e la stazione ferroviaria dalla presenza dei lavoratori stranieri che dei centri di telefonia pubblica sono da sempre i maggiori utenti e proprio nelle giornate che per ragione degli orari di lavoro lunghi, degli spostamenti e delle differenze dei fusi orari, sono quelle da loro maggiormente frequentate.

§ L'ordinanza comunale ha creato scompiglio e tensione. Ha colpito gli 'utenti'rendendo ai lavoratori migranti più gravosa una condizione per molti aspetti già difficile, andando a ledere aspettative, pratiche comunicative, legami affettivi importanti come quelli con familiari nei paesi di origine o in altri paesi d'immigrazione e ponendo con forza una questione di dignità. Ha colpito i 'gestori' più deboli, quelli a conduzione individuali o familiare, che non si avvalgono della forza delle grandi imprese telefoniche. Ha creato un clima torbido, di prevaricazione immotivata e di frustrazione. Le multe ripetute con la stessa motivazione, pur in presenza di un ricorso al TAR del Veneto, le irruzioni continue, la continua richiesta dei documenti a persone identificate molte volte in precedenza, vedendo in ogni immigrato un clandestino da cacciare, hanno immotivatamente trasformato una situazione che era di sostanziale normalità. Più volte il movimento dei migranti ha fatto presente il deteriorarsi della situazione con presidi, delegazioni e incontri in Prefettura, segnalando che proprio l'ordinanza del Comune era un fattore perturbante e costituiva motivo di pubblica preoccupazione in un contesto già gravato dai devastanti costi umani della Bossi Fini.

§ L'ordinanza tuttavia aveva fini diversi da quelli 'merceologici'. Il suo scopo era ed è quello di ripulire una zona della città da 'assembramenti' sgraditi: i lavoratori migranti vanno benissimo se restano invisibili, se il loro spazio è quello della produzione e delle case dormitorio, ma non devono invadere la città. Le loro voci e i loro suoni sono sgraditi perché stranieri e vanno quindi fatti tacere e deportati all'esterno, in zone extraurbane come è avvenuto per il cosiddetto 'mercato degli stranieri'. L'amministrazione di Vicenza fa la stessa politica di quella di Treviso senza avere il coraggio di assumerne a viso aperte le retoriche razziste e xenofobe. Via Napoli non è casuale. Sul call center di via Napoli da anni la pressione dell'amministrazione comunale è fortissima, alimentando il 'disagio' dei residenti, puntando ad alzare la tensione per arrivare a una prova di forza. La 'prova di forza' si è avuta e Sorrentino e i suoi amici possono brindare alla missione compiuta: ciò che non era stato possibile quando la presenza dei migranti e dei militanti antirazzisti in via Napoli si era fatta sentire, è avvenuto, alla fine di una giornata tesissima, in un momento senza testimoni 'forti', in una 'rissa' frutto di una situazione portata volutamente all'esasperazione, dove a pagare è chi era 'scritto' dovesse pagare. Paradossalmente l'interrogazione leghista in consiglio comunale spiega bene la ragione di ciò che è avvenuto. Più incomprensibile chi dai banchi dell'opposizione, come il diessino Alifuoco, nella più assoluta incomprensione di quanto avvenuto e nella più totale insensibilità culturale e politica, blatera sgranando il rosario dell'ossessione securitaria.

Quanto è avvenuto in via Napoli apre sicuramente una ferita nel rapporto tra città e migranti. Potrà sanarla solo la ripresa di una lotta condivisa contro la Bossi Fini, contro il clima di esclusione e di xenofobia che ha comportato,
per il rispetto e la dignità di tutti, innanzitutto dei lavoratori e delle lavoratrici migranti.

Tavolo migranti dei Social Forum vicentini